Parlano “i complementari”: “Perché siamo rimasti inchiodati in un rapporto miserabile”

Abbiamo visto che nel circuito messo in atto dagli psicopatici i non detti, le supposizioni, le reticenze, le domande senza risposta, le ansie, i rimuginamenti, le sorprese e le perplessità della parte sofferente possono portare alla depressione, alla malattia mentale oppure fisica. Chi è, tuttavia, la “parte sofferente”? Si definiscono vittime, dipendenti affettivi, sopravvissuti, masochisti, infine. Ognuno di questi concetti ha portato un valido contributo (oppure fatto aumentare i pregiudizi) riguardo alla comprensione delle principali motivazioni che conducono uomini e donne a restare agganciati a rapporti insoddisfacenti e fallimentari per mesi, anni, decenni, una vita intera.

Perché uomini e donne accettano l’infelicità totale in amore come stile vita? Le giustificazioni più comuni che leggiamo o ascoltiamo da loro stessi sono:

“Avevo paura che lui mi uccidessi, per questo non riuscivo a lasciarlo.”;“Avevo paura che lei/lui si vendicasse sui nostri figli, che usasse i bambini contro di me e così sono rimasto/a ingabbiato/a in un matrimonio di comodo.”; “Sono rimasto con lei per evitare un dissesto economico” ; “Sono rimasta con lui per non dare un dispiacere ai nostri genitori anziani. Quando se ne andranno di questo mondo, chiederò la separazione…”; “Non ho i mezzi per sostenermi economicamente. Senza di lui, con due bambini, come faccio?”; “Lei si sentirebbe una fallita se lo lasciasse. Sopporta le umiliazioni perché una donna sola, alla sua età, non trova nessuno, l’uomo sì…”; “Rimangono con loro perché li piace soffrire, sono masochisti.”; “È una dipendente affettiva, “si droga” con rapporti fallimentari.”

Sono certa che avete già sentito o letto le giustificazioni che ho elencato sopra, riflettendoci su.

Le domande che mi sono sempre posta sono:

  1. Perché alla presenza di figli l’amore materno/paterno NON PREVALE rispetto all’ipocrisia, alla facciata della famiglia perfetta? Cioè, perché i mariti/mogli/compagni degli psicopatici tirano fuori gli artigli per difendere la coppia da invasioni esterne – reagendo unicamente quando si sentono sessualmente traditi, cioè, per vanità – ma non usano la loro forza, ostinazione e coraggio per difendere/allontanare i propri figli dagli abusi oppure dall’omertà educativa perpetrata dalla loro “metà” psicopatica?
  2. L’amore giustifica sacrificare la propria vita restando in una situazione di comodo che potrebbe addirittura ucciderci? Cosa scatta nell’intimo di chi esibisce ematomi e costole rotte negli ospedali ma continua a coprire i partners maltrattanti? Unicamente la paura di morire, di perdere il sostegno economico, di non riuscire a sopportare la vergogna del giudizio di parenti e amici sulla propria condizione?
  3. Quale meccanismo s’innesca nella mente di chi è disposto a spendere un capitale in antidepressivi e sedute psicoterapeutiche attribuendosi ogni responsabilità senza mai mettere in discussione il partner maltrattante? E di chi prova a salvarlo da se stesso come un Dio onnipotente?
  4. Perché alla scoperta della vita promiscua della persona che hanno accanto, uomini e donne si danno da fare per tenerli ancora più stretti di prima per “non darla vinta agli altri” senza pensare alla probabilità di contrarre gravissime malattie veneree che metterebbero a repentaglio la loro intera esistenza? La credenza di sfoggiare un partner desiderato da tanti non sarebbe anch’essa frutto di una buona dose di narcisismo patologico?

In questo articolo ho tradotto quattro testimonianze di uomini e donne che si sono riconosciuti nel ruolo di “complementari” perché hanno capito il lato irrazionale delle loro storie. Sono persone che stentano ad accettare il ruolo di vittime (o di masochiste come vorrebbero molti psichiatri) e che hanno individuato le proprie responsabilità nella conduzione di uno stile di vita poco dignitoso. I criteri di scelta delle testimonianze sono stati gli aspetti inenarrabili, fugaci, evanescenti, illogici, cioè, le particolarità che li hanno tenuti consapevolmente o inconsapevolmente dentro il circuito psicopatico per lunghissimi anni. Le testimonianze sono tradotte dallo spagnolo, i nomi sono di fantasia[1].

1. LA TESTIMONIANZA DI LUCIO: Senz’altro, il punto è tornare a dire di NO per tornare in me. Non so che razza di NO è. Non conosco il tema della psicopatia, ma non mi stupirebbe scoprire che i complementari avvertano il bisogno di incrementare la ripetizione di un vissuto che come una maledizione – rinnegata da loro stessi – implichi far qualcosa per qualcuno di molto lontano che a suo tempo non era stato abbastanza compiaciuto da loro.”

(…) credo sia l’assenza di sicurezza pura ciò che impedisce il complementare di agire. Nel mio caso inizialmente avevo “una sicurezza rafforzata”, ma non la certezza. La “sicurezza rafforzata” di per sé è una debolezza strutturale, i nostri rinforzi sono costruiti su di una crepa. Possono essere apparentemente ben fermi sul cemento armato ma quando si rompe – anche se di poco – fa crollare l’intero edificio. Lo psicopatico se ne approfitta di questi momenti per agire senza pietà. Molto bene, credo che il mio problema sia stato “il bisogno di avere rinforzi”. Pensavo che una certezza soggettiva  (vera) non avrebbe avuto bisogno di loro. Quando il cemento armato non ha fessure hai una certa sicurezza “esibisce la tua facciata”. Ma quando il cemento comincia a crepare la fessura del dubbio comincia a ingigantirsi fino a consolidarsi. A quel punto il complementare smette di fingere di essere forte. Quindi, l’attore vero, questa macchina disinibita chiamata psicopatico, comincia a sembrarti affascinante ogniqualvolta sfoggia le sue sceneggiate cosparse di bugie e di inganni nei tuoi confronti. Se le carte sono tirate fuori sin dall’inizio tu hai la possibilità di scegliere un partner diverso da lui. Lo psicopatico lo sa bene, per questo bara su tutto.

Il problema per me, che tuttora cerco di comprendere, è cosa si nasconde dietro questa mia debolezza dubitativa, indecisa, che mi impedisce di avere la “certezza” delle cose. Forse perché in fondo recitare abbia un lato trasgressivo che ci porta a sfoggiare un lato sadico oppure masochista. La cosa non mi è chiara. Ciò che ritengo molto chiaro nel mio caso è di essere andato oltre le convenzioni, e quindi oltre le mie inibizioni.

Quindi, ecco quali sono le mie responsabilità, aver dado sfoggio al mio lato “occulto”, anticonvenzionale. La mia colpa maggiore però è stata rendermi una persona inerme. Forse per questo il “carro armato” che è lo psicopatico seduce tanto, almeno era questo il nesso della nostra unione, anche se sempre sotto un unica condizione: le bugie che lei mi raccontava e che arrivavano a pichi inimmaginabili, creati apposta senz’altro per alimentare la mia vanità di complementare e allo stesso tempo aumentare i miei dubbi. Ti dicono “ti amo tanto ma non capisco il perché”: “ti amo tantissimo” lusinga “ma non capisco il perché” è già deprezzamento. In questa spirale il complementare si mette a rimuginare: “mi ama molto… ma perché dice che non lo sa?… sono io che non lo faccio comprendere il perché? Mi ama molto… ma ha dei dubbi?”. Fino alla bastonata finale “Non capisco perché ti amo”: un bacio e due schiaffi.

Poi cerchi di evitare “gli schiaffi” ma curiosamente osservi che il bacio scompare. Tu, però, lo vuoi. A te, purtroppo, restano soltanto gli schiaffi e la voglia fremente di riprendersi quei baci che diventano inafferrabili. È così che diventi una marionetta dipendente e mendicante.

Complementare e nevrotico. Certamente sì. Anche se mi sento un po’ vittima perché il gioco per me consiste in avere delle regole. Regole che la mia ex non aveva. Dico di più, lei sbandierava regole che io non ammettevo però accettavo. Purtroppo le regole che accettavo non solo non erano osservate da lei stessa ma servivano per farla giocare ancora più sporco con me affinché i suoi raggiri non avessero alcun confine.

Ricordo con terrore le sue umiliazioni:

“Ma perché sei arrabbiato? Dico questo perché ti amo, lo faccio per il tuo bene”.

Inerme, inerme, inerme, è questa la parola: inerme.

Perché non ho difesa? Perché costava tanto difendermi?

C’è una sorta di responsabilità malata che magari riuscissi a levarmela di dosso. Può darsi che gli incontri casuali non esistano, non così duraturi. A volte, però, mi sento responsabile anche della merda in cui lei mi ha gettato.

Io non ero così.

Non mi riconosco più.

Mi sento disorientato.

Magari potessi tornare a essere quello di prima, con i rinforzi e senza certezze, ora però con l’esperienza. Ora so che le azioni parlano più forte delle parole. Magari avessi avuto ben chiaro questo concetto: “ciò che viene fatto dalla persona è amore, non quello che viene detto”.

(…) rileggendo la parola “inerme” sono rimasto “impietrito” da alcune frasi che ho scritto prima.

—Ma perché sei così arrabbiato se lo faccio per il tuo bene, perché ti amo…?

Terribile, ecco. Erano le stesse parole pronunciate da mia madre per giustificare alcune delle sue azioni che includevano vessarmi continuamente.

In fondo credo che l’incontro con uno psicopatico è il terribile incontro con “qualcosa”.

Da bambino sono stato sempre molto indipendente e intraprendente. Ero brillante negli studi e avevo la sorprendente abilità di realizzare molte cose. Tutto questo, però, anziché facilitare la mia vita l’ha resa molto più complicata, sopratutto dentro casa. Perché? Semplicemente perché avere tanti desideri e tanta indipendenza veniva interpretato dalla mia famiglia, in primis da mia madre così:

«Sei “troppo sulle tue”, sei un’egocentrico.»

Io ero quello che non si capacitava di come la maggior parte delle persone ingigantisse problemi che per me erano insignificanti. Il mio modo di essere risoluto, la mia capacità di risolvere dei problemi o anche di solo dare un contributo all’effettiva risoluzione degli stessi invece di suscitare gratitudine erano accolti con rabbia. Da giovane pensavo che dare una mano agli altri per risolvere un problema era il modo migliore per dimostrare il quanto volevo bene alle persone. Ancora ci credo. Però sono arrivato al punto di sentirmi un “mostro”. Voglio dire, ho cominciato a dubitare di me quando tutto andava per il verso giusto, o più semplicemente smettevo di dare qualcosa a persone che non mi interessavano fino a sviluppare una sorta di insensibilità nei confronti degli altri.

Da compiacere continuamente mia madre passai all’insensibilità vera e propria, mostruosa. Un po’ come il detto “l’egoista è colui che antepone le sue necessità alle mie”. È andata così con me. Dopodiché è arrivata la “spaccatura”. Non saprei precisare quando, il momento esatto in cui “mi sono perso” e con lui la mia “fierezza”, chiamiamola così, di poter dire al mondo “Io sono questo”.

Tutto ciò si è frantumato.

Dal momento della rottura in poi ho vissuto di mendicanza affettiva strutturata. Era già un “voler essere” una persona strutturata, e non effettivamente “io sono questo” senza impalcature che mi sorreggessero. È stata questa frattura ad aver possibilitato l’incontro con la mia ex. Fronte alle sue innumerevoli richieste di affetto, che mi infastidivano tanto, ho cominciato a dubitare seriamente di me. L’immagine del “mostro insensibile” era stata nuovamente rievocata. Avevo già le mie “impalcature”, ma ricordo il momento fatidico in cui la guardai negli occhi e dissi:

«Sì, d’accordo.»

Qualcosa si è mossa dentro di me dopo quel SÌ, mi si è spostata da un estremo all’altro. Dopo tanti di quei pianti, tante richieste, tante dichiarazioni d’ amore… tanto, tanto “te lo dico per il tuo bene” ho ceduto.

Per come vedo io è stato come tornare a qualcosa di già noto. A qualcosa alla quale non potevo dire di no. Sono tornato a compiacere alla persona che non potevo smettere di compiacere mai.

Terribile. Mostruoso.

Senz’altro, il punto è tornare a dire di NO per tornare in me. Non so che razza di NO è. Non conosco il tema della psicopatia, ma non mi stupirebbe scoprire che i complementari avvertano il bisogno di incrementare la ripetizione di un vissuto che come una maledizione – rinnegata da loro stessi – implichi far qualcosa per qualcuno di molto lontano che a suo tempo non era stato abbastanza compiaciuto da loro.

Siccome lo psicopatico sa il vissuto di ognuno, ecco che aumenta le sue reazioni di insoddisfazione, manipola e agisce nel modo enigmatico che ci porta a pensare… Cosa ha voluto dire? Cosa vuole da me? Siccome sa dosare tutto come un alchimista, lo psicopatico riesce a ridurre i suoi partners in bestioline mendicanti.

Il cerchio si chiude così. Per quanto mi riguarda, per poter riprendermi la mia vita manca quel NO. Mentre il NO non arriva la mia posa accomodante non sarà mai quella dell’accomodato, è di questo che si tratta. Soddisfare, soddisfare…a chi? Non è meglio essere una persona soddisfatta?

Bene, si è fatto tardi. Grazie per i tuoi consigli e per l’attenzione. Mi aiutano molto. Scrivere serve a me stesso ma magari di “rimbalzo” posso aiutare qualcuno… Un saluto.

2. LA TESTIMONIANZA DI GILBERTO: (…) non esiste persona più masochista di chi non conosce se stesso. Un masochista consapevole del suo masochismo amministra il suo piacere come gli pare e piace, ha il potere sulla sua goduria perché sa quale sia, la conosce bene. Tuttavia, non sapersi masochista e soffrire in quanto tale genera unicamente la confusione su ciò che ti sta accadendo e perché la tua vita ha preso questa piega. E così seguiamo soffrendo per colpa della nostra ignoranza. Un persona che si riconosce masochista può gestire il suo godimento a volontà, voglio dire, smette di essere tanto masochista, anche se sembra un po’ contraddittorio. Chiarisco che il mio potrebbe essere un semplice filosofare, ma è ciò che ho capito di me finora.”

Credo che il rapporto complementare-psicopatico possiede un asimmetria fondamentale: mentre lo psicopatico ha ben chiaro ciò che occulta anche fronte a se stesso, il complementare non è a conoscenza di un bel niente. In questo senso possiamo parlare di vittima. Perché il nesso causale del rapporto è di conoscenza dello psicopatico, che gioca a suo vantaggio, mentre per il complementare il nesso non è “chiaro”, ma non per questo meno forte, soltanto resta sconosciuto per lui. Credo che se il complementare riuscisse a comprendere il perché, se arrivasse a una conclusione a riguardo (di fatto è questa la sua responsabilità, ho promesso a me stesso di scoprirla), questi rapporti sarebbero subito stroncati. Lo psicopatico è a conoscenza dei suoi perché, sa bene cosa vuole dell’altro, ma “nutre” automaticamente lo “sconosciuto” nel complementare. In questo senso parliamo di complementarità e persino di complicità, anche se mi sembrano termini un po’ ingiusti. Voglio dire, non esiste persona più masochista di chi non conosce se stesso. Un masochista consapevole del suo masochismo amministra il suo piacere come gli pare e piace, ha il potere sulla sua goduria perché sa quale sia, la conosce bene. Tuttavia, non sapersi masochista e soffrire in quanto tale genera unicamente la confusione su ciò che ti sta accadendo e perché la tua vita ha preso questa piega. E così seguiamo soffrendo per colpa della nostra ignoranza. Un persona che si riconosce masochista può gestire il suo godimento a volontà, voglio dire, smette di essere tanto masochista, anche se sembra un po’ contraddittorio. Chiarisco che il mio potrebbe essere un semplice filosofare, ma è ciò che ho capito di me finora.

Ci sono tre aspetti in questo tipo di rapporto che mi sento di porre l’accento;

  1. Il primo è che lo psicopatico è un depredatore mentale e come tale sa dove attaccarti. Nel mio caso, il mio rapporto con questa persona (la mia debolezza) era originata dal fatto che la “psicopatica” era una coppia carbone di mia madre (certamente un’altra psicopatica). Volevo “salvare” mia madre attraverso questa donna. Non chiedetemi come, ma lei usava persino le stesse frasi di mia madre, anche senza conoscerla personalmente, giacché mia madre era morta. Per me era sovrannaturale ed era questa la mia fragilità fondamentale (e che lei ha sfruttato fino alla fine);
  2. Parliamoci chiaramente, gli errori più gravi che possono commettere i complementari è “cercare di guarirli” o di “vendicarsi”. Ognuna di queste due azioni ci porta dall’anticamera dell’inferno a direttamente o letteralmente all’inferno (il carcere), se si arriva al danno fisico;
  3. Il complementare DEVE CAPIRE di essere stato una vittima-complice (per le sue specifiche motivazioni) e che l’unica soluzione è il contatto zero. Deve assimilare questa esperienza come un apprendistato per la vita, qualcosa che lo renderà una persona migliore, più forte, meno vulnerabile (imparerà a non ripetere gli stessi errori) per cominciare a ricostruire i cristalli rotti dell’autostima, che è la prima cosa che lo psicopatico distrugge.

Se vi interessa ciò che faccio, dico pure che ho due lauree, ho fatto delle conferenze per più di 500 persone, ho il mio studio e sono consulente del Dipartimento di Stato americano, ma nulla di tutto ciò mi è servito. L’unica cosa certa è che quando sei coinvolto emozionalmente in un rapporto di questa portata il tuo intelletto si blocca. Questo spiega perché tanti uomini con una carriera brillante, dei vincitori, commettono inspiegabili stupidità.

Sfortunatamente i problemi della mente fanno più danni della bomba nucleare. (…) Dobbiamo pensare dalla seguente maniera: se ragioniamo in termini di vendetta, significa che lo psicopatico detiene tuttora il controllo sulla nostra vita (…) Ascoltate cosa dico io da “paziente”: bisogna mettere una distanza tra la “pazza” e voi. Non frequentate i luoghi che frequenta, non parlate con le persone che la conoscono, non cercate informazioni su di lei, cancellatela perché quando siete riusciti a farlo tutto ciò che avete perso tornerà da voi come per magia. Dopo un po’ qualcuno verrà a dirvi che la vita ha aggiustato i conti con lei per voi, perché la vita non perdona.

Se può servire a qualcosa, vi dico che nel mio caso ho trovato lavoro in un’altra città, sono tornato a fare palestra, a scrivere, a ridere.  Sento che il maleficio che mi ha tenuto prigioniero per tanto tempo si è spezzato. Ho deciso di scrivere perché mi fa paura e mi dispiace vedere tante persone descriversi come “vittime”, si distruggono la vita così. Devono unirsi al popolo dei guariti. Siate felici e buona fortuna.

3. LA TESTIMONIANZA DI NATALIA: Lui non sarà mai felice con me perché nessuna azione dalla parte mia potrebbe generare un cedimento da parte sua. Io non sarò mai felice con lui perché sempre sentirò di essere con “un uomo che non c’è”. Tenderei a vita a cercare una teorica resa da parte sua, una comprensione che mai arriverà. Dovrò sempre sudare per guadagnarmi i suoi baci, i suoi abbracci, il suo affetto. Il mio errore più grande è stato cadere nella mia stessa trappola: se lui non mi dà niente, devo dare di più per riuscire ad avere qualcosa da lui; è come se la mia soddisfazione consistesse in dimostrargli di poter dare sempre di più. Quando la frustrazione mi assale – perché non sono riuscita ad ottenere nessuna reazione da parte sua – sfrutto comunque l’atto di dare e di offrire sempre di più.”

Sapevo dentro di me che i suoi modi non erano normali. Io, però, lo giustificavo. Mi faceva arrabbiare, lo odiavo. Urlavo, piangevo di nascosto perché davanti a lui non potevo piangere. Non potevo evitare tuttavia di chiedergli perdono e di sottomettermi alle sue richieste. Sentivo che era l’unico modo si salvare la coppia. Nel caso in cui lui non mi volesse più, avvertivo comunque il bisogno di sapere che non avrebbe sofferto per la separazione.

Certe volte mi sentivo il suo unico oggetto del desiderio, altre volte ero sistematicamente rifiutata e disprezzata. La mia sofferenza era totale, ma mettevo da parte il mio dolore o qualsiasi altro tipo di disagio per compiacerlo. Semplicemente non mi andava di litigare con lui per sentirmi in colpa dopo. Erano i sensi di colpa a logorarmi.

Non mi sentivo colpevole interiormente, tuttavia ho avuto una madre che era molto abile nel farmi sentire in colpa. Una volta mi ha preso per i capelli fino ad alzarmi sullo stesso livello dell’armadio perché avevo lasciato le briciole di una barretta di cereali sparse sul tavolo della cucina. Ogni volta che lui mi colpevolizzava riproducevo lo stesso meccanismo indotto da mia madre: la odiavo in quel momento, però piangevo e imploravo il suo perdono promettendo di non sbagliare più, ma lei tornava puntualmente a maltrattarmi.

Oggi ho avuto una seduta con la mia psicologa e ho potuto comprendere la mia ricerca per rapporti che riproducano il circuito psicopatico innescato con mia madre. So di non essere la colpevole, so di non aver fatto niente di male, però la paura m’inchioda e devo compiacere la persona che mi maltratta. Dentro di me regna l’odio, la furia, la rabbia, ma agisco in ogni situazione della mia vita, nella quale qualcuno mi colpevolizza, facendo l’impossibile per risanare l’eventuale danno che mi accusa di aver causato. Sento un livello incontrollabile di aggressività quando lui mi urla addosso per ore perché ho rotto un vaso, oppure è successo qualcosa di sciocco. E allora improvvisamente decido di andare a spendere 50$ per acquistare 4 vasi e tutto ciò che manca dentro casa nostra. Faccio il possibile per evitare una situazione di maltrattamento ma, quando capita, non riesco ad andarmene. A momenti sento di non voler vivere così, ma dopo cancello totalmente dalla mia mente tutte le situazioni brutte per restare in un limbo di piacere superficiale. Gioisco di una gioia che dura pochissimo, di una gioia che capita unicamente quando rispetto le attese dello psicopatico e che, una volta rispettate, si convertono in nuove richieste. Il mio obiettivo resta sempre quello di compiacere per tornare a “guadagnarmi” il beneficio di questa gioia effimera, passeggera, viziosa…

Una cosa curiosa che voglio raccontare è stata la mia risposta a molti degli amici che mi hanno domandato perché tornavo sempre da lui: “Perché lui non mi rende felice, ma la felicità che sento è secondaria, la mia felicità è poter dare tutto, la resa totale, essere la “sposa”, la domestica, prendermi cura delle cose, curarlo, cucinare bene, renderlo felice”.

Lui non sarà mai felice con me perché nessuna azione dalla parte mia potrebbe generare un cedimento da parte sua. Io non sarò mai felice con lui perché sempre sentirò di essere con “un uomo che non c’è”. Tenderei a vita a cercare una teorica resa da parte sua, una comprensione che mai arriverà. Dovrò sempre sudare per guadagnarmi i suoi baci, i suoi abbracci, il suo affetto.

Il mio errore più grande è stato cadere nella mia stessa trappola: se lui non mi dà niente, devo dare di più per riuscire ad avere qualcosa da lui; è come se la mia soddisfazione consistesse in dimostrargli di poter dare sempre di più. Quando la frustrazione mi assale – perché non sono riuscita ad ottenere nessuna reazione da parte sua – sfrutto comunque l’atto di dare e di offrire sempre di più.

Credo che questo meccanismo, chissà, sia per me la riaffermazione incosciente del vissuto con mia madre. Quando lei si metteva a urlare per qualcosa ed io risolvevo il problema (per esempio, dopo aver raccolto le briciole oppure aver gettato via il contenitore della pizza, motivi che la portavano a maltrattarmi psicologicamente all’estremo) mi sentivo AUTO SODDISFATTA. Non mi sento soddisfatta del mio rapporto con lui, ma sento che mi soddisfa dimostrare a me stessa di essere capace di soddisfare le sue aspettative nella speranza di non essere mai più rimproverata. Lui, però, continua a farlo, mentre dico a me stessa che prima o poi ce la farò a vincere, anche se è una situazione che mi distrugge.

Spero che questo commento possa aiutare qualcuno.

4. LA TESTIMONIANZA DI CRISTINA: Quando sto con lui sento disprezzo per gli altri.  Non mi piace ammettere questo, però a volte provo un piacere strano e sconosciuto e mi rendo conto di essere la sua complice. È una cosa che ci unisce. Mi sento appagata con lui perché degli altri non m’importa niente. Mi piace avvertire che li sto usando, a dire il vero, l’eventuale danno collaterale delle mie azioni non è nemmeno considerato. Infatti, l’idea che questa persona soffra per quel che faccio mi sembra lontana dalla realtà, è come se la cosa non mi riguardassi più. Addirittura credo di non pensarci nemmeno se stia facendo del male a qualcuno. È tutto talmente strano che non so se riesco a spiegarlo bene. Improvvisamente smetto di provare qualcosa per la persona, cioè, lei smette di essere una persona per me, fino a diventare una specie di fantoccio che non rappresenta nulla. Dopodiché sento un grande vuoto… è un piacere strano.”

Sono una persona sensibile e ho avuto sempre molto riguardo nei confronti degli altri, a dire il vero. È molto raro che riesca ad affrontare direttamente qualcuno. Sto imparando a farlo piano piano.

D’altronde, mi sento sempre responsabile e anche colpevole di tutto ciò che accade agli altri, ma solo quando c’è in ballo qualcosa di negativo. Mi sento responsabile anche quando qualcuno è di cattivo umore perché subito mi convinco di aver fatto qualcosa di male. È un aspetto che mi angoscia molto. Sto cercando di cambiare questo mio lato, anzi, credo di averlo cambiato con il tempo, forse l’ho pure superato.

Quando sono con lui, tuttavia, dimentico lo stress dei miei rapporti interpersonali. Insieme a lui gli altri diventano improvvisamente strumenti da manovrare a mio piacimento, comincio ad agire come lui, a usare le persone per farmi dei favori. Chiarisco di non aver mai fatto niente contro la volontà di nessuno, parlo sempre a livello manipolativo e con adulti che volontariamente si prestano a questo tipo di gioco.

Quando sto con lui sento disprezzo per gli altri.  Non mi piace ammettere questo, però a volte provo un piacere strano e sconosciuto e mi rendo conto di essere la sua complice. È una cosa che ci unisce. Mi sento appagata con lui perché degli altri non m’importa niente. Mi piace avvertire che li sto usando, a dire il vero, l’eventuale danno collaterale delle mie azioni non è nemmeno considerato. Infatti, l’idea che questa persona soffra per quel che faccio mi sembra lontana dalla realtà, è come se la cosa non mi riguardassi più. Addirittura credo di non pensarci nemmeno se stia facendo del male a qualcuno. È tutto talmente strano che non so se riesco a spiegarlo bene. Improvvisamente smetto di provare qualcosa per la persona, cioè, lei smette di essere una persona per me, fino a diventare una specie di fantoccio che non rappresenta nulla. Dopodiché sento un grande vuoto… è un piacere strano.

Ho osservato che questa cosa capita soltanto quando sono con lui. A volte capita anche quando sono da sola, nella mia vita quotidiana, ma la nascita di questo modo di pensare e agire ha coinciso soprattutto con il periodo in cui lo frequentavo assiduamente. Vi faccio un esempio, sto parlando con una persona, normalmente uno sconosciuto, e riesco a incorporare il modo di pensare di F. Non so come spiegarlo meglio. È come se con gli occhi spogliassi la persona come fa lui, la dissecassi. Improvvisamente so cosa lei si aspetta da me, cosa cerca in me, e la giudico una persona mediocre. Penso che si tratti di una persona scema che resterà sempre mediocre, triste e noiosa. Mi vien voglia di ridere in faccia a questa persona, di prendermi gioco di lei. La guardo con l’aria compiacente perché la immagino con le sue paure, è come se scoprissi quali sono i suoi limiti. Per fortuna, grazie a Dio, è una sensazione che dura poco perché poi provo molta angoscia e tristezza e cerco di cambiare i miei pensieri provando a compensare questa persona per ciò che ho appena pensato su di lei, rendendomi disponibile. Con un po’ di sforzo finalmente riesco a vederla come una persona normale, come qualcuno di simile a me. (…) La verità è che le persone lo guardano incantate, ognuna per un motivo diverso, ma tutte pendono dalle sue labbra. Credo che lui faccia desiderare le poche briciole lanciate di quando in quando ad ognuno di noi.

A volte penso di essere una sorta di Mina Westenra, del romanzo Dracula.

Dopo la morsa del vampiro Mina Westenra comincia a indebolirsi.

Una cosa che avverto e che ritengo inquietante è questa qua: quando sono con lui la mia energia se ne va. Lo stesso accade quando lo sento per telefono, quando in qualche modo si mette in contatto con me, o semplicemente quando so che il messaggio appena arrivato è suo. È come se la mia energia vitale scomparisse. Sento che lui la ruba perché quando è con me “rivive”. Lui diventa più gioviale e ha l’energia che avevo prima io.

In Dracula, Mina è una donna con una morale, una donna che ama e che è essenzialmente buona. Il Vampiro, però, la morsica. Lei lo lascia entrare perché è sotto il suo incantesimo, tuttavia il Vampiro entra nella tua casa soltanto ed esclusivamente se l’hai invitato a entrare…

C.l.Dias

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[1] Le testimonianze sono tradotte dal sito http://www.marietan.com/

 

2 pensieri su “Parlano “i complementari”: “Perché siamo rimasti inchiodati in un rapporto miserabile”

  1. Sia io sia mio marito abbiamo genitori narcisisti.
    Ma, mentre nel mio caso lo sono (erano, mio padre è mancato) entrambi, ognuno a modo proprio (e continuo a chiedermi come abbiano fatto a trovare l’equilibrio per convivere per decenni!), nella famiglia di mio marito si tratta del padre. E io mi chiedo, da che conosco mio marito: ma mia suocera, perché non ha mai fatto nulla? Anche ora che i loro figli sono adulti e indipendenti e mio suocero continua a cercare di controllarli usando varie tecniche (li stalkera letteralmente al telefono per prenderli per sfinimento, li ttratta come se fossero ritardati o incapaci, cerca di impicciarsi nei loro affari, è arrivato a presentarsi davanti a casa nostra a sorpresa pretendendo di enttrare, ecc) lei non fa nulla. Anzi, a volte lo sostiene pure. Però quando lui, in mancanza di bersagli migliori (i figli si rendono irreperibili, ad esempio) si sfoga su di lei… allora si lamenta. I suoi figli la vedevano come una povera vittima fino a poco fa, ora si stanno rendendo conto che non lo è. E personalmente, vedo che anche lei ha le sue colpe e che anzi, usa la scusa di “eh lo sai com’è mio marito” per fare cose che non dovrebbe permettersi di fare. Secondo la mia esperienza, spesso i “complementari” sono colpevoli quasi quanto lo psicopatico di turno, anche solo per aver taciuto per quieto vivere. Nel mio caso, e lo dico da mamma: ma come può una madre non difendere i propri figli, fosse anche dall’uomo con cui li ha generati? Io non permettterei mai a mio marito di comportarsi così coi nostri figli. Quindi, mia suocera non è meno egoista e opportunista di molti genitori abusivi, anzi!

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    1. Cara Maia, sottoscrivo in pieno la tua riflessione fatta sulla propria pelle. La maggior parte dei complementari si comportano da complici pur di non far saltare il rapporto con lo psicopatico/narcisista perverso. Ne ho viste di madri che consigliavano i figli di ‘non far arrabbiare papà’ ben sapendo che ogni comportamento dei figli, nel bene o nel male, avrebbe potuto far saltare i nervi dei loro mariti violenti. Io stessa, da bambina, ho sofferto per l’omertà di mio padre nei confronti degli abusi verbali e fisici di mia madre, nonché la scia di comportamenti assolutamente sleali verso l’intera famiglia. Non a caso (eravamo in cinque figli) tutti siamo andati via di casa prima dei vent’anni. Quindi, con il tuo commento hai sfondato una porta aperta nel mio cuore. Finché non avviene un comportamento che ferisce di modo indelebile la vanità del complementare, il suo orgoglio virile (nel caso del maschio) o la sua femminilità (per esempio, quando lo psicopatico/narcisista perverso se ne va di casa con una preda più giovane) il complementare non reagisce. Anzi, spesso in questo caso LOTTA per riavere il fuggiasco accanto anche andando contro l’interesse e la volontà dei figli, oramai stanchi dalla guerra infinita e del disamore. Soltanto quando il complementare smette di vedersi come vittima e si assume le proprie responsabilità è che possiamo aspettarci un cambiamento all’interno della famiglia. Del resto tocca ai figli comprendere che il meccanismo oramai è consolidato e che non cambierà, restando a loro il duro compito di dissociarsi mentalmente da una simile dinamica per non ripeterla con la prole. Rompere la catena non è facile ma è possibile con un duro lavoro di scoperta della propria identità. Ho tradotto qui una serie di articoli sulle famiglie narcisiste. Non so se hai avuto modo di leggerli. Ecco uno dei link https://artedisalvarsi.wordpress.com/2015/10/01/la-famiglia-narcisista-le-dinamiche-abusive-invisibili-dei-genitori/
      Un abbraccio e grazie per il tuo commento, importantissimo. Claudileia

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