Il narcista perverso, l’onnipotente medico di sé

Ogni religione ha il suo peccato originale, e in psichiatria il peccato originale è essere psicopatici. Noi terapeuti ci vergogniamo talmente del nostro continuo fallimento con questo gruppo di pazienti, che tentiamo di nasconderlo dietro innumerevoli diagnosi. Ogni volta che la terapia è prossima al successo, il paziente si dilegua, superando il terapeuta in strategia, interrompendo un rapporto terapeutico che è sulla strada buona. Per ovviare a questa situazione sono state sperimentate molte tecniche: si è tentato con i gruppi di azione, con le tecniche di condizionamento, e con numerosi sistemi individuali, ma nessuno è stato universalmente riconosciuto valido. Solo un fatto è certo: se un tribunale o un’altra autorità riescono a costringere un paziente a continuare il trattamento e a sopportare l’angoscia della psicoterapia, è possibile che avvenga un cambiamento. Tuttavia, in genere, non è possibile disporre di questo attacco a tenaglia.[1]  Carl A. Whitaker

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Il carattere grandioso e onnipotente del narcisista perverso/psicopatico rifiuta ogni sorta di consiglio o aiuto che lo metta di fronte al suo problema. In un primo momento potrebbe fingere di ascoltare le lamentele della “preda” per “tenerla buona” ma appena si crederà “guarito”, cioè, dopo pochissime sedute abbandonerà la terapia a prescindere della bravura del professionista. Riporto l’esperienza dello psicologo Luigi Cortesi sull’atteggiamento adottato dalla persona con disturbo narcisistico di personalità nel corso della terapia:

Difficilmente la persona colpita da DNP accede o accetta di accedere a una terapia. Non può ammettere che ci sia qualcuno che sia all’altezza di capirla, meno che meno di aiutarla e curarla. Anche soltanto la possibilità di una tale ammissione viene vissuta come assurdo attentato alla propria grandezza. Come può una simile grande persona essere anche soltanto malata? Figuriamoci se può essere curata o aiutata! Semmai saranno gli altri a essere malati, a dovere essere curati e guariti, a cominciare dai terapeuti o da chiunque possa non adorarli. Gli altri, qualunque altro, esistono soltanto come oggetti manipolabili, come spettatori da sedurre o plagiare, come strumenti da usare. Se qualcuno gli resiste, lo fa solo per invidia della sua grandezza. Solo chi gli è schiavo, sa amare. Gli altri sanno solo odiare e, come tali, vanno – giustamente e santamente! – svalutati, umiliati, sporcati, distrutti, annientati.

Nei rari casi in cui si affacci a una terapia, la persona con DNP lo fa soltanto perché convinta di potere manipolare anche il terapeuta, soprattutto il terapeuta, a conferma che lui è il più bravo e potente di tutti i terapeuti, è più terapeuta di qualsiasi terapeuta, specialmente di chi goda la fama di essere un bravo terapeuta. Se per qualche ragione il terapeuta non risponde alle sue aspettative, allora lo svaluta, cercando di annientarne la professionalità, di svalutarne il nome, di boicottarne l’attività, con modalità ed esiti simili a quelli di chi fa stalking[1].

Sandra Filippini conferma che “il narcisista non può riconoscere il proprio bisogno – sarebbe troppo doloroso, o addirittura catastrofico – come non può riconoscere un proprio errore.[2]

La capacità di comunicare ciò che sentiamo, le nostre emozioni e sentimenti sono di fondamentale importanza per la riuscita del lavoro terapeutico. L’intimo del narcisista è caotico, le sue opinioni, idee e sensazioni cambiano in continuazione. Inoltre, identifica nel terapeuta un ipotetico “alleato di guerra” fatto apposta per annuire mentre lui inveisce contro il mondo “che non lo capisce”. Spesso prova a sedurre il curante con fare innocente trattandolo da vecchio amico, addirittura offrendogli un caffè alla fine della seduta per ricordarlo che in fondo sono simili, quasi colleghi.

A complicare le cose subentra l’incapacità dei narcisisti di riflettere, di guardarsi dentro senza sentirsi terribilmente sopraffatti e appesantiti da ciò che è svelato seduta dopo seduta sulla loro identità instabile e confusa. Mancano della capacità di mettersi nei panni degli altri (empatia), non comprendono la sofferenza altrui, il loro punto di vista. Abituati a mettere alla prova le persone che li capitano sotto tiro, provano a fare lo stesso gioco con il curante dando inizio a: ritardi e salti di seduta, dimenticanze nei pagamenti, tentativi di coinvolgere l’analista nella loro vita privata porgendo domande con l’obiettivo di farlo pensare al posto suo…[3]

La caratteristica che impossibilita maggiormente il cambiamento in una struttura mentale così rigida, la più sfibrante di tutte, è certamente l’abitudine a mentire per sedurre il terapeuta e farlo passare dalla sua parte. Il lavoro terapeutico è, quindi, destinato a fallire sin dall’inizio:

La situazione dell’analisi dovrebbe rappresentare per il paziente una zona franca, nella quale non si subiscono critiche o giudizi e nella quale non avrebbe senso alcuno mentire; tuttavia ciascuno di tanto in tanto dice il falso, oppure omette di dire qualcosa, pur sapendo che così altera la relazione analitica. (…) In questo caso, rischiamo di cadere in una rete di paradossi e di antinomie, che non soltanto non giovano alla costruzione del rapporto analitico e allo sviluppo della terapia, ma talora sembrano renderlo impossibile…[4]

Per Alexander Lowen nessuno dovrebbe stupirsi se un narcisista sceglie di fare l’attore:

L’arte della recitazione si basa sulla capacità di proiettare un’immagine. In questo l’individuo narcisista riesce facilmente perché recita sempre – anche se, naturalmente, non tutti gli attori sono narcisisti[5].

Un’ulteriore aspetto limitante dei narcisisti perversi è l’incapacità di imparare dagli errori: rimuovono tutto ciò che ritengono “pesante” dal loro bagaglio mentale.

Il modo di pensare del perverso trabocca superficialità, come abbiamo visto. I suoi ragionamenti non scendono mai nel profondo poiché lui stesso è sprovvisto d’interiorità. Ecco perché coinvolge la sua intera cerchia di amici quando un problema turba il normale andamento della sua vita: ama delegare agli altri il lavoro ingrato di pensare. Il suo, come affermato da Paul-Claude Racamier è un pensiero che non pensa, che si limita a imitare il pensiero[6]:

(…) il narcisista perverso ha bisogno di una vittima che pensi per lui, che svolga per lui del lavoro psichico, un “negro” che lui non ringrazierà mai, proprio perché non può fargli sapere che ne ha bisogno. Questo “pensare per lui, al suo posto”, può costituire all’inizio, per la donna, una sorta di gratificazione, a volte parzialmente consapevole, altre volte inconscia, un modo per sentirsi utile  e quindi importante, che può funzionare da cemento per il legame. La donna, catturata nella rete, come la mosca nella ragnatela, si dibatte e si confonde[7].

Il tentativo di delegare al terapeuta “il lavoro sporco di pensare” è la normale conseguenza del suo modus vivendi: i narcisisti perversi sono abituati a scegliere o mantenere dei rapporti molto intimi con ottimi ascoltatori da sfruttare nei momenti di difficoltà emotiva. Sono loro a consigliarlo sulla strategia migliore da adottare per risolvere un determinato problema e saranno sempre loro a difenderlo nei conflitti lavorativi nel caso in cui siano colleghi. Tutto ciò è possibile grazie alla facilità innata del narcisista perverso di posare da vittima in ogni circostanza.

Da inguaribile usurpatore dell’energia altrui, un narcisista perverso doc acchiapperà tutte le ipotetiche soluzioni per i suoi problemi coniate apposta dai suoi seguaci, sentirà il parere delle sue vecchie amanti, coinvolgerà conoscenti, familiari e colleghi per dire la loro sull’argomento che lo destabilizza e, appena finito il lavoro di “raccolta” originato dal suo sfogo ossessivo, metterà ogni opinione nel sacco – tanto per avere il maggior numero di possibilità – ma, essendo “molto più bravo degli altri”, farà tutto di testa sua per lo stupore dei suoi “consiglieri”.

L’illusione dei partners dei narcisisti perversi è pensare che loro, alla fine, cambieranno. Fantasticano la loro sofferenza, la loro solitudine, la loro depressione, augurandosi che capiscano il danno provocato a loro stessi e al resto dell’umanità. È un delirio credere di poter “salvare” qualcuno da se stesso, guidarli verso la luce, insegnarli ciò che la vita, le altre donne o uomini, i loro genitori e il resto del “mondo crudele” si è rifiutato di insegnare.

Enrico Maria Secci, nel suo I narcisisti perversi e le unioni impossibili è molto chiaro a questo proposito:

Ciò che sprofonda il partner del narcisista è innanzitutto la difficoltà a individuare con chiarezza l’inutilità delle proprie azioni all’interno del rapporto e il rassegnarsi all’idea che qualunque cosa farà, sarà sbagliata. Non c’è modo, infatti, di accendere l’amore nell’altro. Anche quando il narcisista sembra avvicinarsi, ritornare sui suoi passi, anche quando sembra amare teneramente sta manipolando. E basta. Manipola perché non tollera di perdere il controllo, di essere abbandonato e, soprattutto, di essere smascherato nella sua incapacità affettiva. Ed ecco il primo errore da evitare: tentare di smascherare il partner ponendolo davanti al suo egoismo, all’incostanza, alla ferocia dei suoi silenzi, alla violenza delle sue sparizioni. Pur di mantenere integra l’idea positiva di sé, il narcisista si difenderà persuadendo la partner di essere inadeguata e pazza e giustificando i propri comportamenti come reazioni alla sua pochezza. Oppure si adeguerà temporaneamente alle richieste della vittima al solo scopo di dimostrarle che ha torto, per poi tornare repentinamente alle modalità sadiche e anafettive. In questo quadro, ogni tentativo di smascheramento finisce per perpetrare lo schema della relazione e alimentare l’ossessione. Per uscirne davvero occorre abbandonare l’esigenza di ottenere dall’altro scuse e ammissioni e prendere la decisione di agire con autonomia[8].

“Ognuno è medico di se stesso!” direbbe un narcisista perverso per giustificare il suo disprezzo verso chiunque abbia il coraggio di sfidarlo a guardare oltre il suo naso. La morale dell’espressione tratta dalla “Repubblica” di Platone era, però, assai diversa:

“Un falegname”, spiegai, “quando si ammala, chiede al medico di dargli una pozione per vomitare fuori la malattia, oppure di guarirlo con una purga o con una cauterizzazione o con un’incisione; se però gli viene prescritta una cura lunga, che prevede berretti di lana in testa e cose del genere, dice subito che non ha tempo per essere malato e non gli serve vivere badando alla sua malattia e trascurando il lavoro che lo attende. Dopo di che manda tanti saluti a un medico simile e ritorna al regime di vita consueto, riacquista la salute e vive praticando il suo mestiere; se invece il suo corpo non è in grado di reggere, si libera dei suoi affanni con la morte”[9].

In sintesi, il narcisista non ha tempo per curarsi adeguatamente perché non ha “tempo da perdere”. Rischiare la salute fisica e mentale rincorrendo costantemente gratificazioni che svaniscono un minuto dopo o dedicarsi freneticamente al lavoro appare una scelta molto più saggia e interessante per loro: perché investire in uno stile di vita sereno e molto più sano quando la vita è una sola? Sarebbe uno spreco non viverla pienamente!!!

Alexander Lowen, nel brillante saggio Il narcisismo – l’identità rinnegata, ci offre una riflessione commuovente a riguardo:

Ci sono due aspetti che concorrono a dare un portamento dignitoso: il modo in cui ci si muove e il controllo del corpo. Non è dignitoso, per esempio, correre di qua e di là come un topo che cerca un rifugio. Un movimento dignitoso deve essere lento, nobile, come se la persona avesse tempo, tempo per essere e per sentire. Ma non c’è dignità nell’attività frenetica di una grande città dove non si ha tempo da perdere. Non c’è dignità nella ricerca instancabile del piacere che caratterizza il nuovo edonismo. Privandoci del tempo, la cultura odierna ci priva della dignità. Ma la dignità non ha un gran valore in una cultura votata al progresso, al potere e alla produttività. Poiché nella cultura moderna il tempo è denaro, pochi si possono permettere la dignità[10].

Qualche pagina più in là, afferma:

Sono sicuro che alcuni di noi abbiano conosciuto quei momenti di gioia in cui l’io si fa da parte e il bambino che è in noi è libero di ridere e di amare. Purtroppo perdiamo troppo presto la nostra innocenza e, ancora peggio, ne siamo lieti. Non vogliamo essere innocenti perché questo ci rende vulnerabili al ridicolo e alle ferite. Preferiamo essere sofisticati, cosa che ci permette di sentirci superiori. Ci sembra che la gente sofisticata si diverta di più: feste, baldorie, stranezze, assenza di limiti. Che cos’hanno gli innocenti? Un cuore aperto, piaceri semplici, fede. Quanto è più allettante saperla lunga, conoscere tutto della vita, gli alti e i bassi, avere potenza, essere ammirati, sentirsi speciali. È difficile resistere alla seduzione del potere, in modo particolare quando da bambini si è stati feriti e traditi da chi si amava. Vendere il regno dei cieli per il potere è un patto con il diavolo. Il narcisista lo accetta[11].

Comprendere che i narcisisti perversi non avvertono alcun bisogno di essere “condotti sulla retta via” e che non arriveranno mai con le fatture pagate allo psicologo – dopo anni di seduta terapeutica –  per dirvi: “Sono finalmente guarito dal mio narcisismo perverso. Non sono più uno psicopatico, ora ti amo DAVVERO!” potrebbe aiutare chi subisce la loro influenza ad uscire finalmente dal “cerchio magico” degli umiliati. Sventrare i loro meccanismi è un modo efficace per prendere coscienza dell’illusione perduta.

Dare il giusto peso alle loro azioni ci permette di volare verso una realtà più pulita e meno virtuale. Senza rimpianti.

C.l.d.

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[1] CORTESI, Gigi. Su https://gigicortesi.wordpress.com/problemi-psichici/donna/quando-il-padre-ha-un-disturbo-narcisistico-di-personalita-dnp/

[2] FILIPPINI, Sandra. Relazioni perverse – La violenza psicologica nella coppia, FrancoAngeli, 2014, p. 19

[3] Comportamenti tipici anche dei pazienti borderline. Vide Franco DE MASI, Lavorare con pazienti difficili, Bollati Boringhieri, 2012 p. 210-211

[4] ARGENTIERI, Simona. L’ambiguità, Einaudi, 2008, p. 27

[5] LOWEN, Alexander. Il narcisismo – l’identità rinnegata, Feltrinelli, 2014, p. 47.

[6] FILIPPINI, Sandra. Relazioni perverse – La violenza psicologica nella coppia, FrancoAngeli, 2014, p. 89.

[7] Idem, ibidem.

[8] SECCI, Enrico Maria. I narcisisti perversi e le unioni impossibili, Youcanprint, 2014,  p. 7-8

[9] Libro 3, 406 d-e

[10] Op. cit., p. 186.

[11] Idem, p. 195.

[1] WHITAKER, Carl A. Il gioco e l’assurdo. Casa Editrice Astrolabio, p.1984,  155-156.

8 pensieri su “Il narcista perverso, l’onnipotente medico di sé

    1. “l’unico errore che ammettono di aver commesso riguarda averci conosciuto oppure averci ‘tanto amato’” anche questa è pura verità .
      Quando ad ottobre (mi pare, ho dimenticato 😉 ) riguardai il suo profilo era pieno di aforismi vittimisti in cui mi descriveva come un errore che aveva tanto amato perchè ingenua , buona e sincera.
      ” Se hai amato non è stato un errore… cit Raf” però come dice Mastrasade lo “sbaglio” siamo sempre noi ,mai che si mettessero in discussione. Si dicono “resilinti” ma li vedo solo come approfittatori che poi sputano nel piatto dove hanno mangiato e sivantano pure con sta storia della loro forza e resilenza.
      Quello che ho imparato è di lasciare veramente perdere non ne vale mai la pena per quel poco di gioia fugace e illussoria. Ce ne stanno tante di persone cosi , narcisisti ,bipolari,border , non importa nemmeno se abbiano una malattia mentale , so solamente che vedono le persone come oggetti e non soggetti.

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  1. Bellissimo articolo anche questo. Mi era sfuggito. Cercherò dei libri di Lowen. Io che vivo in una grande città ho conossciuto la frenesia che descrive: tanto lavoro, troppo, mai pagato il giusto e poi i figli la scuola lo sport il pranzo la cena e mai un minuto per me stesso. Ne soffrivo, mentre la mia ex sanguisuga sembrava sguazzarci, nello stress e nella folle frenesia del lavoro e continuava ad assumersi impegni senza che nessuno glie lo chiedesse. Quando ho rallentato il ritmo, a costo di guadagnare meno, è venuta fuori la vera lei: lo schiavo non si lasciava più fustigare e il suo castello di sabbia e m…a era in pericolo: era il momento di tirare fuori le unghie più affilate e lo ha fatto con una cattiveria indegna di un essere umano. Mai una parola chiara sui disagi che provava, mai un tentativo di risolvere le questioni in sospeso: ha trovato altro e se.lo è vissuto alla faccia mia e dei figli, senza remore. Vai a sapere se era la prima volta, probabilmente no. Ciò che consola davvero, una volta compreso, è che sono dei poveracci e che la persona che pensavamo di avere acccanto non esiste, in realtà.

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    1. Proprio cosi Guglielmo ! le nostre storie sono diverse ma tutte simili .Quanta rabbia mi sono sempre colpevolizzata perchè lavoravo troppo ed ero sempre stanca, e mi lamentavo del lavoro .lui rideva e mi diceva che mi lamentavo per nulla ,quando ho preso il part time si è trovato un altra. un amica ..dice lui,che sapeva ascoltarlo!

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