Le regole di funzionamento di una famiglia narcisista

Stephanie Donaldson-Pressman, Robert M. Pressman
The Narcissistic Family: Diagnosis and Treatment – Editore: Jossey-Bass, 2011

Capitolo II (seconda parte) – Trad. C. Lemes Dias

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Ci sono alcuni comportamenti prevedibili che ci permettono di osservare il modo in cui i membri di una famiglia narcisista si rapportano gli uni agli altri. Tali comportamenti rappresentano il criterio non articolato che detta il funzionamento generale della famiglia. Il proposito di queste regole è di alienare i genitori dai bisogni emotivi dei loro figli per proteggere e mantenere intatto il sistema genitoriale. Quindi, tutte queste “regole per il funzionamento” non articolate servono a demotivare i bambini a comunicare i loro sentimenti apertamente giacché limitano l’accesso ai genitori. Nel frattempo, però, i genitori avranno accesso illimitato sui loro figli.

1. Comunicazione indiretta

Nella famiglia narcisista la comunicazione diretta e chiara dei sentimenti è scoraggiata. Le persone esprimono i loro sentimenti di modo indiretto. Le richieste raramente sono dirette; al posto di “Sam, potresti apparecchiare la tavola?” ascoltiamo “Sarebbe così bello se qualcuno apparecchiasse la tavola!”.

Quando i genitori sono disgustati o arrabbiati, spesso sono incapaci di esprimere questi sentimenti al loro tempo e nel modo adeguato. Un paziente ricordava che ogni volta che sua madre era arrabbiata con suo padre, gli dedicava un’attenzione esagerata durante la cena e diventava molto severa con i bambini per la loro presunta mancata preoccupazione riguardo al benessere paterno: “Ed, passa le patate prima a tuo padre. Stacy, passa il burro a tuo padre prima che la verdura si raffreddi.” Continuava a far così finché l’intera famiglia diventava realmente tesa e presa dallo sconforto, rovinando la cena, dopodiché sfruttava il commento più banale del padre per alzarsi dal tavolo piangendo. Il padre restava a tavola per qualche minuto, ma subito dopo gettava il tovagliolo e se ne andava, abbandonando i bambini spaventati, confusi e risentiti. In nessun momento tornavano a far riferimento o dare spiegazioni su questi incidenti.

2. Comunicazione triangolare

Un’altra tecnica inefficace di comunicazione utilizzata all’interno delle famiglie narcisiste è la triangolazione. I genitori usano una terza persona per comunicarsi, usualmente il bambino. Un paziente, invece, raccontò che i suoi genitori per anni hanno usato il loro cane: “Buffy, dì a Papi che Mammi vuole uscire il sabato sera”. “Buffy, fai presente a Mammi che il sabato sera c’è il bowling di Papi”. Un giorno Buffy ha deciso di andar via, portandosi appresso Papi che, a proposito, firmò la lettera di addio con il nomignolo “Buffy”!

È più comune, tuttavia, che i genitori “si fidino”, con l’aspettativa implicita, che il bambino porti il messaggio all’altro. I genitori, certe volte, usano il bambino come intermediario per evitare la comunicazione diretta, pianificando la loro vita intorno al piccolo (ai piccoli) per non restare mai da soli; in altre parole, usano il bambino come difesa contro l’intimità.  In un terzo scenario, la triangolazione è impiegata dal genitore per fare un’alleanza con il minore contro l’altra persona – il concetto di “il nemico del mio nemico è mio amico”. È una situazione che genera confusione e danno quando il “nemico” è l’altro genitore del bambino,  oppure un fratello o sorella.

Nuovamente, queste famiglie sono subdolamente narcisiste. Soltanto apparentemente i bisogni del bambino sono sempre soddisfatti, ed è probabile che il piccolo passe molto tempo con entrambi i genitori. Il problema, naturalmente, è che la preoccupazione dei genitori nel soddisfare unicamente i bisogni del figlio diventa il punto saliente dei rapporti familiari. I bambini non sanno dire quando e come i tempi felici iniziano e terminano. Sentono di essere “riusciti a far tutto correttamente” quando l’intimità è motivata, e che “hanno rovinato tutto” quando l’affetto è tolto. In realtà loro non sono responsabili dell’inclusione o esclusione nell’intimità genitoriale; il vero motivo si basa sulle necessità dei genitori, e non nel comportamento dei figli.

3. Mancata disponibilità genitoriale

La mancanza di disponibilità genitoriale si riferisce alla disponibilità emotiva – l’abilità di sostenere una conversazione sui sentimenti dei figli. Molti sopravvissuti raccontano di non aver mai avuto conversazioni profonde con i loro genitori. Che i loro genitori “facevano cose” per loro (li portavano in giro, donavano o compravano qualcosa), ma se realmente volevano o avevano bisogno di parlare di sentimenti, la conversazione rapidamente si convertiva in una sessione di consigli (fai questo, fai quello), una lite (avresti dovuto fare questo o quello), una negazione (tu non sei triste, sei solo affamato e stanco; domattina starai meglio). I genitori erano sempre “fin troppo occupati” per parlare. I bambini, quindi, potevano costatare come i loro genitori erano davvero occupati, che facevano cose per loro, o per la famiglia oppure erano immersi nel lavoro, di modo che, se covavano un po’ di risentimento nei confronti dei loro genitori, subito dopo si sentivano egocentrici, in difetto o cattivi.


La storia di Anna.
 Anna è una bella studentessa universitaria di diciannove anni che fa la modella per arrotondare. È arrivata in terapia per via della distimia (depressione lieve) e bulimia. Anna e suo fratello, Marshall, avevano otto e nove anni rispettivamente quando la loro madre, appena divorziata, ha deciso di unirsi al clero. Questa scelta ha richiesto alla madre sei anni di studi, tra convitto e lavori a tempo parziale.

Da avere una casa bella con due genitori, due macchine, un cane e un gatto, siamo passati a vivere in un appartamento puzzolente, senza i nostri animali, senza nostro padre e – essenzialmente – senza madre. Ho odiato tutto. Non tanto per l’appartamento o per il divorzio dei miei; volevo che si divorziassero, in ogni modo. Entrambi, mio fratello ed io eravamo d’accordo sul divorzio. Papà era realmente una persona spregevole; tradiva nostra madre ed era morboso con noi, in fondo eravamo felici per il divorzio. L’appartamento era strano, qualcosa di anticonvenzionale. Però, in un certo modo, mio fratello ed io pensavamo che a quel punto fossimo noi tre contro il mondo; che mamma sarebbe stata più disponibile ora che papà ci aveva lasciato.
Dopo aver avuto questa grande esperienza religiosa nostra madre cambiò. Dal giorno alla notte. Ed è questa la parte cattiva. Era come vivere con una persona estranea! Dopo il divorzio, mia madre non si è comportata di modo stupido, anzi, è stata fantastica. Voglio dire, lei si mise a dieta, lasciò crescere i suoi cappelli e cominciò a frequentare altre persone. Cose così. Era brillante. Era ancora la nostra mamma. Mio fratello ed io pensavamo che fosse tutto molto divertente. Era come se mamma fosse tornata a vivere in età adolescenziale o qualcosa così. Era una gran madre per noi. Lei ci parlava – realmente ci parlava. Potevamo raccontarle qualunque cosa. Anche i nostri amici la adoravano. Era vero che eravamo molto più poveri dopo il divorzio, ma in fondo non avvertivamo alcuna differenza. Il nostro appartamento diventò il luogo in cui i nostri amici volevano esserci; loro adoravano mamma, e lei voleva bene a tutti. È stato un bell’anno. Ecco, come dicevo prima, lei ha avuto questa cosa religiosa, si è convertita in una persona diversa. Tornò dopo, a scuola, per convertirsi in sacerdotessa ed è stato allora che ha smesso di essere mia madre.
(Anna comincia a piangere).
Era sempre occupata con le cose della chiesa. Ricevevamo sempre la visita di questi sacerdoti sconosciuti che mantenevano con lei lunghe e noiose discussioni che si prolungavano fino a tarda sera. Dovevamo attendere che andassero via per parlare con lei, ma spesso mi addormentavo. Piangevo fino ad addormentarmi. Mio fratello allora cominciò ad allontanarsi da me. L’ho capito, voglio dire, lui era un adolescente ed io ancora una bambina. È stato molto doloroso – mi sentivo molto sola… Mamma aveva Dio, Marsh i suoi amici e la sua fidanzata…ed io non avevo nessuno.”
A volte cercavo di parlare con mia madre, lei diceva di sapere il quanto era difficile per me, rilevando che lo era anche per lei. Io per lei ero “strana”. Subito dopo mi abbracciava e baciava promettendomi di regalare un po’ del suo tempo. Era lei a trovarmi strana! Questa è proprio bella! Lei non aveva alcun motivo per ritenermi una bambina “strana” – bastava restare un po’ più con me! Molte delle cose che faceva mia madre non avevano alcun bisogno di essere fatte. Non erano parte del programma. Lei lo faceva per la sua immagine.
Ed eccomi lì, ferita e sola. Anche molto arrabbiata, credo. All’età di undici anni ho cominciato a sviluppare le mie forme, a tredici anni ero sessualmente attiva. E odiavo! Però almeno
(Anna piange intensamente)…c’era qualcuno che mi abbracciava e mi faceva parlare. Rimasi incinta e  abortì a quattordici anni – due settimane prima che mia madre diventasse una sacerdotessa.
Nella…cerimonia d’ordinazione, tutti la vedevano come una santa. Tutti dicevano allora –e fino adesso me lo ripetono – quanto mia madre sia aperta, come sia facile parlare con lei…quanto sia amorevole…Lo so io. Ora mi è chiaro, credo. È così che la vedono tutti. Tutti adorano mia madre, perché lei fa “il bene”. Sì, che lo fa. Però, mi chiedo, com’è possibile odiare qualcuno che fa il lavoro di Dio? Mi sento una persona cattiva!

4.Limiti confusi

Nella famiglia narcisista, i figli sono sprovvisti di diritti. I loro sentimenti non li appartengono; i loro sentimenti non sono presi in considerazione. Se non abbiamo sentimenti, gli altri non sono costretti a prenderli in considerazione.
Problemi come il diritto alla privacy hanno un colore distinto nella famiglia narcisista. Per esempio, in una famiglia sana si rispetta e s’incoraggia la privacy; i genitori non entrano nelle camere dei figli o nei bagni senza bussare prima alla porta, non ascoltano le conversazioni telefoniche degli altri e nemmeno leggono la posta altrui, inoltre, non lasciano che i bambini invadano la loro privacy. I limiti sono chiari e regole chiare governano ciò che i singoli elementi della famiglia possono aspettarsi l’uno dell’altro.

In una famiglia apertamente narcisista, può accadere che non esistano regole che governino il problema dei limiti, come il caso della privacy. La privacy diventa un concetto totalmente alieno. Gli oggetti personali di ognuno, il loro tempo, incluso i loro stessi corpi diventano una proprietà dei loro genitori, di chi ha il dovere di curarli, oppure dei fratelli più grandi e più forti. Nelle case in cui un padre abusa di uno o più bambini, per esempio, l’idea di privacy – o proprietà della privacy – è impensabile per la vittima dell’incesto. Se lei non possiede il suo corpo, in realtà nulla possiede e non ha diritti. Non ha limiti assolutamente, in termini di ciò che può sperare o richiedere dagli altri (niente), e su ciò che gli altri potranno attendersi o chiedere da lei (tutto).

Nelle famiglie velatamente narcisiste possono esistere regole chiare per governare i limiti, incluso la privacy fisica. Il problema, tuttavia, è doppio. In primo luogo perché i genitori possono infrangere le regole se la necessità lo detta, in seconda battuta, perché non esistono limiti rispetto alle aspettative emozionali dei figli. Cioè, si spera sempre che i bambini soddisfino i bisogni dei genitori, ma le necessità dei bambini solitamente vengono soddisfate per pura coincidenza, vanno lasciate al caso. (Vide “Il bianco rimovibile” descritto sotto)

Il problema dei limiti sono molto complessi per i sopravvissuti, per questo lo trattiamo in molte occasioni su questo testo (vide Capitolo Sei). Gli adulti cresciuti in famiglie narcisiste molte volte non sanno di poter dire di no – che hanno il diritto di limitare ciò che vogliono fare per gli altri, e che non devono stare fisicamente ed emozionalmente disponibile per chiunque a qualsiasi momento. Nelle loro famiglie di origine probabilmente non avevano il diritto a dire di no, oppure a discriminare tra una richiesta ragionevole e una senza fondamento. I bambini delle famiglie narcisiste non hanno imparato a stabilire dei limiti perché non era vantaggioso per i genitori insegnare loro ad averli: i bambini avrebbero potuto usare ciò che avevano imparato contro di loro a qualunque momento! (Vide la storia di Janine nel Capitolo Quattro).

5. Il Bianco rimovibile

Nella sezione anteriore, abbiamo detto che  all’interno di una famiglia narcisista può capitare che i bambini abbiano le loro necessità soddisfate per un mero incidente di percorso – come un sottoprodotto della realizzazione dei bisogni genitoriali. Per esempio, Susie (di 6 anni di età) ha bisogno di essere ascoltata. La madre di Susie generalmente si trova “troppo occupata” per ascoltarla (è irrilevante se è occupata con il papà di Susie, con la cocaina, con il lavoro, o con una depressione grave – il bambino non vede la differenza), ed esige che sia la sorella maggiore di Susie, Joyce (di dodici anni) a  “toglierla dai piedi!”. Il bisogno di attenzione di Susie non è stato soddisfatto da sua madre; Joyce tantomeno tiene nascosto il suo bisogno di attenzione e nemmeno quello di autonomia di sua madre.

Supponiamo, però, che la suocera arrivi a far visita alla famiglia. La madre avverte il bisogno del riconoscimento e dell’apprezzamento della suocera, persona abituata a fare lunghi discorsi sulla buona educazione genitoriale. E così, durante la visita, la madre si mostra disponibile e affettuosa con entrambe le figlie. Susie e Joyce riescono ad ottenere l’attenzione della madre momentaneamente, di modo che Joyce, per un attimo, è liberata dal ruolo di babysitter della sorella. La suocera loda l’abilità di educatrice della madre, di modo che il suo bisogno di riconoscimento è stato sodisfatto. Tutti sono contenti – temporaneamente. La madre ha rispettato il bisogno di attenzione delle figlie, anche se si tratta unicamente di una coincidenza che ha reso possibile alla madre il raggiungimento del suo obiettivo.

Nell’esempio di prima gli effetti sono particolarmente dannosi. Le bambine credono di essere il motivo per il quale la madre abbia adottato un atteggiamento più affettuoso, il che motiva le ragazzine a credere di avere il controllo sul comportamento materno. Per questa ragione quando la madre ricomincerà a comportarsi come prima, loro continueranno a credere di essere la causa del suo rifiuto. Non potranno mai averla vinta: hanno assunto la responsabilità per situazioni che non possono controllare. L’unica lezione che potranno trarre da questo modello comportamentale è che non sapranno mai come fare la cosa giusta. Penseranno che qualcosa di veramente brutto stia accadendo: sono riuscite ad avere l’attenzione materna per un breve tempo, ma subito dopo l’hanno persa. Le bambine continueranno a cercare di raggiungere il bianco rimovibile– in questo caso, il “tasto” capace di provocare nuovamente l’attenzione materna.

6. Carenza di diritti

La principale difficoltà che implica lo stabilimento dei limiti, gli argomenti che rispecchino l’intimità e virtualmente qualsiasi problema per il sopravvissuto, riguarda il diritto emozionale. Per riuscire a stabilire dei limiti con un’altra persona (anche dicendo no al sesso, rifiutando al figlio adolescente di portarlo in negozio tarda sera perché si è “scordato” di chiedere qualcosa prima, o richiedendo uguaglianza salariale), una persona deve sapere che ha il diritto di fare simili richieste: che ha il diritto di stabilire dei limiti, di sentire un sentimento o di fare un sollecito.

Nelle famiglie narcisiste, aperte o velate, i figli non hanno il diritto di possedere, esprimere o sperimentare quei sentimenti resi inaccettabili dai loro genitori. I bambini imparano a fare una serie di cose con i loro pensieri per evitare di avere dei problemi con i loro genitori: immagazzinano i loro sentimenti, sublimano, negano, mentono su di loro, imparano a simularli e, per ultimo, dimenticano come provarli. Ciò che è stato annientato durante l’infanzia – il diritto di sentire – è difficile da essere vissuto in età adulta. Però, finché da adulti non capiranno di avere il diritto di sentire ciò che sentono – e che hanno sempre avuto questo diritto – mai saranno capaci di andare oltre, di arrivare al momento di stabilire dei limiti. E senza limiti appropriati, tutti i rapporti sono distorti e hanno esiti nefasti.

7. Lettura della mente

Caroline, una ragazza che abbiamo avuto in cura, è stata una di queste persone molto integre che menzioniamo prima in questo capitolo; il prodotto di una famiglia narcisista che, nonostante ciò è riuscita a far sì che i suoi bisogni emotivi fossero soddisfatti dai suoi genitori. Nonostante le due sorelle maggiori di Caroline diventassero alcoliste e disfunzionale, Caroline era felicemente sposata, mamma di due bambini in età prescolastica e frequentava un corso part time per ottenere l’abilitazione all’insegnamento. Caroline arrivava in terapia ogni tanto per trattare temi specifici; in altre parole, ogni tanto accadevano avvenimenti in cui l’educazione ricevuta da Caroline non l’aveva preparata, dedicava due o tre sessioni per “ricomporre il puzzle nella sua testa”, come diceva. In una di queste sessioni abbiamo parlato della lettura della mente.

La storia di Caroline. 
Caroline era cresciuta in una famiglia narcisista nella quale una delle regole disarticolate consisteva nell’obbligo del padre di intuire i desideri della madre senza che lei dovesse esprimerli. Se suo padre azzeccava, tutto era rose e fiori. Tuttavia, se il padre si sbagliava (circostanza che accadeva la maggior parte delle volte), la vita si convertiva in un inferno! Caroline ricordava il padre domandando alla madre cosa volesse per Natale, mentre la madre rispondeva dolcemente “Perché? Non essere stupido. Il Natale è per i bambini! Non regalarmi niente”. E così il padre non le regalava nulla, oppure qualche piccolo ricordo, la madre, tuttavia, si sentiva ferita e rimaneva arrabbiata per giorni. Lo stesso accadeva nei compleanni e anniversari. Sua madre si arrabbiava anche quando si vestiva e si truccava e il padre non le rivolgeva complimenti.

Caroline ricordava di aver domandato alla madre perché non chiedeva al padre con sincerità ciò che voleva sentirsi dire, che era bella  – che fosse importante per lei che lui lo dicesse apertamente e che lodasse la sua apparenza. Caroline non si è mai scordata la risposta della madre: “Se devo chiedere, la cosa perde il suo valore”.

Caroline interiorizzò questo messaggio molto presto nella sua vita. Un messaggio che si tornò parte integrale della sua visione del mondo. Se doveva dire a qualcuno cosa voleva, allora il regalo (certe parole, oggetti o la presenza di qualcuno) perdeva il valore per lei. Se qualcuno non aveva il potere di leggere il suo pensiero accuratamente, lei di rimando non esprimeva i suoi desideri e bisogni. Era fuori strada sui benefici di una comunicazione assertiva!

Attendersi dal marito o dai figli che fossero capaci di leggerle nel pensiero e soddisfare ogni necessità non espressa era una delle “regole” più dannose della sua famiglia narcisista. Virtualmente è sicura che nulla potrebbe soddisfare i suoi bisogni: “Io non otterrò mai ciò che voglio perché tu hai fallito nel darmelo.” È uno scenario in cui il mondo intero perde. Nelle famiglie in cui la lettura della mente è un requisito per i rapporti interpersonali, la parola “dovrebbe” è molto usata: “Lui dovrebbe sapere che avevo bisogno di lui a casa; lui dovrebbe sapere che non indosso nulla di colore azzurro.”

Altro aspetto ottuso sulla necessità di leggere la mente è che frequentemente capita nonostante le proteste reali che assicurano del suo esatto contrario. Vi ricordare la madre di Caroline che insisteva di non volere regali, quando in realtà li desiderava? I messaggi sono estremamente opposti e complessi: non solo dovete imparare a leggere la mente altrui per decifrare il messaggio reale ma, nel farlo, spesso non dovete far caso alle preferenze manifestate dall’altro. Dipenderà da voi indovinare quando dovete leggergli la mente o far caso alle sue preferenze esplicitamente verbalizzate.
La madre di Caroline usò la tecnica della comunicazione inefficace  (descritta da Caroline come “le delizie del martirio”) provocando, in innumerevoli circostanze, risultati disastrosi. Quando la madre ha dovuto sottomettersi urgentemente a un’isterectomia, Caroline si ricordava della richiesta energica fatta dalla madre stessa a suo padre, imponendogli di non cancellare i suoi piani di partecipare a un torneo di golf al quale era stato invitato da un amico che viveva nella periferia della città. Caroline aveva ricordi molto chiari sulla risposta del padre. L’uomo non voleva andare a giocare a golf mentre la moglie era in sala operatoria. La madre, però, con insistenza, aveva continuato ad affermare che la vita degli altri non doveva essere alterata soltanto perché lei era all’ospedale. Suo padre, alla fine, aveva ceduto ai desideri espressi dalla madre. Caroline (che aveva sedici anni quando l’episodio è accaduto) aveva osservato un notevole deterioramento nei rapporti tra i genitori da quel giorno in poi. Caroline sosteneva che sua madre non avesse mai perdonato suo padre per il mancato cancellamento del torneo, e che l’atmosfera a casa era diventata “tesa e triste” dopo quell’episodio.

Conclusione

Mentre i casi presentati in questo capitolo variano dai relativamente benigni agli apertamente abusivi, il filo conduttore è sempre la responsabilità distorta. Indubbiamente, in un determinato punto della storia della famiglia, la responsabilità per il soddisfacimento dei bisogni emotivi passa dai genitori – i diretti responsabili – ai figli.

I figli allora diventano come certi alberi che vediamo nel bosco: il tronco cresce forte e dritto fino a una certa altezza ma per qualche motivo (la mancanza di luce, l’intreccio con un altro albero, i danni causati da una tempesta) improvvisamente cominciano a crescere lateralmente, non più verso l’alto. Così come questi alberi, la crescita emotiva sana dei figli dei narcisisti s’interrompe. I sentimenti cominciano a diminuire fino al punto di essere orientati verso una direzione diversa, poco sana.

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