Crescere con un genitore narcisista, il lungo processo di guarigione – Prima parte

Cari lettori, ecco un ampio estratto del libro The Narcissistic Family: Diagnosis and Treatment, pubblicato nel 2011 negli USA dai medici/psicoterapeuti  Stephanie Donaldson-Pressman e Robert M. Pressman. Si tratta del capitolo 2 intitolato “L’accettazione: la chiave per la guarigione”. La traduzione è stata fatta liberamente da questo blog. Gli autori sono psicoterapeuti specializzati nell’individuazione e trattamento dei traumi avvenuti nell’infanzia di uomini e donne cresciuti in famiglie disfunzionali in cui almeno uno dei genitori è narcisista.

In questa prima parte abbiamo le due prime tappe del processo di guarigione della ferita che ha portato molti di noi a “ritrovarsi” lungo il nostro percorso di vita un partner narcisista, magari identificandolo inconsciamente con qualcuno della nostra famiglia di origine. Sappiamo che ogni caso è un caso a parte, tuttavia, l’informazione libera che molti professionisti del settore hanno il piacere di condividere si rivela un’alleata preziosa nella comprensione delle trappole psichiche originate nell’infanzia di molti. Ricordo che provare a disinnescarle da soli senza l’aiuto terapeutico può rivelarsi una fatica immane, quindi, rilevo lo scopo informativo della pubblicazione.

I Pressman lavorano sulla responsabilizzazione degli adulti ricordando ai loro pazienti a ogni tappa della terapia che nonostante la loro infanzia difficile, la capacità di cambiare la propria vita appartiene unicamente al presente; dipende unicamente da loro e non più dalle eventuali mancanze dei loro genitori un radicale cambio di rotta nei rapporti affettivi.

È un processo lungo e molto difficile che passa attraverso la rabbia, l’impotenza, l’assegnazione di colpe reali e immaginarie ai nostri genitori fino a raggiungere il dono prezioso della consapevolezza di sé e della propria forza.

Buona lettura!

C.l.d.

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Porto ai lettori una serie di concetti che potrebbero servire a chi è stato cresciuto all’interno di una famiglia disfunzionale con uno o due genitori narcisisti. Uno dei concetti fondamentali è l’accettazione, da non confondere con la rassegnazione, cioè, quel particolare modo di pensare che ci porta a dire “le cose sono andate così”. Significa innanzitutto il riconoscimento e l’accettazione della realtà, di come veramente funzionava la dinamica familiare nella nostra infanzia e degli effetti, a volte devastanti, del nostro vissuto infantile nella vita di oggi.

Da bambini non eravamo responsabili di ciò che ci accadeva, ma da adulti siamo responsabili del nostro ricupero. Se siamo stati segnati dall’esperienza con la nostra famiglia di origine non significa che dobbiamo essere condizionati per sempre dalle cicatrici che ci hanno inferto i nostri genitori.

A volte ci preoccupiamo troppo ad attribuire le colpe alle noncuranze dei nostri genitori. Abbiamo la paura di riconoscere il quanto siamo arrabbiati con loro. È troppo facile attribuire loro ogni responsabilità: per i nostri rapporti sentimentali fallimentari, per il mancato raggiungimento degli scopi lavorativi, per la nostra indecisione, per la mancanza di pazienza con i nostri figli, ecc. Il concetto che la colpa, in qualsiasi caso, forse è irrilevante, è molto difficile da far capire ai sopravvissuti alle famiglie disfunzionali perché significa  privarli dai fantasmi con i quali sono abituati a prendersela.

ORO FUSO

Il concetto di colpa non ha niente a che fare con il processo di accettazione. Pensiamo all’oro fuso: può generare un gioiello oppure un vaso da notte. L’oro non deve prendere una decisione; non è “colpa” dell’oro se è diventato un gioiello oppure un vaso da notte.

È esattamente ciò che accade con i bambini nati in famiglie narcisiste. Indipendentemente dell’obiettivo, se giusto o sbagliato, ogni bambino è stato cresciuto in una certa maniera. Per capire e amare gli altri è importante vedere la realtà di come siamo stati plasmati. Durante l’infanzia siamo come l’oro fuso perché abbiamo il potenziale per realizzare il bene e la bellezza. È possibile che questo potenziale sia rinforzato e si sviluppi nel corso della crescita oppure che venga bloccato e sminuito.

In realtà il vaso da notte può essere nuovamente fuso, e sarà questo stesso oro fuso a trasformarsi nel gioiello che darà origine a una bella opera d’arte. In terapia spesso capita così: l’adulto capisce che ora detiene il controllo mai avuto durante l’infanzia e che può scegliere di vedere la realtà del suo passato liberandosi della colpa che gli è stata attribuita e scambiandola per la responsabilità di ristrutturare il suo presente. L’accettazione non distribuisce colpe o richiede il perdono, semplicemente riconosce la realtà e deposita il potenziale e la responsabilità di una sana trasformazione nello stesso sopravvissuto.

LE CINQUE TAPPE DELLA GUARIGIONE

Lavorando con il modello della famiglia narcisista si scoprono cinque tappe percorribili per le vittime durante il processo di recupero.

Tappa Uno – Ricapitolare

Nella prima tappa il paziente è invitato a togliere “la benda dagli occhi” per vedere la realtà della sua infanzia. Questo significa liberarsi da fantasie tramandate dalla famiglia nel tempo. Significa accettare che né tutto era perfetto, che da bambino non aveva il controllo, che le cose non erano mai state belle come la famiglia propagava. Significa che l’individuo mai potrà ricreare questa famiglia “ideale” – perché, di fatto, non è mai esistita. I continui sforzi di  “fare le cose correttamente” (creare o ricreare una famiglia ideale) sono una perdita di tempo, perché non può e mai potrà esserci la perfezione. Da piccolo il paziente credeva di avere il potere di cambiare gli altri; lei o lui, anche quando adulti, non avranno mai questo potere.

Il problema della resistenza. In questa tappa la maggior parte dei pazienti non è disposta a ridefinire la propria esperienza con la famiglia di origine confrontandola con la realtà, poiché implica incolpare il sistema parentale con l’intuito di liberarsi “facilmente” da qualsiasi responsabilità verso sé stessi. Ricapitolare richiede un approccio terapeutico costante basato sulla realtà del passato, sul modo come il paziente è stato danneggiato; il tutto senza badare a quanto sia stato amorevole o ben intenzionato il sistema parentale – qui non prendiamo in considerazione gli sforzi del paziente di comprendere l’infanzia difficile avuta dai genitori, che esistevano seri problemi finanziari, che la madre era mentalmente malata – ciò che importa al terapeuta della realtà di un paziente cresciuto in una famiglia narcisista è che i suoi genitori (o almeno uno di loro) erano incapaci di soddisfare i suoi bisogni emotivi.

Il concetto di responsabilità senza colpa è molto difficile da far comprendere ai pazienti. Ecco un punto in cui il progresso terapeutico può  “inciampare”. Quando riteniamo di essere andati oltre e di aver fatto evidenti progressi in terapia, improvvisamente ritorniamo alla vecchia lamentela: è tutta colpa dei miei genitori – non posso incolpare i miei genitori – è una scappatoia troppo facile – sono io l’inadeguato/l’imbecille, ecc. Bisogna comprendere che il paziente ha bisogno di ascolto, di avere i suoi sentimenti convalidati, di essere re-focalizzato sulla realtà della sua infanzia e in che modo tutto ciò lo condiziona. Giacché questa è una tappa molto difficile e allo stesso tempo essenziale nella terapia abbiamo creato alcune strategie terapeutiche per facilitare il processo di riformulazione (dell’esperienza) e rieducazione (delle abilità che sono state insegnate incorrettamente o semplicemente omesse).

La Fotografia. È molto importante per i pazienti cresciuti in famiglie narcisiste avere un’idea realistica di chi sono stati da bambini. Una delle fantasie di fuga durante l’infanzia è stata quella di immaginarsi in qualche modo responsabili dei problemi della famiglia (perché erano cattivi, sempre in difetto, stupidi, ecc.); diciamo che era un modo di avere il controllo della situazione per la convinzione che “quando qualcosa si rompe, posso aggiustarla io”. Da adulti, i pazienti hanno coltivato un’idea distorta sulle loro responsabilità (o influenza), nulla sanno del reale controllo avuto e nemmeno chi sono stati da piccoli. Una tecnica utile per ricondurre alla realtà è chiedere loro una fotografia nella quale appaiono tra l’età di tre e sette anni e di metterla poi all’interno di una bella cornice in luogo ben visibile. La fotografia deve evidenziare com’erano realmente da bambini; la cornice speciale implica il valore e l’apprezzamento della loro immagine innocente; osservare costantemente la fotografia costringe i pazienti a essere pronti per affrontare la realtà del passato.

Si tratta di un esercizio molto interessante e illuminante per i pazienti. Ogni tappa rappresenta un’opportunità per imparare circa la dinamica della loro famiglia di origine e dei bambini che sono stati. Ritrovare le fotografie certe volte è un problema: può capitare che non esistano, o che il paziente non riesca a ottenere una (e se la conseguirà!), oppure che non esista una in cui appaia da solo. L’esperienza di cercare una cornice è un altro problema per molti pazienti: lui o lei non hanno avuto il tempo; non hanno trovato la cornice adeguata; era troppo costosa o semplicemente non volevano partecipare all’esercizio. Noi, però, dobbiamo continuare a insistere su questo punto: il paziente dovrà trovare una cornice e metterla in un luogo ben visibile. Insistendo sempre il paziente probabilmente lo farà.

Vedersi da bambini fa regolarmente molta impressione ai pazienti. Gli adulti si commuovono, erano così piccoli, carini, eppure detentori di una luce speciale. Alcune fotografie sono tristi, altre allegre. Rievocano memorie e riflettono alcuni aspetti della realtà dell’infanzia del paziente. Alcune volte, tuttavia, è estremamente doloroso per i pazienti osservare le fotografie perché si tratta di un ricordo troppo destabilizzante del passato, l’esercizio porta a gala molti sentimenti e può durare settimane, addirittura mesi per essere completato. Il beneficio che intendiamo raggiungere è quello di portare a gala la realtà: che erano soltanto bambini, e non piccoli adulti; che erano piccoli, impotenti e dipendenti. Che controllavano pochissimo ciò che succedeva nella loro vita, figuriamoci assumersi la responsabilità per l’intero circuito familiare.

Dopo un po’ suggeriamo che i pazienti dicano qualcosa di positivo al bimbo della foto (“Eri molto carino”, “Eri graziosa”, “Tu meritavi di essere amata”, “Ti amo”, “Hai fatto ciò che potevi per compiacere”, ecc.). Giacché probabilmente da adulto il paziente ha speso molto tempo colpevolizzandosi per tutto ciò che accadeva quando era bambino (specialmente nei casi di abuso comprovato), questa può essere una tappa importante nel processo di guarigione. Nuovamente i tempi sono abbastanza lunghi. Soprattutto nei casi di abuso sessuale è molto comune che l’adulto manifesti odio per il bambino che era stato – che lo veda come un bambino cattivo, sporco, orribile, debole, ecc. Quando ci capita questo tipo di riscontro invitiamo il paziente a fare un giro in qualche parco giochi oppure in un luogo di ritrovo per bambini piccoli. Egli deve immedesimarsi, immaginare che l’abuso che ha subito stia capitando a qualcuno di quei bambini e porsi alcune domande: “Questo bambino è cattivo? Merita l’abuso che ho subito?” Se il paziente ha dei figli, se c’è qualcuno che ama e che fa parte della sua vita è utile che lui/lei rifletta sul proprio abuso in termini di “questo bambino o questa bambina”: il mio bambino è responsabile? È una bambina/bambino cattivo? Merita ciò che è successo a me? La risposta è ovviamente no!

A volte sollecitiamo che il paziente faccia un regalo al bimbo della foto: un fiore è il regalo d’amore più simbolico (tanto per gli uomini quanto per le donne), ma anche una piccola mazza da baseball oppure un dolce – qualcosa che renda evidente l’amore del paziente – è positivo.

Quando l’adulto impara ad accettare e amare il bambino della foto ha tuttavia un lungo percorso da fare fino ad accettare e amare la versione adulta del piccolo.  Risulta anche molto più capace di valutare realisticamente quanta responsabilità e controllo ha avuto tanto nel passato quanto nel presente.

Saper dividere in compartimenti. Il concetto di compartimentalizzare è importante. Il paziente impara a discriminare ciò che appartiene a lui (perché possa assumersi le proprie responsabilità) da ciò che appartiene agli altri. Uno dei più grossi problemi degli adulti cresciuti in famiglie narcisiste è la tendenza ad assumersi le responsabilità per avvenimenti sui quali hanno avuto poco o nessun tipo di controllo (un meccanismo identico a ciò che accadeva quando erano bambini ed essenzialmente impotenti), ma si rifiutano tuttora ad assumersi la responsabilità sul presente (sulla realtà da adulti con molto più controllo e potere decisionale sulle azioni che realizzano).

(…)

Il problema della generalizzazione. Gli adulti cresciuti in famiglie narcisiste tendono a generalizzare il tema della responsabilità e della colpa finendo per sostenere posizioni del tipo “o tutto o niente”. Per via del giorno della settimana, le fasi della luna, o l’atteggiamento del cameriere, decidono che sono i responsabili di tutto (“Oh no! Piove! Sarà qualcosa che ho detto?”) o di niente (“Siccome ha avuto da ridire sul mio ritardo al lavoro di tre ore, rimproverandomi per essere ancora in jeans gli dissi di prendersi il lavoro e di ficcarlo laddove il sole non batte!)

La tendenza a generalizzare si mostra anche nella propensione a connettere circostanze senza alcun tipo di relazione tra loro forzando un rapporto causa-effetto. Il seguente aneddoto illustra il punto:

Marie: Sono una perdente in tutti i sensi. Hanno rifiutato i miei assegni, Johnnie è stato bocciato all’esame di grammatica e lo scaldabagno è rotto.

Terapeuta: Sono confuso. Non sono d’accordo sulla tua affermazione di essere una perdente. Capisco che ti senti così a causa degli assegni rifiutati. Tuttavia non riesco a vedere la connessione tra l’esame di Johnnie e lo scaldabagno.

Marie: Sono un incompetente. Se io fossi una persona più in gamba tutto ciò non sarebbe accaduto!

Terapeuta: Mi stai dicendo che Johnnie non sarebbe stato bocciato e che lo scaldabagno non si sarebbe rotto se soltanto fossi stata più in gamba?

Marie: Proprio così!

Per riuscire a valutare i problemi di responsabilità e controllo di modo più realistico, i sopravvissuti devono essere capaci di mettere le emozioni derivate da eventi distinti in compartimenti diversi per meglio differenziare i tipi di sentimenti, la severità e l’urgenza delle situazioni, il grado di responsabilità e il grado di potere/controllo.

Le Scatole. Una ferramenta molto benefica per guidare i pazienti a mettere ogni cosa nel suo corrispettivo posto (l’arma contro la generalizzazione) è la tecnica delle “scatole”. Nel suo modo più rudimentale, la usiamo per far passare il concetto che diverse realtà possono esistere simultaneamente. Per esempio:

• Un padre ha avuto un’infanzia terribile, è stato costretto a lavorare sessanta ore a settimana in un lavoro tremendo, dopo essersi sposato la moglie se ne va abbandonandolo con i tre figli, l’uomo fa ciò che può per tenere insieme i suoi ragazzi, tuttavia;
• uno dei figli cresce timoroso e insicuro, triste e spaventato per la freddezza del padre, ha la sensazione che nessuno l’ha protetto di quell’assenza, si sente stupido, senza alcun valore, senza sapere cosa avrebbe potuto fare per meritare l’attenzione paterna, inoltre si sente in difetto perché sua madre ha scelto di abbandonarlo da piccolo.

Per i fini della terapia abbiamo soprannominato il primo compartimento  “Scatola 1”. In questa scatola diciamo al paziente di mettere la realtà del padre: lunghe assenze, povertà, paura, mancata genitorialità, mancanza di attenzione, mancato sostegno, ha fatto ciò che poteva. Il paziente può comprendere e riconoscere la durezza della situazione paterna. Mettiamo da parte la numero 1, e prendiamo la “Scatola 2”. Essa rappresenta il secondo riquadro della situazione, contiene la realtà della sua esperienza da bambino/adulto: mi sentivo invisibile, mi sentivo spaventato e inadeguato, lavoravo duramente senza alcun tipo di riconoscimento, mi sentivo solo, avevo la speranza che facendo di più e non causando problemi avrei avuto un po’ più di attenzione – anche se fallivo sempre.

Il paziente è portato a comprendere che entrambe le scatole sono reali. Il fatto che il padre abbia fatto degli sforzi non significa che il bambino non abbia subito dei danni. Entrambe le scatole sono vere ed esistono per conto proprio: una di loro può essere messa da parte per esplorare meglio l’altra. È questa l’essenza del dividere in compartimenti.

Nella forma più completa di questa tecnica i pazienti iniziano un gioco nel quale disegnano scatole immaginarie per contenere diverse categorie di sentimenti. Chiediamo loro di descrivere la scatola mettendola in relazione con una varietà di parametri. La tecnica è preziosa nel senso di aiutare i pazienti a riconoscere, etichettare e pertanto convalidare i loro sentimenti. Serve anche ad aiutarli ad acquisire un senso di dominio e di controllo.

Tutto ciò permette ai pazienti, con l’azione di visualizzare, la contemplazione di quei sentimenti che sono finiti. Dentro la scatola c’è qualcosa che ha una sua dimensione, forma e massa –  cioè, può essere quantificata: ciò che possiamo quantificare può essere controllato.

Questo esercizio può diventare molto complesso. I pazienti, sempre più “coinvolti” possono cominciare a confezionare scatole di misura, forma, colori e decori sempre più elaborati. Con la tecnica delle scatole i pazienti imparano a dividere una serie di situazioni e di sentimenti, es.:

  1. Il contenuto della scatola: “I compiti di Susy”, “Visitando l’ospedale”, “Il mio lavoro”, “Il viaggio verso la casa della madre di Felipe”, “Vietnam”, “Andare alla chiesa”, “Paura”, “Vendicarmi”, “I nostri risparmi”, “L’incidente”, “Cocaina”, ecc.
  2. L’organizzazione della scatola: imballata, scrupolosamente piegata, all’interno di una sacca, impilata, disordinata, perfettamente avvolta nel tessuto, sporca di grasso o di polvere, pulita e stirata, ecc.
  3. L’apparenza della scatola: rosa, nera, arancione, ricoperta di tessuto stampato rosa, tutta schiacciata e ammaccata, quadrata, una scatola porta cappelli, color lavanda con perline, enorme, piccola e rotonda, ecc. (…)

Quando si lavora con il concetto di accettazione ci sarà sempre una scatola con l’etichetta “la situazione con i miei genitori” (o “Mamma e Papà”), un’altra con la scritta “i miei sentimenti” (o “il piccolo Jaime”); il paziente può quindi mettere tutte le ragioni delle azioni dei suoi genitori dentro della prima scatola (con tutti gli altri attributi/ricordi come “non avevano soldi”, “papà la picchiava”, “faceva biscotti al forno”, “fece il meglio che poteva”, ecc.). Nella scatola personale del paziente egli può mettere i suoi sentimenti: “mi sentivo non amato”, “cercavo di essere buono/a”, “ero grasso/a”, “mi sentivo stupida”, “mi sentivo inadeguata”, “non sapevo come rapportarmi con le persone”, e altro.

Il terapeuta deve ricordare sempre al paziente che le scatole sono due entità distinte. Devono avere dimensioni e aspetti diversi, inoltre vanno messe in posti differenti. Non si relazionano fisicamente una con l’altra; il loro contenuto non va mischiato perché entrambe devono essere chiuse e legate con un laccio. Entrambe sono reali ed esistono simultaneamente con dei codici propri. Entrambe sono valide. Non importa quali sono state le ragioni del contenuto della scatola dei genitori, la realtà è che i suoi bisogni da bambino non sono stati soddisfati. Sono stati questi bisogni non soddisfati a riempire la scatola dei genitori dell’adulto.

Liberarsi della negazione. La prima tappa dell’accettazione potrebbe anche chiamarsi “abbandonando la negazione”. Questa tappa non implica colpa o recriminazione; è semplicemente l’accettazione della realtà. Probabilmente è la prima volta che il paziente è motivato a guardare la realtà dell’educazione ricevuta. È sempre un percorso doloroso. Più avanti, dopo poco, il paziente può cominciare ad assegnare colpe a destra e a manca ed esperimentare una grande rabbia. Ma se la colpa è motivata sin dall’inizio rischiamo di sopraffare il paziente portandolo ad abbandonare prematuramente la terapia.

Tappa due: Elaborazione del lutto per la perdita della fantasia

Questa tappa è una delle più dolorose e liberatorie per i pazienti. Riconoscere che la famiglia “perfetta”  non può essere ricreata (perché mai esistita) è molto triste. Ci sembra di rimuovere le ultime vestigia di speranza dei pazienti, la speranza di una “vera famiglia”. Tuttavia, i pazienti cominciano a pensare che possono smettere di sprecare la loro energia emotiva cercando di ricreare una situazione mai esistita o di ottenere l’approvazione che mai avrebbero avuto. L’enorme quantità di energia immagazzinata con tutt’altro scopo ora  è pronta per essere spesa con obiettivi più alettanti, come costruire una vita piena con persone maggiormente capaci di soddisfare i suoi bisogni.

Gli adulti cresciuti in famiglie narcisisti si attaccano alla fantasia di poter manipolare e controllare il sistema familiare per ottenere il riconoscimento e l’approvazione richiesta (cioè, soddisfare i loro bisogni). Hanno avuto questa fantasia sin da bambini, e la mantengono da adulti. In realtà, per ovvie ragioni, hanno avuto poco controllo sul sistema parentale perché erano bambini e hanno tuttora poco controllo, anche se adulti.

Troviamo frequentemente in questi pazienti un fenomeno che abbiamo denominato “la speranza è l’ultima a morire”: si basa sul continuo imbattersi in situazioni con la loro famiglia di origine nella speranza che “stavolta tutto andrà diversamente”; a Natale cercheremo di volerci bene, oppure, in questo Natale ognuno avrà ciò che ha desiderato, mamma non si metterà a bere, nevicherà… può darsi che accada, ma non dipende da loro. Credono così di poter ricreare la famiglia perfetta e mai avuta. Ma non potevamo “far sì che accadesse”  durante l’infanzia, e tanto meno lo possono ora.

Concentrare le energie in questo tipo di fantasia è distruttivo per diverse ragioni:

1. Presuppone che il paziente sia cattivo o difficile; se lui/lei poteva far meglio, essere diverso, trovare la chiave, allora poteva soddisfare i propri bisogni. In altre parole, concentra la colpa esclusivamente nella vittima.

  1. Mantiene il paziente immerso nel sistema familiare, impedendolo di portare avanti la sua idea di famiglia, di vivere liberamente i suoi rapporti. È una perdita di tempo.
  2. Fornisce al paziente l’idea che mai potrà ottenere ciò che aspira, cioè, che il sistema parentale non sarà mai capace di soddisfare qualsiasi bisogno abbia. Lo scenario terapeutico dell’accettazione è destinato così al fallimento poiché
  3. Provoca situazioni in cui le opportunità d’interazioni sane con il sistema parentale – che può capitare qualche volta – vengano vanificate grazie al mantenimento costante di aspettative poco realistiche; la rabbia conseguente può rendere impossibile qualsiasi interazione un po’ più rilassata. In sintesi, crea un modello di occasioni mancate.Quando i pazienti riescono a piangere la perdita di ciò che avrebbe dovuto essere (ma in realtà, ovviamente, non avrebbe mai potuto essere), lui o lei sono pronti per andare avanti. Non hanno potuto e non possono cambiare la loro famiglia d’origine, ma hanno acquisito il controllo e il potere di cambiare sé stessi per migliorare la loro qualità di vita. Inoltre, forse si apriranno alla possibilità di sviluppare un rapporto più realistico con la propria famiglia di origine, giacché hanno abbandonato i tentativi di manipolare o controllare la realtà per ottenere la loro approvazione. In altre parole, forse decideranno trasformare il vaso da notte in un’opera d’arte.

SEGUE…

3 pensieri su “Crescere con un genitore narcisista, il lungo processo di guarigione – Prima parte

    1. Cara Tatjana, quando ero piccola avevo paura di tutto. A parte il buio, salire sull’altalena e gli animali impagliati, avevo paura delle macchine fotografiche. Risultato: in TUTTE le foto della mia infanzia fino ai 4 anni di età appaio piangendo come una disperata. Di solito cercavano di distrarmi con qualcosa ed in alcune appaio con la faccia da pianto. Ero una bambina tesa, spaventata e… molto intuitiva. Decade dopo scopro dalla mia sorella maggiore in quale contesto sono nata e quindi capisco il perché di tutte queste mie paure. Le nostro foto da piccoli sono l’emblema delle nostre carenze affettive, della nostra intuizione, della nostra indole… Sì, dobbiamo ‘prenderci in braccio’ e cullarci con tutto l’amore che ci è mancato.

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