“Stammi a sentire, non dar retta a nessuno”. I messaggi paradossali del narcisista perverso/psicopatico

Nulla può essere vero e falso contemporaneamente in un’unica affermazione, giusto? Sbagliato. Per una persona affetta da Disturbo Narcisista della Personalità tutto è possibile e vi farà credere che è proprio così: siete voi a non aver capito ciò che intendeva dire.

Con la pratica sistematica del double bind (messaggi paradossali), così come le altre tecniche di raggiro che abbiamo visto in questo blog, un perverso narcisista riuscirà a influenzare i vostri comportamenti e reazioni quando comprenderà di aver innescato il vostro attaccamento nei suoi confronti. Con questo modo di “comunicare” egli può negare e affermare contemporaneamente qualunque cosa, trasmettendo attraverso il linguaggio parlato un messaggio positivo che potrebbe contemporaneamente negare attraverso gesti, espressioni o azioni eseguite nel momento successivo.

Non importa quale sarà la vostra reazione o cosa avete da dirgli, il perverso avrà sempre “le spalle coperte” rispetto a ogni vostra obiezione.

Abbiamo detto diverse volte in questo blog (e lo faremo sempre) che il linguaggio perverso non comunica, ma rende impotenti e neutralizza il pensiero altrui, bloccando ogni possibilità di reagire in modo normale alle trappole linguistiche sparse nel corso della conversazione:

Alessia: Dov’eri ieri sera?

Bruno: Boh! Non me lo ricordo!

Alessia: Ti ho chiesto dov’eri ieri sera e non te lo ricordi?

Bruno: Forse ero a casa… ero giù perché avevamo litigato. Mi sono rinchiuso con le tapparelle abbassate, credo. Ho pianto tantissimo, non mi andava di fare nulla per colpa tua!

Alessia: Non sei uscito per niente?

Bruno: Fammi pensare… a un certo punto sono andato al bar e poi sono tornato a casa.

Alessia: Ti hanno visto in discoteca, altroché al bar!

Bruno: Appunto, te lo stavo dicendo! Sono andato al bar, poi sono tornato a casa e ho ricevuto la chiamata di Marco che mi ha invitato a ballare.

 Alessia: Quindi, alla fine sei andato a divertirti!

Bruno: Cosa ti aspettavi, che restassi a casa a piangere per te come un coglione?

Alessia: Ti avevo chiamato a casa per chiarire la nostra situazione, sei stato tu a dirmi che soffrivi per colpa mia!

Bruno: Io? Quando mai! Ma chi ti credi di essere?

Per l’anti psichiatria ci sono squilibri emotivi originati da disturbi nella comunicazione umana. Quando un individuo manifesta un problema nel suo modo di comunicare e di rapportarsi con gli altri, finisce fatalmente per trascinare i suoi interlocutori all’interno della sua stessa confusione “disordinando” i pensieri altrui per forgiare, dentro la persona che lo ascolta, la stessa perdita di contatto con la realtà che lo caratterizza.

La scoperta del modo di comunicare in perfetto stile double bind (doppio legame) risale al 1956, grazie agli studi dell’antropologo Gregory Bateson (Università di Stanford, Palo Alto – California).

La ricerca di Bateson, chiamata a posteriori “Toward a theory of Schizophrenia” era composta unicamente da 20 pagine firmate da quattro grandi nomi: Don D. Jackson, J. Haley, J.H.Weakland e G.Bateson. Gli studiosi avevano analizzato l’intensità dei rapporti interpersonali verificando che determinate messaggi complessi (verbali o comportamentali) potevano influenzare il comportamento umano e rendere addirittura schizofreniche le persone sottoposte a lungo a questo stile comunicativo viziato, soprattutto se praticato sistematicamente all’interno del nucleo familiare di origine. In sintesi, la ricerca portava a nudo un tipo di comunicazione paradossale, caratterizzato dall’eccessiva ambiguità appartenente al quotidiano delle famiglie in cui almeno uno degli individui era schizofrenico (o reso schizofrenico), attribuendo l’origine della malattia (o il suo peggioramento) al modo di comunicare del suo nucleo familiare originale.

In linea di massima possiamo cogliere messaggi paradossali nelle situazioni in cui una preposizione è vera e falsa contemporaneamente.

Questo tipo di messaggio, arricchito ulteriormente da elevate dosi di sarcasmo, ironia, sofismi, antifrasi, sillogismi, antinomie, oppure da idee che si avvicinano a questi concetti come la malafede, le mezze verità, la falsità, l’ambivalenza, l’ipocrisia, l’ambiguità, le metafore e i luoghi comuni, finisce per rendere mentalmente paralizzati gli interlocutori, essendo il diretto responsabile per il crollo delle loro certezze su ciò che avevano da dire o da affermare quando sottoposti alle pressioni di chiunque si avvalga di questo metodo di comunicazione assolutamente distruttivo:

Una sera in cui guardavamo la tv, Johan mi fa una domanda: “Philippe ti piace?” (il suo miglior amico). Ho sentito che c’era una trappola… Era calmo, stavamo mangiucchiando guardando un film, non avevamo litigato, eppure ho percepito qualcosa… la domanda non era innocente. Siccome di solito era molto geloso, ho risposto: “No” – Ah? Perché? Cos’ha che non ti piace? Ti faccio notare che si tratta del mio miglior amico…ha ribattuto Johan alzando la voce. Subito, mi sono ripresa: “Ma certo che mi piace, che domanda”. In quel preciso momento, si è infuriato: “Lo sapevo! Non mi dicevi tutta la verità! Quando c’è lui, fai la preziosa, la carina; credi che ti cadrà così facilmente fra le braccia? Puttana!”…

Non sapevo neanche cosa rispondere.”[1]

Il double bind è la formula scelta per eccellenza dallo psicopatico o narcisista perverso al fine di gettare la persona che riceve il messaggio in confusione. Si potrebbe dire che accanto alla triangolazione e al gaslight, i messaggi in stile double bind costituiscono la malevola triade del linguaggio perverso, atto a falsare le percezioni e l’intuizione dell’altro.

Ritengo che la più sconcertante e drammatica osservazione della ricerca condotta da G.Bateson è la costatazione che il double bind funziona unicamente quando esiste un forte attaccamento affettivo tra le persone (un’illusione d’amore in atto). Per questa ragione questo tipo di trappola comunicativa insorge soprattutto nei rapporti familiari o di coppia nei quali il vincolo amoroso è talmente forte da limitare le possibilità di fuga. È triste osservare che l’amore e l’affetto sono gli elementi fondamentali per il perfetto funzionamento del meccanismo double bind.  Grazie ai sentimenti nutriti dall’altro, la sua dipendenza affettiva o la sua ossessione, il perverso narcisista è destinato a trionfare sempre, riportando l’altro alla sua ferrea disciplina di servilismo con qualche parola ben dosata e confondente.

Senza un sentimento profondo (di amore, di stima, di ammirazione o di rispetto) i suoi tentativi di manovrare gli altri avvalendosi da messaggi paradossali sarebbero subito smascherati, accantonati come il linguaggio utilizzato da un disturbato mentale o da un pazzo. Prendiamo un altro esempio:

Avevamo fatto l’amore benissimo. Non che fosse la prima volta. I rapporti prematrimoniali negli Anni Ottanta non erano una novità, per quanto i miei fossero molto cattolici e mi avessero educata a un certo rigore. Mica mi andava di passare per stupida. Non avrei trovato nessuno disposto ad aspettare fino alle nozze e neanch’io lo volevo. Però mi sono sentita come legittimata dalle nozze. La celebrazione, i fiori, l’imminente partenza per le Mauritius, perfino il certificato, mi davano un senso di sicurezza e libertà. Quello che c’era stato tra noi prima del matrimonio veniva riconosciuto per il resto della vita e questo mi faceva sentire davvero sua. Quella notte mi sono donata a lui senza pudore, completamente libera. Gli è piaciuto molto e anche a me. Poi, al mattino, ha cominciato a chiedermi del mio primo fidanzato, Pierre. Cosa ci avevo fatto. Com’era il sesso con lui. Se anche con lui avevo fatto quelle… quelle cose… se ero stata in quel modo… Gli ho detto “Ma cosa dici?” e pam! Mi ha rotto il labbro con uno schiaffone che mi ha rovesciato giù dal letto. Ero così stupita che non mi veniva neanche da piangere. Ho portato la mano alla bocca e ho visto il sangue sulle dita.(…) Si è alzato ed è andato in bagno, lasciandomi sul tappeto. Allora ho cominciato a piangere. Non capivo cosa fosse successo. Forse stavo cominciando a immaginarlo, ma non volevo crederci. Comunque quando è uscito era cambiato, era tornato dolce e ha preso a scusarsi. Dio, le sue scuse, quante maledette volte le ho ascoltate.  “Non so cosa mi è preso. Lo stress dei preparativi. Non riesco a perdonarmelo”. Ed io, che mentre era in bagno mi ero già vista tornare da mia madre, altroché alle Mauritius, mi sono trovata a convincerlo che non era niente, che uno scatto di nervi può capitare a tutti[2].

In questo esempio il marito perverso rivolge alla neo sposa una domanda precisa, germogliata grazie ai semi della sua gelosia retroattiva. La risposta della donna, qualunque fosse stata, sarebbe comunque sbagliata come vedremo di seguito:

Lo screzio non aveva lasciato segni durante il giorno, ma la notte non riuscivo più a essere come la prima volta dopo le nozze, con lui. Era tornato carino, mi copriva di attenzioni, mi coccolava, ma il mio corpo era come non si fidasse più. Non riusciva ad abbandonarsi. Claude la sapeva già lunga, faceva finta di niente, pareva armato d’infinita pazienza. E una sera cosa combina? Ordina due bottiglie di champagne, una al ristorante e una da portarci in camera. La trappola era tesa. (…) Ci prendiamo come ossessi e poi ci addormentiamo l’una nelle braccia dell’altro. Quando ci si sveglia ricomincia a chiedermi che tipo di rapporti avevo col precedente fidanzato. Una lampadina mi si accende nella testa. Capisco che è proprio quello che gli rode. (…) Con tutta la dolcezza di cui sono capace gli dico che abbiamo avuto qualche rapporto sì, ma niente di intenso come con lui, che amo. Mi chiede com’era nei dettagli, questo sesso meno intenso. Sono a disagio e non riesco a rispondergli con precisione. Allora si mette a urlare che sono una puttana e che gli voglio nascondere il mio passato perché è schifoso. Una parola tira l’altra, litighiamo. Gli dico che è un maniaco e a quel punto gli occhi gli si strabuzzano e mi assesta un pugno da slogarmi la mascella. “Troia!”, grida “Sei una troia” e mi pianta lì un’altra volta[3].

Questo esempio rivela chiaramente il disastro che il double bind genera nella vita di coppia. Dopo l’accaduto, in effetti, la protagonista si renderà sessualmente piatta nei rapporti intimi per non ferire il marito geloso. Resteranno insieme per vent’anni, avranno due figlie, lui la sottometterà a ogni sorta di vessazione e perversione sessuale per “metterla alla prova” convinto di aver sposato “una poco di buono” quando, in realtà, voleva unicamente una donna annullata, una bestia da somma “di fiducia”, una “santa” da manipolare senza ulteriori pensieri, così da poter sfoggiare altrove, indisturbato, l’esuberanza sessuale che apparteneva unicamente a lui (si scoprirà più tardi), e che attribuiva alla moglie con base nelle sue proiezioni.

Nei momenti d’ira – ricordiamoci: la “gelosia” del perverso è una finzione funzionale al mantenimento del controllo e del potere all’interno della coppia, guai a chi la confonde con l’affetto proveniente da un partner premuroso! –  i narcisisti perversi/psicopatici danno sfoggio al loro linguaggio più “colorato” tratto spesso dal mondo porno, incutono paura, rompono degli oggetti, sferrano calci e pugni su porte, muri o “si sfogano” direttamente sul partner. Il piano verbale e il comportamentale di queste persone potrebbe fondersi nei momenti rabbiosi, nei quali l’ambiguità dei loro messaggi paradossali sparisce improvvisamente: la trappola double bind non serve più, avrà raggiunto l’obiettivo di paralizzare l’altro, cioè, di annullare totalmente la volontà dell’interlocutore, trasformandolo nella proiezione del suo pensiero più svalutante.

Al partner bersagliato da messaggi paradossali, tutti gli amici diventeranno amanti (se così vorrà il perverso), il suo passato sarà nient’altro che un grande bordello, le sue intenzioni e pensieri avranno sempre qualcosa di malevolo e le sue qualità e vittorie saranno denigrate perché raggiunte “chissà con quali mezzi” giacché un “buono a nulla” o una “scrofa” non potrebbe mai permettersi il lusso di un cervello sofisticato quanto il suo. Per il resto basta calibrare bene la voce, valutare ogni gesto e la postura, innescare qua e là ulteriori trappole comunicative per poi proclamarsi mentore e tutore del partner mentalmente condizionato ad agire lontano anni luci dalla sua vera personalità.

È  assai importante osservare che l’individuo costantemente bersagliato da ingiunzioni paradossali si ritrova, suo malgrado, in una situazione nella quale ribellarsi gli appare impossibile. I narcisisti perversi, da bravi manipolatori, esigono risposte immediate con la fermezza e la determinazione di un padre severo: ogni esitazione nella risposta potrebbe scatenare la loro ira. Restare impassibili o balbettare verrà automatico all’interlocutore che, sottoposto a una pressione inimmaginabile, presto capirà che non esiste una reazione o risposta giusta. Chi cercherà di reagire con qualche espressione metaforica, cioè, dicendo qualcosa che simultaneamente potrebbe essere interpretata dal perverso come una risposta poco chiara (antinomia semantica),  rischia di offrire una risposta paradossale quanto la domanda posta dal perverso, di modo che il caos comunicativo è assicurato. Ecco perché seguendo la teoria sistemica delle malattie mentali, G.Bateson abbia collegato il modo di comunicare in stile double bind alla schizofrenia: la coppia o la famiglia imposta domande-non domande per raccogliere risposte-non risposte. Follia pura.

E così, tutto porta a credere che un bambino che riceve sin da piccolo messaggi simili dai suoi genitori, un essere che dalle origini del suo sviluppo sia stato allevato nella confusione riguardo ai suoi processi cognitivi abbia maggiormente la tendenza a sviluppare un linguaggio fuori dagli schemi normali di comunicazione. Come farebbe a crescere mentalmente sano in mezzo alla caotica comunicazione genitoriale in cui regna la confusione tra il piano verbale e comportamentale 24 ore su 24?

Es: Una donna di circa trent’anni decide di andare a vivere in un’altra casa, lontana dai suoi genitori. Vorrebbe unicamente la sua libertà senza porsi il problema di rompere il rapporto con la famiglia. La prima a ricevere la notizia è la madre che afferma di essere molto felice per la decisione della figlia ma, nel farlo, si mette a piangere disperatamente. In realtà, lei sta dicendo a parole che comprende il bisogno di autonomia della figlia ma, attraverso le lacrime, afferma la sua sofferenza rispetto al desiderio della figlia di rendersi libera a trent’anni.  Senza dirlo apertamente, la madre comunica che l’indipendenza della figlia provoca la sua infelicità. La figlia, sentendosi in colpa, potrebbe abdicare del suo legittimo bisogno di autonomia per non far soffrire la madre, oppure ribellarsi e sentirsi “cattiva”. La madre, quindi, ha usato due canali di comunicazioni diversi (voce ed espressione facciale) nel messaggio double bind diretto alla figlia. Mettiamo, tuttavia, che la madre abbia usato un unico canale comunicativo, soltanto la voce per raggiungere lo stesso risultato, cioè, lacerare l’anima della figlia: “Sono convinta che anche tuo padre comprenderà il tuo bisogno di lontananza. I figli prima o poi si stancano dei genitori, si sa. Cerca di parlargli con cura, non ricordi più l’infarto di qualche anno fa? Non vorrei che si sentisse male nuovamente, poverino. Lo sai che papà ti vuole un mondo di bene, proprio come mamma…” 

In questo esempio la madre non ha usato un linguaggio diretto, sincero e obiettivo, non ha detto “si” o “no” definitivamente. Se la madre fosse stata più categorica e sincera il problema non sarebbe tanto grave poiché il conflitto avrebbe preso una piega chiara, definita. Tutto sommato, la figlia sarebbe meno dilaniata dai dubbi e sensi di colpa. Ciò che danneggia la comunicazione tra le donne dell’esempio precedente è l’irresolutezza del messaggio materno, il limbo nel quale getta la figlia: “Decidi tu, per me va bene, però… sappi che soffriremo tutti!”. La figlia, quindi, presa dai sensi di colpa, potrebbe cominciare a deformare i suoi piani, alterare la comprensione dei suoi reali bisogni cercando di confrontarli con la “tristezza” dei suoi genitori.

Grazie al double bind la madre avrà raggiunto il suo scopo: nel caso in cui la figlia decidesse di andarsene definitivamente da casa come prospettato, un simile carico di sensi di colpa materno potrebbe riportarla indietro alla prima difficoltà. La “felicità” dei suoi genitori sarebbe assicurata, al contrario della sua.

“Stammi a sentire, non dar retta nessuno!” come funziona il double bind

Es: Non piangere così, altrimenti me ne vado. (detto con dolcezza, accarezzando il viso della persona che piange) Uffa, smettila. Non puoi prendertela con me, se me ne vado! Voglio proprio vedere cosa farai quando mi vedrai con un’altra! (con espressione arrabbiata). Vabbè, sfogati pure, se ti fa piacere…(rassegnato) giuro, però, che mai più ti nasconderò qualcosa se il risultato è questo piagnisteo. Io non ho fatto niente, lo sai bene. Mi credi? No? Il problema allora è tuo, non mio! Vieni qua e dammi un abbraccio, lo so che in fondo non la pensi così.

Dobbiamo comprendere che qualsiasi reazione avente un messaggio paradossale alla base sarà emotivamente molto complessa. Le risposte assertive non placcano la sete del perverso di ridurre il suo interlocutore al nulla da plasmare di cui ha bisogno. Il partner del perverso, in questi casi, è reso incapace di commentare o di chiedere qualunque tipo di chiarimento sulle vicende che riguardano la vita di coppia. La strategia comunicativa adoperata dal perverso per anestetizzarlo crea tra di loro un muro comunicativo impossibile di essere scavalcato con le gambe del buon senso e della logica.

Il partner del perverso, sottoposto alla serie di messaggi double bind comincia a sopprimere il senso delle proprie parole e delle frasi nello scambio verbale. Questo accade perché non è in grado di seguire il filo illogico del pensiero perverso, quindi cerca di correre ai ripari con delle domande o risposte che, purtroppo, peccano di troppa emotività e poca sostanza. Sparisce la lucidità e anche la capacità di osservare i segni comportamentali del n.p., quei segni che indicano il contesto affettivo in cui le sue parole sono state proferite e l’incongruenza totale con i fatti discussi. Avvilito, spesso l’interlocutore si “ritira” spiritualmente della discussione giacché le sue argomentazioni spesso crollano sotto il peso di un problema diventato lui stesso, e non l’eventuale torto subito.

Opacizzato da un confronto impossibile perché l’oggetto è stato sotterrato da una valanga di parole inutili, sarà il perverso narcisista a decidere ogni particolare sui fatti che hanno portato al conflitto, portando sul tavolo anche l’eventuale soluzione del problema: “Dammi un abbraccio e facciamola finita, va bene così, io ti perdono!”, sarà il messaggio finale.

Osserviamo il discorso perverso con una fredda lente d’ingrandimento:

  • Non piangere così, altrimenti me ne vado: il perverso distrugge il senso delle lacrime dell’altro, che piange per qualcosa che ha fatto lui, attribuendo alla sofferenza del partner il suo desiderio di evasione;
  • Uffa, smettila: il perverso minimizza i sentimenti del partner, lo declassa a una “noia”, una palla ai piedi, il partner piange, dunque, è “pesante”.
  • Non prendertela con me, se me ne vado!: il perverso rafforza il suo messaggio iniziale, l’altro dovrà prendersela unicamente con se stesso per l’annunciata fine del rapporto.
  • Voglio proprio vedere cosa farai quando mi vedrai con un’altra!: il perverso, dopo aver invitato la partner a non piangere, la ricatta affettivamente, minacciando ritirare il suo presunto affetto per spostarlo su di un’altra persona.
  • Vabbè, sfogati pure, se ti fa piacere: il perverso concede all’altro il permesso di soffrire.
  • Giuro, però, che mai più ti nasconderò qualcosa, se il risultato è questo piagnisteo. Io non ho fatto niente, e lo sai.: il perverso fa una promessa senza dettagliare alcunché. Parlerà sempre in linee generali sempre che sarà colto in fallo. Inoltre, attingerà direttamente alla psiche dell’interlocutrice con l’espressione “lo sai bene” di modo che lei possa mentalmente crogiolarsi cercando di trasformare i suoi dubbi nella certezza voluta dal perverso: “Lui se ne va perché sono pesante e poi, in fondo, non ha fatto niente…lo so? Sì, forse non ha fatto niente. Forse…”
  • Mi credi? No? Il problema allora è tuo, non mio!: Il problema è spostato all’interlocutore che pur di sfuggire alla situazione confusa e intollerabile, tornerà ad annullarsi. A questo punto, il problema reale è stato sfumato, svanito, annebbiato per diventare unicamente le lacrime e la sofferenza del partner ferito che “fa pesare” al perverso il suo dolore.
  • Vieni qua e dammi un abbraccio, lo so che in fondo non la pensi così: l’efficacia di questa frase dopo un simile bombardamento, detta con il tono e nel contesto giusto, cioè, prima di diverse affermazioni e negazioni, critiche, squalifiche e complimenti alternati è quasi sempre garantita. Vediamo che il monologo del perverso narcisista è partito con una minaccia di abbandono per finire “in bellezza” con una richiesta di vicinanza, di simbiosi, di fusione con l’altro.

Sottomessi a questo tipo di proto comunicazione uomini e donne ritornano bambini. Con il tempo perdono la capacità di interpretare ciò che gli altri sentono, pensano o vorrebbero dire, dopodiché si rendono anche loro totalmente incapaci di comprendere ciò che sentono, pensano o vorrebbero dagli altri.  Se non c’è comunicazione chiara, il risultato è uno pseudo rapporto, insoddisfacente, artificiale, a senso unico… Per questa ragione, le discussioni con i narcisisti perversi raramente sono ricordate dettagliatamente dai loro interlocutori. Non si tratta di rimuovere ciò che si è ascoltato, ma di non riuscire a registrare una valanga di informazioni confuse, falsate e inutili, come se il cervello dell’interlocutore si ribellasse ai rifiuti comunicativi gettati dal/la n.p. per sommergere le sue idee.

Essendo affettivamente significativi, l’interlocutore cerca di memorizzare i messaggi paradossali ricevuti ma, non riuscendo a decifrarli, essi determinano una valanga catastrofica di tensioni: si crea un varco nell’analisi logica dei messaggi, una confusione soggettiva che disturba il pensiero (lo annebbia), provocando reazioni eccessive o sottomesse, in ogni caso anormali per l’indole del soggetto bombardato da paradossi. La risposta del/la n.p. non potrà che essere la condanna della reazione dell’interlocutore, qualunque essa sia. Nel caso sopra menzionato, il pianto della donna è diventato il vero problema. Si è dimostrata fragile, suscettibile, cioè, sul punto giusto da essere raggirata:

I narcisisti sanno che possono vincere le loro battaglie personali se riescono ad attirare l’interlocutore in conversazioni competitive. Quando invita la persona che sta loro di fronte a chiarire i suoi pensieri, il narcisista, in verità, sta cercando qualsiasi falla nella logica dell’avversario per poi usarla come pretesto per non collaborare[4].

Come nelle testimonianze precedenti, conviene ricordare la capacità tipicamente perversa di usare ciò che viene comunicato, raccontato o confidato dai partner anche a distanza di mesi, anni o decenni per giustificare ogni suo comportamento futuro. Inoltre se

Si è già insicuri e inclini a mettere in discussione le proprie competenze di fondo, si tenderà a sviluppare elaborati sistemi di autodifesa.

C’è chi ricorre a razionalizzazioni o giustificazioni non necessarie; chi dice “innocue bugie” per dare un’impressione migliore; chi diventa evasivo e cerca di negare o evitare la realtà della situazione; chi, in un faccia a faccia, smette di ascoltare per timore che l’altro interpreti l’ascolto come una manifestazione di assenso. Per ironia della sorte, però, tutte queste reazioni (che indicano un basso livello di fiducia in se stessi) non fanno altro che autorizzare il narcisista a perseverare nella sua condotta aggressiva[5].

In tanta complessità e incertezza, c’è un unico dato universalmente accertato: l’agire perverso sarà sempre portatore di disagio psichico chiunque sia il destinatario delle sue attenzioni, che si tratti di un partner o di un figlio il risultato è assicurato e molto negativo.

______________________________________________________________

[1] CHAPAUX-MORELLI, Pascale; COUDERC, Pascal. La manipolazione affettiva nella coppia, Edizioni Psicoline, 2014, p.124.

[2] SCHEMBRI, Pascal. Femminicidio – loro si sono salvate. ALS Dina Editions, 2014, p.11-12.

[3] Idem, p. 12-13

[4] CARTER, Les. Difendersi dai narcisisti – come non farsi rovinare la vita da chi pensa solo a se stesso. TEA, 2013, p.161.

[5] Idem, ibidem. p.151-152

4 pensieri su ““Stammi a sentire, non dar retta a nessuno”. I messaggi paradossali del narcisista perverso/psicopatico

  1. Piangevo nel letto, a volte. Lei era sveglia accanto a me. Mai un gesto d’affetto né una parola dolce.
    Ero arrabbiato, non so nasconderlo: mai una volta che mi abbia chiesto perché. Sapeva di essere causa del mio malessere e ne godeva.
    Il silenzio: la sua arma preferita. Ne sono morto, io che condivido tutto e amo raccontare ed ascoltare.
    Flirtava con tutti e quando lo notavo e lo dicevo mi dava del pazzo geloso.
    Si alzava da tavola, dopo cena, e senza dire una parola si andava a sedere di fronte al computer fino a notte fonda come se io e i figli non esistessimo: lavoro, diceva. Più le chiedevo di comunicare più evitava di farlo, reiterando i comportamenti che sapeva mi avrebbero reso nervoso (silenzi, distanza, anaffettività, mancanza di intimità).
    Lo ripeto anche qui: sono esseri finti, non esistono. Perderli è solo un bene. Lasciarli andare è un guadagno immenso. La nebbia si dirada lentamente, dissolta dal calore del nostro cuore che piano piano ricomincia a pulsare.

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    1. Carissimo Guglielmo, quando dico che il loro è un comportamento seriale – e per questo prevedibile – parlo di un gruppo di ‘persone’ (si fa per dire!) che si comporta di modo analogo con tutti coloro che provano dei sentimenti per loro. Appena si rendono conto della tua fragilità aumentano la cattiveria nei tuoi confronti. Sei diventato geloso per colpa della loro ambivalenza? Peggio per te! Non fanno assolutamente nulla per rassicurarti e via con le ore passate davanti al computer, il telefono sempre nel silenzioso e con tanto di password, le sparizioni, i viaggi improvvisati, i soldi che se ne vanno dentro un buco nero, le telefonate sottovoce, le telefonate del capo o del collega mai risposte davanti a te, la voce che acquista un tono diverso quando parla con…, le risposte alle chiamate come se parlasse in codice, i tanti flirt fatti in tua presenza e gli altri che qualche conoscente ti viene a raccontare, ecc. Vado avanti, caro Guglielmo? Potrei andare alla lunga e pure tu. Il punto è che danno per scontato che sarai sempre lì perché se tolleri tutto ciò vuol dire che hai convalidato il tuo status di schiavo. Dopodiché, siccome SEMPRE coltivano qualcun’altro, si convincono che esistono schiavi di qualità superiori, cioè, in grado di dare più lustro alla loro immagine e quindi ecco che arriva puntualmente l’abbandono (se non te vai prima, perché totalmente prosciugato!). Guglielmo, non pensare che con tizio e caio sarà tutto diverso! Ricordati che mano a mano che invecchiano peggiorano perché subentra la paura della morte e lì son guai per chi resta accanto a questi soggetti! Ti sei salvato e lo sai perfettamente. Un abbraccio e buona domenica!

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  2. Esatto tutto maledettamente vero.Non fa una grinza.Se studiassimo prima di incontrarli questi mostri;non ci cascheremmo, ma ci si puo’ salvare anche subito dopo lo sbaglio, basta riuscire ha sganciarsi con il ‘no contact’ non è facile ma tutto si può.

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