Crescere con un genitore narcisista, il lungo processo di guarigione. Parte finale

 The Narcissistic Family: Diagnosis and Treatment

Stephanie Donaldson-Pressman e Robert M. Pressman

Trad. Claudileia Lemes Dias

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TAPPA TRE: Il riconoscimento

La terza tappa dell’accettazione implica riconoscere le conseguenze dell’essere cresciuto in una famiglia narcisista e della ripercussione nella vita attuale dell’individuo. Vuol dire essere capace di identificare alcuni aspetti caratteriali di se stessi per concludere “Ora so da dove deriva tutto ciò!”. Per esempio, un paziente può arrivare a dirci “Non posso essere assertivo perché non posso dire alle persone come mi sento. Ora capisco che non posso dirlo perché non so come mi sento. Non so come mi sento perché quando ero piccolo nessuno mi domandava come mi sentivo. Infatti, per sopravvivere nella mia famiglia di origine ero costretto a seppellire i miei sentimenti. I miei sentimenti non solo erano poco importanti, ma anche potenzialmente pericolosi. In sintesi, non mi è stato permesso avere dei sentimenti”. Questa tappa riguarda il riconoscimento dei tratti caratteriali presenti come un riflesso delle esperienze passate.

Una considerazione terapeutica importante e che i pazienti avvertono il bisogno di sentire è la seguente: per quanto i tratti sviluppati durante l’infanzia siano ritenuti disfunzionali ora (poiché adulti), al suo tempo sono stati preziosi. Sono state proprio quelle caratteristiche e abilità che oggi non servono più ad aver permesso al paziente bambino di sopravvivere all’interno della famiglia narcisista; i pazienti hanno bisogno di essere valutati positivamente dal terapeuta, avevano sviluppato un meccanismo di difesa contro le situazioni difficili. Ora, tuttavia, la situazione è cambiata; essendo adulti detentori di potere e di controllo il loro meccanismo difensivo va ristrutturato. È vitale per la formazione di un auto-immagine positiva che i pazienti siano motivati ad avere rispetto per i bambini che sono stati, per la loro capacità di sopravvivenza. Dopotutto sono essenzialmente una versione ingrandita di quei bambini, soltanto un po’ più matura: meritava rispetto al suo tempo, e lo merita tuttora.
Buona parte dei bambini provenienti da famiglie narcisiste sono intolleranti alle critiche aperte o implicite. Considerano il rifiuto a qualcosa che hanno fatto, pensato o sentito come un rifiuto alla loro persona. La percezione di sé stessi è amorfa, per questo troppo vulnerabile. È un modo di manovrare meglio gli eventuali feedback negativi. Le considerazioni terapeutiche nuovamente hanno a che fare con la validazione e il rispetto dei meccanismi di sopravvivenza del bambino, così come la validazione della necessità adulta di cambiare alcuni aspetti. Molti di questi individui diventano “compiacenti” con l’intento di evitare i feedback negativi prima ancora che siano esternati. Per questi pazienti è lo sguardo altrui a rispecchiare il loro reale valore (“Se nessuno si arrabbia con me, sto bene”; “Se qualcuno – dal capo al bambino per strada – si arrabbia con me, mi critica, mi guarda strano, allora sono cattivo, stupido e non ho alcun valore”; ecc.). Credono di essere misurati dal modo come gli altri reagiscono a loro.

Tornando al pozzo d’acqua.

In questa tappa di riconoscimento i sopravvissuti sono colpiti da un fenomeno che abbiamo denominato “ritorno al Pozzo d’acqua”. Vuol dire semplicemente applicare i nuovi punti di vista e fortezze che hanno eretto e acquisito in terapia per rendere positive alcune situazioni disfunzionali. I pazienti credono di essere pronti per affrontare nuovamente tali situazioni (una famiglia di origine narcisista, un marito o una moglie alcolizzati, un rapporto sentimentale abusivo) per proporre cambiamenti. Ora che hanno acquisito un po’ di conoscenza credono di essere forti abbastanza da tornare e far meglio – perché stavolta non saranno più al gioco. Questo comportamento tende a manifestarsi più fortemente in occasioni annuali come i compleanni, il Giorno del Ringraziamento, i Natali, gli anniversari di matrimonio. Il desiderio di mettere in pratica le abilità appena imparate per migliorare i comportamenti inadeguati di un tempo può portare il terapeuta a strapparsi i capelli.
Per far capire meglio utilizziamo una metafora: supponiamo che hai un pozzo nel cortile sul retro di casa. Immaginiamolo pittoresco: è rotondo, fatto di pietra, con un piccolo tetto sopra e un secchio che potrai utilizzare per abbassare e raccogliere l’acqua fresca. Hai molti ricordi piacevoli di quel pozzo, andavi lì con tuo nonno o qualche parente, erano loro ad aiutarti a far salire il secchio. Ti sentivi importante e orgoglioso di far salire l’acqua. Un giorno, però, hai scoperto che avevano avvelenato l’acqua del pozzo perché quando l’hai bevuta, ti sei ammalato. Eri triste perché non potevi più tornare al pozzo per prendere l’acqua fresca. Hai riflettuto tanto sul da farsi e alla fine hai avuto un’idea: “Tornerò al pozzo, stavolta con un secchio nuovo!” E così, con il tuo secchio nuovo ritorni a prendere dell’acqua. Dopo averla nuovamente bevuta, ti ammali. Il giorno dopo torni ancora, ma con la tua giara preferita, quella con le mucche dipinte: la bevi e ti ammali. Stanco, decidi di prendere l’acqua con un bicchiere di plastica, magari usando una cannuccia, e ti ammali ancora. Allora cerchi di bere l’acqua direttamente, sporgendo la testa finché puoi…
Arrivati a questo punto i pazienti capiscono. Quando ritorniamo alle situazioni dolorose e disfunzionali con la speranza di “far bene”, stiamo preparando lo scenario per un nuovo fallimento e una nuova ondata di dolore.
Il riconoscimento di queste condotte condivise da molte persone cresciute in una realtà narcisista è un punto cruciale nel processo di guarigione. È la base per rimodellare l’oro fuso.


Tappa quattro: Valutazione

La valutazione richiede al paziente un’analisi della sua attuale situazione, un’osservazione sui tratti della personalità che ora “possiede” per decidere quali aspetti vuole mantenere, quali non sono più funzionali o quali hanno bisogno di essere cambiati.

In questa tappa i pazienti tornano a incolparsi in gran misura con commenti del tipo “I miei genitori non erano poi tanto cattivi”, oppure “Mi sento in colpa di venire qua ogni settimana a gettare fango sulla mia famiglia; non è giusto, sai, perché lei sta ascoltando unicamente la mia versione dei fatti”. A queste affermazioni rispondiamo comunemente che “Questa non è una Corte marziale; non siamo qui per decidere chi sostiene la ‘Verità’, ma per parlare dei tuoi sentimenti e delle tue percezioni. Se i tuoi genitori avranno voglia di parlare dei loro sentimenti e percezioni possono sempre cercare un terapeuta”.

Poiché i pazienti tendono a “bloccarsi” anche in questa fase ricordando in tutti i modi come hanno “rovinato” la loro esistenza, tutte le cattive decisioni che hanno preso, tutto ciò che avrebbero dovuto dire e non l’hanno detto (o viceversa), tutte le persone che hanno permesso di abusare di loro, ecc., è molto importante che il terapeuta ricordi costantemente al paziente gli aspetti positivi della sua personalità. Un modo di indurlo a pensare positivamente senza sembrare superficiale (“Senza gonfiarmi il deretano di felicità”, come detto elegantemente da un paziente) è portarlo a riflettere su certe circostanze, ad. esempio:

• Il paziente non aveva informazione abbastanza da agire diversamente, ha preso le sue decisioni avendo poca informazione a riguardo.
• Il meccanismo di difesa del paziente forse non funzionava, ma grazie a lui è rimasto a gala – è stato mantenuto in vita – da bambino. Che abbia sviluppato un simile meccanismo è qualcosa di positivo, non di negativo; tuttavia, una volta adulto conviene sviluppare nuovi meccanismi.

Con base in questa parentesi il paziente è maggiormente in grado di sviluppare un piano di lavoro per portare alla conclusione l’opera d’arte che costruirà con il suo oro.

Tappa cinque: La responsabilità del cambiamento

La quinta tappa dell’accettazione si basa sul lavoro di cambiamento riguardo a quei tratti della personalità che hanno funzionato durante l’infanzia e che hanno facilitato la sopravvivenza del paziente, ma che ora sono disfunzionali nella sua vita adulta perché s’interpongono negativamente nel suo percorso di consapevolezza. In questa tappa il terapeuta diventa ancora più importante. Sarà colui che presenterà le scelte più sane, che illustrerà al paziente alcune possibilità che non facevano parte dell’ambiente in cui è cresciuto.

(…)


Incolpare e confrontare

Come abbiamo menzionato prima i pazienti, specialmente chi possiede una formazione molto religiosa, spesso riferiscono di aver provato a fare una terapia in passato ma che non sono riusciti a portarla a termine perché convinti di dover “odiare”, “rifiutare” o “affrontare”  i loro genitori (oppure il loro tutore disfunzionale). Il concetto di “incolpare” e “affrontare” non è essenziale nell’applicazione di questo modello; sono problemi individuali che il duo paziente/terapeuta dovrà lavorare caso per caso. Operando per anni con questo modello terapeutico abbiamo osservato che i pazienti entrano in contatto con la propria rabbia grazie alla mancanza delle frasi accusatorie del terapeuta. Dal momento che non c’è bisogno di difendere il sistema genitoriale, essi sono più capaci di osservarlo in modo realistico.

Quando la famiglia narcisista è stata traumaticamente abusiva: Il problema del confronto

Il desiderio di affrontare il molestatore/aguzzino, specialmente nei casi di abuso sessuale e aggressioni fisiche a volte è molto forte nelle tappe avanzate della terapia. Abbiamo osservato nel lavoro con sopravvissuti ad abusi sessuali infantili che quando le memorie cominciano a venire a gala l’immediato impulso del sopravvissuto – specialmente degli uomini – è tornare a confrontarsi con il molestatore/aguzzino per “farlo/a pagare per ciò che ha fatto”.

Avvertiamo che il confronto in queste tappe avanzate non funziona. Il paziente lo farebbe per ragioni non corrette e ne uscirebbe nuovamente ferito da questo processo. Nella terapia di gruppo, occasione in cui abbiamo visto passare centinaia di vittime, i confronti  che abbiamo ritenuto prematuri (e nonostante ciò sono stati realizzati) sono stati dannosi per i pazienti. Il confronto, alla fine, era diventato il centro della terapia per troppo tempo, di conseguenza il progresso del paziente aveva subito una battuta di arresto.

Il confronto è necessario e desiderabile per molti, ma non per tutti i pazienti. Alcune volte quando il paziente inizia la terapia, il molestatore/aguzzino è morto oppure ha cambiato città o nazione. In questi casi suggeriamo un gesto simbolico: un confronto simulato nello studio del terapeuta, una lunga lettera scritta e poi bruciata, una visita al cimitero per consegnare una lettera o dire alla persona morta come ci si sente. Quando è possibile un confronto diretto nello studio del terapeuta tra l’abusante e la vittima, facciamo un passo importante nel processo di guarigione. Attenzione, però, si tratta di un passo che va fatto con la motivazione giusta.

La “giusta motivazione” si basa sulle attese del paziente sul confronto. Se lui vuole una rivincita, ottenere una scusa, recare un danno fisico, portare l’abusante ad ammettere ciò che ha fatto per “metterlo in difficoltà” o per “ripulire l’aria e ricominciare da capo”, l’intervento certamente fallirà. Infatti, se il paziente desidera qualsiasi cosa dell’abusante il confronto è destinato a fallire. Finirà per sentirsi peggio dell’inizio della terapia, perché ha ridotto il confronto a un revival sui vecchi tempi. Si tratterebbe di ritornare al vecchio sistema genitoriale/abusante – per cambiarlo, controllarlo, manipolarlo o influenzarlo – consapevole di non poterlo fare. Ricordiamo che non ha il potere e il controllo sugli altri. Naturalmente si può “rendere pubblico” il dolore, però questa è un’arma a doppio taglio che ha bisogno di un’attenta valutazione del terapeuta.

La giusta motivazione del confronto è abilitare il sopravvissuto a dire all’abusante cos’è accaduto e come si sente in quanto sopravvissuto; quali implicazioni ha avuto tutto ciò nella sua vita, i sentimenti che prova per lui e nei confronti del mondo; il dolore che l’abuso ha causato in lui; e come si sente rispetto all’abusante. È un atto puramente egoista. L’intenzione non è quella di cambiare l’abusante o farlo ammettere ciò che ha fatto. Ciò che prova l’abusante non interessa ai fini terapeutici, poiché riguarda unicamente i sentimenti del sopravvissuto che avrà l’occasione di validare l’esperienza dell’infanzia parlando dei suoi sentimenti. La reazione dell’abusante è irrilevante. Quando il paziente sarà in grado di scrivere la lettera o di organizzare l’incontro senza nutrire alcun tipo di aspettativa il risultato del confronto sarà positivo. Il paziente avrà raggiunto il suo obiettivo.
È auspicabile che il terapeuta anticipi al paziente questo desiderio di confrontare l’abusante. Bisogna informare il paziente sulla nascita prematura di questa volontà e nel frattempo prepararsi per affrontare il momento. Nelle sedute iniziali, quando il paziente comincia a recuperare la memoria, i suoi ricordi, è il momento di lanciare la possibilità del confronto come un’opzione, qualcosa che il paziente forse avrà voglia di fare in un futuro lontano. Quando la forte urgenza di un confronto sorge prematuramente, suggeriamo al paziente di rinviarlo di una settimana: “Non lo facciamo questa settimana – prenditi questi giorni per decidere bene”. Oppure suggeriamo “Perché non ci porti la lettera prima di inviarla? Possiamo rivederla insieme per assicurarti su cosa vuoi dire esattamente”. Siamo molto diretti quando diciamo al paziente che è prematuro e perché crediamo che sia. Lo facciamo però in modo affettuoso lasciando a lui la possibilità di farlo “nel corso della prossima settimana” o dopo “averci portato la lettera”. Non vogliamo che si senta rifiutato o bloccato.

Ecco che se il paziente decide di andare contro il nostro consiglio proverà meno imbarazzo quando lo racconterà. Tutto sommato avevamo lasciato la porta aperta alla possibilità di realizzare l’incontro – anche se solo un po’…

Il perdono
Il perdono tantomeno è parte integrante di questo modello terapeutico. Quando ci chiedono sulla possibilità di perdonare l’abusante conviene spiegare al paziente che si tratta di un ambito più spirituale che psicologico. Il tema del perdono è stato ampiamente trattato da Scott Peck, Bass e Davis e altri, noi non lo consideriamo per fini terapeutici (2). Con base nella nostra esperienza la pressione auto imposta di perdonare l’abusante a volte blocca il cammino dell’effettiva ripresa poiché determina uno shock tra la necessaria espressione della rabbia e l’auto-validazione dei sentimenti dell’abusato. Quando i pazienti ci chiedono di parlare sull’argomento rispondiamo che con base nella nostra esperienza il perdono è più un sentimento o un modo di essere, il che non necessariamente implica un atto formale. Il perdono, quindi, non può essere legittimato o sottomesso a qualsiasi tipo di decisione terapeutica; se capita, accade da sé. Ciò che chiediamo al paziente durante le sedute è una riflessione sulla realtà, non un giudizio.

Conclusione

Accettare la realtà di crescere in una famiglia narcisista rappresenta più della metà della battaglia verso la guarigione. Un aspetto interessante di questo modello, come abbiamo evidenziato in precedenza, è la mancata necessità di assegnare colpe o emettere dei giudizi, di confrontare e di perdonare. È un modello che implica il riconoscimento sul modo come abbiamo imparato ciò che sappiamo oggi e come possiamo re-imparare ciò che ci serve per avere una vita più soddisfacente. Togliendo dalle spalle dei pazienti la responsabilità per gli aspetti disfunzionali manifestati da bambini e riassegnandola al processo di guarigione perché adulti, ricordiamo ai pazienti che nonostante effettivamente modellati dalle esperienze vissute, non hanno più bisogno del passato per definire ciò che sono.


Note

1. Alcoholics Anonymous, Alcoholics Anonymous (Cornwall, NY: Cornwall Press, 1939).
2. Scott M. Peck, The Road Less Traveled: A New Psychology of Love Traditional Values, and Spiritual Growth (New York: Simon and Schuster, 1978); Ellen Bass and Laura Davis, The Courage to Heal: A Guide for Women Survivors of Child Sexual Abuse (New York: Perennial Library, 1990).

4 pensieri su “Crescere con un genitore narcisista, il lungo processo di guarigione. Parte finale

  1. Salve! I tuoi articoli sono interessantissimi. Avevo già commentato altri tuoi scritti. Mi permetto di farti una domanda se posso, sempre in relazione alla situazione che ho vissuto. Quella donna quarantenne, madre, separata dal marito, viveva, come già avevo scritto, in una famiglia difficile.. il papà despota.. cattivo.. menefreghista.. che si arrabbiava con la figlia per cose anche poco importanti.. da sempre.. e mostrava continuo disinteresse verso lei e il figlio di lei.. disinteresse e critiche. Lei sembrava soffrire tanto di questa situazione (tanto da farne il cardine del suo vittimismo verso me) mi espose la sua condizione non subito ma gradualmente. Io non ero minimamente a conoscenza di queste tematiche e problematiche così aspre che potevano nascere dentro una famiglia. Spesso era rabbiosa verso il padre.. (la madre non difendeva mai la figlia) e quando sentivo che le loro liti sbocciavano anche per cose futili con le presunte urla del papà non volevo credere che un padre fosse capace di ciò. Sembrava giustificare i nervosismi e urla del padre (che si alternavano al menefreghismo da come ho potuto capire) come se dipendessero da problemi fisici, pressione alta o simili. Come se lo volesse giustificare. Non mi convinceva. In tanti altri siti che trattano tematiche del genere sembra che figli di genitori del genere trattino a loro volta i loro figli in quel modo… questa donna era si fredda e quasi mai soddisfatta di quello che io potevo o provavo a darle sentimentalmente parlando (nonostante ero davvero innamorato non mi sono mai fidato dei suoi sentimenti per me) ma era molto attenta ai bisogni del figlio.. severa il giusto.. ma sempre presente per lui. E’ vero secondo te che figli di genitori del genere riversano le loro eredità comportamentali sui loro figli oppure no? Ovvero.. figli di genitori del genere, devono diventare per forza come loro? Forse no.. Un saluto e complimenti per le tematiche difficili che affronti con precisione e semplicità.

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    1. Gentile Marchigiano, la domanda che mi hai posto può soltanto essere risposta con base nella mia personale esperienza. Provengo anch’io da una famiglia altamente disfunzionale e la risposta è DIPENDE. Dipende da cosa? Mi chiederai. Ecco, dipende da quei meccanismi difensivi che ognuno di noi ha sviluppato nel corso dell’infanzia. Ti faccio un esempio molto semplice: A e B sono sorelle che hanno avuto una madre molto violenta, forse borderline. Quando la madre sfogava la sua rabbia su di loro A piangeva subito, attaccandosi alle gambe materne e implorando che la smettesse ancor prima che cominciasse; B, invece, non piangeva mai, neanche quando la madre si accaniva particolarmente su di lei. Un giorno A chiese a B come faceva a sopportare il dolore delle cinghiate senza versare una lacrima… Risposta: “Immagino che prima o poi l’armadio cadrà sopra la sua testa. Fisso l’armadio e stringo i denti!”. Dopo qualche giorno la madre, nuovamente arrabbiata per via dell’armadio in disordine, picchia ancora una volta le due bambine. Stavolta A non piange ma stringe fortissimo i denti e segue il consiglio della sorella. B, invece, piange a dirotto. A fissa B e non si capacita: “Perché stai piangendo? Mi hai detto che…” “Piango per te, stupida! È stata dura, vero? Io posso farcela perché sono grande. Tu, invece, sei troppo piccola…”. Ebbene, ora posso dirti che A sono proprio io. Che cosa voglio dirti con questo? Che i meccanismi difensivi che s’inventano i bambini per sopportare i maltrattamenti o la noncuranza dei genitori sono molteplici e possono generare ogni sorta di comportamento con relazione ai figli: possono non volerli, trascurarli, amarli follemente fino a soffocarli, ricoprirli di sensi di colpa, restare indifferenti e freddi, essere violenti oppure dolcissimi e premurosi per compensare il disamore dell’infanzia. Tutto dipende della capacità di comprendere quali sono stati i loro bisogni non corrisposti da bambini per cercare di rimediare i buchi affettivi del presente contando unicamente con le risorse che hanno dentro. Un bambino maltrattato, ferito e umiliato nell’infanzia può avere una ricchezza interiore immensa. Il problema è che non lo sa. Anzi, alcuni lo sanno ma si guardano bene di provare a crescere perché guardarsi dentro ha i suoi costi emotivi: implica rinunciare alla superficialità e alle soluzioni facili per meglio dedicarsi a sé stessi e agli altri. È più facile evadere, manipolare, incolpare, mentire, usare le persone come “terapia” anti noia o tappabuchi quando salta un programma oppure guardarsi allo specchio e chiedersi: “In questi 40, 50, 60 anni della mia vita quante volte sono stato autentico/a? Quante volte sono stato me stesso/a? Quante volte sono stato leale con le persone che mi hanno voluto bene?” La domanda che dovresti porre a te stesso è: “Perché ho il desiderio di proteggere la mia quarantenne della sua voglia di non crescere e di restare fedele alla sua condizione di vittima?” Ricordati che se lei – una donna di 40 anni – non ha alcuna voglia di guardarsi dentro non sarà il tuo amore a “salvarla” da sé stessa…

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