I sentimenti e la comunicazione negli adulti nati da famiglie narcisiste

Stephanie Donaldson-Pressman, Robert M. Pressman
The Narcissistic Family: Diagnosis and Treatment – Capitolo V
Editore: Jossey-Bass

Trad. C.L.Dias

Nel mito di Narciso, Ecco era incapace di difendere se stessa; era incapace di esprimere i suoi sentimenti, in seguito morì. Questa è la viva metafora del bisogno di essere in contatto con i nostri sentimenti e della necessità di trovare modi di esprimerli assertivamente e, così speriamo, poter soddisfare i nostri bisogni con successo.

Victor Frankl, duemila anni dopo Ovidio, illustrò il concetto del bisogno essenziale di esprimere i propri sentimenti raccontando la storia di un compagno del campo di concentramento, un sopravvissuto come lui. Le condizioni di vita del campo provocavano gravi gonfiori ai piedi impedendo ai prigionieri di mettersi gli stivali per lavorare. Unicamente uno dei prigionieri riuscì a indossare le scarpe. Dopo aver domandato all’uomo cosa avesse fatto per liberarsi dell’edema, Frankl udì la seguente risposta: “Mi sono liberato con le lacrime”. Come spiegò Frankl, anni dopo “Era un uomo che non provava vergogna per le sue lacrime, ed io ero il testimone vivente del più grande coraggio al mondo, il coraggio di soffrire.[1]

Per gli adulti delle famiglie narcisiste, il concetto di riconoscimento e validazione dei propri sentimenti è spesso totalmente soppresso durante il vissuto famigliare. L’abilità di comunicare i sentimenti di modo appropriato diventa a volte un compito colossale: come posso comunicare verbalmente ciò che non riesco a riconoscere internamente? Se a un bambino non s’impartisce che sentire è un diritto, allora sicuramente non gli viene insegnato un modo di comunicare i sentimenti di maniera diretta e assertiva.

Guidare i pazienti su come essere assertivi nel modo appropriato, spesso è la più grande sfida per gli terapeuti quando lavorano con i sopravvissuti alle famiglie narcisiste. Insegnare e imparare questa abilità gradualmente – consentendosi  di provare dei sentimenti, di riconoscerli, nominarli, auto convalidarli ed esprimerli adeguatamente, determina una dichiarazione chiara su quali siano le nostre reali attese – è un compito molto complesso. Fare questo passaggio ci permette di superare la condizione stessa di sopravvissuti: “Se non so chi sono, come posso farmi conoscere da te”?

Il modello che usiamo per insegnare le abilità effettive di comunicazione si chiama “Io sento…Io voglio”. Essenzialmente, fa riferimento all’espressione verbale dei nostri sentimenti, seguito dall’esprimere chiaramente ciò che vogliamo. Es: “Tommy, mi sento arrabbiata e ferita perché non hai messo a posto il salone quando hai promesso che l’avrebbe fatto. Mi piacerebbe che tu lo mettessi in ordine subito.”

“Io sento…Io voglio”  sembra un esempio ovvio e semplice, però la maggior parte delle persone non sa come farlo. Essere chiari ci consente di risparmiare alcuni “giochi”, fraintesi, scene esplosive, interpretazioni mentali sbagliate e ogni sorta di artificio infernale. È il miglior modello di comunicazione chiara e rispettosa che tuttora esiste.

Per individui educati in famiglie narcisiste essere assertivi è un enorme problema. L’assertività comprende due aspetti: comprendere come ci si sente ed essere capace di esprimerlo con chiarezza e senza aggressività. Come abbiamo indicato nel Capitolo II, tanto il riconoscimento dei sentimenti come la loro espressione sono compiti difficili per i sopravvissuti.

In pratica, parliamo di comunicazione adulta rispettosa con base nell’assertività. Nonostante assertività sia una parola degna di rispetto e molto funzionale, per molti pazienti ha acquistato una connotazione negativa. Inoltre, non è molto descrittiva. Essenzialmente, i pazienti hanno bisogno di imparare a rispettare se stessi e gli altri, imparare a rapportarsi come adulti funzionali e a comunicarsi correttamente per far sì che il messaggio trasmesso coincida realmente con il messaggio ricevuto dagli altri. Abbiamo, pertanto, diviso questo capitolo in due parti (identificare ed esprimere i sentimenti, rispettivamente) fornendo alcune tecniche terapeutiche che ci permettono di sviluppare queste importanti abilità.

Identificare i sentimenti

Molti pazienti si sentono addirittura a disagio quando nominiamo la parola “sentimenti”. Un paziente disse: “Non mi piace questa cosa agrodolce-delicatina-soffice”. Per questo è necessario aiutare i pazienti a rilassarsi e distendersi prima di parlare dei sentimenti, perché possano riconoscere 1. Che cosa sono davvero; e 2. Che cosa provano. Andiamo alla descrizione di alcune delle tecniche che usiamo nella nostra pratica quotidiana.

Elencare i sentimenti

È molto interessante e utile concedere un po’ di tempo ai pazienti perché facciano un elenco dei sentimenti che conoscono. Se non sono incoraggiati, molti non riescono a ricordare nemmeno uno! Alcuni si fanno coraggio e dicono sono “arrabbiato”, “triste”, sto “bene” o “male” e finisce lì. I pazienti certe volte si sorprendono del numero di sentimenti che possono venir a gala nella lista creata assieme al terapeuta.

Molti pazienti ci dicono “Non provo alcun tipo di sentimento” oppure “Sentire fa troppo male”. Non hanno idea dell’importanza o della funzione dei sentimenti.

Tenendo presente la famiglia narcisista come modello, informiamo i sopravvissuti che i sentimenti:

• Sono la vera espressione di chi siamo noi;
• Nascono per conto proprio;
• Non possono essere legiferati (esempio: “Tu deve voler bene a tuo fratello”);
• Non possono essere classificati in buoni o cattivi, giusti o sbagliati – semplicemente esistono;
• Sono istintivi e spesso protettivi;
• Ci portano a compiere azioni necessarie (esempio: “Ho paura, pertanto, chiamo la polizia”);
• Hanno bisogno di essere riconosciuti e presi in considerazione per evitare che possano emergere – anche quando proviamo a ignorarli, negarli, fomentarli – attraverso sintomi fisici come l’ira esplosiva o la depressione (l’ “altra faccia” dell’ira).

I sentimenti sono il motore dell’azione, per questo Bradshaw ha coniato il concetto di “E-mozione”[2]. Per lui, quando neghiamo le nostre emozioni o sentimenti, raramente intraprendiamo le misure necessarie e appropriate. Come sanno bene gli terapeuti, l’inattività spesso porta alla depressione.

Esiste un certo numero di tecniche che possono fornire un valido aiuto agli adulti delle famiglie narcisiste su come riconoscere e nominare i loro sentimenti. Leggerete sotto tre delle tecniche che usiamo frequentemente (il Test del Linguaggio Corporeo, Storie Sentimentali e Proiezione Video). Raccomandiamo sempre ai nostri pazienti di avere un “diario dei sentimenti” nel quale possano identificare e descrivere ciò che provano, incluso le sensazioni fisiche.

1. Il Test del Linguaggio Corporeo

Buona parte delle persone prova forti sentimenti che si manifestano per mezzo di una o più sensazioni fisiche: per esempio un nodo alla gola, una fitta allo stomaco o nel cuore, i muscoli del collo o delle spalle rigidi e tesi; un’improvvisa emicrania. Molti individui manifestano immediatamente dolore allo stomaco o diarrea nei periodi di stress emotivo. Domandate ai vostri pazienti dove manifestano l’emozione (o il disturbo) nel corpo; e state certi che non si faranno grossi problemi nel raccontarvi il punto esatto.

Il primo passo, quindi, è che il paziente entri in contatto con i sintomi – percepiti e sperimentati nella sua realtà quotidiana – e che il terapeuta, per il semplice fatto che il paziente si permetta di sperimentare e di sentire fisicamente qualcosa, lo faccia comprendere che è sulla buona strada per comprendersi meglio.

La storia di Mary. Mary è una donna sulla trentina con una famiglia narcisista di origine costituita da un padre silenzioso e per niente assertivo, una madre esuberante ed emozionalmente abusiva e due sorelle. La madre di Mary la chiamava diverse volte durante la settimana per “scaricarsi” su di lei, sommergendola di racconti sulle cattive azioni delle sue sorelle; cercando di chiamare in causa Mary all’interno dello scenario famigliare complesso e disfunzionale. Mary si era rivolta a un chiropratico per più di un anno a causa della tensione e del dolore al collo. Riteneva che il suo dolore fisico fosse la conseguenza di un piccolo incidente automobilistico, ammettendo di provare dolore alla schiena quando si piegava improvvisamente e al collo quando alzava e abbassava la testa. Quando il suo chiropratico la mandò in terapia, lei è arrivata alla conclusione che il dolore era una manifestazione del suo stress psicologico, anziché di una lesione fisica.
Nel corso della terapia, Mary cominciò a scrivere un diario dei sentimenti nel quale raccontava dei suoi dolori al collo, gli eventi, i pensieri e i sentimenti che aveva provato durante la giornata. Gli è stata insegnata la “risposta di rilassamento[3]” di Benson, la quale ha imparato a usare quando prendeva coscienza del suo dolore.  Mantenendo un diario, Mary è stata capace di collegare i suoi sintomi fisici agli eventi specifici e pensieri – fattori scatenanti dei suoi sentimenti – e a nominare i sentimenti che si manifestavano attraverso il suo dolore al collo.

Terapeuta: Mary, questa settimana quando hai avvertito la tensione al collo… sei stata in grado di collegarla a qualcosa che ti era successo, o che stavi pensando?
Mary: È interessante, provavo molto più dolore nei fine settimana, ma non riuscivo a comprendere il perché. Il mio diario spiega il perché! Lo provavo quando mia madre mi chiamava (telefonicamente). Spesso mi chiamava nei weekend, perché mio padre stava lavorando in quel periodo. Stavolta, appena riattaccai il telefono, ecco la comparsa del dolore. Eppure non avevo fatto nulla – fisicamente, voglio dire – che rendesse il mio collo dolorante.
Terapeuta: Mi stai dicendo che tua madre è un dolore al collo?
Mary: (ridendo) Credo proprio di sì.
Terapeuta: Mary, cosa hai provato durante la conversazione?
Mary: Mi piacerebbe che lei non mi chiamasse tutto il tempo per sfogarsi.
Terapeuta: Ok. Però, questo era ciò che pensavi. Voglio sapere come ti sentivi. Mi stai descrivendo un pensiero, non un sentimento. Come ti sentivi?
Mary: Sentivo che – no. Mi sentivo arrabbiata. Realmente arrabbiata. Ero furiosa.

Arrivati a questo punto, il terapeuta ha potuto fare i complimenti a Mary per il lavoro che stava facendo su se stessa, evidenziando gli importanti passi che stava compiendo per cambiare positivamente la sua vita. I pazienti hanno spesso molte difficoltà di riconoscere le loro vittorie e frequentemente travisano il lato positivo di un modo che, secondo la loro ottica, è quasi il riflesso di una sconfitta o di un errore passato: “Sì, ho fatto bene questa volta, però avrei dovuto agire così chissà da quanto tempo!”). È importante che il terapeuta faccia comprendere ai pazienti che agivano in modo disfunzionale per mancanza di preparazione, non per mancata intelligenza, carattere o qualunque altra cosa: i pazienti non avevano gli strumenti (preparazione, scelta, visione di mondo) nel preciso momento in cui dovevano difendersi, stanno imparando tutto ora, di colpo.
Una parte significativa della terapia per questo tipo di modello famigliare è che il terapeuta è orientato all’azione, non essendo riflessivo o comprensivo più di tanto. È importante che il terapeuta riconosca verbalmente i meriti del suo paziente quando ha fatto fruttare gli strumenti appresi in terapia, pronunciando frasi costruttive e lodandolo – non nel senso di dichiarare la sua ammirazione per il paziente, ma portandolo a riflettere sulla realtà dei suoi progressi. Di modo che il paziente sappia di aver fatto qualcosa di positivo per se stesso. Probabilmente Mary non aveva avuto questo tipo di incentivo durante la sua infanzia, di modo che ora ne avverte il bisogno e lo apprezza.
Il passo finale è abilitare il paziente a esprimere il sentimento e agire di conseguenza.

Dopo una clamorosa discussione, Mary ha deciso di esprimere i suoi sentimenti a sua madre e porre dei limiti al loro rapporto: “Usando ‘Io sento…io voglio’, vorrei dirgli che mi fa arrabbiare quando mi chiama per lamentarsi delle mie sorelle, e che non voglio più sentire queste storie”.
Dopo alcuni difficili tentativi, Mary è stata capace di manifestare i suoi sentimenti alla madre, e ha cominciato a tagliare corto quando sua madre “infrangeva la regola”. Dopo aver superato il periodo in cui la madre si era rifiutata categoricamente di parlare con lei (adottando “la strategia del silenzio”), finalmente la donna decise di cambiare l’approccio telefonico con la figlia. Ha iniziato a chiamarla meno frequentemente, per il sollievo di Mary, le conversazioni divennero più brevi e i temi discussi più accettabili. Mary, tuttavia, apprese che sua madre aveva cominciato a chiamare un’altra delle sue sorelle al posto suo, eleggendola per “sfogarsi” esattamente come faceva con lei prima. La risposta di Mary in terapia è stata “Il problema adesso è passato a mia sorella; speriamo che riesca a imparare come gestirla!”

Mary ha imparato che le persone fanno utilizzo di certe tecniche interattive perché funzionano; con queste tecniche loro riescono ad ottenere tutto ciò che vogliono. Quando tali tecniche non funzionano più, le persone smettono di usarle. Mentre Mary era disposta a sentire sua madre (cioè, i bisogni della madre), lei continuava ad abusare della sua disponibilità. Quando ha visto che non funzionava più – quando Mary si era rifiutata di ascoltarla (imparando a rispettare se stessa) ed è stata capace di comunicare in modo adulto e chiaramente – sua madre ha smesso di sfruttarla emotivamente. Mary, quindi, è stata capace di adoperare una sostanziale modifica nel comportamento materno, almeno per quanto la riguardasse.

Inoltre, Mary ha compreso che il suo corpo era una ferramenta preziosa fatta per indicargli quando provava un sentimento degno di maggior attenzione. Smise di riferirsi al suo dolore come un nemico, capì che era un avvertimento protettivo che provava a metterla al riparo dallo stress. Imparando ad ascoltare il linguaggio corporeo e agire di conseguenza, Mary ha diminuito il suo livello di stress e conseguentemente il suo dolore al collo subì una battuta d’arresto.

  1. Storie sentimentali

È molto complicato per i sopravvissuti attribuirsi dei sentimenti, specialmente se nel passato l’esperienza con i sentimenti è stata dolorosa, controproducente o penalizzata. Un metodo collaudato per provocare sentimenti con finalità diagnostica avviene attraverso l’utilizzo di tecniche proiettive (Il Test dell’Appercezione Tematica[4], i Test di Rorschach[5], e altri). Usando questi metodi da una prospettiva terapeutica (più che ottenere una diagnosi), abbiamo riscontrato che portare i pazienti a immaginare ciò che gli altri sentono in una determinata situazione risulta meno minaccioso per loro, inoltre è un’ eccellente tecnica per riconoscere e nominare i sentimenti.

Le storie di sentimenti sono vignette che il terapeuta può improvvisare spontaneamente durante il consulto. Queste storie non soltanto possono essere di aiuto per far sì che i pazienti identifichino e manifestino i loro sentimenti, ma spesso agiscono come un “detonatore di memorie” (qualcosa che aiuta o provoca il ricordo/ricognizione delle memorie sepolte). In terapia, il terapeuta racconterà una storia e subito dopo chiederà al paziente di dirgli come potevano sentirsi i protagonisti della storia raccontata:

a) Una piccola bambina sta giocando con il gatto nel cortile. Lei rientra a casa per bere un bicchiere d’acqua, ma il gatto viene investito da un’auto. Come si sente la bambina?

b) Un bambino gioca con altri bambini quando capisce che il più piccolo del gruppo è preso di mira dai bulli. Il bambino che osserva non fa niente; guarda e basta. Dopodiché il bambino piccolo scappa piangendo. Come si sente il bambino che ha visto tutto?

c) Un bambino è costantemente picchiato da suo padre. Un giorno il padre arriva molto arrabbiato perché il monopattino del bambino, che si trovava in garage, l’ha fatto inciampare. La sorella del bambino sa che il piccolo sarà picchiato, e così mente al padre di essere stata lei ad aver lasciato il monopattino fuori posto. Il padre la picchia al posto del fratello. Come si sente lei? Quando il fratello piccolo verrà a conoscenza dei fatti (per bocca di un altro fratello), come si sentirà?

d) Una bambina ha una madre che gioca con lei, racconta le favole e la cosparge di abbracci. Tuttavia, quando il padre tratta male e urla con la bambina, la madre fa finta di non vedere o di sentire e se ne va nell’altra stanza. Come si sente la bambina?

e) Un bambino vince un concorso di poesia e la maestra gli chiede di leggere la sua composizione in classe. Come si sente il bimbo?

f) La madre di una bambina rompe le sue promesse costantemente, ma dopo le fa un bel regalo. Come si sente la bambina?

g) Una bambina sta giocando fuori di casa con i suoi amichetti quando comincia a diventare buio. I suoi amici cominciano a rientrare a casa. La bimba invita tutti a continuare a giocare con lei. Gli altri bambini spiegano che i loro genitori hanno imposto il rientro a casa appena le luci della strada si accendessero. Lei informa che i suoi genitori non hanno insegnato alcuna regola per quanto riguarda l’orario di rientro. Come si sente lei?

Anche quando i sentimenti venuti a gala possono sembrare palesi è affascinante osservare la facilità/difficoltà con la quale i pazienti rispondono alle domande sui sentimenti. Inoltre risulta un esercizio prezioso per la diagnosi, grazie ai differenti tipi di risposta che l’esperienza individuale di ognuno dei pazienti li porta a dare. Per esempio, un paziente rispose alla prima storia (quella del gatto investito) dicendo: “Lei si è sentita felice. Era il gatto di sua sorella, e la bambina lo aveva sempre detestato. Lei voleva un cane. Sua madre gli disse che potevano avere unicamente una mascotte, e la scelta era toccata alla sorella. La sorella sceglieva sempre. Quindi, quando è morto il gatto, la bambina ha potuto prendersi finalmente un cane!”. Osservate la differenza nelle risposte di due donne sulla storia dei bambini che giocavano finché le luci della strada non si accendevano:

(Chris, professionista sulla trentina di elevato livello d’istruzione, soffre di attacchi di panico e depressione. È stata educata da un padre invadente e molto critico che nutriva aspettative assurde su di lei, e una madre talmente passiva che abbiamo ipotizzato soffrisse di depressione cronica di lieve entità) “Mi è difficile immaginare di non avere regole! Uffa!” (sorrisi imbarazzati) “La bambina sente di essere fortunata. Si sente…orgogliosa. I suoi genitori si fidano del suo libero arbitrio. I suoi genitori la amano molto.”

(Laura, donna molto intelligente cresciuta in una famiglia negligente, madre di tre bambini piccoli. È alcolista in fase di recupero, ha sofferto per gli abusi materni – la madre abbandonò la famiglia quando Laura aveva 9 anni – e la freddezza del padre, un giocatore d’azzardo compulsivo. Come se non bastasse, Laura ha sofferto l’assedio del fratellastro). “La bambina prova una grande vergogna. Tutti questi bambini sono circondati da persone che si preoccupano per loro – che li vogliono a casa – che li vogliano talmente bene da imporre delle regole. Avrebbe ucciso pur di aver qualcuno così. A nessuno importa se lei va a casa oppure no; non si rendono nemmeno conto della sua esistenza.”

Spesso i sentimenti troppo dolorosi affiorano apertamente nei pazienti durante le sedute delle storie sentimentali. Molti bambini di famiglie narcisiste hanno ricordi talmente sotterranei che hanno bisogno di storie vissute da altri bambini per farli emergere. La maggior parte degli terapeuti ha avuto l’esperienza del ricevimento di chiamate telefoniche da pazienti colpiti da una valanga di ricordi provocati da un programma televisivo o qualche articolo giornalistico. Le storie di sentimenti funzionano di modo simile ma hanno un’efficacia maggiore. Forniscono al terapeuta la possibilità di trasmettere educatamente le prime conclusioni sul tipo di esperienza vissuta dal paziente e cosa ha represso, permettendo loro di incastrare nella propria vita la storia corrispettiva.

Per esempio, abbiamo raccontato la storia del bambino che aveva vinto il concorso di poesia a un giovane cresciuto da un padre molto severo. Il terapeuta aveva il sospetto che il ragazzo (che non era dichiaratamente omosessuale) avesse delle fantasie oppure una paura di essere omosessuale talmente grande e spaventosa da non osare riconoscerla o commentarla in terapia. Quando gli è stata raccontata la storia del bambino, la diga finalmente si rupe. Il ragazzo è stato capace di raccontare uno dopo l’altro gli episodi vissuti sin dall’infanzia sempre che provava a fare amicizia con i bambini del vicinato e riuscendo unicamente a provocare le accuse del padre di rovinare tutto a causa dei suoi modi o comportamenti. Da bambino il ragazzo si sentiva male e colpevole – ignorando, però, cosa aveva fatto di male, ma avendo l’impressione di non dover fare amicizia con gli altri bambini. Durante l’adolescenza questa credenza si trasformò nella sensazione che il padre avesse intuito la sua omosessualità.  Pertanto, aveva innalzato un muro tra lui e il padre, giacché (certamente) il padre possedeva una conoscenza o percezione speciale sulla sua condizione. Poiché la sua paura dell’omosessualità è emersa in terapia grazie alla storia dei sentimenti, il paziente ha potuto meglio sfruttare il suo percorso terapeutico lavorando direttamente sulla sua paura, colpa e vergogna, anziché perdere tempo angosciandosi su come, quando e se rivelare il suo segreto.

 3. Proiezione video

 Con questa tecnica si cerca di rendere il paziente capace di ricapitolare incidenti del passato  con il loro relativo carico emozionale, mantenendo allo stesso tempo un certo distacco. Si chiede ai pazienti di immaginare un grande schermo televisivo (o cinematografico); sullo schermo viene proiettato il trauma ritenuto da loro troppo doloroso da essere commentato. Subito dopo i pazienti sono invitati a descrivere la storia in terza persona. Questa tecnica è impiegata di maniera allargata, cioè, combinata con l’ipnosi per realizzare un lavoro di “disattivazione” nei sopravvissuti vittime di abusi sessuali e altre forme di disturbo post traumatico da stress.

La storia di Margot. Margot è un agente immobiliare, ha trentacinque anni ed è la proprietaria della sua agenzia. Ha avuto episodi di attacchi di panico durante il giorno che sono arrivati a interromperle il sonno anche durante la notte. Durante le prime sedute di terapia, lei ha sostenuto che la sua famiglia di origine – due professionisti di successo – era stata idilliaca. Il terapeuta ha deciso di esplorare meglio lo storico del suo sonno sin da bambina, chiedendole di immaginare un film nel quale lei si vedeva bambina mentre dormiva. Lei prese a descrivere la sua camera, il suo letto e poi continuò così:

Margot: C’è una bambina piccola. Lei ha circa nove o dieci anni. È nel suo letto, sta dormendo. Improvvisamente, gli arriva un fascio di luce potente. La porta che dà sul corridoio si apre. La luce inonda la stanza.

Terapeuta: Come si sente la bambina?

Margot: È assonnata. Vuole soltanto dormire. Lei è…triste.

Terapeuta: Perché è triste?

Margot: Perché sa che non potrà più dormire bene. E questo la rende triste.

Terapeuta: Che cosa accade ora?

Margot: Lei è triste (Margot piange mentre parla) per suo fratello piccolo. Il suo fratellino; lui è lì, accanto alla porta. Ora l’ha rinchiusa. Lui piange; lei sente i suoi singhiozzi. Lui si avvicina dal letto. Lei gli fa spazio. Lui piange, e lei lo abbraccia. Lui prende sonno. Lei, però, resta sveglia.

Terapeuta: La bambina come sta?

Margot: Triste. Triste per suo fratello…perché lui è preoccupato. Lei no. Lei è triste perché non può dormire più.

Terapeuta: Cosa sta succedendo ora?

Margot: Lei guarda suo fratello, lo osserva mentre dorme. È così carino. Ha soltanto cinque anni. Lui non ha chiuso bene la porta del corridoio perché filtra ancora un po’ di luce, di modo che lei vede il suo viso (Margot riprende a piangere). Lei lo abbraccia, lo stringe.

Terapeuta: Cosa sta sentendo Margot?

Margot: Tristezza.

Terapeuta: E? Qualcos’altro?

Margot: Tristezza…e rabbia. Furia. È piena di odio. Lei odia quei bastardi. Sono loro che lo sconvolgono così. Loro non meritano un bambino bello come Teddy. Lei li odia. Lui, invece, li ama, per questo si sente ferito. Lui dovrà imparare. Smettere di piangere. (Piange forte e si muove sulla sedia nervosamente) Mi fa male per lui…e anche per me. Ero io a preoccuparmi per lui, perché loro sapevano unicamente ferirlo. Ho dovuto prendermi cura di Teddy, ma ero soltanto una bambina. Non sapevo farlo bene. Lui aveva bisogno dei suoi genitori…io avevo bisogno di genitori. Non c’era nessuno che si prendesse cura di noi. Nessuno.

 

Quando Margot iniziò a unire i pezzi, prese coscienza che la sua vita famigliare consisteva nel far aumentare l’autostima della madre, era questo il suo compito, evitando allo stesso tempo di avere troppe attese sulla disponibilità materna. I problemi notturni hanno iniziato quando i genitori di Margot, che avevano una vita sociale molto intensa, tornavano dalle feste. La madre iniziava a litigare con il padre per aver dato troppa attenzione a qualche altra donna, o per qualcosa che aveva detto oppure taciuto durante la serata. La madre prendeva a sbattere le porte, svegliando Teddy. La lite allora aumentava d’intensità con il padre che minacciava di andarsene mentre la madre piangeva, pregandogli di perdonarla. Teddy, che aveva la stanza accanto a quella dei genitori, iniziava e piangere e si rifugiava nella camera della sorella, dall’altra parte della casa. Margot se sentiva fortemente protettiva nei confronti del fratello piccolo (lo adorava), ed era furiosa con i suoi genitori e timorosa per se stessa.

L’uso della proiezione video stabilisce una distanza tra il paziente e l’esperienza, fornendo un margine di sicurezza emotiva perché il paziente non “crolli” finendo per bloccare ricordi importanti.

MANIFESTANDO I SENTIMENTI – “Io sento…Io voglio”

Quando le persone diventano capaci di 1) riconoscere di avere dei sentimenti, 2) e assegnare un nome a questi sentimenti, saranno capaci di imparare a esprimere nel modo appropriato “Io sento”. Quando saranno capaci di accettare 3) che hanno il diritto di provare tali sentimenti e 4) del quanto siano importanti, sarà più facile verbalizzare le proprie attese nei confronti degli altri, cioè “Io voglio”. La conseguenza diretta è che presto comprenderanno, subito dopo essere state messe in condizioni di dire “Io sento”, che certe volte non è necessario dire “Io voglio”. Molte volte, la cosa più importante per loro è che i propri sentimenti siano ascoltati. Comunque, ci sono anche delle abilità da imparare per quanto riguarda l’espressione dei sentimenti. 6) C’è una lista di “cose brutte” che le persone spesso dicono quando provano forti emozioni e hanno difficoltà di esprimerle (vedere la lista dell’allegato B). Tale atteggiamento porta unicamente vecchi rancori al tavolo di discussione. Inoltre, gli insulti, il dito accusatorio, le parole “sempre/mai”, fare troppi riferimenti storici, paragonare l’altro ai suoi genitori, tra altri, può servire soltanto a:

  • Intensificare le emozioni
  • Ferire i sentimenti
  • Scaricare il cattivo umore
  • Indurre sensi di colpa e vergogna
  • Provocare azioni difensive
  • Incoraggiare contrattacchi e
  • Impossibilitare la risoluzione del problema

Sono tattiche che non funzionano se vogliamo comunicare i nostri sentimenti e opinioni e se vogliamo essere ascoltati. Quando le persone sono affrontate da chi utilizza una delle tecniche negative dell’elenco, esse non si sentono valorizzate o rispettate; ma unicamente attaccate. Gli umani sono abituati a non dare ascolto quando si sentono attaccati, perché cominciano mentalmente a preparare il contrattacco difensivo. Non è una buona ricetta per una conversazione fruttifera e orientata verso la risoluzione del problema. Per esempio, le persone possono rispondere di modo completamente diverso a “Tu m’ interrompe sempre, sei molto maleducato!” a “Mi sento addolorata e furiosa quando m’interrompe; sento che le mie opinioni non sono importanti. Mi sento stupida.”

Gli umani, quindi, sono più propensi ad ascoltare dichiarazioni che hanno come fulcro i sentimenti perché sono dichiarazioni interessanti, descrittive e non minacciose – descrivono chi parla, non chi ascolta. Sono rispettose per entrambe le parti e hanno una buona possibilità di essere prese in considerazione. Non ci sono difese da preparare, perché non c’è un attacco dal quale difendersi. “Io sento…io voglio” si tratta di una Comunicazione Adulta Rispettosa (CAR) ottima.

Caroline rivista.  Torniamo a Caroline (menzionata nel Capitolo Due, alla quale la madre aveva detto “Se devo chiedere qualcosa, essa perde il suo valore[6]) con la quale abbiamo lavorato il concetto di Comunicazione Adulta Rispettosa, giacché la sua esperienza con “Io sento…io voglio” è comune alla maggior parte dei sopravvissuti.

Caroline era ferita e arrabbiata perché suo marito dimenticava i suoi compleanni. I compleanni non erano importanti nella famiglia di origine del marito, ma erano stati per Caroline, gli piaceva l’attenzione, i regali, il sentirsi davvero speciale per un giorno. Lei diventava nervosa quando “il grande giorno” si avvicinava: lui si ricorderà? Più il giorno si avvicinava, più ansiosa diventava lei e presto si arrabbiava (“Che vada al Diavolo se si scorda!”) e subito dopo depressa (Affanculo! Non ha importanza; dimostra di amarmi in altri modi. Non sono più una bambina). Caroline non si permetteva di ricordare al marito la data del suo compleanno perché credeva che facendolo ricordare, la cosa perdeva senso. E così ogni anno, nei primi tre anni di matrimonio, il suo vecchio nastro mentale partiva, rendendo il suo compleanno miserabile. E ogni anno arrivavano puntualmente le liti post compleanni, le lacrime e ulteriori miserabilità, con il marito che tornava a spiegare nuovamente il tema dei compleanni nella sua famiglia di origine pregando a Caroline di ricordargli il fatidico giorno; di dirgli cosa le piacerebbe che facesse, aggiungendo che sarebbe stato grato della sua collaborazione. Tuttavia, molto semplicemente, Carolina non ce la faceva. Le delizie del martirio erano ben ancorate nella sua visione di mondo. Caroline aveva iniziato la terapia qualche settimana prima del suo terzo anno di matrimonio. Abbiamo fatto l’elenco delle molteplici opzioni disponibili per affrontare il festeggiamento del suo compleanno e della vecchia corazza famigliare da affrontare, invitandola a esprimersi con chiarezza, con la speranza che stavolta il suo compleanno andasse diversamente (vide “Tornando al pozzo d’acqua”, capitolo quattro[7]). Lei, però, escluse categoricamente ogni opzione, ottenendo il risultato che era prevedibile.

Nei compleanni seguenti, Caroline, diventata un’esperta di CAR, fece quanto segue:

1. Tre mesi prima del suo compleanno, mise un grande cartello nel frigo con la dicitura “Il compleanno di Caroline è in arrivo!”

2. Due mesi prima, cambiò il cartello con un altro: “Il compleanno di Caroline – mancano solo 8 settimane!”

3. Sei settimane prima, mise un cartello attualizzato nel frigo e sparse per la casa dei post-it rosa, con dei messaggi tipo “Caroline ama le rose gialle!”, “Il ristorante preferito di Caroline è…”, “Caroline adora il Chanel numero 5”, “Caroline vuole una torta con la mousse al cioccolato e con sopra le candele per il suo compleanno!” e continuò così.

Diviene un gioco. Caroline iniziò a divertirsi e anche suo marito. Lui voleva veramente renderla contenta, e lei gli stava indicando esattamente come farlo. Alla fine aveva avuto un compleanno meraviglioso! Era riuscita a convertire una situazione in cui usciva sempre da perdente a un’altra in cui la coppia aveva vinto usando creativamente la CAR.

CONCLUSIONE

Il concetto di Comunicazione Adulta Rispettosa (CAR) sembra molto semplice, nonostante sia basato in azioni e abilità complesse, giacché l’assenza di una di queste abilità rende la CAR impossibile. Il terapeuta deve essere in grado di aiutare i pazienti a riscoprire i loro sentimenti, di insegnare a decifrarli e nominare ognuno di loro, per subito dopo sviluppare la capacità e l’abilità di comunicare tali sentimenti agli altri.

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[1] A partire dall’esperienza della deportazione scrisse i volumi Alla ricerca di un significato della vita e I fondamenti spirituali della logoterapia. A lui si deve la definizione di nevrosi noogena, concezione secondo la quale l’equilibrio psichico dipende dalla percezione significativa del sé e del proprio vissuto.

Secondo Frankl, quando l’individuo non si sente “significativo”, cerca compensazione o in gratificazioni artificiali (droghe chimiche e psichiche) o in atteggiamenti di potenza (comportamenti distruttivi ed autodistruttivi). Da qui la differenza tra l’uomo d’oggi che non è più frustrato sessualmente (come l’uomo del secolo scorso), ma si sente frustrato nell’universo valoriale (differenziando così il focus dell’approccio logoterapeutico dall’originaria metapsicologia psicoanalitica pulsionalista).

[2] Brandshaw, John. Come ritrovarsi – Incontrare il bambino che c’è in noi per superare i conflitti interiori. Sperling & Kupfer, 1998.

[3] Benson Herbert; Proctor William. Rilassati e guarirai. Fai riposare la mente per potenziare la salute. Editore Bis, anno 2011.

[4] Il TAT è un test proiettivo il cui modello teorico di riferimento è quello psicanalitico. Come tutti i test proiettivi l’idea centrale è quella della possibilità, attraverso l’interpretazione di determinati stimoli, di esprimere dinamiche interiori nascoste o inconsce. Partendo da uno stimolo volutamente ambiguo e non definito (a volte anche caotico), il soggetto ha la possibilità di esprimere aspetti del sé non giunti ancora a livello della coscienza.

[5] Il test si compone essenzialmente di 10 tavole, su ciascuna delle quali è riportata una macchia d’inchiostro simmetrica: 5 monocromatiche, 2 bicolori e 3 colorate. La scelta delle tavole, il loro ordine di presentazione, e le loro caratteristiche formali e contenutistiche richiesero molti anni di ricerche e tentativi da parte di Hermann Rorschach. Le tavole vengono sottoposte all’attenzione del soggetto una alla volta e, per ciascuna e senza limiti di tempo imposto, gli viene chiesto di esprimere tutto ciò cui secondo lui la tavola somiglia.

Pur non esistendo risposte giuste o sbagliate, esse sono normate da un poderoso elenco standardizzato che, secondo i sostenitori del test, ne renderebbe la valutazione attendibile. Dall’interpretazione delle risposte date a ciascuna tavola è possibile – a seconda del tipo di siglatura e di approccio teorico interpretativo – delineare un profilo per attitudini, un profilo di personalità (Sfera dell’Intelligenza, dell’Affettività e del Contatto Sociale) e identificare eventuali nodi problematici del soggetto. È un test molto usato in ambito clinico, e là dove sia necessario esplorare le dinamiche interpersonali.

Al contempo, la definizione stessa di “test” risulta non essere totalmente adeguata, in quanto come test psicologico presenta scarsissime proprietà psicometriche. Molti studiosi ritengono che il termine più corretto sarebbe quello di “Reattivo di Rorschach”, in quanto si vanno a indagare le risposte soggettive di fronte a stimoli nuovi e ambigui.

[6] https://artedisalvarsi.wordpress.com/2015/10/23/le-regole-di-funzionamento-di-una-famiglia-narcisista/

[7] https://artedisalvarsi.wordpress.com/2015/09/17/crescere-con-un-genitore-narcisista-il-lungo-processo-di-guarigione-parte-finale/

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7 pensieri su “I sentimenti e la comunicazione negli adulti nati da famiglie narcisiste

  1. Trovo tristemente vero qquello che viene spiegato sulla difficoltà ad esprimersi dei figli di narcisisti. O almeno, lo vedo su di me. Mia madre non ha mai espresso quello che sente o vuole chiaramente. Ci gira intorno, pretendendo che gli altri indovinino. E quando non succede, è un inferno.
    Inconsciamente, mi rendo conto di aver interiorizzato questo comportamento, forse perché non ne ho mai conosciuto altro. Mio padre era una persona molto silenziosa. Nessuno diceva chiaramente: “Vorrei che tu facessi”. Solo verso di me, a volte, c’erano ordini perentori (“Voglio che tu sistemi la tua stanza, subito!”)
    Ora noto la stessa cosa nel mio rapporto di coppia. Mi sento frustrata/arrabbiata peer qualcosa che mio marito fa ma 1)Non riesco a capire come mi sento davvero, solo che non sto bene e 2)Non glielo dico. Metto il broncio finché non se ne accorge… e allora urlo.
    La cosa buona è che me ne rendo conto. Dopo un po’ quando lui mi chied qquale sia il problema, crollo; piango e gli dico tutto. Solo che all’inizio, quand’ero furiosa, non sapevo neppure io quale fosse il problema. Solo che stavo male. Mio marito l’ha capito e mi aiuta tantissimo; invece di lasciarsi contagiare dalla mia rabbia, mi chiede cos’ho, cosa mi ha fatto male, e soprattutto: “Cosa posso fare perché tu non sia più arrabbiata”?
    Piano piano, sto imparando a cambiare atteggiamento; e a capire da dove viene. Ma non è stato facile, e devo dire grazie a mio marito, che lo ha capito prima di me e mi sta aiutando tantissimo, con una pazienza infinita.

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  2. Cara, hai davvero una persona fantastica accanto a te. Non è facile per chi viene da una famiglia narcisista riuscire a portare avanti rapporti con persone che riescono a comprendere il disagio, il dolore, la fatica di esprimersi. Provengo da una famiglia apertamente narcisista in cui gli scontri aperti e la precarietà nei rapporti erano all’ordine del giorno. Il prossimo articolo che caricherò è tratto dallo stesso libro, parla dell’imposizione dei limiti. Spero di riuscire a farlo domani. Credimi, rendersi conto del proprio atteggiamento e dalle cause scatenanti è un passo da gigante e ribadisco che bisogna imparare a calibrare l’emotività derivata dagli abusi emotivi che hai subito per non allontanare le persone che ami. Hai raggiunto un bel traguardo, ora basta ritrovare la serenità sempre che avrai a che fare con tua madre. Tanto di cappello per te e per la tua famiglia!

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  3. Sto leggendo tutte le traduzioni che hai fatto del libro di
    Stephanie Donaldson-Pressman, Robert M. Pressman.
    Grazie Claudileia, un gran bel lavoro!
    Mi rivedo in Maia, anche io non sono capace di esprimer i miei sentimenti… io sento.. io voglio… per me sono ancora cose difficilissime.
    Quei comportamenti disfunzionali che da piccola mi hanno salvata… ancora condizionano il mio modo di fare…

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