Il passivo aggressivo: la sottomissione armata

Traduzione: Gabriella Maddaloni

Fonte originale: http://marietan.com/material_psicopatia/pasivo.htm

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All’epoca il mio primo incontro con questo particolare tipo di azione sul mondo fu quando, mentre ero studente del quarto anno di medicina, facevo la guardia nel Hospital Vecinal de Lanus a Buenos Aires, negli anni ’80.

A quei tempi le guardie erano organizzate secondo uno schema militare. Il loro capo era un chirurgo (attualmente morto) la cui volontà era indiscussa, e tutti dovevamo sottometterci alle sue “abitudini”, Gli piaceva, ad esempio, operare all’alba (se l’urgenza lo permetteva), e tutti dovevamo essere pronti a rispettare i suoi ordini. Oppure faceva lunghi discorsi a tavola e nessuno, nonostante il sonno quasi invincibile dovuto a 24 ore di guardia – disumane come nulla – poteva alzarsi da tavola prima di lui. Il secondo al comando era il traumatologo, poi seguiva nella gerarchia il Maggiore, che era lo studente praticante “più vecchio” della guardia, e in generale un aspirante chirurgo. Anche lui dava ordini ai praticanti e tutti gli obbedivamo o lo consultavamo per qualsiasi dubbio. E così la scala del comando andava scendendo fino a giungere allo studente che entrò per ultimo alla guardia e che chiamavamo el Perro (il cane). Questo disgraziato (a tutti noi era toccato qualche volta questo ruolo) era praticamente un servo di tutti, doveva obbedire a tutti senza battere ciglio: praticanti e superiori. Faceva le commissioni, comprava sigarette, panini, gazzose, rilevava i dati per la storia medica ed era oggetto di burle e scherzi pesanti (il battesimo). Questo purgatorio durava fino a quando entrava un nuovo praticante, che diventava, in quel momento, il nuovo Perro.

Questo sistema militare ci abituava ad obbedire agli ordini senza fare questioni (ricordate che in quel momento tutto il Paese era militarizzato, ma in ogni modo era una vecchia abitudine delle guardie mediche). A chi non si adattava, facevano el vacío (il vuoto): nessuno gli parlava, non gli assegnavano compiti, lo ignoravano a tal punto che finiva per lasciare la guardia.

Walter, el Perro

Tutto si svolgeva “in ordine”, fin quando apparì Walter, il nuovo Perro. Era alto, di poche parole, di aspetto bonaccione, gradevole. Il primo ordine che ricevette fu da una delle praticanti, che gli chiese di comprare una gazzosa. “Sì”, rispose Walter con amabilità, e se ne andò. Poi apparì in un altro luogo della guardia, dove lo incaricarono di riempire i dati di varie storie cliniche, e lui accettò con piacere. Così, durante il suo primo giorno, ricevette vari incarichi. Walter non si negò mai, e mai fece nulla di ciò che gli si chiedeva. Si giungeva così all’ora in cui si doveva “consegnare la guardia” a un altro turno, e tutti i compiti di Walter erano incompiuti. I “capi” praticanti dovettero fare tutto all’ultimo momento. Walter appariva e spariva. Quando lo si reclamava per un compito, con modi gentili diceva che lo avrebbe fatto, che “lo stava facendo”.  Quando lo rimproveravano in maniera aggressiva, Walter faceva la sua faccia da bonaccione e sopportava stoicamente l’assalto furioso senza opporre resistenza e promettendo l’immediato compimento. Come afferrare un’anguilla, questo sembrava il gioco. Non lo sentii mai discutere con nessuno, e nonostante facesse solo ciò che voleva (sembrava vago, ma non lo era), nessuno lo cacciò, né gli fece el vacío. Era un tipo amabile, e in fondo lo ammiravamo per quella strana abilità.

Anni dopo capii che Walter era un passivo-aggressivo. Già coinvolto sulla ricerca dei vari tipi di personalità, constatai che i “Walter” sono abbastanza frequenti.

Com’è un PA

Se dovessi dare una definizione operativa e  “dall’interno”, direi che i passivi-aggressivi sono quelli che vedono la P di problema e scappano. Sono quasi gli antipodi del paranoico: non si confrontano, non si assumono responsabilità, non amano le sorprese, né il rischio. Sono dei negoziatori. Vogliono essere in pace con Dio e con il Diavolo, sono abili diplomatici. Sono generale di buon carattere, a volte ossequiosi. Tutte le arti per eludere un problema sono praticate: il ritardo, il mettere da parte, la manipolazione blanda affinché altri facciano ciò che vuole, la bugia, la giustificazione (a volte puerile), gli arrivi in ritardo, le promesse incompiute

E il lato aggressivo? Si manifesta quando devono fare qualcosa che non vogliono realizzare e hanno esaurito tutti i cavilli per non farle (che è anche già un’aggressione in sé stessa).  Si lamentano, grugniscono, mormorano, criticano alle spalle i superiori, scaricano i loro problemi lavorativi laddove non saranno repressi, vale a dire in famiglia o sui loro subordinati. Si lamentano del fatto che si esige molto da loro, che gli altri non valorizzano il loro lavoro, che sono ingiusti con loro, che gli mettono fretta, che non li aiutano, che domani ci sarà più tempo e faranno il lavoro. I loro “scoppi”, come ho detto, avvengono in un luogo sicuro, e sono in genere “temporali estivi”, senza la consistenza né la permanenza dell’arrabbiatura. Sono in genere capricciosi come bambini, e molte volte non sono tenuti in conto. “Gli passerà”, sono soliti dire i familiari.

Esperti di inefficienza

Sono inefficienti per volontà, lavorano per essere inefficienti, per castigare gli altri quando il compito affidatogli li fa arrabbiare. Per lo stesso motivo mostrano il loro malumore con quell’espressione particolare, senza manifestare apertamente “perché stanno” così, nonostante l’insistenza dei loro familiari (ovvio, perché dirlo apertamente implica assumersi un problema dal quale fuggono come Dracula davanti alla Croce). Questo non vuol dire che siano cattivi impiegati o professionisti: i loro bei modi e la loro diplomazia sono apprezzati in molti posti di lavoro. Molti veterani della burocrazia appartengono a questo tipo di personalità, attaccati alle loro scrivanie, cercando espedienti…Sono soliti trasmettere i loro malumori, lamentele e creare un brutto clima quando nel loro entourage lavorativo vengono contrariati, sicuri che queste azioni non li pregiudicheranno.

Sono soliti ostacolare, quando hanno un incarico come superiori, coloro che hanno iniziativa e sono intraprendenti, perché potrebbero rappresentare un futuro pericolo per il loro posto, o semplicemente perché non si distinguano. Però non si confrontano mai apertamente: al contrario, si mostrano amabili e perfino collaborativi, mentre lavorano sottilmente per bloccare quanto più possibile la realizzazione delle aspettative.

Apprendisti Machiavelli

Uno di loro mi confessò che, essendo Capo Guardia, non gli piaceva uno dei suoi subordinati. Astutamente andò minando il prestigio di questo collega, parlando male di lui, mettendo in giro voci, incaricandolo dei casi più difficili per poi dargli la colpa dei risultati, inventando cose su altre persone per mal-predisporle  verso di lui. Generava intrighi, tendeva trappole. Fu così efficace il lavoro di questo apprendista di Machiavelli, così astuto e subdolo il suo agire, che quando il medico cadde in una delle sue trappole e venne minacciato d’essere trasferito in un altro ospedale, la sua vittima gli chiese consigli e aiuto per evitare il trasferimento, cioè non si rese mai conto di chi fu a generare la sua caduta. E lui, mostrandosi gentile e misurato, lo consolava e gli prometteva che avrebbe fatto tutto il possibile, cosa che ovviamente non accadde. E mi raccontava tutto questo ridendo a crepapelle. Ѐ un uomo intelligente, ha fatto carriera e continua a essere in ascesa.

Sembra quasi superfluo aggiungere che sono invidiosi e risentiti.  

La nicchia del PA

Fuori dai confini negativi, quando il passivo-aggressivo trova la sua nicchia lavorativa, vale a dire dove può esercitare la sua autonomia, non si sente sotto pressione e può lavorare a modo suo, è un impiegato valido. Il suo dono di saper trattare la gente lo abilita per tutti i ruoli che concernono le relazioni pubbliche o le vendite. Hanno in genere buon affiatamento con i paranoici e gli schizoidi (quando questi gli girano intorno e tollerano il loro modo d’essere). I paranoici sono esecutivi e si confrontano, facendo così da complementari alla mancanza di azione del passivo-aggressivo, il quale a sua volta può apportare il modo garbato di cui a volte è carente il paranoico, o la sociabilità allo schizoide.

Il PA in coppia

Le persone con cui un passivo-aggressivo scelgono di stare, sono paranoiche per la maggior parte, perché anche se soffrono per il loro dominio, sono quelle che risolvono i problemi. Dall’altra parte, il paranoico ha qualcuno su cui dominare, o che almeno sembra essere dominato, giacché non discute né si confronta, o se discute cade schiacciato dalla sua logica macchinista, e altro non gli resta da fare che resistere passivamente e dalle retrovie. Giunge però un momento in cui entrambi i sistemi si “equilibrano” a modo loro e, attraverso proteste e lamentele, la coppia va avanti. Lui si lamenta del dominio, lei della mancanza di un “vero uomo” che si faccia carico delle cose.

Non fanno coppia con le persone isteriche (a meno che non abbiano una buona componente paranoica), perché sono una fonte inesauribile di problemi, e nemmeno con altri passivi-aggressivi o dipendenti: chi si farebbe carico altrimenti dei problemi?

Vale a dire che cercano per necessità esseri “esecutivi” per far coppia e, di conseguenza, lamentarsi cronicamente.

Sì, cara

Una volta chiesi di parlare con il padre di un ragazzo di 18 anni con deliri mistici e allucinazioni. Volevo informarlo della reale situazione di suo figlio, giacché la famiglia credeva si trattasse di una mera depressione. L’uomo, di 54 anni, venne al consulto. Prima ancora che gli dicessi qualcosa e dopo avermi salutato si mise a parlare dei “vecchi tempi”, della sua infanzia in Italia. Lo interruppi, la prima delle innumerevoli volte, dicendogli: “Le ho telefonato per parlare del problema di Suo figlio…”. Lui non mi lasciava finire la frase e continuava con i suoi ricordi e il suo arrivo in Argentina in barca. “Il problema di Suo figlio consiste nel…” . Avevo lavorato duro in casa di un familiare che era arrivato prima. “Non è una depressione, ma…”. Poi conobbe quella che ora è sua moglie, anche lei italiana. “Si tratta di un delirio…”. Con molti sforzi costruirono la loro casa e nacque il loro primo figlio. “Proprio di lui stiamo parlando, e del suo delirio”.  Era stato sempre un bravo ragazzo, anche se aveva delle difficoltà con i compiti a scuola. “Ѐ necessario curarlo…”. Dottore, tutti abbiamo avuto problemi da ragazzi, io per esempio…

Non c’era un modo decoroso affinché questa “macchina dell’eludere” potesse rendersi conto del serio problema che aveva il figlio.

Feci chiamare la madre, era un’italiana di 45 anni, molto curata nel vestire. Si sedette molto diritta e mi guardò fisso negli occhi. Era una donna autoritaria. Volle subito sapere quale fosse il problema, le basi della diagnosi, le linee guida del problema e la strategia terapeutica. Mi studiò per tutto il tempo. Fece domande precise e voleva risposte precise. “Bene”  – disse – “ è malato. C’è da lavorare, quindi”.

Facile, semplice, rapido.

Il marito era banchiere, e lei titolare di un negozio di abbigliamento. Più avanti mi resi conto di alcuni dettagli di quella famiglia. Lei esercitava un ferreo dominio sui membri della famiglia stessa, il padre era una figura grigia che di tanto in tanto scoppiava in discussioni contro la scala.  Anche se era disgustato da alcuni ordini della moglie, non la affrontava mai, ma le gridava contro sulla doppia scala. In generale, però, era un uomo che non si notava, eccetto in occasioni particolari. Per esempio i figli adolescenti volevano portare amici a casa, e la moglie le sue amiche o coppie di amici. A lui non piaceva ricevere gente, però non si opponeva alle visite. Il quadro che si ripeteva prima di ciò era più o meno il seguente, secondo quanto raccontavano i figli e la moglie. La tavola era servita, la cena (o il pranzo) proseguivano. Il dialogo era animato tra i familiari e gli ospiti. Il padre, zitto ma sereno, era seduto a capo tavola. All’improvviso e rumorosamente emetteva un rutto, per lo spavento e la vergogna della famiglia e la sorpresa degli invitati. “Ѐ fisiologico”, diceva lui, imperturbabile. Dopo un po’ si inclinava sul costato della sedia, si incorporava di pochi centimetri e eliminava un fragoroso peto. “Ѐ fisiologico”, rimarcava impassibile, davanti alla rabbia generale. I figli chiedevano scusa agli amici e li invitavano a ritirarsi, morti di vergogna. Lui, davanti allo sguardo fulminante di sua moglie, terminava tranquillamente di mangiare e se ne andava a dormire. In seguito, rimasti soli, si sentivano le grida e i pianti della moglie a causa della figuraccia. Lui non discuteva: “Sono cose del corpo, è fisiologico”, ripeteva.

Fu così più volte finché, senza combattere, riuscì a far sì che nessuno portasse gente a casa sua.

Io prometto

Sicuramente i lettori avranno molti casi di passivo-aggressivo tra le loro conoscenze. Un’altra caratteristica che presentano alcuni di loro è quella del promettere. Messi di fronte a una responsabilità, per disimpegnarsi da quel momento e posporre il problema in avanti, promettono di risolverlo.

Mi raccontava una consultante che il suo recente fidanzato era al corrente delle sue urgenti difficoltà economiche. Davanti all’angoscia di lei, le promise di trovare il denaro per pagare i conti e le tasse scadute. “La settimana prossima mi concederanno un prestito alla banca e pagheremo tutto, non preoccuparti”. Quella settimana si godeva la “zona libera” dai problemi. Quando arrivava la fatidica data, apparivano le scuse, bugie e nuove promesse, questa volta per la settimana seguente. Il tutto detto con maniera amorevole, con molti raggiri, per cui rendeva credibile la promessa. Non aveva mai chiesto alcun prestito. Ancora così, sapendo questa verità, i suoi modi erano talmente gradevoli che lei ancora credeva che in qualche modo l’avrebbe aiutata, solo che era sfortunato con le procedure, secondo quel che diceva lui. Una volta che lei si arrabbiò molto, perché lui non affrontava i problemi, il ragazzo semplicemente sparì per una settimana senza lasciare tracce, né modi di comunicare. Passato quel periodo, annunciò per telefono che si era “isolato” per trovare una soluzione al problema, e che questa volta sì, lo avrebbe risolto. Non lo fece, ma continuò a ripetere lo stesso schema. Aveva il suo lavoro e si manteneva da solo, per cui non entrava nella categoria del parassita.

Conclusioni

Il passivo aggressivo (PA) è un tipo di personalità. Questo da solo non basta per classificarlo come psicopatico; Per quello deve essere accompagnato dai tratti propri della psicopatia: necessità particolari, forme a-tipiche di soddisfarle, reificazione.

Ci sono passivi-aggressivi che sono a loro volta psicopatici: il caso del collega machiavellico che abbiamo commentato gli assomiglia molto. In quei casi sono traditori per natura, specialisti del pugnalare alle spalle, del non esporsi apertamente. Lo psicopatico PA crea un clima di ostilità intorno alla sua vittima attraverso calunnie, bugie, zizzanie. Predispone gli altri contro di lei. Ѐ un lavoro lento, sottile, costante, di imbrogli e trappole.  Ѐ un buon giocatore di Go, il leggendario gioco cinese che consiste nel chiudere con le pietre le pietre dell’avversario, fino a circondarlo e lasciarlo senza scampo possibile, per poi eliminarlo, senza che la vittima sospetti di chi sia la mano che sta muovendo le pietre.

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