La famiglia narcisista – le dinamiche abusive invisibili dei genitori

Narciso ed Eco

Il sistema narcisista originale

Il personaggio mitologico di Narciso personifica il concetto dell’amore distruttivo verso se stessi. Vi è, tuttavia, un altro personaggio nel mito un po’ dimenticato: Eco. Il nome “ famiglia narcisista” utilizzato nel nostro modello deriva dalla relazione tra questi due personaggi.

Nel mito, Eco ha perso l’intera capacità di formulare parole sue e può solo ripetere ciò che dicono gli altri. Quando s’innamora di Narciso lei lo insegue con la speranza che un giorno riesca a pronunciare le parole d’amore che potrà finalmente ripetere. Quando Narciso dice a se stesso “ti amo”, rivolgendosi al proprio riflesso, anche Eco è finalmente in grado di dirlo. Tuttavia, Narciso è talmente ossessionato da se stesso da rendersi incapace di ascoltarla[1].

La storia narrata da Ovidio finisce con la morte dei personaggi. Narciso prova un dolore struggente ammirando il suo riflesso; l’amore e l’incantamento per l’immagine nell’acqua determinano la sua scomparsa. Eco, alla sua volta, incapace di catturare l’amore e l’attenzione di Narciso, cadde in una specie di depressione vegetativa, perde la voglia di mangiare e di bere, lasciandosi morire.

La storia di Narciso ed Eco è la storia dell’amor proprio che scarta la capacità di vedere, ascoltare e interagire con i bisogni altrui. Senza prendere molto alla larga, si tratta della metafora impressionante delle relazioni interattive all’interno di una famiglia narcisistica.

Narciso rappresenta il sistema parentale il quale, per qualsiasi ragione (stress lavorativo, alcolismo, abuso de droghe, infermità mentale, disabilità fisica, mancata capacità di essere semplicemente genitori), si occupa maggiormente del soddisfacimento dei propri bisogni. Eco, invece, è il bambino che cerca di guadagnarsi l’approvazione e l’attenzione altrui, convertendosi in un riflesso reattivo dei bisogni dei genitori, perciò, senza mai sviluppare la capacità di incontrare la propria “voce” – cioè, riconoscere i suoi desideri e bisogni, sviluppando modi di soddisfarli. Dentro del sistema della famiglia narcisista, il locus per soddisfare i bisogni emotivi è rovesciato: mentre in un ambiente familiare sano, i genitori cercano di provvedere totalmente al soddisfacimento delle necessità emotive dei bambini, in una famiglia narcisista esso è convertito nella responsabilità di soddisfare le necessità emotive dei genitori da parte dei piccoli.

Elementi del sistema familiare narcisista

1.Una responsabilità distorta

In una situazione familiare ideale, i genitori accettano la responsabilità di soddisfare certi bisogni dei loro bambini, adoperandosi per soddisfare per conto proprio, all’interno della coppia, e/o con altri adulti che siano in grado di farlo, le necessità individuali tipiche del mondo adulto. In una famiglia normale il messaggio intrinseco è che i bambini non saranno mai responsabili di soddisfare le esigenze dei loro genitori. Al contrario, i bambini avranno la “responsabilità” di imparare gradualmente il modo di soddisfare i loro bisogni rendendosi indipendenti e autonomi. Si prevede che i bambini, con il supporto dei genitori coinvolti in un processo di apprendimento che dura circa 18 anni, possano imparare a prendersi cura di loro stessi. Se il processo funziona correttamente i figli impareranno, attraverso il modello vissuto, come diventare alla loro volta genitori capaci di occuparsi dei bisogni emotivi dei figli che avranno, così da poter badare alle loro necessità. Detto con le parole di Bradshaw:

La cosa più importante per un bambino è avere un protettore fermo ma che lo comprenda, qualcuno in grado di capire che i suoi bisogni personali vanno soddisfati dal coniuge, non dal figlio. Un simile protettore deve aver risolto il problema all’interno delle sue relazioni adulte, ci vuole anche un senso di responsabilità. Quando la circostanza è questa, tale figura protettiva sarà certamente disponibile per il bambino e cercherà di provvedere ai suoi bisogni[2].

In una famiglia narcisista la responsabilità di soddisfare i bisogni emotivi è distorta, cioè, non è concentrata sui genitori, ma si sposta sui bambini. I bambini si convertono, di modo inadeguato, nei responsabili della realizzazione dei bisogni dei genitori e, nel farlo, vengono deprivati dall’opportunità di sperimentazione necessaria alla crescita.

2. Essere reattivi/riflessivi

Così come Eco poteva unicamente riprodurre le parole degli altri, anche i bambini cresciuti in una famiglia narcisista  si convertono in  individui reattivi o riflessivi. Giacché imparano sin da piccoli che il lavoro principale è soddisfare i bisogni dei genitori, qualsiasi essi siano, non sviluppano la fiducia nei loro sentimenti e giudizi. Di fatto, i loro sentimenti sono una fonte di disagio: è meglio non avere sentimenti del tutto che avere dei sentimenti che non possono essere specificati o convalidati.

Quindi, al posto di agire secondo i propri sentimenti e in modo proattivo, i figli attendono per vedere ciò che gli altri si aspettano o necessitano, per reagire secondo le attese altrui. La reazione può essere tanto positiva quanto negativa – il bambino può scegliere di elargire, cioè, di soddisfare le esigenze espresse o implicite, oppure ribellarsi contro simili esigenze – ma, di qualsiasi reazione si tratti, diventa un essere totalmente reattivo.

Altrimenti, il bambino si converte nel riflesso delle attese genitoriali. È una situazione che accade in tutte le famiglie, ma fino a un certo punto; il concetto di specchio della personalità o di sviluppo dell’Io è un principio abbastanza datato in psicologia[3]. Nella famiglia narcisista, tuttavia, frequentemente lo specchio riflette l’incapacità del bambino di rispondere alle esigenze dei genitori. Questo riflesso è quasi sempre interpretato dal bambino come un fallimento, un fallimento da parte sua.

3. Problemi con l’intimità

Per un bambino di famiglia narcisista i rapporti ravvicinati sono un problema. I bambini di queste famiglie hanno imparato a non fidarsi. Pertanto, durante l’età adulta, non importa quanto grande sia la volontà di formare rapporti ravvicinati o amorevoli: avranno sempre difficoltà a ridurre gli ostacoli alla fiducia che hanno costruito molto tempo prima.

Il bisogno di sicurezza psicologica e fisica è un elemento essenziale per lo sviluppo della fiducia, si tratta di una fase elementare descritta da molti sistemi psicologici di sviluppo (incluso quello di Ericsson e Maslow)[4].

Il sopravvissuto del sistema familiare narcisista è in balia di due possibilità: a) impara a non fidarsi mai; b) oppure una volta che si fida è insegnato a non fidarsi più, il che sarebbe l’opposto di imparare a non fidarsi del tutto. Quando sono lattanti o ancora molto piccoli, molti dei sopravvissuti sono stati ben nutriti, mantenuti in un ambiente accogliente, cullati e ben trattati. Un bambino dipendente, bisognoso (come siamo tutti noi), rappresenta una minaccia minima al sistema parentale, i suoi bisogni sono semplici e il sistema genitoriale è ancora capace e vuole soddisfarlo. Tuttavia, con la crescita, il bambino cerca di differenziarsi dai genitori, i suoi bisogni diventano più complessi. Il sistema parentale può essere francamente incapace di rimediare a questi bisogni, oppure può sentirsi minacciato da loro, vedersi invaso. A questo punto la responsabilità di soddisfare le esigenze si ribalta da genitore a figlio, ed è proprio qui che l’erosione della fiducia inizia.

Mentre alcuni comportamenti chiari (ubriacarsi o far vergognare il bambino) andranno a provocare una crisi di fiducia istantanea, gli adulti cresciti in famiglie narcisiste descrivono con frequenza disfunzioni molto più sotterranee, descrivono i loro genitori come persone che “sono solo lì”. Vediamo il caso di Beth:

La storia di Beth:

Mia madre stava sempre lì, faceva normalissime cose. Passavamo molto tempo con lei perché stava sempre… lì. Ricordo, però, di sentire come se non potessi avvicinarmi più di tanto da lei. È difficile descriverlo. Lei stava lì, si preoccupava, ma non c’era realmente. Ricordo di avergli raccontato una cosa che mi preoccupava tanto, raccontai di quando la mia migliore amica mi aveva umiliato nella caffetteria della scuola –davanti a tutti- e lei fece un gesto con la testa dicendomi tutto correttamente. Tuttavia, era come se mi stesse dedicando il suo tempo, facendo ciò che le madri devono fare, prendendo tutto del “libro delle madri” perché, quando ho finito di parlare, ha cominciato a raccontare di mio padre, di come lei si fosse stancata di lui, perché gli aveva fatto qualcosa. E come se io non gli avessi detto nulla!… E questo non è accaduto una sola volta, non era un incidente, in realtà accadeva tutto il tempo!… Io la adoravo, e suppongo che tuttora sia così; so che lei mi voleva bene, ma parlare con lei era come cercare di catturare il fumo, non lo possiamo prendere con le mani. Ancora mi sento così.

La storia di Beth non è una storia di abuso ovvio, aperto o drammatico. Si tratta di un’incapacità emotiva da parte dei genitori. Beth sentiva che il centro dell’attenzione di sua madre non era lei e aveva ragione: la sua attenzione era riservata al rapporto con il marito. La madre di Beth voleva realmente che Beth dedicasse la sua attenzione a lei, che diventasse la sua alleata, così da soddisfare i suoi bisogni emotivi.

Il sistema della famiglia narcisista

Generalmente il sistema della famiglia narcisista è difficile da comprendere, tanto per il terapeuta quanto per il sopravvissuto. Molti casi illustrano innanzitutto famiglie abusive e situazioni drammatiche, che ovviamente corrispondono al modello e sono relativamente facili da diagnosticare.

Sono molteplici le ipotesi di famiglie apertamente narcisiste, nelle quali sono abbastanza chiari i problemi di tossicodipendenza, abuso di alcolici, incesto e comportamenti aggressivi di ogni tipo. Tuttavia noi, come terapeuti, le nominiamo per ciò che sono (famiglia incestuosa, con problemi di alcolismo, ecc.).

Ci sono, tuttavia, in proporzioni simili, un certo numero di casi, come i presentati qui, che riguardano la confusione interna nelle famiglie narcisiste più dissimulate dove le disfunzioni sono molto più sottili. Tutti gli terapeuti hanno avuto casi di pazienti veramente traumatizzati, con molti dei tratti identificati negli adulti figli di famiglie alcolizzate. Tuttavia, nel caso delle famiglie narcisiste non possiamo scoprire dove e nemmeno perché i problemi hanno avuto la loro origine. Non c’è stato un abuso aperto oppure ovvio: nessuno beveva, nessuno consumava droghe. La famiglia, in realtà, funzionava abbastanza bene, i bambini erano nutriti, avevano buoni vestiti, i compleanni erano celebrati, erano portati in vacanza e frequentavano buone scuole. La famiglia sembrava normale, anche quando guardata da vicino.

Il problema fondamentale era la presunzione che i bambini potessero soddisfare le esigenze dei genitori. Il processo è stato molto sottile, la famiglia sembrava in buona salute, ma non era per niente salutare emotivamente per il bambino. I bambini di una famiglia narcisista diventano adulti che arrivano in terapia dopo aver letto tutti i libri, parlato molte volte tra fratelli e amici che avevano rinforzato in loro l’idea di appartenere a una famiglia normale. Sono persone che arrivano totalmente convinte che c’è qualcosa che non va con la propria personalità. Deve essere così, alla fine sono stati educati nel miglior modo possibile!

Il modello di trattamento per la famiglia narcisista deve basarsi sui bisogni di una parte della popolazione, così com’è stato fatto per i sopravvissuti delle famiglie palesemente abusive. Speriamo che questa modalità sia capace di colmare il vuoto osservato per quanto riguarda il trattamento di un gran numero di pazienti mai appartenuti ad altre categorie, per i quali mancano strumenti di lavoro utili all’organizzazione di un piano efficace di ricupero, tantomeno tecniche che aiutino il terapeuta a determinare il miglior trattamento per i casi di Beth, Becky e Ben.

La storia di Becky:

Becky è una segretaria esecutiva di circa 31 anni che lavora in una grande corporazione. È felicemente sposata e ha tre figli in età scolastica; il quarto bambino morì quando aveva soltanto 6 mesi per un attacco di polmonite, sei anni prima dell’inizio della terapia. Becky ha cominciato il suo percorso terapeutico dopo aver sofferto di attacchi di panico segretamente per due anni. Avvertiva il rischio di suicidarsi, non riusciva più a evitare gli attacchi. Il racconto di Becky sulla sua famiglia di origine, sull’esperienza avuta all’interno della famiglia, era il racconto di una persona nata in una famiglia unita, accogliente e religiosa. Erano in sei fratelli, il padre era un ufficiale militare alto locato e la madre faceva la casalinga dedita ai figli. Becky raccontava sempre, per esempio, che aveva tanti bambini con cui giocare e che alla madre non importava che la casa fosse il parco giochi dei bambini del vicinato. Nei suoi ricordi si sentiva speciale, viveva in una base militare e tutti salutavano suo padre e i suoi fratelli. Si ricordava di aver avuto cinque o sei anni quando si perse dentro la base, essendo subito dopo “riscattata” da sei soldati che l’avevano portata a prendere cioccolata calda con dei biscotti, riportandola a casa con la jeep. Raccontò di come gli piaceva andare in studio da suo padre e di come si sentiva importante per essere la piccola figlia del colonnello.

Tuttavia, quando domandavamo dei suoi rapporti con entrambi i genitori, la voce di Becky diventava nervosa. Si avvertiva una rabbia repressa anche quando raccontava un avvenimento felice; Becky si trasformava in una specie di coccodrillo, qualcuno con una corazza molto dura per proteggersi, con dentro qualcosa di morbido e vulnerabile. I suoi commenti circa la sua famiglia, i suoi colleghi e il marito, erano molto sarcastici. Faceva battute aggressive su tutti, mascherando la sua rabbia con umorismo. Però, dopo molti mesi di terapia, qualcosa ha cominciato a emergere. Emerse con un atteggiamento angoscioso, giacché era molto difficile per Becky dire qualcosa sul padre che poteva essere vista come negativa.

Essenzialmente, Becky non aveva alcuna connessione emotiva con sua madre; sua madre non lo poteva permettere. Sua madre era un “umano che fa” (in opposizione all’umano che è)[5]. Un anno dopo l’inizio della terapia, Becky descrisse sua madre della seguente maniera: “mamma ha trascorso la sua vita cercando di guadagnarsi ali di merda [riferendosi alle credenze religiose molto forti di sua madre, specialmente negli ultimi anni]. L’unica cosa importante per lei  era come gli altri la vedevano. Si dedicava a tutto ciò che non aveva nessuna sostanza e che nulla portava al nostro rapporto. Ricordo tutti noi vestiti impeccabilmente mentre facevamo la fila per andare in chiesa. La famiglia del colonnello, noi otto, sempre seduti in prima fila nella chiesa. Anche in punto di morte dovevamo alzarci, vestirci e andare in chiesa. Si è sempre preoccupata di fare tutto ciò che era corretto e di assicurarsi che tutti noi facessimo altrettanto, tutto per assicurarsi un posto in Cielo. Non le importava ciò che sentivamo, e nemmeno se sentivamo qualcosa! Importava unicamente ciò che facevamo. Ed io, personalmente, mi sentivo sempre molto male, tranne quando stavo con mio padre. Lui mi faceva sentire importante. Lui era un eroe per me. Lei sa… l’uniforme, tutte le medaglie, la gente che lo salutava ovunque andasse. Però, mia madre… uffa! Sapevo di non essere mai all’altezza di ciò che voleva lei. Non sapevo nemmeno io il perché; non potevo chiederglielo. Era qualcosa, però, che s’intuiva esternamente, perché lei era sempre arrabbiata e… si lamentava”.

Con il progressivo sviluppo della storia della famiglia di origine di Becky, è stato sempre più evidente per lei che i suoi bisogni infantili non erano stati lievemente ignorati, bensì sacrificati per servire agli altri (in questo caso soprattutto ai bisogni dei suoi genitori). Le convinzioni religiose della madre resero i suoi sentimenti irrilevanti. C’era una prescrizione su come vivere ed era così che si doveva vivere. Punto. Non importava come si sentivano i bambini a rispetto. La carriera del padre era la cosa più importante per entrambi i genitori.

Il padre di Becky è stato l’unico centro dell’attenzione nella vita della madre. In questa coppia di genitori, qualsiasi cosa minacciasse lo status, l’Io o la pace del padre, era intollerabile. Questa era la dinamica tacita che regnava nella famiglia narcisista di Becky. Quando lei rimase incinta all’età di 16 anni suo padre era talmente furioso da scaraventarla giù per le scale; sua madre aveva appoggiato l’azione, incolpando Becky. Anni dopo, quando il bambino piccolo di Becky morì, suo padre non si è presentato al funerale, diceva di essere troppo triste. Il giorno dopo il funerale del bimbo, la madre di Becky ha accusato la figlia di comportarsi in modo egoistico perché piangeva troppo, aggiungendo che “dovrebbe alzarsi e fare ciò che era giusto” (cioè, la pulizia della casa e la preparazione del cibo, nel caso in cui qualcuno venisse a visitarla). Immediatamente dopo sua madre era andata via, invitando il giovane e disperato marito di Becky, così come i tre nipoti piccoli di cavarsela da soli. La madre era ritornata di corsa dal padre proferendo le seguenti parole: “Tuo padre ha bisogno di me; è stato un duro colpo per lui”.

“E per me?!” gridò Becky, mentre mi raccontava la storia. “Lei non ha pensato al mio dolore?! No, a me non era permesso provare dei sentimenti o disperarmi. Io non esistevo per lei, inoltre, non mi stavo comportando correttamente! E che Dio mi perdonassi perché piangevo, perché ero addolorata o avevo bisogno di loro.”

Tranne che in quell’occasione in cui il padre di Becky la lanciò dalle scale, nessuno è mai stato picchiato in quella famiglia. Mai qualcosa “mancò” materialmente. Nessuno dei suoi genitori abusava di qualche sostanza, non c’erano malattie mentali, incapacità fisica, nulla. Però era una famiglia narcisista. La palese aspettativa era che i bambini dovevano soddisfare i bisogni emotivi dei genitori ma senza poter mai contare con il loro sostegno emotivo.

 Conclusione

La famiglia narcisista di solito si somiglia alla comune mela rossa brillante con un vermicello dentro; fuori sembra perfetta, finché qualcuno la morde e scopre il verme. Il resto del blocco potrebbe andar bene ma, a quel punto, hai già perso l’appetito.

Nella famiglia narcisista gran parte di ciò che accade è “a posto”, anche se la base emotiva manca del tutto. I bambini non riescono a soddisfare i loro bisogni emotivi perché i loro genitori non si degnano di soddisfarli. Anziché concedere ai figli uno specchio di appoggio, fortemente ancorato e con base nella realtà, i genitori narcisisti presentano uno specchio che riflette unicamente i loro bisogni, aspettandosi che i bambini reagiscano di accordo. Il polo è rovesciato di modo che i bambini crescono credendosi sempre in difetto, sbagliati o degni di essere colpevolizzati.

Quando un individuo cresce incapace di aver fiducia nella stabilità, nella sicurezza, nell’uguaglianza all’interno del suo mondo, impara a diffidare dei suoi sentimenti, percezioni e valori. Quando siamo educati a essere reattivi-riflessivi, proprio come Eco, le abilità necessarie per avere una vita soddisfacente vengono fatalmente a mancare.

(Testo originale in spagnolo disponibile su http://quantumfuture.net/sp/pages/familia_narcisista_cap_1.html)

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[1] avid, Metamorphoses, translated by Frank Justin Miller (1916; reprint, Cambridge, MA: Harvard University Press, 1936).

[2] John Bradshaw, Healing the Shame That Binds You (Deerfield Beach, FL: Health Communications, 1988), p. 52.

[3] Jacques Lacan, The Seminar of Jacques Lacan, edited by Alan Millar and translated by John Forester, 2 vols. (Cambridge, UK: Cambridge University Press, 1988).

[4] E. H. Erikson, Identity: Youth and Crisis (New York: W. W. Norton, 1968); A. H. Maslow, Toward a Psychology of Being (New York: Van Nostrand, 1962).

[5] Terry Kellogg, Finding Balance: 12 Priorities for Interdependence and Joyful Living (Deerfield Beach, FL: Health Communications, 1991), p. 192.

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