Perché contatto zero non è fuga. La metafora del leone e del rinoceronte

I leoni, ritenuti i Re della savana, tengono a bada due animali in particolare: gli elefanti, che possono schiacciarli con una zampa ed i rinoceronti, perché possono trafiggerli con il loro corno.

Un animale carnivoro raramente invade il territorio delle specie erbivore. Per questa ragione i combattimenti tra i leoni e questi due animali accadono molto raramente, ad esempio in caso di fame estrema del leone che a quel punto, non avendo niente da perdere, rischia la vita pur di mangiare.

Natura docet.

Il rischio di diventare una preda è uguale per tutti, non importa il quanto ci riteniamo forti come dei leoni. Per restare alla larga dai potenziali predatori la forza o la sua parvenza non basta. La conoscenza del territorio del predatore  (di modo a evitarlo) e la saggezza per intuire, vedere e comprendere che esistono al mondo animali che si nutrono di un tipo di cibo diverso dal nostro è essenziale per sopravvivere tanto nelle savane quanto nella giungla metropolitana.

Mettiamo da parte l’elefante, animale molto dolce, mansueto, empatico e intelligente per concentrarci sulla descrizione di un rinoceronte ‘tipo’, animale ritenuto dagli studiosi ‘di intelligenza assai scarsa’.

Per rendere più divertente questo post sul contatto zero, trascrivo le parole di due enciclopedisti di rilievo dell’800’, Gaetano Balbino e Giuseppe Pomba:

Poca è l’intelligenza del rinoceronte; aspra ed intrattabile l’indole. Ora ha la mansuetudine, l’indifferenza dell’ idiotismo; ora si dà in preda a furori che in verun modo non si potean prevedere e che in verun modo non si posson calmare. Quella immane sua massa diviene allora spaventevolmente agilissima; pare incredibile quanto terreno ei varchi d’un salto. Tramanda egli allora certe acute grida che si fanno assai di lontano sentire. Ma quando è tranquillo, egli non mette che un sordo e discorde grugnito in sul fare di quel de’ cignali, a’ quali in più cose si rassomiglia.

Il rinoceronte vive solitario e selvaggio: rado avviene di vederlo accompagnato. Va pel solito lunghesso i fiumi, e pon sul diletto nell’avvoltarsi e rotolarsi  dentro la melma delle paludi, quasi il facesse per ammollire il cuojo che lo riveste[1].

Con base nella metafora vi propongo alcune domande:

  1. Di cosa avete fame?
  2. Si tratta di un alimento necessario alla vostra sopravvivenza?
  3. Rischierete la vostra vita pur di ottenerlo, come un leone affamato?
  4. Quando stabilite che è arrivato il momento di chiudere una storia andata  male semplicemente perché ‘vi nutrite’ di alimenti molto diversi dal vostro ‘predatore’ quanto pesa l’insorgenza del vostro senso di fallimento, quel sentirsi un po’ ‘codardi’ come un capitano che abbandona la nave?

Un leone non scappa, ma corre verso la vita; non fugge, ma lotta per quel che vale la pena lottare. Sapere quando e perché andarsene è parte della sua forza e non lo rende minimamente uno debole, ma uno degli animali più forti e intelligenti del pianeta.

Molti di voi che avete stabilito il contatto zero con un soggetto perverso avete certamente affrontato l’accusa di essere persone ‘infantili’, ‘incivili’, ‘codarde’ o ‘poco intelligenti’. Ricordatevi che si tratta di un tentativo di rovesciare la realtà, di assegnarvi al ruolo del rinoceronte quando meritate quello del leone:

Con un perverso non la si ha mai vinta. Tutt’al più si può imparare qualcosa su di sé.

Allo scopo di difendersi è forte, per la vittima, la tentazione di fare ricorso agli stessi metodi dell’aggressore. Eppure, se ci si ritrova nella condizione di vittima, vuol dire che si è il meno perverso dei due. Non si vede come la situazione potrebbe ribaltarsi. Usare le stesse armi dell’avversario è decisamente sconsigliabile; in realtà, l’unico rimedio è la legge[2].

La forza e la presunta intelligenza di un narcisista perverso è esclusivamente volta alle sue manipolazioni e perversità. Nei più svariati ambiti della conoscenza umana raramente troviamo dei veri geni perversi, come Picasso per la pittura o Sade per la letteratura. Il primo, non a caso, si identificava con la figura mitologica del Minotauro per i maltrattamenti psicologici inflitti alle donne e ai parenti stretti: il suo nipote Pablito si suicida alla notizia della sua morte nel 1973, lo stesso accade con il primogenito di Picasso e con Marie-Thérese e Jacqueline Roque, due delle sue innumerevoli amanti e “muse”. La tragica scia tossica che Picasso lascia in eredità travolge l’intera famiglia, così come ex amanti che finiscono ricoverate in cliniche psichiatriche tranne una, Françoise Gilot[3].

Infatti, Françoise Gilot, madre di Paloma e Claude Picasso, è famosa per essere l’unica ad averlo abbandonato al suo destino dopo dieci anni di tradimenti, maltrattamenti psicologici, fughe e ricatti vari, elementi tipici dei rapporti ‘picassiani’.

Sottolineo che leggendo le biografie dei geni della pittura non si trovano riscontri paragonabili tra la loro arte e la perversità relazionale come fonte di creatività, come spesso ricordato dagli studiosi del pittore.

Fatto sta che dopo aver lasciato Picasso, Françoise Gilot si rifugia negli USA.

Avendo sempre dipinto, continua con la sua passione e vive dei suoi quadri.

Nel 1969, conosce un medico, Jonas Salk. Si tratta dello scopritore del vaccino antipoliomielite. Dal genio che con la sua arte seminò tanta bellezza, ma che con la sua condotta diffuse morte e annientamento psicologico a chiunque lo amasse, Françoise Gilot scelse un uomo in grado di salvare milioni di vite umane. Un cambio di prospettiva notevole. Ditemi voi, se non è la storia del leone che alla vista del rinoceronte (o del Minotauro) cambia prospettiva e corre verso la vita?

“Ho avuto un unico Picasso, La Femme-Fleur, ma l’ho venduto anni fa perché sentivo che mi portava sfortuna (…) Non ho mai accettato altri quadri di Picasso perché mi aveva detto alla consegna: Vedi come sei come tutte le altre?. E così non accettai più nulla, per continuare ad essere indipendente. Inoltre, sapevo che quando una donna accettava un dono di Picasso contraeva un debito con lui che veniva saldato in altri modi.”[4]

Molto spesso veniamo svalutati e umiliati da rinoceronti in ciabatte che dipingono scenari grotteschi quando osiamo inseguire la nostra strada. Penso a questo paradosso mentre guardo un falso d’autore presso un mercatino dell’antiquariato, una delle mie fisse.

François Gilot vive a New York e ha 97 anni. A casa sua sono appesi unicamente i suoi quadri e uno di Georges Braque, che assieme a Pablo Picasso iniziò il cubismo.

Vi lascio con un video in cui sprizza energia, circondata dai figli, amici e parenti.

________________________________________________________

[1] BALBINO, Gaetano; POMBA, Giuseppe. Teatro Universale – Raccolta enciclopedica e scenografica.  Tom. I, anno 1834, p. 170.

[2] Hirigoyen, Marie-France. Molestie morali – la violenza perversa nella famiglia e nel lavoro. Einaudi, 2000, p.181

[3] IZQUIERDO, Paula. Le amanti di Picasso – quando il genio diventa crudeltà. Edizione Cavallo di ferro, 1992.

[4] http://www.lanacion.com.ar/1401927-la-mujer-que-dejo-a-picassoadios-a-la-mujer-flor

19 pensieri su “Perché contatto zero non è fuga. La metafora del leone e del rinoceronte

  1. Carissima , il mio narcisista è tornato a farsi vivo dopo due mesi esatti da quando convive con la sua New entry. Mi ha mandato due sms , in cui mi ha fatto capire che ” mi può chiamare” e io non ho risposto. Il giorno dopo mi ha telefonato, ma io ho chiuso il telefono. Non contento è andato a fare visita ad una mia carissima amica per avere notizie si di me. Io vado avanti tutta sulla strada del no contact.

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    1. Cara Karina, purtroppo finché non cambierai numero continuerà a chiamarti ‘per sapere come stai’ o per ‘prendere un caffè’. Può avere due o dieci new entry nella sua vita ma sempre ti chiamerà, non perché ti vuole bene, ma perché nessuna basta mai. Soffrono di bulimia affettiva: ‘mangiano’ le persone e poi le ‘vomitano’. Non farti mangiare, cara. Non entrare mai più nel suo circuito perché sai perfettamente come andrà a finire: dopo due giorni sarà già stanco e guardandoti negli occhi ti dirà ‘forse stiamo sbagliando tutto, forse ho fatto male a chiamarti, non so come sono riuscito a fare l’amore con te perché sai, sono una persona sensibile e volevo soltanto sapere come stavi, non credi sia meglio restare amici?’ Cara, il copione è uguale per tutti e il dolore è certo. Respira fondo e cambia numero al più presto. Pensa che sono persone che riescono a ingannare persino grandi specialisti con la loro parlantina, figuriamoci quando di mezzo ci sono i sentimenti: i tuoi, ovviamente. Tutelati al più presto. Un abbraccio forte.

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      1. Seguirò il tuo consiglio senz’altro. Con l’aiuto dei suoi ex colleghi troverà anche il nuovo numero ne sono certa. Cmq non ho intenzione di cadere nella sua trappola qualsiasi cosa succederà. Ti terrò aggiornata . Un abbraccio forte e grazie di cuore

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  2. Sono figlia di un narcisista passivo-aggressivo e sorella di una donna con gravi tratti psicotici. Ho vissuto l’inferno in casa e non so come, mi sono fermata dinanzi al pensiero ricorrente di farla finita. Mia madre è mancata tre anni fa. Oggi vivo in Spagna e chiamo casa molto di rado. La mia salute fisica e psichica è notevolmente migliorata ma resta il rancore forte verso questi soggetti disturbati che non hanno imparato nulla neanche dalla morte di mia madre. Nessuna evoluzione. Io mi sento in fuga da loro, come se non avessi altra scelta se non mettere parecchi km di distanza, mentre mia sorella usa e sperpera incontrollata ed indomata, ciò che è di tutti dentro casa. Odio profondo.

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    1. Cara Valeria, molto spesso all’interno della famiglia narcisista ci sono figli ‘preferiti’ ed altri eletti a fare da capro espiatorio. Tu (come me) hai scelto la radiazione come l’unica alternativa alla salvezza. Il punto sollevato da te è la rabbia che si prova, anche quando crediamo di aver risolto il problema di fondo con la lontananza, poiché un conto è conoscere la dinamica familiare disfunzionale, un’altro molto diverso è accettare PERCHE’ PROPRIO A NOI E’ TOCCATO IL RUOLO DEL CAPRO ESPIATORIO. Posso risponderti con base nella mia esperienza personale: i figli capri espiatori, quando imparano che possono contare unicamente ed esclusivamente sulle proprie forze riescono a trovare un equilibrio non solo interiore ma anche economico perché sviluppano la capacità e le risorse necessarie per sopravvivere in ogni circostanza e in ogni luogo. E questo, anche se oggi non lo vedi, è un enorme privilegio. Tu ora vedi tua sorella come una privilegiata che sperpera il patrimonio della famiglia con il beneplacito di tuo padre… Mi rendo conto che si tratta di una situazione, sopratutto per te che sei ugualmente figlia ma che deve faticare il doppio, struggente e molto ingiusta. C’è un detto portoghese/brasiliano che afferma “Vão-se os anéis e ficam os dedos”, cioè, “Gli anelli se ne vanno, ma ci restano le dita.” Ma anche le ditta, cara Valeria, restano per chi sa fare qualcosa con loro, per chiunque abbia voglia di costruire e di ingegnarsi, facendo buon uso delle risorse personali immagazzinati con il tempo, l’educazione e l’esperienza. Coloro che hanno avuto tutto sul piatto di argento non avranno mai le risorse psichiche di una persona che ha saputo costruire con intelligenza e dedizione il suo solido castello di mattone. Temo che tua sorella, quando finiranno le risorse, verrà a bussare sulla tua porta e che tuo padre, prima o poi, dirà che tutto ciò che hai conquistato da sola è merito anche suo. Attenta, perché si tratta di un copione molto comune: quando un genitore narcisista capisce di aver investito tutto nel cavallo sbagliato, eccolo cambiare improvvisamente atteggiamento nei confronti del figlio un tempo declassato a capro espiatorio che, illuso e travolto dai sensi di colpa, diventa l’unico faro in grado di risolvere tutte le grane della famiglia, prendendosi ogni responsabilità per salvarla dal dissesto economico causato dagli altri, prendendosi carico dei malati, avocandosi delle responsabilità immani pur di sentirsi amato ed apprezzato. Non pensare che tua sorella in caso di bisogno ci sarà. Essendo cresciuta come una ragazzina viziata e perfetta non sarà mai in grado di fare e di comprendere ciò che tu imparerai da sola, quindi, respira fondo e goditi la libertà che hai ora, in Spagna, così come ogni tua conquista. Questa libertà e le conquiste che farai in un’altra terra ti saranno utili e ti daranno tanta forza quando pretenderanno da te ciò che non ti hanno mai dato. Non lasciare che nessuno in futuro provi a gettarti dei sensi colpa perché a quel punto, non avendo debiti con nessuno e ben consapevole che ogni merito è esclusivamente tuo saprai dire la parolina magica e liberatoria per chiudere il circuito di schiavitù in cui un genitore narcisista confina i suoi figli a vita: NO. Un fortissimo abbraccio e tanta, ma tanta solidarietà! Claudileia

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      1. Infinite grazie per l’intervento. In realtà, rileggendo il mio post, mi rendo conto di non essermi spiegata bene. Mia sorella lavora in modo stabile da anni. Il suo sperperare è più che altro legato ai beni di mia madre, vedasi un gioiello di cui si è impossessata sapendo che mio padre non avrebbe mai avuto il coraggio di chiederglielo indietro per paura delle sue reazioni. In realtà, mia sorella è a sua volta una vittima di un padre np che su di lei ha prodotto il danno più grave. Lei è arrivata, subito dopo mio fratello, “il golden boy”. Ciò non toglie che, nessuno dei soggetti in causa sia vivibile, forse neanche perdonabile per l abuso perpetrato negli anni. Poco mi importa se non sono consapevoli, almeno non del tutto. Io vedo in me una donna con grandissime risorse umane. In loro solo il vuoto. Sto provando, a fatica, a trovare la mia totale indipendenza, consapevole che solo allora non sarò più attaccabile.

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      2. Mi fa piacere sapere che c’è possibilità di dialogo con tua sorella e che non siete arrivate a un punto di non ritorno, in cui la frattura è totale perché la disparità di trattamento e la messa in competizione dei figli porta ad odiarsi tra fratelli e sorelle. 😉

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  3. Bell’articolo davvero. La parte di me ancora sana, che si sente leone, ha deciso di attuare tutte le tattiche per restare in vita e combattere per ciò che conta davvero: i miei figli. Ho il dovere morale e la volontà ferrea di proteggere le loro vite dalla melma che la madre sparge ovunque in modo così subdolo da essere quasi impercettibile. Io ora leggo ogni sua mossa con chiarezza ed inquietudine: ci sono arrivato con molto lavoro e studio sull’argomento, grazie a siti come questo e a psicoterapie personali e di gruppo. Il fatto di non riuscire più a succhiarmi l’anima la manda in bestia, scalpita, cerca ogni strada per attaccarmi. Ha ancora le chiavi di casa e, per via dei figli minori, non posso togliergliele, il che è allucinante. A me disturba di non poter attuare ill contatto zero: ci sono i figli, ma soprattutto l’esigenza di proteggerli dalle sue menzogne e manipolazioni evidenti. Questi esseri vergognosi non si fanno scrupoli nemmeno nei riguardi dei propri figli, quindi occhio: facciamo la massima attenzione e non prendiamo decisioni affrettate e, anzi, prendiamole insieme a dei professionisti, psicologi e avvocati, in primis per la salvaguardia di chi, innocente, si trova nel mezzo di questo mare tempestoso. Un abbraccio a chi legge e a chi scrive.

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  4. Io sono riuscita in venti giorni a fare il no contact, non aver più contatti con lui, andare via dalla casa in comune e salvare me e mia figlia…ma sono assediata da chiamate ed sms di amici e parenti del perverso…non rispondo, li blocco ma mi infastidisce questo fatto e non mi consente di andare avanti, é come se non mi fosse consentito di andare via, sebbene mia figlia non sia del perverso e sebbene lui sia sparito…possibile che altri lavorino per lui?

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    1. Possibilissimo. Anzi, la sua Corte è più agguerrita di lui quando lo difende, perché convintissima che sei tu la cattiva e lui la vittima. Considera che la storia la vivevi tu, non loro. Meno male che la bimba non è sua, perché se davvero si tratta di un narcisista perverso patentato potrebbe ripresentarsi nella tua vita (e nella sua) a distanza di anni per rivendicare il suo “diritto di fare il papà” e poi sparire nuovamente, traumatizzando la piccola.

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  5. Picasso era famoso non solo per massacrare psicologicamente le donne ma anche per l’invidia nei confronti degli altri pittori. Era assatanato di soldi e fama. Insomma, la biografia del soggetto lascia ben pochi dubbi sulle sue caratteristiche perverse. Persino suo padre, che lo aveva insegnato a dipingere, veniva considerato da lui un fallito.

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  6. Quando ho deciso di chiudere i contatti non mi sono sentita codarda ma ho avuto la sensazione di autoproteggermi. Lui, che dopo la fine della nostra convivenza stava cercando di riciclarsi come amico con benefit (materiali e sessuali, naturalmente a senso unico), non ha insistito molto. O meglio, ha provato a tenermi agganciata con maniere tanto scoperte ed esplicite (tanto è grande il loro orgoglio e senso di onnipotenza, che spesso li porta a fare errori clamorosi) da esimermi da ogni senso di colpa nel chiedergli di mettere fine anche all’amicizia, almeno per il momento.

    La cosa più difficile, oltre alla paura di perderlo per sempre, è che “chiudere” mi sembra in qualche modo innaturale e sì, fallimentare: è come ammettere che l’incontro con quell’essere umano non è riuscito, che non siamo riusciti a diventare umani insieme. Ammettere che ci sono persone che è meglio tener lontane (perché predatori) è per me una cosa tristissima e difficile da realizzare veramente: mi sono dovuta forzare per chiuderlo fuori dalla mia vita, perché chiudere fuori qualcuno è un gesto che mi fa veramente male, in quanto immagino quanto sia doloroso, e questo dolore non vorrei proprio infliggerlo. Eppure, talvolta diventa questione di sopravvivenza – prima ancora che di orgoglio e di rispetto di sé.

    A distanza di tre mesi e mezzo mi è capitato di rincontrarlo tre volte, l’ultima ieri. Ogni volta si riattivano insieme il senso di desiderio di un contatto umano, e il senso di pericolo e di autotutela: troppe volte ho già verificato che il mio desiderio di contatto umano lui lo ha strumentalizzato per i suoi bisogni egoistici, e non c’è più spazio per l’illusione.
    Allora divento dura: non lo guardo più negli occhi per proteggermi dal suo astuto essere teatrale, e gli ricordo il debito che mi deve saldare, prima ancora che ci diciamo altro. Così lui, con questo argomento respingente, si allontana in fretta e non attacchiamo alcun bottone.

    Poi sto male. Mi sento salire il dubbio sul mio forzato atteggiamento di mancanza di empatia (lui stava cominciando a dirmi che non sta tanto bene, che è un momento duro… E io non gli ho dato il mio ascolto, lo disprezzo). Mi sento che lo vorrei chiamare, proporgli di trovarci a parlare (ma l’ho già fatto due volte, e lui era sì pronto a venire a trovarmi a casa, ma quando gli ho detto che ci saremmo trovati in un posto pubblico ha ricusato con la scusa della stanchezza). Mi sento che non posso fare niente, che ho già provato tutto per coltivare questo rapporto, e a nulla è servito se non a offrirgli ancora possibilità per fare i suoi comodi. Penso che è irrecuperabile, una persona squallida, un tipo di persona che non credevo potesse esistere: capace di rubare nella casa dove vive ed è ospite, capace di negare ogni evidenza, capace di avere la dignita calpestata dall’evidenza e non sentirsi un verme, anzi fare come se niente fosse – e magari anche di pensare a come è cretina, anzi tonta, questa donna che perdona e cerca di spiegargli che così non si fa, che se a sua sorella succedesse di incontrare un uomo simile, lui che è suo fratello che direbbe, che farebbe? Capace di piangere ma subito dimenticare e forse autoassolversi, per ricadere sempre nei soliti comportamenti privi di rispetto per tutti gli altri, perché il suo tornaconto è più importante e impellente di ogni altra cosa, perché mettersi in discussione e fare ordine nella propria vita è più faticoso che svuotarsi la testa con una scopata casuale, che magari può anche aprire la porta di una nuova casa, una nuova storia, una nuova situazione dove mettersi comodi.

    A distanza di tre mesi e mezzo mi trovo nuovamente a percorrere questo loop di pensieri ogni volta che lo incontro o che semplicemente mi capita di vederlo. E’ stancante, e mi fa percepire ancora la mia fragilità. Mi sono distaccata e sono certa di non tornare indietro. Ma il mio animo ancora non è tranquillo, facilmente mi turbo, la volontà non è ancora appagata. Cosa vorrei? Visto che l’incontro non è possibile, che cosa voglio ancora? Rivalsa? L’indifferenza è un percorso lungo, richiede tempo.

    Condivido con voi questi pensieri perché stasera ho bisogno di compagnia e di conforto. Grazie di esserci

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    1. Grazie a te davvero di cuore, oggi ho proprio bisogno di compagnia, attimo per attimo mi sforzo per non far nulla, non chiamarlo, non cercarlo, concentrarmi sulla mia giornata di lavoro e lasciare che questo momento di turbamento passi … Sapere che siamo in cammino insieme mi aiuta, grazie del tuo ascolto e delle tue parole

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      1. Carissima Fela, sei in piena sindrome di astinenza: i tuoi sintomi sono di una vera disintossicazione, per questo stai malissimo. Ogni droga maltratta il tuo corpo e distrugge la tua psiche impedendoti di ragionare con chiarezza sul meglio da farsi per proteggersi. Attaccati a una certezza in questo momento così critico: la persona che ti manca così tanto MENTE da una vita a TUTTE le persone che l’hanno amato e voluto bene. Nella migliore delle ipotesi la persona che ti manca è un bugiardo patologico che mente con tutto il corpo. Nella peggiore è uno psicopatico.

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  7. Ciao Fela tieni duro stai lontana da questa persona perversa, fidati, altrimenti ri rovina la vita! Ho vissuto per 30 anni con un narcisista, capisco benissimo come ci si sente e purtroppo la “rinascita” e’ lunga e molto difficile anche perche’ ti riducono veramente una nullita”…
    Devi solo pensare che poi starai meglio, ricomincerai a respirare aria pulita!!! Un abbraccio

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  8. Mastrosade ho visto quel film è una valle di lacrime , bellissimo e pieno d’amore. Una o un narcisista piangerebbe a dirotto, lodando l’amore assoluto del cane e del padrone , ma poi direbbe :” eh ,si ma quella del cane è una dipendenza, odio quelli che hanno dipendenze…” True story

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