Contatto zero e coazione a ripetere, l’essenza del circuito perverso

Una delle premesse positive del “contatto zero” è ricordarsi che i tuoi amici, i tuoi piatti preferiti, la musica che ti piace, la tua storia personale e la maggior parte dei tuoi affetti seguono intatti accanto a te. Sono loro il tuo bene più prezioso. Ciò che hai “perso” in realtà non è mai esistito. Da loro e dalla tua forza interiore dipenderà la tua capacità di non accettare più la commiserazione delle pacche alle spalle perché stai soffrendo. Sarà compito tuo, però, offrire alle persone che ti vogliono davvero bene quei validi motivi per essere ammirata/o, anziché compiaciuta/o.

Sappiamo che per uscire definitivamente del meccanismo innescato dal perverso narcisista (idealizzazione-svalutazione a tempo indeterminato) è necessario riprogrammare il cervello per amare in modo diverso, sedersi ancora una volta sui banchi della psiche per disimparare tutto ciò che ha distrutto le nostre sane difese.

Assumerti la responsabilità per gli eventuali errori commessi in una relazione perversa, ad. es. ignorando i primi segnali di pericolo, ti porterà a rinforzare gli anticorpi che ti daranno l’energia vitale venuta a mancare, soprattutto nella fase finale del non-rapporto.

Per essere immuni a un certo tipo di personalità contorta bisogna indossare una corazza di dignità e di fermezza contro ogni futura “aggressione vampirica”. Il che non significa barricarsi in casa per guardare il mondo con la lente di ingrandimento del sospetto e della paura ma innanzitutto evitare, per quanto sia possibile, di stringere con persone altamente tossiche “rapporti in cui sia necessario un accordo sostanziale, una valutazione comune di cose importanti, una condivisione di beni o di risorse, una progettualità che coinvolga un’unità sostanziale di intenti. Soprattutto sarebbe bene evitare di prendere decisioni insieme (…).[1]

Qual è il ruolo del terapeuta in questo tipo di pseudo relazione e come può ausiliare chi fa fatica ad allontanarsi dal campo energetico dei vampiri affettivi?

Quando il legame è forte non si può fare niente. Quando il vincolo si rompe, in generale è perché lo psicopatico ha abbandonato la partner, ed è questa la grande opportunità del complementare di uscire dal sistema. Il contrario è molto difficile. L’altro modo è quando il disagio è molto forte nel complementare, cioè, quando la sofferenza supera ampiamente i benefici che ottiene dal suo psicopatico. Arrivato a questo punto il complementare chiede aiuto. L’intervento terapeutico in questo caso, giacché si tratta di un rapporto atipico, deve essere anch’esso atipico. Non si può trattare nel modo standard un vincolo che non esiste.

La regola basica quando se vuole mantenere la distanza tra uno psicopatico e il suo complementare è il “contatto zero”, visto che l’ancoraggio è irrazionale e appena si vedono il circuito psicopatico è rimesso in funzione. Il terapeuta deve essere creativo e occupare un ruolo più attivo dello standard per ampliare le possibilità del complementare di uscire dalla sofferenza[2].

Perché gli terapeuti insistono tanto con i pazienti per evitare ogni tipo di contatto con il perverso? È possibile parlare civilmente? Certamente no. L’alto potere seduttivo che i perversi esercitano sui loro interlocutori, anche quando l’ascoltatore è al corrente dei loro inganni, determina la loro ricattura nella tela del ragno:

Uno dei miei ricercatori ha descritto un’intervista fatta con un carcerato: “Mi sono seduto e ho preso la mia cartella, la prima cosa che ho sentito da lui era che avevo occhi molto belli. Lui ha controllato totalmente il mio lavoro, ha rivolto complimenti circa la mia apparenza durante l’intera intervista, senza tralasciare neanche i miei cappelli. E così, quando ho finito di guardare i miei appunti alla fine dell’intervista, mi sentivo una persona rara… E molto bella. Sono una persona molto precisa soprattutto con il mio lavoro, un dato falso può screditare un’intervista. Quando sono uscito dalla stanza non riuscivo a capacitarmi di essere stato condotto nella conversazione, invece di condurla.” Gli psicopatici possono divagare e raccontare storie che sembrano improbabili facendo leva su tutto ciò che l’intervistatore conosce sul loro conto.[3]

Quando esiste la possibilità, il contatto zero va mantenuto a vita. La probabilità di un radicale cambiamento nella condotta perversa esiste unicamente nell’immaginario della parte più sana del “rapporto”. I pareri degli psichiatri e psicologi in questo senso sono unanimi:

Quando un terapeuta può incidere terapeuticamente sulla psicopatia di uno psicopatico? Mai. Perché essere così categorico? Molto semplice. La psicopatia è un modo di essere. Non è una malattia. Non è qualcosa che s’impara con i maltrattamenti infantili, vuol dire, non è qualcosa di appreso. È così. La storia di questo tema ci offre esempi di tutti i tipi di terapia; il risultato è sempre lo stesso. Continuano a essere ciò che sono. Possono modificare la loro condotta? Sì, se questo può portare qualche beneficio a loro stessi. Per esempio, possono diventare “carcerati modelli” perché sanno di ottenere una riduzione del 30% della pena. Possono andare in terapia perché il complementare quando è l’ospite, e lo psicopatico il parassita, esige che lo faccia. Insomma, quando conviene a loro.

Quando il terapeuta può sostenere il complementare? Quando il complementare è stanco del rapporto (l’effetto dello psicopatico sul complementare è quello del vampiro energetico: succhia la voglia, lo spirito del complementare, che diventa una persona “anemica” e logorata), oppure quando lo psicopatico lo lascia per qualcun’altro.

Tuttavia, nulla si può fare quando il circuito psicopatico è ancora vigoroso e il complementare dorme il sonno degli schiavi.[4]

Anche Robert Hare avverte sull’inutilità di qualsiasi pratica terapeutica o programma di riabilitazione destinato a psicopatici a causa della loro scarsa motivazione unita all’abilità di manipolare e mentire in ogni occasione. Anzi, per loro la terapia funziona al rovescio, afferma lo psichiatra, non solo non cambiano ma imparano nuove modalità di manipolazione[5].

I contatti di solito riprendono in un primo momento nella forma di “tira e molla” infiniti, devastanti e illusori. La “coazione a ripetere” un passato doloroso da parte degli abusati alleata alla necessità vitale dei perversi narcisisti di avere un nocciolo duro di persone manipolabili, determina la sceneggiatura di questi ritorni. La coazione è uno dei fenomeni più noti dell’abuso psicologico poiché i soggetti abusati sentono il dovere impellente di rispondere all’appello dello psicopatico, di cercarlo quando “sparisce”, di farlo rivivere nella memoria il più a lungo possibile. In linea di massima il soggetto abusato:

vuole uscire vittorioso dall’esperienza che una volta ha registrato il fallimento, vuole riscattare le sconfitte del passato. Questo è il motivo di tante relazioni d’amore che si ripetono sempre uguali. Donne che, già più volte deluse da amanti “fuggitivi” , continuano a cercare persone con le analoghe caratteristiche. Uomini feriti da donne respingenti e fredde, puntualmente si ritrovano con una amante del medesimo tipo. In un modo o in un altro, nel passato di queste donne e di questi uomini si è inscritta una dolorosa sconfitta, che molto semplicisticamente potremo ricondurre, per ipotesi, a un genitore sfuggente o anaffettivo. È il narcisismo maligno che risospinge puntualmente a ricostruire quel scenario: forse, suggerisce, sarà la volta buona che trionferò! La coazione a ripetere inconsciamente una storia dolorosa, per quanto fondamentalmente inscritta nella pretesa narcisistica di capovolgere le parti, ha in sé però il nucleo fondamentale che consente il fenomeno di transfert (la ritualizzazione della relazione originaria) e dunque, “con la coazione a ripetere c’è sempre o quasi sempre un sé che chiede ascolto e considerazione per poter aprire di nuovo lo scrigno”, il sarcofago del falso sé[6].

“Sono una calamita per persone disturbate!” esclamano uomini e donne all’interno degli studi di psicoterapia, senza riuscire a spiegarsi perché mai, come una scimmia che salta di ramo in ramo, vanno da un rapporto distruttivo ad altro. Lo fanno inconsciamente? Hugo Marietan è categorico:

Diciamo che il termine “inconsciamente” applicato al circuito complementare-psicopatico è FALSO. È un autoinganno della complementare nel suo intento di ricuperare “ciò che sentiva” con lo psicopatico abbandonato e, in modo ostentato, di solito si sente più attratta da altri psicopatici oppure dagli “stravaganti” (psicopatici che hanno un incarico o professione socialmente positiva, come alcuni membri delle forze dell’ordine, professioni forensi di rilievo, piloti di auto, alpinisti, imprenditori di alto rischio, o qualsiasi altra professione che implichi l’adrenalina e il rischio). Manifestano sdegno per i rapporti con gli uomini comuni per ritenerli noiosi e blandi, i quali non sono nemmeno considerati quando vanno alla ricerca di nuove relazioni affettive. Avere una seconda esperienza con uno psicopatico è già troppo. Bisogna cercare molto (parliamo del 3 % della popolazione). 

Altre si sentono attratte da ALTRI VINCOLI COMPLESSI, che senza essere psicopatici possono causare molta sofferenza e adrenalina: donnaioli, parassiti, alcolizzati o tossicodipendenti (che cercano di “guarire”).

Altre si chiudono ostinate in un “convento virtuale”, e non provano nemmeno a rapportarsi con altri uomini. È una situazione che può durare anni. Ovviamente a causa della paura di incontrare un altro psicopatico, oppure alla segreta speranza che lo psicopatico ritorni per riprenderla (senza che lei mai lo ammetta).

Altre si convertono in SEGNALATRICI DI PSICOPATICI e cominciano a guardarsi intorno per segnalare nei loro nuovi possibili partners qualche traccia di psicopatia così da scoprirle e allontanarsi in tempo. Qui la soggettività e la catatimia[7] possono giocare brutti scherzi, tanto da farle perdere l’opportunità di stare con un uomo comune dopo averlo qualificato erroneamente come psicopatico. Tuttavia, e qui arriva il buono, molte riescono a sfuggire alle circostanze anteriori per riprendere la loro strada con un uomo comune, che non risveglia le loro tenebre, ma capace di concederle pace, protezione e il calore di una vita tranquilla e progettuale[8].

Ecco perché la comprensione delle nostre mancanze affettive può distruggere l’incantesimo superficiale esercitato dai perversi su di noi. Gabriella Mariotti fornisce un piccolo esempio:

Paola era specializzata nel rincorrere uomini “eterni adolescenti”, come aveva rincorso il padre “eterno adolescente”. Di ciò lei aveva potentemente sofferto, ma qualche vantaggio lo aveva trovato: poteva ottenere le cose più facilmente dal padre che dalla madre, perché, diceva Paola, “me lo giravo con qualche moina” e contemporaneamente, nello stabilire il contatto privilegiato con il padre adolescente, prendeva le distanze dalla madre, ansiosa e fortemente depressa. La fantasia inconscia sottesa alla sua coazione a ripetere il rapporto con eterni adolescenti, rapporti che puntualmente frustravano i suoi desideri di stabilità e profondità, può essere sintetizzata così: “non sono riuscita a trionfare su mia madre riuscendo dove lei aveva fallito, rendendo cioè mio padre forte e maturo, ma non è detta l’ultima parola. Ci provo adesso.” Soltanto ripetendo anche con me questa storia dolorosa, nell’accezione specifica di un transfert nel quale ella mi viveva come una madre che limitava la sua onnipotenza, poté liberarsi da questo rigido schematismo[9].

Ho ripetuto più volte in questo blog che contatto zero significa disintossicazione, l’unica strategia per l’elaborazione di un lutto nel quale “ancora una volta, è soltanto la consapevolezza del proprio assetto narcisistico che consente di non “farsi agire” da bisogni regressivi, da fantasie di “risarcimento danni”, da sogni di gloria e vendetta, la consapevolezza che si insegue una vittoria impossibile poiché il quadro della battaglia è sempre esattamente lo stesso. Bisogna invece cambiare qualcosa ed il qualcosa da cambiare è il proprio ruolo in quella battaglia: invece di ripetere ciecamente quel fallimentare confronto tra sé bambini e genitori frustranti (ora proiettati sull’altro), tornando ad essere giustappunto bambini, si può essere adulti. Ma l’adulto che fa, davanti a un quadro fallimentare? Sa andarsene, sa cercare luoghi migliori, aria più salubre e terreni di pace[10].

Per Roberto Filippini:

Sul piano interiore, la perdita oggettuale significa dunque parallelamente la sparizione dell’altro: è una forma di sparizione anche la scoperta della sua differenza da come lo si era pensato, sentito, immaginato, voluto, amato. È un altro, è l’immagine di un altro, alieno, estraneo, incomprensibile e minaccioso che prende il suo posto. E intanto sbiadisce, svanisce, si annulla, viene amputata una parte del Sé: quel mondo di sensazioni, esperienze, confidenze, tutto ciò che si era provato per l’immagine dell’altro come era, per come lo si era interiorizzato, per come se ne era fatta esperienza[11].

Hugo Marietan aggiunge altri tasselli per comprendere l’essenza della coazione a ripetere, bloccata unicamente dall’assenza totale di contatti tra le parti:

Quando la complementare si stanca dallo psicopatico e scappa, si allontana per un tempo sufficiente (libertà fisica) e cerca di ricostruire la sua vita conforme ai suoi parametri, e quando la presenza dello psicopatico nella psiche della complementare “abbassa la sua intensità”, quando i suoi dialoghi interni con lo psicopatico diminuiscono, quando le sue decisioni non consultano più il suo psicopatico virtuale (libertà psichica)… allora possiamo essere certi che la complementare farà una vita diversa da quella che portava avanti con lo psicopatico. A MIO AVVISO NON LASCIA MAI DI ESSERE UNA COMPLEMENTARE. E molto meno con il SUO psicopatico, colui che l’ha manipolata con il suo consenso per un certo tempo. Il SUO psicopatico possiede la chiave che riarma il circuito complementare-psicopatico. Per questa ragione l’indicazione principale è quella di scollegarsi, e di mantenere PER SEMPRE il CONTATTO ZERO con lo psicopatico, anche quando sono passati 20 anni della loro separazione.

Molte commettono l’errore di sentirsi libere dallo psicopatico per affrontarlo con l’intenzione di “dialogare” per le più svariate ragioni, figli in comune, questioni economiche e altre scuse. E CADONO NUOVAMENTE NEL CIRCUITO PSICOPATICO[12].

Perché lo psichiatra argentino è così radicale quando afferma che un/una complementare lo sarà per sempre? Cerchiamo di comprenderlo meglio:

La persona che è un complementare “latente” (prima di conoscere uno psicopatico) transita per la vita con un grado di insoddisfazione riguardo ai vincoli affettivi, lotta contro la noia che può manifestare con lamentele e insoddisfazioni. Monotonia affettiva. L’uomo “buono” la fa annoiare, la mette a disagio. Naturalmente questa “noia” non è evidente, netta o facilmente riconoscibile, più di ogni altra cosa è molto simile a uno stato di rassegnazione, nel senso di “bene, questa è la vita che mi è toccata”. Se si sposa e ha figli può concentrare la sua attenzione maggiormente sui figli oppure sul lavoro. In questa tappa nessuno, neanche lei stessa, può ritenersi una persona COMPLEMENTARE (per arrivare a questo punto è necessario vivere l’esperienza e restare con uno psicopatico)[13].

Personalmente non credo alla condanna assai netta rivolta al partner non-perverso di restare intrappolato a vita nel suo ruolo di “appendice vampirizzato”. Le persone comuni hanno difese meno rigide di un perverso narcisista, per questo possono raggiungere traguardi affettivi appagati e soddisfacenti grazie alla capacità di mettersi in gioco, di imparare dalla vita.

Abbandonare una relazione perversa non è mai una sconfitta, ma una vittoria clamorosa, una lode all’esistenza.

Per questa ragione forse il termine migliore per definire gli esseri umani che si sono prestati, consapevolmente o no, a ridursi a “cibo per vampiri” in un determinato momento della loro traiettoria è “superstite” o “sopravvissuto”.

C.l.dias
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[1] CORTE, Mario. Vampiri energetici – Come riconoscerli, come difendersi. Edizioni Il Punto d’incontro, 2013, p. 207.

[2] http://www.marietan.com/material_psicopatia/complementario.htm

[3] HARE, Robert D., Without conscience: the disturbing world of the psychopaths. Ed. Guilford Press, New York, 2011, p. 33-35.

[4] http://www.marietan.com/material_psicopatia/que%20hago%201.htm

[5] http://psicopatia-narcisismo.blogspot.it/2010/04/entrevista-con-robert-hare-los.html

[6]MARIOTTI, Gabriella. Senza più paura. Il narcisismo nello studio di una psicoanalista. Meltemi Editore, 2000, p. 94-95

[7] In psichiatria, processo di deformazione dei contenuti di coscienza su base affettiva, caratterizzato da violente perturbazioni dell’umore.

[8] http://www.marietan.com.ar/material_psicopatia/complementaria_siempre_8julio14.html

[9] MARIOTTI, Gabriella. Op. cit., p. 95

[10] Idem. Ibidem. p, 96

[11] FILIPPINI Roberto. Avventure e sventure del narcisismo. Volti, maschere e specchi nel dramma umano, Giuseppe Laterza, Bari, 2006.

[12] http://www.marietan.com.ar/material_psicopatia/complementaria_siempre_8julio14.html

[13] Idem

15 pensieri su “Contatto zero e coazione a ripetere, l’essenza del circuito perverso

  1. Può una complementare allontanarsi dal perverso (che lei non ha identificato come tale anche se prova un malessere profondo per la continua svalutazione di se che lui compie e che lei non è in grado di contrastare) attraverso un tradimento? Può insomma il tradimento essere il “mezzo” inconsapevole per uscire da una relazione abusante?

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    1. Cara Francesca, premesso che ognuno è libero di uscire da una relazione abusante con ogni mezzo a sua disposizione (a patto che non siano mezzi violenti o perversi), l’unica cosa che me la sento di consigliarti è l’allontanamento e il no contact. Eleggere un’altra persona per ‘darti la forza’ di abbandonare un partner psicopatico significa scendere sullo stesso piano dell’abusante, cioè, finiresti per scegliere una terza persona non perché ti piace, ma per la sua utilità e per l’energia che ti dà (a mo’ dei vampiri). Se vuoi davvero uscire da una relazione abusante ma non hai la forza di farlo, il tradimento potrebbe sottrarti ulteriori energie. Di solito, le donne/uomini manipolati da un perverso subiscono il raddoppiamento dei sensi di colpa subito dopo averli traditi, si sentono carnefici a loro volta e quindi continuano a giustificare ogni sgarbo o nefandezza dei soggetti, stavolta perché “anch’io l’ho tradito e quindi me lo merito, prima non lo meritavo, ma ora sì”. Credo che con la tua sola intelligenza e coraggio, senza metterci di mezzo una terza persona, saresti capace di uscire da questa relazione a testa alta. Ovviamente il tradimento è il sintomo più grave di una coppia che non funziona, tuttavia, se una complementare non è in grado di contrastare la svalutazione continua dello psicopatico ma paradossalmente non ha paura o soggezione nel tradirlo (e dover dissimulare dopo), direi che è perfettamente capace di usare l’energia che intende impiegare in questo ipotetico tradimento per trovare i mezzi di allontanarsi definitivamente e senza la colpa di aver trascinato dentro la storia (già complessa di suo) una terza persona che potrebbe subire le conseguenze assai spiacevoli di essere inserita all’interno di un triangolo nel quale a manovrare tutti è pur sempre il perverso. Ricordati che molto spesso i perversi portano le donne a comportarsi in modo anomalo, non conforme alla loro indole, snaturano le persone prima di abbandonarle o essere abbandonati, quindi, stai attenta a non fare il suo gioco.

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      1. Sono d’accordo. Inoltre, credo che se di vero abuso si tratta, chi lo ha subito è così devastato da non riuscire nemmeno a pensare di poter sostenere un rapporto con altre persone. La mia esperienza è che anni di sonni interrotti, autostima sotterrata, dissonanza cognitiva e confusione totale non sono la condizione per vivere: è necessario uscirne, comprendere, avere accanto esperti che aiutino il processo di guarigione. È una malattia vera e propria. Non so voi, ma io sto ancora malissimo a distanza di 8 mesi dalla separazione. Credo sia una questione di anni, purtroppo.

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      2. Caro Guglielmo, molti studiosi affermano che ci vogliono almeno due anni per riuscire ad elaborare un lutto molto grande. Non dimenticherai mai il tuo vissuto, ma il tempo lo renderà più ovattato nella tua mente. Ci saranno periodi anche abbastanza lunghi in cui non penserai più al trauma subìto poiché a forza di dedicarsi a qualcos’altro la persona che ti ha fatto del male ti sembrerà sempre più distante dalla vita che hai deciso di condurre. Quindi, la passione unita alla sofferenza intensa che provavi prima saranno piano piano sostituite da un ricordo sbiadito e malinconico dal quale prima o poi – e qui i tempi variano secondo l’indole di ognuno – arriverai alla conclusione che si può fare a meno se vorrai vivere meglio.

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  2. Cara Claudileia.Come prevede il copione di questi sbarellati mentali la mia n/p si é rifatta viva con un semplice contatto via mail legato ad un social.Dopo un naturale stupore ho fatto pari e dispari se avessi dovuto risponderle o meno,disattendendo alla logica…
    Ho deciso di rispondere in modo piuttosto informale ma lanciando un messaggio ironico.Lei si é giustificata dicendo di avere sbagliato a “cliccare”… Certo,proprio sul mio nome tra centinaia di migliaia…
    Questo dimostra una volta di piú quanto cerchino di nascondersi,tra l’altro dietro a scuse assolutamente improbabili.Il fatto di dimostrarsi al di sopra di ogni dubbio passi,ma non per noi che abbiamo imparato a conoscere quanto siano marci e bugiardi.
    Effettivamente mi é balenato in testa un remoto senso di rivalsa,ma confrontarsi con esseri del genere come ben si sá,é come parlare e ragionare al vento gelido.
    Buona domenica e un abbraccio.

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    1. Caro Franco, quando avrai compreso finalmente che nulla si può ricavare da questa persona ti verrà automatico non risponderle mai più. Cerca di far prevalere la salvifica logica sempre che proverà ancora a riciclarti tra i suoi contatti. Ti farà soltanto bene. Un abbraccio, C.

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  3. Carissima Claudileia,
    Grazie tanto per il suo ottimo lavoro sul tema del narcisista perverso.
    Mi dispiace farlo in pubblico ma avrei voglia di raccontarti la storia di qualche mese vissuta accanto a una persona cosi, come sono riusciuto a uscirne e in che cosa mi ritengo una persona più forte dopo questa relazione.
    Questa testimonianza verrebbe poi condivisa sul sito se ti sembra utile per i lettori.
    E’ stata una storia intensa ma senza troppo aspetti trash.
    Il mio scopo è di mostrare i meccanismi usati e di fare il legame tra la teoria e la pratica.
    Il mio italiano non è perfetto, mi dispiace. Non sono italiano.
    Non ho trovato un altro modo per contattarti.
    Ti do del tu perche sei probabilmente più giovane di me.
    Non ti scrivo nella ricerca di consigli, di cure, ecc.
    Lo faccio solo per condividere una testimonianza in modo di aiutare altri a uscire di questa situazione.

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  4. Grazie.
    L’unica cosa è che via un commento sarebbe un po pesante per organizzare l’argomento.
    Magari mi dai via mail un indirizzo elettronico dove mandarti il racconto.
    Poi, ne farai cosa ti pare.

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    1. Caro Olivier, se hai Facebook puoi mandarmi un messaggio sulla pagina del blog con il tuo racconto. Da quanto ho capito si tratta di un articolo, no? Preferisco che le testimonianze avvengano qui perché non posso rispondere privatamente, non essendo una psicoterapeuta.

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  5. Gentile dottoressa le faccio i complimenti per il suo blog e la ringrazio per tutto il tempo che dedica a questo tema. Avrei una domanda. Una mia cara amica d’infanzia, che con me é buona e generosa, tratta tutti i suoi partner come una pn della peggior specie. E’ proprio cattiva. Da ragazza la sgridavo ma mi faceva pena, aveva una famiglia orrenda, pensavo sarebbe cambiata una volta allontanatasi. Invece é peggiorata. E’ stata seguita per anni da una psicologa ma secondo me con lei fingeva, perché non faceva che raccontarmi quanto questa dottoressa la ammirasse. Comunque la dottoressa mi é sembrata poco onesta e poco competente : la “terapia” é durata dieci anni, due sedute a settimana, e l’impressione che ho avuto é che si facesse pagare per fare da pubblico. Cerco di essere sintetica : come mai questa mia amica, oggi una donna di successo, brillante, tosta, con me e con un’altra amica d’infanzia é così’ carina, con gli uomini un mostro e con le altre donne in genere schiva, cioè ha ottimi rapporti di lavoro ma non fraternizza mai ? Com’é possibile che abbia quella che sembra un ‘empatia selettiva per noi due e ne escluda il resto del mondo ? Anche con suo figlio é crudele, cerca di farne la sua cosa. Mi sono chiesta, é possibile che ci abbia conosciute prima di diventare una pn, o quando lo era in modo leggero, e quindi mantenga verso di noi un atteggiamento sano ?
    La ringrazio molto,

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  6. Penso che cio’ che genera confusione nel complementare sia anche la parola “disturbo” narcisista che rimanda ad una malattia, a qualcosa da cui si puo’ guarire se curati con amore, a qualcosa di cui non si é responsabili. Spesso i complementari si sentono l’unica ancora di salvezza a cui il “malato’ può’ aggrapparsi per non sprofondare nella follia, nella miseria, nel libertinaggio ecc… Se si parlasse di tratto della personalità sarebbe diverso.

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    1. Totalmente d’accordo. Ecco perché H. Marietan afferma che la psicopatia è un ‘modo di essere’ e non una malattia. I primi studiosi parlavano di ‘personalità che fanno soffrire’ perché sprovviste di una coscienza.

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  7. Appena uscita da un rapporto di convivenza di due anni con un uomo manipolatore e parassita, dopo un mese e mezzo di no-contact nel quale di lui ho pensato il peggio rielencandomi quotidianamente tutti i torti subiti (parassitismo economico, bugie e tradimenti, triangolazioni palesi, perversioni sessuali, minacce di violenza) lo rincontro sette volte in tre giorni per una serie serrata di coincidenze. Saluti, qualche parola, lui che mi stringe le mani, le mie mani che avvertono il suo calore e si riscaldano di nuovo. Nonostante tutto.

    La notte sogno il mio ex-precedente. Sogno che mi ha chiesto di ospitarlo, e l’ho ospitato nella stanza da letto dei miei genitori. Quando se ne va (io non lo incontro per niente) entrando in camera da letto vedo un disegnino sul soffitto: un cuore trafitto e la data di quella notte. Capisco che è il disegno-ricordo di una donna, capisco che lui mi ha chiesto ospitalità per sé ma poi in quella stanza che gli ho prestato vi ha dormito e amoreggiato con una donna.

    Ecco: mi si alzano tutte le antenne. L’ex precedente mi aveva letteramente distrutta coi suoi modi apparentemente miti e pacati e la sua intelligenza saccente, facendomi sentire completamente inadeguata come donna, incapace di costruire una relazione e aprirmi all’amore – arrivando a dirmi con noncuranza, nell’ultimo dei nostri incontri, quello a cui lui a distanza di mesi mi aveva invitata per scusarsi di come mi aveva trattata (infatti mi aveva tradita due volte nel corso della relazione, fino a chiudere con me del tutto e brutalmente ogni contatto), che non era colpa mia se non ero capace di amare, perché da ragazza ero stata anoressica e, si sa, un’anoressica, anche se ex, non sarà mai capace di avere relazioni sane e concludenti.
    L’ex di oggi invece è più semplicemente riconoscibile e meno nocivo in profondità, forse solo un seduttore manipolatore che tende a vivere di vantaggi, non scartando nessuna delle possibilità che gli si sono presentate.

    Eppure riconosco in questa serie una coazione a ripetere, e la stessa mia difficoltà a chiudere, a ritirarmi prima di poter essere nuovamente offesa.
    Ciascuno di noi è una complessità, la verità su un altro o su se stessi è una sintesi precaria e limitata, un continuo altalenare. Fino a che punto si può flirtare con la complessità, e quando diventa doveroso e improrogabile filtrare questa complessità per ricavarne una verità (precaria, limitata) indispensabile a decidere di muoversi via di lì? Per me, nell’ultima relazione, il discrimine è stato la minaccia della violenza – eppure poi sono seguiti altri mesi di frequentazione (altri soldi prestati, altra ospitalità e favori concessi per suo bisogno), fino al no-contact durato fino a ieri – e che sarebbe auspicabile che ripristinassi subito. Quale battaglia sto ancora combattendo per cercare di uscirne vittoriosa? Perché è così difficile dire Basta! e No!, e soprattutto mantenere queste posizioni senza cedere al dubbio, ad offrire altre possibilità all’Altro di dimostrarsi umano nonostante abbia sprecato tutte le precedenti che già gli abbiamo dato a cuore aperto? La presenza, nel sogno, del letto dei miei genitori, mi colpisce. Avete qualche parola e qualche consiglio di lettura che possa aiutarmi nella riflessione?

    Vi ringrazio molto per la vostra presenza così seria, documentata e calda

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