L'arte di salvarsi

Contatto zero e coazione a ripetere, l’essenza del circuito perverso

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Una delle premesse positive del “contatto zero” è ricordarsi che i tuoi amici, i tuoi piatti preferiti, la musica che ti piace, la tua storia personale e la maggior parte dei tuoi affetti seguono intatti accanto a te. Sono loro il tuo bene più prezioso. Ciò che hai “perso” in realtà non è mai esistito. Da loro e dalla tua forza interiore dipenderà la tua capacità di non accettare più la commiserazione delle pacche alle spalle perché stai soffrendo. Sarà compito tuo, però, offrire alle persone che ti vogliono davvero bene quei validi motivi per essere ammirata/o, anziché compiaciuta/o.

Sappiamo che per uscire definitivamente del meccanismo innescato dal perverso narcisista (idealizzazione-svalutazione a tempo indeterminato) è necessario riprogrammare il cervello per amare in modo diverso, sedersi ancora una volta sui banchi della psiche per disimparare tutto ciò che ha distrutto le nostre sane difese.

Assumerti la responsabilità per gli eventuali errori commessi in una relazione perversa, ad. es. ignorando i primi segnali di pericolo, ti porterà a rinforzare gli anticorpi che ti daranno l’energia vitale venuta a mancare, soprattutto nella fase finale del non-rapporto.

Per essere immuni a un certo tipo di personalità contorta bisogna indossare una corazza di dignità e di fermezza contro ogni futura “aggressione vampirica”. Il che non significa barricarsi in casa per guardare il mondo con la lente di ingrandimento del sospetto e della paura ma innanzitutto evitare, per quanto sia possibile, di stringere con persone altamente tossiche “rapporti in cui sia necessario un accordo sostanziale, una valutazione comune di cose importanti, una condivisione di beni o di risorse, una progettualità che coinvolga un’unità sostanziale di intenti. Soprattutto sarebbe bene evitare di prendere decisioni insieme (…).[1]

Qual è il ruolo del terapeuta in questo tipo di pseudo relazione e come può ausiliare chi fa fatica ad allontanarsi dal campo energetico dei vampiri affettivi?

Quando il legame è forte non si può fare niente. Quando il vincolo si rompe, in generale è perché lo psicopatico ha abbandonato la partner, ed è questa la grande opportunità del complementare di uscire dal sistema. Il contrario è molto difficile. L’altro modo è quando il disagio è molto forte nel complementare, cioè, quando la sofferenza supera ampiamente i benefici che ottiene dal suo psicopatico. Arrivato a questo punto il complementare chiede aiuto. L’intervento terapeutico in questo caso, giacché si tratta di un rapporto atipico, deve essere anch’esso atipico. Non si può trattare nel modo standard un vincolo che non esiste.

La regola basica quando se vuole mantenere la distanza tra uno psicopatico e il suo complementare è il “contatto zero”, visto che l’ancoraggio è irrazionale e appena si vedono il circuito psicopatico è rimesso in funzione. Il terapeuta deve essere creativo e occupare un ruolo più attivo dello standard per ampliare le possibilità del complementare di uscire dalla sofferenza[2].

Perché gli terapeuti insistono tanto con i pazienti per evitare ogni tipo di contatto con il perverso? È possibile parlare civilmente? Certamente no. L’alto potere seduttivo che i perversi esercitano sui loro interlocutori, anche quando l’ascoltatore è al corrente dei loro inganni, determina la loro ricattura nella tela del ragno:

Uno dei miei ricercatori ha descritto un’intervista fatta con un carcerato: “Mi sono seduto e ho preso la mia cartella, la prima cosa che ho sentito da lui era che avevo occhi molto belli. Lui ha controllato totalmente il mio lavoro, ha rivolto complimenti circa la mia apparenza durante l’intera intervista, senza tralasciare neanche i miei cappelli. E così, quando ho finito di guardare i miei appunti alla fine dell’intervista, mi sentivo una persona rara… E molto bella. Sono una persona molto precisa soprattutto con il mio lavoro, un dato falso può screditare un’intervista. Quando sono uscito dalla stanza non riuscivo a capacitarmi di essere stato condotto nella conversazione, invece di condurla.” Gli psicopatici possono divagare e raccontare storie che sembrano improbabili facendo leva su tutto ciò che l’intervistatore conosce sul loro conto.[3]

Quando esiste la possibilità, il contatto zero va mantenuto a vita. La probabilità di un radicale cambiamento nella condotta perversa esiste unicamente nell’immaginario della parte più sana del “rapporto”. I pareri degli psichiatri e psicologi in questo senso sono unanimi:

Quando un terapeuta può incidere terapeuticamente sulla psicopatia di uno psicopatico? Mai. Perché essere così categorico? Molto semplice. La psicopatia è un modo di essere. Non è una malattia. Non è qualcosa che s’impara con i maltrattamenti infantili, vuol dire, non è qualcosa di appreso. È così. La storia di questo tema ci offre esempi di tutti i tipi di terapia; il risultato è sempre lo stesso. Continuano a essere ciò che sono. Possono modificare la loro condotta? Sì, se questo può portare qualche beneficio a loro stessi. Per esempio, possono diventare “carcerati modelli” perché sanno di ottenere una riduzione del 30% della pena. Possono andare in terapia perché il complementare quando è l’ospite, e lo psicopatico il parassita, esige che lo faccia. Insomma, quando conviene a loro.

Quando il terapeuta può sostenere il complementare? Quando il complementare è stanco del rapporto (l’effetto dello psicopatico sul complementare è quello del vampiro energetico: succhia la voglia, lo spirito del complementare, che diventa una persona “anemica” e logorata), oppure quando lo psicopatico lo lascia per qualcun’altro.

Tuttavia, nulla si può fare quando il circuito psicopatico è ancora vigoroso e il complementare dorme il sonno degli schiavi.[4]

Anche Robert Hare avverte sull’inutilità di qualsiasi pratica terapeutica o programma di riabilitazione destinato a psicopatici a causa della loro scarsa motivazione unita all’abilità di manipolare e mentire in ogni occasione. Anzi, per loro la terapia funziona al rovescio, afferma lo psichiatra, non solo non cambiano ma imparano nuove modalità di manipolazione[5].

I contatti di solito riprendono in un primo momento nella forma di “tira e molla” infiniti, devastanti e illusori. La “coazione a ripetere” un passato doloroso da parte degli abusati alleata alla necessità vitale dei perversi narcisisti di avere un nocciolo duro di persone manipolabili, determina la sceneggiatura di questi ritorni. La coazione è uno dei fenomeni più noti dell’abuso psicologico poiché i soggetti abusati sentono il dovere impellente di rispondere all’appello dello psicopatico, di cercarlo quando “sparisce”, di farlo rivivere nella memoria il più a lungo possibile. In linea di massima il soggetto abusato:

vuole uscire vittorioso dall’esperienza che una volta ha registrato il fallimento, vuole riscattare le sconfitte del passato. Questo è il motivo di tante relazioni d’amore che si ripetono sempre uguali. Donne che, già più volte deluse da amanti “fuggitivi” , continuano a cercare persone con le analoghe caratteristiche. Uomini feriti da donne respingenti e fredde, puntualmente si ritrovano con una amante del medesimo tipo. In un modo o in un altro, nel passato di queste donne e di questi uomini si è inscritta una dolorosa sconfitta, che molto semplicisticamente potremo ricondurre, per ipotesi, a un genitore sfuggente o anaffettivo. È il narcisismo maligno che risospinge puntualmente a ricostruire quel scenario: forse, suggerisce, sarà la volta buona che trionferò! La coazione a ripetere inconsciamente una storia dolorosa, per quanto fondamentalmente inscritta nella pretesa narcisistica di capovolgere le parti, ha in sé però il nucleo fondamentale che consente il fenomeno di transfert (la ritualizzazione della relazione originaria) e dunque, “con la coazione a ripetere c’è sempre o quasi sempre un sé che chiede ascolto e considerazione per poter aprire di nuovo lo scrigno”, il sarcofago del falso sé[6].

“Sono una calamita per persone disturbate!” esclamano uomini e donne all’interno degli studi di psicoterapia, senza riuscire a spiegarsi perché mai, come una scimmia che salta di ramo in ramo, vanno da un rapporto distruttivo ad altro. Lo fanno inconsciamente? Hugo Marietan è categorico:

Diciamo che il termine “inconsciamente” applicato al circuito complementare-psicopatico è FALSO. È un autoinganno della complementare nel suo intento di ricuperare “ciò che sentiva” con lo psicopatico abbandonato e, in modo ostentato, di solito si sente più attratta da altri psicopatici oppure dagli “stravaganti” (psicopatici che hanno un incarico o professione socialmente positiva, come alcuni membri delle forze dell’ordine, professioni forensi di rilievo, piloti di auto, alpinisti, imprenditori di alto rischio, o qualsiasi altra professione che implichi l’adrenalina e il rischio). Manifestano sdegno per i rapporti con gli uomini comuni per ritenerli noiosi e blandi, i quali non sono nemmeno considerati quando vanno alla ricerca di nuove relazioni affettive. Avere una seconda esperienza con uno psicopatico è già troppo. Bisogna cercare molto (parliamo del 3 % della popolazione). 

Altre si sentono attratte da ALTRI VINCOLI COMPLESSI, che senza essere psicopatici possono causare molta sofferenza e adrenalina: donnaioli, parassiti, alcolizzati o tossicodipendenti (che cercano di “guarire”).

Altre si chiudono ostinate in un “convento virtuale”, e non provano nemmeno a rapportarsi con altri uomini. È una situazione che può durare anni. Ovviamente a causa della paura di incontrare un altro psicopatico, oppure alla segreta speranza che lo psicopatico ritorni per riprenderla (senza che lei mai lo ammetta).

Altre si convertono in SEGNALATRICI DI PSICOPATICI e cominciano a guardarsi intorno per segnalare nei loro nuovi possibili partners qualche traccia di psicopatia così da scoprirle e allontanarsi in tempo. Qui la soggettività e la catatimia[7] possono giocare brutti scherzi, tanto da farle perdere l’opportunità di stare con un uomo comune dopo averlo qualificato erroneamente come psicopatico. Tuttavia, e qui arriva il buono, molte riescono a sfuggire alle circostanze anteriori per riprendere la loro strada con un uomo comune, che non risveglia le loro tenebre, ma capace di concederle pace, protezione e il calore di una vita tranquilla e progettuale[8].

Ecco perché la comprensione delle nostre mancanze affettive può distruggere l’incantesimo superficiale esercitato dai perversi su di noi. Gabriella Mariotti fornisce un piccolo esempio:

Paola era specializzata nel rincorrere uomini “eterni adolescenti”, come aveva rincorso il padre “eterno adolescente”. Di ciò lei aveva potentemente sofferto, ma qualche vantaggio lo aveva trovato: poteva ottenere le cose più facilmente dal padre che dalla madre, perché, diceva Paola, “me lo giravo con qualche moina” e contemporaneamente, nello stabilire il contatto privilegiato con il padre adolescente, prendeva le distanze dalla madre, ansiosa e fortemente depressa. La fantasia inconscia sottesa alla sua coazione a ripetere il rapporto con eterni adolescenti, rapporti che puntualmente frustravano i suoi desideri di stabilità e profondità, può essere sintetizzata così: “non sono riuscita a trionfare su mia madre riuscendo dove lei aveva fallito, rendendo cioè mio padre forte e maturo, ma non è detta l’ultima parola. Ci provo adesso.” Soltanto ripetendo anche con me questa storia dolorosa, nell’accezione specifica di un transfert nel quale ella mi viveva come una madre che limitava la sua onnipotenza, poté liberarsi da questo rigido schematismo[9].

Ho ripetuto più volte in questo blog che contatto zero significa disintossicazione, l’unica strategia per l’elaborazione di un lutto nel quale “ancora una volta, è soltanto la consapevolezza del proprio assetto narcisistico che consente di non “farsi agire” da bisogni regressivi, da fantasie di “risarcimento danni”, da sogni di gloria e vendetta, la consapevolezza che si insegue una vittoria impossibile poiché il quadro della battaglia è sempre esattamente lo stesso. Bisogna invece cambiare qualcosa ed il qualcosa da cambiare è il proprio ruolo in quella battaglia: invece di ripetere ciecamente quel fallimentare confronto tra sé bambini e genitori frustranti (ora proiettati sull’altro), tornando ad essere giustappunto bambini, si può essere adulti. Ma l’adulto che fa, davanti a un quadro fallimentare? Sa andarsene, sa cercare luoghi migliori, aria più salubre e terreni di pace[10].

Per Roberto Filippini:

Sul piano interiore, la perdita oggettuale significa dunque parallelamente la sparizione dell’altro: è una forma di sparizione anche la scoperta della sua differenza da come lo si era pensato, sentito, immaginato, voluto, amato. È un altro, è l’immagine di un altro, alieno, estraneo, incomprensibile e minaccioso che prende il suo posto. E intanto sbiadisce, svanisce, si annulla, viene amputata una parte del Sé: quel mondo di sensazioni, esperienze, confidenze, tutto ciò che si era provato per l’immagine dell’altro come era, per come lo si era interiorizzato, per come se ne era fatta esperienza[11].

Hugo Marietan aggiunge altri tasselli per comprendere l’essenza della coazione a ripetere, bloccata unicamente dall’assenza totale di contatti tra le parti:

Quando la complementare si stanca dallo psicopatico e scappa, si allontana per un tempo sufficiente (libertà fisica) e cerca di ricostruire la sua vita conforme ai suoi parametri, e quando la presenza dello psicopatico nella psiche della complementare “abbassa la sua intensità”, quando i suoi dialoghi interni con lo psicopatico diminuiscono, quando le sue decisioni non consultano più il suo psicopatico virtuale (libertà psichica)… allora possiamo essere certi che la complementare farà una vita diversa da quella che portava avanti con lo psicopatico. A MIO AVVISO NON LASCIA MAI DI ESSERE UNA COMPLEMENTARE. E molto meno con il SUO psicopatico, colui che l’ha manipolata con il suo consenso per un certo tempo. Il SUO psicopatico possiede la chiave che riarma il circuito complementare-psicopatico. Per questa ragione l’indicazione principale è quella di scollegarsi, e di mantenere PER SEMPRE il CONTATTO ZERO con lo psicopatico, anche quando sono passati 20 anni della loro separazione.

Molte commettono l’errore di sentirsi libere dallo psicopatico per affrontarlo con l’intenzione di “dialogare” per le più svariate ragioni, figli in comune, questioni economiche e altre scuse. E CADONO NUOVAMENTE NEL CIRCUITO PSICOPATICO[12].

Perché lo psichiatra argentino è così radicale quando afferma che un/una complementare lo sarà per sempre? Cerchiamo di comprenderlo meglio:

La persona che è un complementare “latente” (prima di conoscere uno psicopatico) transita per la vita con un grado di insoddisfazione riguardo ai vincoli affettivi, lotta contro la noia che può manifestare con lamentele e insoddisfazioni. Monotonia affettiva. L’uomo “buono” la fa annoiare, la mette a disagio. Naturalmente questa “noia” non è evidente, netta o facilmente riconoscibile, più di ogni altra cosa è molto simile a uno stato di rassegnazione, nel senso di “bene, questa è la vita che mi è toccata”. Se si sposa e ha figli può concentrare la sua attenzione maggiormente sui figli oppure sul lavoro. In questa tappa nessuno, neanche lei stessa, può ritenersi una persona COMPLEMENTARE (per arrivare a questo punto è necessario vivere l’esperienza e restare con uno psicopatico)[13].

Personalmente non credo alla condanna assai netta rivolta al partner non-perverso di restare intrappolato a vita nel suo ruolo di “appendice vampirizzato”. Le persone comuni hanno difese meno rigide di un perverso narcisista, per questo possono raggiungere traguardi affettivi appagati e soddisfacenti grazie alla capacità di mettersi in gioco, di imparare dalla vita.

Abbandonare una relazione perversa non è mai una sconfitta, ma una vittoria clamorosa, una lode all’esistenza.

Per questa ragione forse il termine migliore per definire gli esseri umani che si sono prestati, consapevolmente o no, a ridursi a “cibo per vampiri” in un determinato momento della loro traiettoria è “superstite” o “sopravvissuto”.

C.l.dias
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[1] CORTE, Mario. Vampiri energetici – Come riconoscerli, come difendersi. Edizioni Il Punto d’incontro, 2013, p. 207.

[2] http://www.marietan.com/material_psicopatia/complementario.htm

[3] HARE, Robert D., Without conscience: the disturbing world of the psychopaths. Ed. Guilford Press, New York, 2011, p. 33-35.

[4] http://www.marietan.com/material_psicopatia/que%20hago%201.htm

[5] http://psicopatia-narcisismo.blogspot.it/2010/04/entrevista-con-robert-hare-los.html

[6]MARIOTTI, Gabriella. Senza più paura. Il narcisismo nello studio di una psicoanalista. Meltemi Editore, 2000, p. 94-95

[7] In psichiatria, processo di deformazione dei contenuti di coscienza su base affettiva, caratterizzato da violente perturbazioni dell’umore.

[8] http://www.marietan.com.ar/material_psicopatia/complementaria_siempre_8julio14.html

[9] MARIOTTI, Gabriella. Op. cit., p. 95

[10] Idem. Ibidem. p, 96

[11] FILIPPINI Roberto. Avventure e sventure del narcisismo. Volti, maschere e specchi nel dramma umano, Giuseppe Laterza, Bari, 2006.

[12] http://www.marietan.com.ar/material_psicopatia/complementaria_siempre_8julio14.html

[13] Idem

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