L’attrazione verso soggetti narcisisti perversi. Fattori scatenanti e coppie stile Bonnie and Clyde

Non esiste un essere umano sulla terra che non abbia mai sofferto il dolore del disamore e dell’incomprensione. Tutti siamo stati presi di mira da qualcuno con ostilità in un determinato momento della nostra vita. Alcuni dei miei lettori sono cresciuti sotto le botte di almeno un genitore violento o alcolizzato, hanno sopportato la disaffezione materna o paterna, sono sopravvissuti ai paragoni con i fratelli, cugini o vicini di casa oppure sono stati presi di mira dai bulli, traditi e umiliati sin dalle loro prime storie di amore.

Ognuno di noi si è sentito indegno di vivere almeno una volta, si è convinto di meritare il peggio o il suo contrario – come un meccanismo di difesa primitivo quando tutto si dissolve sotto i nostri piedi – avvertendo di conseguenza la tentazione di vendicarsi da questo orribile sentimento. Come? Con la fantasia di passare dall’altra parte, cioè, di diventare cattivi e duri come i nostri carnefici. Fantasticare la rivalsa contro tutto ciò che ci ha fatto soffrire è la più umana delle fantasie. Cosa ci frena? Un mistero, IL NOSTRO MISTERO.

Chiamiamolo anima, coscienza, intelligenza, consapevolezza, qualcosa ci ha impedito di diventare predatori della nostra stessa specie, qualcosa ha bloccato la nostra intenzione di passare d’altra parte sollevandoci il triste ruolo di sfruttatori impietosi dei corpi e delle anime altrui:

(…) l’essere umano, come appartenente alla classe degli animali, si è impossessato della Terra. Non è stato possibile raggiungere questo obiettivo con la bontà. Negli esseri umani osserviamo una porzione di malvagità e di bontà. Questo è naturale e normale. Essere adulti è svegliarsi del sogno infantile nel quale vediamo unicamente il lato buono e ci sentiamo protetti. La vita è dura, crudele, piena di ostacoli. Bisogna saltarli per continuare a vivere. Ecco il bello della vita: ci porge l’ostacolo, ma ci insegna anche a saltarlo[1].

La tentazione di ‘diventare cattivi’ sarà sempre dietro all’angolo per ogni essere umano adulto e consapevole dei suoi limiti. Tuttavia, se riusciamo a comprendere che dietro a un grande carnefice si nasconde anche un grande vuoto, la nostra ‘tentazione’ di vendicarsi dei torti subiti diventando mostri o facendo da scagnozzo a qualche d’uno perderà forza. È un fatto di crescita personale, di maturità.

A frenare un individuo sano e responsabile, ad allontanarlo non solo dal pericolo di seguire la sorte del suo predatore o del fargli da appendice per l’intera esistenza è l’istinto protettivo e di sopravvivenza insita in ognuno di noi, la nostra memoria filogenetica:

La memoria filogenetica consiste negli aspetti che la specie ha incorporato, per esempio, nell’introiezione degli elementi che sono pericolosi per noi, come può essere la paura di perdere i mezzi di sussistenza. Si tratta di una scoperta di Piaget nei suoi esperimenti con dei bambini che venivano poggiati sopra un tavolo e che istintivamente non avanzavano oltre il perimetro. Anche i bambini sospesi in aria manifestano terrore. Il fatto che questa paura sia provata da chiunque, voglio dire, che sia universale, ci indica che l’abbiamo filogeneticamente incorporata nella nostra memoria in quanto specie: questo modello di risposta scatenata in prossimità di un precipizio avrebbe la sua corrispondenza in un disegno ereditario. Altre paure imparate molto presto, come la paura dei serpenti (filogenetico per alcuni autori), sembrano universali. Chiunque alla presenza di una vipera è in soggezione e fa l’esperienza del movimento interno spiacevole che decifra come paura. A questo si riferisce la Gestalt della vipera, cioè, all’immagine globale della stessa. Chiunque, un bambino o un adulto senza alcun tipo di conoscenza profonda su questi animali avrà la tendenza a manifestare lo stesso terrore sia nei confronti di una vipera pericolosa che di fronte ad una inoffensiva. Soltanto chi ha imparato a differenziare una dall’altra può eliminare questo tipo di paura, cioè, colui che approfondisce l’apprendistato elementare. Così, le vipere sono considerate dal resto della specie un motivo di attrazione o di stupore, come coloro che hanno superato questa paura elementare. Un esempio di quanto detto sono i venditori in alcune piazze quando si mettono un boa attorno al collo per attirare l’attenzione dei passanti. Ci sono anche gioie universali o ragioni d’ira universali. Tutto questo ha la sua corrispondenza nella memoria della specie[2].

Ma quanti sono gli uomini e le donne che non la pensano così? Quanti sono affascinati dall’idea di mettersi un bel boa attorno al collo pur di attirare l’attenzione su di sé? Quanti si convincono che senza quel boa non hanno alcun valore, che non brillano di luce propria e che senza il suo peso sulle spalle non sono niente e nulla hanno da vendere al mondo? Quali sono i meccanismi che portano individui mentalmente sani a voler addomesticare una vipera velenosissima ad ogni costo anziché comprendere che il suo veleno verrà sempre prodotto dall’organismo e sprizzato assieme al morso? Quanti sono certi che la Gestalt della vipera non corrisponda alla verità e che provano un’attrazione morbosa – più che sano stupore – per il suo potenziale mortifero? Che cosa accade, quindi, quando il nostro istinto di sopravvivenza scompare completamente e viene rimpiazzato con l’attrazione verso l’orrore, la sofferenza,  il tetro, lo schifo, il dolore e la sottomissione?

Nel libro Women who love men who kill, la pluripremiata giornalista americana Sheyla Isenberg ha studiato il fenomeno delle donne che sposano o scrivono agli assassini in carcere, alcuni dei quali già nel cosiddetto ‘braccio della morte’:

Moltissime fra queste donne avevano subìto abusi nel corso della loro infanzia, da parte dei genitori, del padre, del primo marito o del primo fidanzato, quindi consideravano ‘sicura’ una relazione con un uomo dietro le sbarre, non potendo l’uomo far loro alcun male. La famiglia, la rete dei rapporti primari, lo spazio del tempo libero, sono i luoghi di contenimento, individualizzazione, patologizzazione, e naturalmente di legittima espressione di vissuti conflittuali e frustranti. Sono i luoghi dove si concentra il disagio e la sofferenza si svela. Dove quindi l’aggressività è confinata e separata, privata, soggettivamente e oggettivamente, di contenuti sociali. (…) Potrà telefonare? Sarà giustiziato? Trascorrerà trenta anni in carcere? Tutti questi componenti rendono il tutto eccitante e mai noioso. L’uomo in carcere ha molto tempo e, a differenza degli uomini liberi che di tempo ne hanno poco, sa essere molto romantico. Un detenuto mette la donna sul piedistallo e le dedica il massimo dell’attenzione…[3]

Gli abusi e i maltrattamenti che ci sono stati inflitti nell’infanzia sono una parte importante che denuncia l’esistenza di una coazione a ripetere da parte nostra, ma non giustificano TUTTO.

Judith Viorst ci racconta la sua esperienza da psicoterapeuta:

Giocavo con una bambina che aveva perso la madre e il padre in modo traumatico. Nel bel mezzo del gioco si ferma, si alza e dice: «Ciao». Il suo comportamento sembra voler dire: «Sono io a lasciarti, prima che tu te ne vada e lasci me». E mi domando se crescerà costretta a lasciare sempre la persona che ama prima che questa le faccia del male, una professionista del rapporto interrotto.

Conosco un ragazzino che la madre respinge sempre. «Sono occupata», gli dice. «Non adesso. Mi dai fastidio.» Guardandolo mentre tormenta, supplica e prende a calci con rabbia la porta sempre chiusa della madre, mi domando quale il suo comportamento con le donne da qui a vent’anni e quali saranno i desideri e i bisogni che esprimerà nei loro confronti.

Nella natura umana c’è un impulso irreprimibile a ripetere. In termini tecnici si chiama «coazione a ripetere». Ci obbliga a ripetere continuamente ciò che abbiamo già fatto, nel tentativo di restaurare uno stato precedente. Ci obbliga a trasferire il passato – i nostri più antichi desideri, le difese verso questi desideri – nel presente.

Così, quelli che amiamo e il modo in cui amiamo sono rivisitazioni – rivisitazioni inconsce – della prima esperienza, persino quando rivisitazione ci porta dolore. E sebbene la nostra parte sia quella di Iago piuttosto che quella di Otello, oppure di Desdemona invece che di Iago, reciteremo le stesse vecchie tragedie, a meno che non intervengano la consapevolezza e una profonda conoscenza di sé.

Quel ragazzino, per esempio, potrà recitare la sua impotenza nei panni di un marito passivo e sottomesso. Potrà recitare la sua rabbia omicida nei panni di un marito che picchia la moglie. Potrà scegliere il ruolo della madre e diventare un marito del tipo mi-devo-pregare-per-ottenere-qualcosa. Oppure potrà, come il padre assente, abbandonare semplicemente la moglie e il figlio al loro destino.

Quel ragazzino potrà far sua l’immagine psicologicamente scissa della madre. Potrà «lavorare» la moglie fino a farla diventare come sua madre. Potrà chiedere alla moglie l’impossibile e poi, di fronte a un rifiuto, potrà ingiuriarla: «Tu mi hai sempre rifiutato – proprio come mia madre».

Ripetendo il suo passato quel ragazzo potrà rivivere la rabbia, umiliazione, dolore. Oppure potrà ripetere la tattica con la quale ricacciava rabbia, umiliazione, dolore. Ripetendo il passato potrà aggiornare il copione per includervi le ombre di esperienze seguenti. Ma chi amerà e il modo in cui amerà rifletteranno quel ragazzino piagnucoloso, implorante e furioso.

Perché molti uomini ripetono la negazione della dipendenza dalla madre nelle successive relazioni, a volte con un’assenza totale di interesse sessuale verso le donne, altre secondo un modello del tipo: amale-e-lasciale. In altre uomini e in altre donne, però, la dipendenza è la qualità essenziale dei rapporti d’amore; e qualunque sia la persona che si portano a letto sarà sempre (perlomeno nella loro testa) la madre gratificante che hanno desiderato[4].

Inoltre, molti individui maltrattati in passato sono consapevoli dei propri meccanismi di difesa ma non riescono a uscire dalla dipendenza affettiva da un soggetto perverso perché si convincono che ostentarlo come un boa al collo riempia la propria vita di significato e attiri l’attenzione degli altri. È segno di un’autostima fortemente danneggiata, condizionata dal passato e che oscilla pericolosamente verso la depressione cronica, anche se per loro si tratta di una libera scelta che non merita di essere messa in discussione.

Pur di acquisire un’identità qualunque, anche se deleteria, dannosa e poco rassicurante, molte persone maltrattate in passato scelgono di passare dalla parte del carnefice, di rendersi loro complici/complementari per l’assoluta convinzione di vivere una vita ‘profondamente eccitante’ in veste di estensione narcisistica[5]. Qui parliamo di una scelta consapevole poiché non c’è sofferenza per la propria condizione, ma un godimento segreto che li rende perfette complementari da veri mostri senza cuore. Com’è possibile un simile orribile quadro, vi state chiedendo. Esistono davvero persone che non vogliono salvarsi? Certamente sì. Nell’articolo ‘Come conquistare un narcisista perverso’[6] ho trattato del tema con leggerezza, ora lo approfondiamo meglio.

Cosa accade quando terapie, informazioni e consigli amorevoli falliscono miseramente e ‘conquistare un narcisista perverso’ diventa un’ossessione e un obiettivo che rende la vita della vostra miglior amica o del vostro miglior amico – sì, quelli che vi hanno mandato a quel Paese quando avete provato a farli ragionare – l’unico motivo di eccitazione e di adrenalina per loro? Quando non lavorano intimamente sulle cause e sulle conseguenze della loro attrazione per i perversi e riescono, di fatto, a ‘vincere la battaglia’ per averli come trascorreranno la loro esistenza? Lo psicologo e psicoterapeuta Franco Nanetti, docente presso l’Università di Urbino ci spiega come nascono le coppie stile Bonnie e Clyde, nelle quali due soggetti con gradi diversi di perversità e dipendenza si uniscono per costituire una sorta di società fondata sulla scarsa intimità, tanta ipocrisia e paranoia:

Coppia banda o opportunistica o paranoica, contrassegnata dalla paura dell’anomia e dell’insignificanza, dal vuoto esistenziale e dal bisogno compulsivo di riconoscimento.

Meltzer chiama “coppia banda” la coppia dove i partner con modalità opportunistiche si proteggono l’un l’altro dalla profonda paura di non esistere, di non valere, di venire sopraffatti. Entrambi i membri della “coppia banda”, in modo più meno visibile, sono ambiziosi, narcisisti, predatori, conformisti oppure sono tremendamente impauriti dalle persone da cui sono circondati, convinti di non potercela fare da soli contro “la malvagità della gente”. Il loro stare insieme è un modo “per trovarsi uniti contro un mondo avvertito come minaccioso”.

Il male per i partner della coppia Bonnie and Clyde va sempre combattuto all’esterno; non potendo mai essere identificato dentro di loro, nei loro sentimenti di avidità e di invidia, non fanno altro che trovare nemici all’esterno verso i quali opporsi.

Il loro stare insieme fa parte di un progetto di vita che li vede complici nel doversi affermare e difendere contro un mondo ostile. Mi viene in mente la moglie di un ex ministro della salute che gestiva tutte le sue tangenti organizzando come una perfetta segretaria la sua vita politica.

Voglio precisare che questo tipo di coppia è frequentissima, ma difficilissima da identificare.

Essa, infatti, sovente appare come una coppia di persone assolutamente razionali, mature, serie e progettuali.

In realtà però va ricordato che non è affatto così, e che tra i partner di tale coppia non vi è alcuna forma di autentica intimità, ma solo una complicità finalizzata a vincere la paura di non poter fare fronte a un mondo avvertito come “troppo malvagio e minaccioso”.

In questa coppia la finzione e l’ipocrisia che mascherano il loro stare insieme è altissima.

La loro ricerca del potere li conduce a una visione paranoica del mondo, che viene sempre più percepito come un campo di battaglia dove in ogni angolo si nascondono nemici.

Il fatto di stare insieme porta ciascuno nella più assoluta reciprocità ad avere un ruolo molto rassicurante. Tanto che, anche quando non si desiderano più o prevale l’insofferenza l’uno per l’altro, non riescono quasi mai a separarsi.

All’esterno appaiono come una coppia così affiatata che, anche se a tutti gli effetti non si desiderano granché, sono sempre pronti a dichiarare che “sì, fra di noi c’è qualche difficoltà, ma di fatto va tutto bene”.

Come due banditi, Bonnie e Clyde, tra di loro vi è solo complicità, mai intimità.

In alcuni casi, quelli naturalmente più gravi, possono diventare spietati.

Come nel film di Ben Wheatley, Killer di viaggio, i due protagonisti sono l’emblema della stupidità che uccide, della banalità del male.

Due stupidotti insospettabili che se la intendono, due borghesucci che si amano rumorosamente nella loro roulotte sognando la loro diversità e progetti eroici di vita, si trovano a diventare inspiegabili killer, uccidendo i malcapitati che si frappongono tra loro e la loro idea di felicità. In loro non c’è nessuna forma di radicamento. La loro stessa felicità è ridicola. Il loro revanscismo è banale quanto lo sono i loro sogni.

Per la protagonista Tina l’atteggiamento paranoico è centrato sulla madre, dalla quale sfuggire colpevolizzandola, accettando di stare con il mediocre e neo disoccupato Chris che, apparentemente anello debole della coppia, dice sempre di sì, e fra un delitto e l’altro blatera successi su successi, o successi che non sono mai l’esito di una fatica: da qui le informazioni del tutto insulse e scontate “Ho preso un anno sabatico…voglio scrivere un libro…è arrivato il momento di trovare la mia vera voce…” e altre corbellerie[7].

 È bene ricordare che in questo strano mondo né sempre abbiamo a che fare con dipendenti affettivi sofferenti e disperati, cioè, con persone che cercano di comprendere la natura dell’altro per salvarsi la vita o che avvertono il bisogno di difendere la propria dignità dagli attacchi perversi.

 Ci sono anche individui perfettamente in grado di comprendere la reale pericolosità dei soggetti perversi – come nel caso delle donne affascinate dagli assassini efferati – e che nonostante ciò ‘li vogliono’ per sé come un feticcio o un macabro trofeo.

Un’altra riflessione che ci viene da fare è: come possono reggere così bene la facciata dei loro matrimoni le donne che accettano le incursioni dei loro mariti nel mondo della prostituzione minorile, per esempio, essendo anche loro madri? Come possono accettare la violenza fisica e verbale di una mamma che picchia il suo bambino fino a stenderlo a terra certi mariti omertosi?

Ci sono uomini e donne affascinati e attratti dalla malvagità umana, dal lato oscuro della vita a più livelli. Individui che hanno per oggetto del desiderio ciò che gli studiosi tedeschi del nazismo hanno definito unmensch, cioè, non-uomini, vere e proprie negazioni viventi dell’umano…

C.l.dias

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[1] http://www.marietan.com/cartas_comentadas/carta_la_dignidad.htm

[2] http://www.marietan.com/semiologia/capitulo13.htm

[3] In Profili criminali e psicopatologici del reo. A cura di CASALE, Anna Maria; DE PASQUALI, Paolo; LEMBO, Maria Sabina. Maggioli Editore, 2014, p.242

[4] VIORST, Judith. Distacchi. Pickwick, 2014, p. 64-66.

[5] Vide anche https://artedisalvarsi.wordpress.com/2015/09/10/solo-lui-mi-fa-sentire-viva-il-concetto-di-partner-complementare-di-hugo-marietan/

[6] https://artedisalvarsi.wordpress.com/2015/11/25/come-conquistare-un-narcisista-perverso-ovvero-larte-di-volersi-male-per-principio/

[7] NANETTI, Franco. La dipendenza affettiva – Non morire d’amore. Pendragon, 2015, p.12-14.

6 pensieri su “L’attrazione verso soggetti narcisisti perversi. Fattori scatenanti e coppie stile Bonnie and Clyde

    1. Carissima Ecco, più che follie a deux si tratta di un attaccamento nato nel periodo del love bombing in cui tutto era perfetto. Ci sono due argomenti di fondamentali importanza per comprendere l’eccesso di tolleranza delle prede: a) il lessico “amoroso” ma pur sempre fumoso sin dall’inizio – ecco perché appena trovo un articolo interessante su questo argomento cerco di tradurlo e b) le troppe attese e sogni della preda per quanto riguarda la sua idea di amore ideale. Diciamo che si tratta di un cocktail micidiale che la porta a sopportare tutto pur di avere la meglio sulla realtà obiettiva dei fatti.

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      1. Carissima claudileia
        Puoi spiegarsi meglio i due punti di cui parli sopra relativi alla eccessiva tolleranza? Io sono giunta a intuire fortemente la pericolosità del soggetto che frequento, a tratti mi fa paura, la sua incoerenza menzogne, raggiri.
        Ma poi chiede scusa e gli perdono tutto, ma dentro sento morire una parte di me
        Perche faccio cosi? A volte mi sembra la risposta sia paura, altre fragilità, altre sfida e voglia di rivalsa, vanità, come faccio ad avere chiarezza?

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      2. Cara Paola, tu ti senti morire ogni volta che lo “perdoni” perché sai che nel farlo stai spostando i tuoi limiti sempre più in là. E’ la tua dignità che ti sta dicendo: “Cara, così mi uccidi!”. Ognuno di noi ha coniato dentro di se dei principi che un tempo considerava irrinunciabili. Tali principi costituiscono la base solida, la fortezza che un soggetto perverso s’impone di far cadere ad ognuna delle sue prede per acquisire più energia. Sempre che un n.p. riesce a varcare tali confini con le menzogne, l’ambiguità e i raggiri vari, egli piega la volontà della preda alla sua, facendola pensare che tale volontà era latente in lei. Lui ti chiede scusa… Scuse che non sono mai sincere, perché servono UNICAMENTE per averla vinta sui tuoi limiti. Le sue richieste di scuse sono funzionali ai suoi bisogni. Non appartengono a un intimo leale, sincero e disponibile al cambiamento. Cosa ti porta a perdonarlo sempre? Hai risposto già: la tua voglia di averla vinta e di sentirti degna di essere amata proprio da lui, un soggetto che non ha alcun tipo di struttura affettiva che lo porti a dare ciò di cui hai bisogno. Lui non ha le risorse interne che gli permettono di agire lealmente nei confronti di nessuno e questo per te deve essere il punto di partenza verso la consapevolezza del danno che ti auto infliggi semplicemente fermandoti ad ascoltare le balle che ti racconta.

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      3. Cara Paola, non voglio dare risposte, porto la mia esperienza: love bombing immediato e intenso; tieni presente che generalmente queste persone hanno doti di seduzione enormi, mentale e sessuale; in poche parole il paradiso concentrato in poche settimane; sono stato più “felice” in quel breve periodo iniziale che in tutta la mia vita precedente; mai provato nulla di simile. Poi più o meno velocemente tutto cambia, ma tu continui ad avere in testa quello, che rimane il tuo target per il resto della relazione: se l’ho avuto all’inizio lo posso avere ancora; poi ti viene ogni tanto riproposto, almeno per un certo periodo, e tu ti dici che tutto sommato vale la pena sopportare le tensioni e le cose negative, perchè tanto prima o poi il bello torna. Ma non è proprio così, alla fine tu ti adegui al meno bello, o anche al brutto, in attesa delle briciole o anche solo nel ricordo del bello che è stato, e vai avanti all’infinito. Inoltre, come dice Claudileia, le vittime perfette sono proprio quelle che hanno ideali di amore molto alti, generalmente perchè hanno grossi vuoti affettivi da colmare che derivano dalla loro storia familiare. Per lo meno per me è stato così. Ed è proprio un cocktail micidiale. Per prenderne consapevolezza spesso bisogno toccare il fondo o bisogna che per qualche motivo il tuo NP getti la maschera e ti faccia vedere chi è veramente. Ma a quel punto il danno è fatto, e la dipendenza nel frattempo instauratasi rende difficilissimo prendere le distanze e trovare le contromisure. Intanto il primo passo è comunque esserne consapevoli.
        Non credo tu debba scervellarti se è paura, rivalsa, fragilità ecc. E’ così e basta, e soprattutto non è una cosa che hai creato tu. Ma tu sei l’unica che può fare qualcosa per cambiare le cose: lavorare su te stessa. Se poi lui ti segue, probabilmente non è un NP; altrimenti il rischio è scatenare la sua rabbia perchè tu ti stai sottraendo al suo controllo. Ma se vuoi uscirne è un passaggio obbligato. Io ne ho consapevolezza ma nonostante tutto ancora fatico a staccarmi!
        Se posso un consiglio: fatti aiutare da un professionista, se già non lo fai, per uscire da questa situazione.
        Un abbraccio

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  1. Grazie gjanmi
    Tutto molto giusto quello che dici e veritiero
    L unica cosa che non ho capito è se lui ti segue allora non è NP.. Gli np seguono e fome, no? Per controllo e potere non per amore

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