Vincere i sensi di colpa: la molla che ci catapulta dal traghetto guidato dal perverso narcisista

Per comprendere come un perverso narcisista/psicopatico riesce a padroneggiare e manovrare il meccanismo profondo dei sensi di colpa negli altri rendendoli incapaci di affrontare le più svariate situazioni, eternamente inadeguati e degni di poca stima dobbiamo approfondire il funzionamento generale della colpa nella natura degli esseri umani comuni:

Se facciamo attenzione a ciò che si prova quando ci si sente in colpa per aver fatto qualcosa di sbagliato, ci accorgiamo che il pensiero dell’azione negativa invade completamente il campo mentale, che ci è impossibile distogliere l’attenzione dal dispiacere provocato all’altro, da quello che si sarebbe potuto fare per evitare l’accaduto e dalla valutazione di ciò che effettivamente si può fare per recuperare.  Ma l’intensità dell’emozione, abitualmente, si affievolisce col trascorrere del tempo e anche per effetto dell’azione riparativa. Possiamo mettere in atto comportamenti e azioni volti a recuperare la situazione e/o il rapporto con la persona che ha subito il danno ed elaborare l’accaduto, ridefinire le nostre emozioni in termini più costruttivi giungendo a una riconsiderazione dell’esperienza che permetta di tollerare la colpa.

Chi vive di sensi di colpa cronici, continui e intollerabili si trova invece esposto a un magma di emozioni che lo assorbe e lo impegna emotivamente e mentalmente senza consentirgli di poter affrontare e pensare serenamente né a cosa fare, né a se stesso. Questi pensieri ricorrenti di colpa si associano frequentemente a vissuti depressivi, a sintomi ansiosi, a percezioni di incapacità e di impotenza o possono essere essi stessi la causa “antica” delle reazioni depressive. Chi vive uno stato emotivo di questo tipo non solo non riesce a liberarsi dai ricordi intrusivi che sembrano perseguitarlo, ma gradualmente perde anche la capacità di reagire agli stimoli dolorosi e di far fronte alle situazioni. Dato che non è possibile continuare a provare emozioni dolorose sempre con la stessa intensità, l’individuo mette progressivamente in atto dei meccanismi che lo difendono dalla sofferenza. Si può così sviluppare una sorta di insensibilità verso gli altri, un disinteresse e una disaffezione verso la propria esistenza e verso le persone care, che si unisce alla sensazione di essere impotente, incapace di comportarsi in modo adeguato. Quando le possibilità di elaborare le emozioni e di riparare diventano ridotte, l’autostima viene minata, l’immagine di sé risulta lesa e quindi insorgono sentimenti depressivi che impediscono di attribuire significato e valore a qualunque evento o esperienza personale[1].

Mettiamo il “classico” esempio dell’uomo che va alla ricerca di prostitute mentre la moglie è incinta. Cosa lo rende un narcisista? Mentre la donna cerca di far fronte a un evento straordinario e delicato che altererà per sempre l’equilibrio della coppia, mentre cerca di accettare i cambiamenti nel suo corpo e nell’intera psiche come parte di un progetto di vita condiviso e molto più grande di lei, il narcisista, incapace di sopportare il peso di una simile responsabilità, cerca l’evasione attraverso il sesso mettendo a repentaglio la vita della coppia. Se il grado di narcisismo non è elevato e il periodo di crisi cessa, la nascita del piccolo riporta automaticamente serenità e gioia, ripristinando, ridimensionando e rinvigorendo la vita familiare. Se, invece, l’uomo dell’esempio è un narcisista perverso, egli vivrà l’attesa del piccolo con grande indifferenza, come se il momento appartenesse esclusivamente alla donna. Potrebbe alternare momenti di finto appagamento davanti agli altri –  in cui si sentirà “molto virile” per aver “fecondato” una donna – a momenti di odio assoluto nei confronti della partner in gravidanza. La ricerca di sesso altrove maschera, in questo caso, non solo il soddisfacimento di un particolare e irrefrenabile bisogno fisiologico, ma anche il desiderio di punire la partner per quel corpo che non può fare a meno di cambiare. Finita la gravidanza, gli eventuali segni sul corpo della donna saranno usati contro di lei come un’arma potente, distruggendo ulteriormente la sua autostima. Per un narcisista perverso la donna verrà giudicata colpevole di aver partorito un figlio suo ingabbiandolo ad aeternum  – ricordiamoci che i perversi hanno idee altalenanti rispetto a tutto, incluso la nascita dei figli! Inoltre, sentendosi sempre più inadeguata, la donna avverte di aver offeso il senso estetico del perverso narcisista, che continuerà a usare la sua nuova forma fisica per triangolare con altre potenziali prede disponibili.

Nella testa del perverso è una forma di punizione verso la compagna di vita che ha osato metterlo in secondo piano, un modo come tanti altri di vessarla per l’ingenuità di aver creduto in qualcosa di durevole, magari proposto da lui stesso in un momento di euforia che è stato presto dimenticato. Per questa ragione qualunque progetto di vita, anche quando creato a tavolino apparentemente da entrambe con tanta dedizione e affetto e che includono figli cercati e desiderati, aziende da portare avanti insieme e piani a lungo termine (la casa in campagna per la vecchiaia, ad es.)  sono fatalmente destinati a fallire se intrapresi con un  perverso narcisista, un essere abituato alla scarsa convinzione su ogni decisione presa un secondo appena prima, sopratutto se assieme agli altri. Con il tempo, far pesare unicamente al partner l’intero castello di carte che ha distrattamente o allegramente aiutato a costruire sarà un gioco da ragazzi per il perverso.

La mente umana è abituata a pensare secondo un rapporto di causa-effetto. Quando la causa della punizione non è chiara, ma il suo effetto (la violenza verbale o fisica, la noncuranza, la freddezza, l’abbandono) è palese, chi subisce l’attacco perverso si disorienta finendo per attribuire ogni colpa a se stesso oppure a qualcuno esterno alla coppia, giacché il perverso narcisista è e sarà sempre esente da ogni colpa. Quando riesce a far diventare i suoi stessi figli delle colpe irreparabili a carico esclusivamente della donna, il narcisista perverso è disposto a tutto pur di riacquistare la sua libertà, anche a ucciderla nel pieno della gravidanza, come lo dimostrano i tanti fatti di cronaca nera. Non a caso, il primo fatto di cronaca denominato in Italia “femminicidio” risale al 2007 e riguardava una donna incinta di 8 mesi. Barbara Cicioni era in attesa del terzo figlio, stavolta una bambina:

Al processo per la morte della moglie Barbara Cicioni, 33 anni, incinta di otto mesi, Roberto Spaccino rise. Accusato di omicidio aggravato e violenza in famiglia, la pm Antonella Duchini gli fa delle domande sugli schiaffi che dava spesso a sua moglie e che lui considerava parte integrante del ménage famigliare. Infatti, secondo Spaccino sarebbero “sventoloni”, “smanate” non botte, perché le botte «sono quelle che lasciano il segno», «quelle che mandano in ospedale e mia moglie non c’era mai finita». Roberto diceva spesso «io questa prima o poi l’ammazzo», l’uomo precisa che questo è un modo di dire di Marsciano, «un intercalare nostro, mio e di mia moglie».
Durante il processo di un uomo che lucidamente strangolò sua moglie, emergono scenari inquietanti. Il maschilismo di un uomo, ben inserito in un contesto, dove le donne sono viste  come “puttane”, dove dalle mogli ci si aspetta serietà, mentre agli uomini è concesso frequentare altre donne. Infatti, nell’aula della Corte d’Assise di Perugia, l’uomo scherza con gli avvocati. Si reputa un uomo perbene, un marito modello e un padre perfetto per i suoi due figli che aveva avuto con Barbara,  non si ubriaca, non fuma, non gioca d’azzardo,  al massimo frequentava qualche night, tradiva talvolta la donna con le clienti della lavanderia e prostitute, poiché «Certo che la gelosia di Barbara mi dava fastidio, io le dicevo che non c’era niente. Del resto lei che ne poteva sapere? E le avventure, si sa, ce l’hanno tutti».
Se tradire una moglie era per lui normale, tuttavia poteva insinuare che la figlia nel grembo di Barbara non era sua ed esternare una morbosa gelosia nei suoi confronti. Perché un uomo è legittimato a tradire, una donna non può nemmeno divorziare. Infatti le urlava spesso “sei una puttana come tua madre“, perché aveva divorziato presto da un marito violento; la umiliava con appellativi come “sei un cesso” e “sei grassa”. (…) Tutto il paese sapeva che Roberto picchiava Barbara anche in presenza dei figliViolenze che il figlio maggiore apprende e imita “utilizzando frasari e metodi analoghi a quelli del padre” mentre il più piccolo un giorno colpì con una scopa il papà che sta pestando la moglie. In paese l’omertà era troppo forte, come spesso accade nei piccoli paesi dove i panni sporchi si lavano in famiglia. Roberto era uno di paese, non uno straniero per essere linciato dalla folla, ma un padre di famiglia che portava i bambini a calcio. [2]

A differenza degli uomini comuni che si distinguono per avere dei sentimenti durevoli nel tempo, sincero rispetto per il prossimo e profondità nei loro intenti e progetti, per un perverso narcisista la transitorietà e l’inaffidabilità nei rapporti sono una bandiera da sventolare, come spesso ricordato in questo blog.  Nulla deve durare oltre il limite di tempo stabilito nel suo cervello. Questo limite, però, non è dato sapere a nessuno, soprattutto ai partners. A causa di questo limite tenuto segreto, egli è libero di stancarsi dal partner a qualunque momento a prescindere dalle qualità dell’altro e da ciò che faccia per compiacerlo o rabbonirlo. Anche quando sembra pianificare un figlio ciò che vuole il perverso, in realtà, è usare questa nuova vita come vetrina/specchio della sua “bravura”, “appesantire” la donna che ha individuato come preda per tenerla legata a sé. Ogni perverso narcisista mette su famiglia perché “così fan tutti”, “perché è arrivata l’ora di mettere la testa a posto”, “perché ho trovato una brava donna/uomo”, perché ci sono interessi economici, “perché oramai ci conosciamo da X anni” o più semplicemente per paura della solitudine in tarda età. Non è certamente il sentimento amoroso a guidare la sua decisione, ma l’idea di avere un porto sicuro dove approdare. I partners dei perversi barcollano nel buio, si chiedono: alla fine cos’è cambiato con il matrimonio? Nulla. Per i perversi è soltanto un pezzo carta, è “l’amore garantito”.

Una volta agganciati i sensi di colpa si cronicizzano nei partners dei perversi. Pur di non mandare all’aria anni di matrimonio oppure una “storia importante” loro s’impongono di restare a farsi massacrare psicologicamente. Sono troppi i condizionamenti riguardo a qualunque cosa dicano o facciano. In questo contesto opprimente e destabilizzante la minima espressione di disapprovazione stampata sul viso del perverso basterà e avanzerà per farli addossarsi ogni colpa:

I pensieri allora si aggrovigliano alla ricerca di una spiegazione che renda plausibile il proprio dolore. E non basta la giustificazione semplice e razionale che trova nel caso, nella sfortuna, nella sete di potere e nella malvagità di alcuni la propria ragione di sussistere. Il bisogno tipicamente umano di comprendere, di trovare una ragione agli accadimenti, l’illusione di poter controllare se non gli eventi, almeno i motivi che li hanno causati, spingono a ricercare incessantemente le cause che producono certi effetti. E tra le tante cause, di cui la gran parte indipendenti da sé, non si può evitare di ricondurne almeno una parte, magari piccola ma devastante, a qualcosa che tocca più direttamente e più da vicino ciò che si sarebbe potuto fare, ma si è omesso, ciò che poteva essere modificato, ciò che si è desiderato o fatto per riuscire a sopravvivere. Ecco allora che la credenza che si sarebbe potuto cambiare o controllare il corso di eventi, in realtà assolutamente incontrollabili, diviene il fondamento di un senso di colpa paralizzante, che può impedire all’individuo di mettere in atto processi riparativi, efficaci e produttivi. Tra tutte le condizioni, poi, quella in cui altri esseri umani sono portatori di violenza e di distruzione diventa la più intollerabilmente inspiegabile[3].

Marie-France Hirigoyen, chiama in causa la compiacenza dell’intera società quando si tratta di infondere sensi di colpa nelle donne soprattutto per via del loro aspetto fisico. Per la studiosa la società odierna funge da vera fabbrica di narcisisti perversi/psicopatici ampiamente giustificati dai loro seguaci quando disseminano giudizi tremendi sul mondo intero:

Disprezzo e derisione si rivolgono in particolar modo contro le donne. Nel caso dei perversi sessuali vi è un rifiuto del sesso femminile. I perversi narcisisti, dal canto loro, negano la donna nel suo complesso in quanto individuo. Traggono piacere da tutte le battute che la mettono in ridicolo.

La compiacenza dei testimoni può fungere da incoraggiamento.(…)

Sono infatti le donne, attraverso il loro sesso, a essere più frequentemente prese di mira da attacchi di questo tipo.

Chi utilizza la derisione si mette in una posizione tale per cui si suppone che sappia. Ha dunque il diritto di farsi beffe di qualcuno o di qualcosa, trasforma un suo interlocutore in un alleato.

Può agire in modo indiretto (“Ma andiamo, non sai che…!) o indiretto (“Hai visto com’era…?”)

Non è raro che la vittima prenda le critiche del perverso sulle persone che la circondano in senso letterale e finisca con il credere che siano giustificate.

Per tenere la testa fuori dall’acqua, il perverso ha bisogno di far affondare l’altro. A tale scopo, procede con stoccatine destabilizzanti, preferibilmente in pubblico, a partire da un dettaglio insignificante, talvolta intimo, descritto con esagerazione, magari prendendo un alleato tra i presenti.

Quello che conta è mettere l’altro in imbarazzo. Si percepisce l’ostilità, ma non si è sicuri che non si tratti di uno scherzo. Sembra che il perverso stuzzichi, in realtà attacca nei punti deboli: il “naso grosso”, i “seni piatti”, la difficoltà a esprimersi… (…) Come abbiamo visto nei casi clinici, un comportamento perverso usuale consiste nell’affibbiare all’altro un soprannome ridicolo, che si fonda su un difetto, una difficoltà: la cicciona, la checca, la lumacona, il polentone… Questi soprannomi, per quanto offensivi, vengono spesso accettati da amici e conoscenti che, resi complici, ne ridono. (…) Le parole del perverso narcisista trovano uditori che egli riesce ad affascinare e che sono insensibili all’umiliazione subita dalla vittima. Non è raro che l’aggressore chieda a quanti assistono di partecipare, volenti o nolenti, alla sua azione demolitrice[4]

I sensi di colpa rendono l’abbandono del partner perverso quasi impossibile, perché provocano “quelle ruminazioni mentali che affliggono molte persone, donde la difficoltà di prendere decisioni anche banali. Chi è oppresso dal sentimento di essere sbagliato non può permettersi di fare errori, perché gli è insopportabile un ulteriore aumento del senso di colpa. E poiché il più semplice dei problemi ha almeno due soluzioni, o questo o quello, succede che non appena la mente si orienta verso il “questo”, subito il senso di colpa suggerisce che non è la soluzione giusta, e allora la mente si orienta verso il “quello”. Da qui, per lo stesso motivo, torna indietro, in un pendolarismo ininterrotto che non consente decisioni.[5]

Finisco questo articolo con un’altra lunga e dettagliata testimonianza che dimostra chiaramente il ruolo dei sensi di colpa nella vita quotidiana di una donna con un partner perverso, i suoi sviluppi alla presenza di figli piccoli e nel post separazione di fatto. Gli atteggiamenti raccontati dalla testimone sono un monito a chiunque creda che i perversi narcisisti/psicopatici (oppure gli adulti con determinati disturbi psichici non curati, in grado di intaccare la sfera dell’affettività, come i borderline) possano un giorno cambiare e maturare grazie alla loro dedizione quotidiana, il loro affetto e la loro disponibilità:

Inizialmente lo trattavo come una persona normale, per esempio lo guardavo male se diceva qualcosa di inappropriato in pubblico o gli sferravo un piccolo colpo sotto il tavolo nelle riunioni familiari per chiamare la sua attenzione quando si faceva inopportuno. Lui, però, rendeva la cosa pubblica, domandandomi davanti a tutti perché avevo una certa faccia o perché gli avevo inferto quel piccolo colpo. Quindi ho deciso che era meglio non manifestarmi su quanto diceva, evitare di correggerlo o di alleggerire la sua posizione davanti a tutti.
Sin dall’inizio del nostro rapporto, il privato era molto diverso della sua versione pubblica. Ha sempre voluto farmi passare per una strega cattiva. Certe volte l’ho trattato male io in pubblico, perché ormai ho (be’, avevo) una certa tendenza ad arrabbiarmi con lui. Lui se ne approfittava premendo i tasti che aveva bisogno di premere per essere redarguito da me. Lui l’innocente ed io la strega. E, sinceramente, per questo e perché m’importava molto l’opinione degli altri, ho faticato ad accettare che la cosa migliore sarebbe separarmi; avevo paura di ciò che la gente poteva pensare (d’altronde provavo vergogna per averlo scelto e  sapevo che tutto sulla nostra storia sarebbe venuto a gala quando lui mi avrebbe messo nella sua lista di storie complicate, raccontate anche sulle altre sue ex fidanzate  – anche quella prima di me ci è cascata, eppure si tratta di una ragazza intelligente, sana e brava). Per fortuna ho superato la cosa e il modo in cui lui si è subito messo a denigrare la mia immagine negli ultimi mesi mi ha fatto superare l’importanza che davo all’immagine esterna. Mi è servito. L’essere madre, poi, rende relative determinate cose (…) Quando lui sentiva che la sua libertà era minacciata mi convertiva in sua nemica, dopodiché s’incaricava di sabotarmi, di cercare lo scontro, di farmi litigare con lui per subito dopo scaricare la sua ira immensa, manifestando rabbia verso qualunque cosa io avessi fatto, invece di dirmi civilmente ciò che lo turbava, come accadeva prima, per esempio… sempre che io lo “invitassi” a restare un po’ di più a casa o gli chiedevo di smettere di fumare. Di modo che non sapevo mai cosa avevo fatto di così male, dov’era il mio errore –secondo lui-, tuttavia, ho anche imparato che lui non avrebbe mai detto chiaramente nulla, che non mi avrebbe aiutato a essere migliore, preferendo allontanarsi da me per “punirmi” nei giorni successivi (non mi ha mai reso né una persona, né una compagna migliore, per esempio, comunicandomi ciò che sentiva rispetto ai miei atti o abitudini. Dovevo sempre provare a indovinare). Minava anche le mie attività (quando non lo includevano, oppure quando lo includevano ma non lo interessavano) andando allo scontro. Io allora non ero cosciente, però di colpo mi rendevo conto di perdere il programma (per esempio mettendomi a piangere prima di andare al compleanno di mio nipote, distruggendo il trucco fatto, ecc. Cercavo di non piangere, però lui sapeva come farmi crollare. Molte volte sono rimasta a casa per colpa degli occhi arrossiti e gonfi, capita anche quando piango poco). Succedeva così: lui mi diceva cose orribili senza tregua ed io lì, a chiedere che la smettesse. Che si fermasse perché dovevo uscire, che la smettesse per il nostro figlio, perché ero incinta, che si fermasse. Dicevo che non ce la facevo più ad ascoltarlo. Ma lui continuava a parlare e parlare, urlandomi dall’altra stanza, dicendomi cose che dopo, a freddo, cercavo di farlo ricordare, ma lui mi diceva che erano sciocchezze, che non sapeva cosa gli era venuta in mente (perché ero sempre io ad averlo costretto a reagire così). Certe volte uscivo per strada con i vestiti che avevo addosso perché lui non si fermava. Altre volte, però, era difficile (mi vergognavo per il pianto, avevo il bambino in braccio). (…) Ho sempre avvertito che non era empatico, e la vita quotidiana me lo dimostrava. Lui diceva sempre che l’umanità non meritava di vivere sulla terra e che non provava compassione per nessuno, tranne che per gli animali. Certe volte mi diceva, preoccupato, che guardava nostro figlio senza provare amore.
Non so se l’insensibile sono io, ma quando lo vedevo piangere emozionato per qualcosa, stentavo a credergli. Per esempio, un giorno era seduto con nostro figlio in braccio e di colpo si mise a piangere, mi diceva “abbiamo un bambino!”. Io non ci credevo alle sue lacrime e mi sentivo una bastarda per questo. D’altronde, io allora non mi rendevo conto che lui era fatto così e che faceva tutto quel teatro proprio perché io lo stavo guardando
.
Nella nostra vita quotidiana ricordo di avergli detto tante volte “sei un insensibile” e di averlo affrontato a muso duro. (…) Non l’ho mai visto affezionarsi a nulla, con eccezione agli amici. Da una parte, però, non li chiamava e non scriveva a nessuno, anche quando venivano vicino a casa nostra lui non cercava di coinvolgerli e tantomeno si sforzava di incontrarli. Il nostro quartiere gli piaceva molto quando vivevamo in città. Lui allora diceva di amare i bambini, anche se le sue azioni non lasciavano trasparire alcunché. Ora vede i nostri figli sporadicamente e dà priorità ad altre cose. Quando gli ho raccontato di una ferita che nostro figlio si era fatto a casa dei nonni, e che aveva richiesto tre punti di sutura, lui mi disse che non ce la faceva a venire a vederlo perché aveva altri impegni (sociali).

La prima volta che abbiamo dormito separati da quando eravamo sposati era stato quando mia zia ci aveva invitato ad andare in Uruguay a casa sua. Io lo chiamavo, lui mi mancava molto! Avvertivo, però, che era molto freddo e che voleva tagliare subito la conversazione con la scusa dei “costi”. Io gli dicevo che non m’importava, che ero io a pagare la chiamata, ma lui diceva sempre qualcos’altro per tagliare corto. Sentivo che non voleva essere disturbato, che le mie chiamate lo molestavano, anziché farlo stare meglio (una cosa che per me non aveva senso, poiché lui aveva sempre dichiarato il suo amore per me, diceva che ero la cosa più importante per lui). Alla fine ero sempre molto triste.
La prima volta che andai senza di lui al paesino dove vivevano i nostri genitori (allora vivevamo a Buenos Aires) dopo l’arrivo del primo bambino, sentivo che lui mi mancava infinitamente. Il bambino aveva sei mesi ed è stata la prima volta che si è ammalato. Lui non mi ha raggiunto per niente da Buenos Aires, nemmeno ci chiamava. Io, madre primipara e lontana dal nostro pediatra, ero molto spaventata. Lui mi aveva persino trattata male, sembrava che io gli chiedessi troppo, che sostenermi in quel momento o quantomeno essere interessato al figlio fosse un peso per lui. Non gli importava niente, il bambino aveva la febbre, io non dormivo per vegliarlo, ma lui il giorno dopo manco mi chiedeva del figlio. Un anno dopo, già tornata al nostro paese e incinta del nostro secondo figlio, spettegolando sul suo antico telefonino (che mi aveva ridato, giacché era mio), ho trovato una registrazione di quel momento. La sua voce era brutta, totalmente depressa ma in senso cattivo (non era un depresso triste). La voce era impressionante, l’ho fatta sentire a un’amica; lei non ci poteva credere. Lui mi diceva cose orribili, che il bambino s’era ammalato per colpa mia.
Nei suoi viaggi io non gli mancavo per nulla; inoltre, la sua parte cattiva, quella che mi feriva, si potenziava. (…) Certe volte, dove giorni in cui si sentiva “cattivo” parlavamo per ore ed io gli raccontavo la sequenza di ciò che avevo vissuto con lui in quei giorni, gli pregavo di mettersi nei miei panni, lo facevo ripercorrere quei momenti “infernali” per me, ed è come se qualcosa facesse un “clic” nella sua testa, pareva comprendere tutto, arrivava a dire che voleva ammazzarsi (in senso figurato), sembrava addolorato e pieno di sensi di colpa, mi diceva “poverina, cosa ti costringo a passare, solo ora riesco a capire”, pieno di tenerezza. Il giorno dopo, però, agiva come se niente fosse, senza alcun particolare riguardo, senza nessuna speciale tolleranza nei miei confronti, e non molto affettuoso (al contrario di me, che credevo di aver presumibilmente “aggiustato” il nostro rapporto, che avevamo migliorato e che  “l’amore aveva vinto”; invece non era così).
Alcune volte ho creduto che lui sapesse che c’era qualcosa che non andava nella sua persona (sembrava riuscire a guardarsi dentro) e quindi si metteva a piangere, a urlare, a dare i numeri, certe volte, però, restava calmo, seduto immobile fino a quando non si “svegliava” e nuovamente iniziava a muoversi, a urlare, a piangere forte, angosciato. Dopo queste esplosioni, dopo che lui si lasciava andare in questo modo plateale, mi chiedevo se ero io a manipolarlo per farlo sentirsi così, se lui era il normale di noi due, se non avevo accanto un uomo che commetteva degli errori come tutti gli altri, mentre ero io a fargli pesare colpe non sue. Dopo, però, mi venivano in mente i giorni vissuti e mi dicevo “no, tutto ciò che hai detto è giusto, hai parlato con il tuo cuore, non hai manipolato nessuno”. Avevo questi combattimenti interni, m’incolpavo, ero confusa sulla mia sanità (..)

Come lui mi faceva diventare matta negando tutto ciò che aveva detto e/o fatto, ho cominciato a conservare i suoi messaggi sul mio telefonino, per qualsiasi cosa (anche quando mi diceva “ti ho inviato un sms un’ora fa” mentre io l’avevo atteso per ben 3 ore senza che lui si facesse sentire, per esempio), e nelle discussioni più brutte, ho cominciato a prendere note delle cose che mi diceva, azione che sembrava sconcertarlo e che mi serviva per mantenere la calma, certe volte. A me sembrava che nonostante fosse un manipolatore e seduttore, fosse anche un uomo molto fragile e insicuro, per questo certe volte lasciavo passare, perché pensavo agisse così per sentirsi di meno, poco intelligente. Io vedevo un fondo d’insicurezza, di bisogno d’amore che lo portava a fare ciò che faceva (oltre la cattiva gestione della rabbia). Però non so.
Un paio di mesi fa mi sono svegliata da un brutto incubo. Nel sogno, lui era fermo ai piedi del letto e voleva darci fuoco, a me e ai bambini. Io allora gli dicevo qualcosa (ragionavo come nei film, per esempio, pensavo che dicendo qualcosa all’assassino, anche un falso “ti amo” a seconda del caso, sarebbe stato possibile evitare il peggio), però lui ugualmente ci dava fuoco, a me e ai bambini. Mi svegliai molto spaventata, in fondo sento che lui è capace di qualunque cosa.
Oggi lui cerca di manipolare i bambini. Mi distrugge sapere che lui è fatto così. Non soffro più rispetto al nostro rapporto perché so che non è amore ciò che provava per me (le sue azioni erano chiare, come sempre gli dicevo io), non tornerei con lui per nulla, non mi sento innamorata o attratta da lui, però non so se si tratta di uno psicopatico oppure no e cosa farmene di questa realtà. Voglio fare ciò che è meglio per i miei figli.
Infatti, non ho ancora chiesto il divorzio perché ho paura che:

 – se qualcuno nomina il tema dei beni da dividere lui cerchi di ferirmi in ogni modo, oppure per posare da buon padre può pretendere la metà dei giorni da trascorrere con i bambini (anche se non sembra interessato a loro e non abbia mai pensato ai piccoli), situazione che potrebbe peggiorare la qualità di vita dei bambini e farli correre dei rischi. Se lui fosse un uomo “normale” certo che mi farebbe comodo condividere l’affido, la mia vita lavorativa e accademica ne gioverebbe se lui tenesse i bambini per qualche giorno. Però ho deciso di non andare avanti e soltanto rispondere e reagire (preparando le borse dei bambini quando lui decide di prenderli) conforme ciò che lui cerca dai bambini, che è poco o niente. Sono ancora troppo piccoli…
– Si possa creare un pasticcio per qualche ragione, portandolo a fare qualcosa di grave (siccome non ha limiti o parametri normali, è capace di qualunque cosa; se siamo in causa, se andiamo dal giudice e qualcuno gli riempie la testa, oppure decide di dichiararmi una sua nemica, è capace di qualunque cosa, con menzogne, ecc. So bene come agisce: in questo è un genio, mi fa sempre passare per quella cattiva! Ogni mio commento, per esempio, anche quando totalmente innocente, veniva contestato di modo a risultare brutto).
Per ultimo, se arriviamo al punto di una “battaglia legale”,  a causa del suo bisogno di recarmi un danno, ho paura che nonostante i fatti mi diano ragione, assieme ai testimoni che potranno dire alcune cose a mio favore, lui ugualmente riesca a comprare e manipolare tutti (psicologi inclusi, nel caso in cui io riuscissi ad ottenere un incontro), finendo per ottenere ciò che vuole con relazione ai bambini. Non voglio esporre i miei figli a questo rischio.
Inoltre, provo compassione per lui, anche se al momento sono molto lontana dall’idea di voler espormi per aiutarlo[6].

C.l.dias

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[1] DI BLASIO, Paola; VITALI, Roberta. Sentirsi in colpa. Il Mulino, 2013, p.82-83

[2] http://www.inquantodonna.it/donne/barbara-cicioni/

[3] DI BLASIO, Paola; VITALI, Roberta. Op. cit., p.99

[4] Molestie morali – la violenza perversa nella famiglia e nel lavoro. Einaudi, 2000, p.110-113

[5] DELLA SETA, Lucio. Debellare il senso di colpa. Marsiglio, 2010, p.104

[6] http://www.marietan.com/material_psicopatia/pareceperonoes.htm

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