Il partner complementare dello psicopatico – Prof. Roberto Mazzuca*

Fonte originale: Alcmeon, Revista Argentina de Clínica Neuropsiquiátrica, Año 16, Vol. 13, Nº4, Marzo de 2007, p. 69 a 73.

Trad. Gabriella Maddaloni

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LA CATEGORIA CLINICA DELLA PSICOPATIA

Durante i nostri successivi incontri, abbiamo avuto l’opportunità di confrontare vari modi di distinguere lo psicopatico e verificare che la definizione di questa categoria non è univoca, bensì eterogenea. Tuttavia, all’interno dei suoi ampi margini abbiamo concordato sulla necessità di distinguere perlomeno due tipi che, in una delle tabelle precedenti, in un contributo intitolato “Neurobiologia dello psicopatico”, vennero definiti nei modi seguenti. Da un lato, l’antisociale, anche detto sociopatico, caratterizzato da condotte anti-sociali, aggressività, distruttività e mancanza del controllo degli impulsi. Dall’altro lato, c’è un gruppo i cui tratti distintivi, sempre citando il lavoro menzionato, riuniscono la loquacità, mancanza di rimorsi o colpa, affetti superficiali, mancanza di empatia e riluttanza ad accettare le responsabilità. Il documento suggeriva questo congiunto di tratti come il nucleo della psicopatia, la quale, di conseguenza, può essere o meno associata al disturbo antisociale.

In questo modo possiamo definire lo psicopatico propriamente detto, o psicopatico puro, definito per i suoi talenti o capacità, dal sociopatico, definito fondamentalmente nell’asse della condotta anti-sociale e della distruttività. Una cosa è l’antisociale, che nel suo atto criminoso utilizza la violenza e la coercizione contro la volontà dell’altro, e un’altra, distinta, è lo psicopatico, che per raggiungere il medesimo scopo riesce ad ottenere, con una notevole abilità, la complicità o quantomeno il consenso della volontà dell’altro.

Nell’orientamento lacaniano della psicanalisi, le psicopatie non hanno un luogo chiaramente definito. La clinica classica freudiana organizza fondamentalmente il campo psicopatologico in tre categorie cliniche: le nevrosi, le psicosi e le perversioni; le psicopatie non hanno un luogo chiaro in questo sistema.

IL CONTRASTO PSICOPATIA-NEVROSI

Freud definiva le perversioni in relazione alle nevrosi come il diritto e il rovescio; lui diceva “il negativo e il positivo”. Le nevrosi stanno alle perversioni – diceva – come in una fotografia il negativo sta al positivo. Possiamo applicare questa opposizione alla relazione tra le nevrosi e le psicopatie, facendo una comparazione con quello che la psicoanalisi ha costruito come concetto di nevrosi, specialmente nevrosi ossessiva. In questo modo si nota come i tratti si oppongono, punto per punto, nel nevrotico e nello psicopatico. Dal lato del nevrotico c’è la patologia dell’autoaccusa, il rimorso, il senso di colpa; dal lato dello psicopatico, c’è ciò che potremmo chiamare l’innocenza, vale a dire la creazione di codici propri. Comunque sono codici che effettivamente, in relazione coi codici comuni e condivisi, fanno sì che la colpa sia sempre dell’altro. In queste categorie psicoanalitiche per descrivere l’azione, che sono inseparabili dalla relazione con l’altro, abbiamo quindi, da parte della nevrosi, l’auto-colpevolezza; dal lato della psicopatia, la etero-colpevolezza.  Ciò vuol dire che in termini psico-analitici potremmo anche includere le psicopatie come una patologia del super-io, nella misura in cui questa istanza ha come origine l’internalizzazione di certi modelli sociali, tra cui quelli etici o morali.

L’assenza di colpa nello psicopatico costituisce l’opposto della rigida coscienza morale del nevrotico ossessivo, quello che Freud definiva “il severo e crudele super-io primitivo”, che molesta il nevrotico con le auto-accuse e i rimorsi davanti alle sue trasgressioni-fantasma, vale a dire quelle che lui crede siano trasgressioni.

Lo psicopatico, al contrario, può essere considerato un trasgressore soltanto dal punto di vista di un osservatore esterno. Dalla sua posizione soggettiva non è, né si sente trasgressore, c’è un’assenza di colpevolezza che sfoca i contorni e le barriere tra il proibito e il concesso nel legame sociale, si auto-guida attraverso codici propri.

Ѐ per questo che ho riunito lo psicopatico e il nevrotico in quel che ho considerato una patologia della responsabilità. In uno per difetto, nell’altro per eccesso e deformazione, in ambo i casi c’è un deficit della responsabilità.

Questo contrasto tra nevrosi e psicopatia ottenuto dalla generalizzazione dell’opposizione tra nevrosi e perversione come modalità soggettive, può sorgere su altre assi, e in questo modo caratterizzare, come fa Lacan, il contrasto tra la gioia e il desiderio. Per il nevrotico è prevalente la dimensione del desiderio a discapito della gioia della soddisfazione personale che, nelle nevrosi, resta soggetta più fortemente all’efficacia della repressione e altre vicissitudini pulsionali. Visto da un altro dei suoi punti di vista, equivale ad affermare che la gioia nevrotica implica sempre un alto grado di sofferenza: la soddisfazione pulsionale finisce per essere prodotta tramite vie indirette, e soprattutto attraverso la soddisfazione del sintomo come ritorno del rimosso.  Nella perversione, al contrario, è prevalente la via della gioia e il desiderio stesso si converte in volontà di gioia. La soddisfazione pulsionale si ottiene per vie più perentorie, la cosiddetta impulsività dello psicopatico.         

Ma potremmo anche caratterizzare un contrasto sull’asse della domanda. Questo tratto fa del nevrotico qualcuno particolarmente adatto come partner dello psicopatico. La modalità nevrotica porta il soggetto a collocarsi in dipendenza del giudizio dell’Altro. Al nevrotico piace essere giudicato e usa le sue risorse affinché l’altro gli chieda, lo preghi, gli suggerisca, gli ordini…tutte differenti forme di giudizio con cui spera soprattutto di ottenere il riconoscimento dell’Altro. Lo psicopatico, al contrario, giudica, impone sottili forme di esigere, incita l’altro all’azione.

Potremmo anche delineare il contrasto tra le modalità dell’atto e comparare la sicurezza, labilità e rapidità dello psicopatico col predominio del pensiero, del dubbio, dell’indecisione, della vacillazione nevrotica, soprattutto col dubbio ossessivo che determina una povertà nell’azione, giacché conduce più volte a una posticipazione o a una maldestra realizzazione, che segna un forte contrasto con l’abbondanza, l’abilità e la sicurezza dello psicopatico nelle sue azioni.

Ma soprattutto conviene mettere in evidenza la comparazione tra l’una e l’altra modalità soggettiva nell’asse dell’angoscia e della gioia. Ѐ proprio su quest’asse che Lacan fa entrare in gioco la distinzione, all’interno della struttura perversa, tra il sadico e il masochista. Il sadico che apparentemente cerca di provocare angoscia nell’altro, ma in realtà cerca di produrre la gioia nell’altro.

IL PARTNER DELLO PSICOPATICO

Dovremmo collocare lo psicopatico dal lato della modalità sadica per compararlo con il nevrotico. Nelle nevrosi troviamo in maniera speciale il dispiegamento delle diverse forme di angoscia. Non dimentichiamo che si deve a Freud l’originalità di introdurre la angoscia nel campo della psicopatologia, e questo vale tanto per la semiologia dell’angoscia, cioè i diversi gruppi sintomatici attraverso cui l’angoscia si manifesta, come per la nosologia, vale a dire le differenti categorie cliniche caratterizzate da distinte forme di angoscia. E anche per la sua teoria. Oggi ci può sembrare strano, giacché dopo Freud non potremmo immaginare il campo della psicopatologia senza l’angoscia. Tuttavia, prima di Freud, la clinica psichiatrica prescindé totalmente da questa dimensione essenziale della soggettività moderna.

Se Freud poté dare un ruolo decisivo all’angoscia è perché inventò la psicanalisi partendo dal suo lavoro con soggetti nevrotici. Ed è lì, nel campo della nevrosi, dove indagò innanzitutto e riconobbe le sue differenti forme: l’angoscia della nevrosi d’angoscia, l’angoscia nell’isteria e nell’ossessione e la angoscia delle fobie o, come Freud preferiva chiamarle verso la fine della sua opera, “isteria d’angoscia”. L’angoscia è consustanziale con la soggettività nevrotica, in contrasto con la sua quasi assenza o scarsa presenza nello psicopatico, che si angoscia solo durante i suoi momenti di crisi, cioè quando falliscono i suoi meccanismi psicopatici. Si tratta in generale di momenti brevi, di transizione verso il recupero del suo equilibrio psicopatico.

In quanto a Lacan, si mantiene l’asse freudiano che articola nevrosi con angoscia: è perché il nevrotico soprattutto si angoscia dinanzi al desiderio dell’Altro.  Per questo la angoscia che Freud definì come segnale di pericolo, Lacan giunge a definirla come la percezione stessa, nel soggetto, del desiderio dell’Altro. Ed è proprio così perché, dinanzi a questo desiderio, il nevrotico si rifiuta di servire come strumento per la gioia dell’Altro, in tal senso la sua è una posizione di rifiuto.

Lo psicopatico invece non si angoscia, però questo suo modo di sentire non salva il suo partner. Al contrario, egli è molto attivo per affrontare e sottomettere l’altro nell’esperienza dell’angoscia. L’attività dello psicopatico che mira a un obiettivo ben preciso è: l’intento di impedire al suo partner di accedere alla gioia, di portarla oltre le barriere dell’inibizione e della repressione. Non alla gioia cercata e riconosciuta dal nevrotico, ma alla gioia proibita della soddisfazione delle sue pulsioni represse.

Come possiamo notare, siamo passati dall’opposizione e contrasto tra psicopatia e nevrosi allo psicopatico e il suo partner. Condivido in effetti l’opinione che, anche se non in maniera esclusiva, chi meglio dispone delle condizioni per offrirsi come partner dello psicopatico, sono i nevrotici: questi ultimi rappresentano le sue vittime preferite. Conviene “spostare” il termine vittima, giacché le sue abituali connotazioni alludono alla sua passività e culminano con lo giungere a questa posizione più che altro per ragioni contingenti. Devo dire che la mia opinione concorda per quanto riguarda l’attiva partecipazione del partner dello psicopatico: la supposta “vittima” è in realtà complice delle sue azioni. In ogni caso il vero psicopatico, quello puro, nel grado in cui culmina questa modalità soggettiva, non è colui che esercita una violenza esplicita nella persecuzione delle sue mete incoscienti, ma quello che la utilizza in un sottile gioco di minacce, promesse o aspettative attraverso i quali riesce a ottenere il consenso dell’altro.

A questo punto non possiamo omettere una riflessione sul tratto che è stato classicamente descritto nella psichiatria come la reificazione dell’altro, il non rispettare i suoi diritti, non trattarlo o considerarlo come un soggetto, una persona. In tal senso conviene formulare due osservazioni apparentemente contrarie: da un lato, che lo psicopatico ha un’empatia molto speciale con l’altro, che gli serve per individuare le sue necessità represse, le sue debolezze e tentazioni, i luoghi della sua angoscia, e che è giustamente da questa posizione di empatia e di identificazione con l’altro che ottiene il luogo da dove può “operare” sul suo partner, vale a dire che è quella che gli concede e gli permette le sue grandi abilità e la sua possibilità di manipolare l’altro.

Tuttavia, in secondo luogo, c’è da sottolineare l’esattezza della formula della reificazione, che deve anche leggersi nell’asse della relazione d’oggetto. Si tratta giustamente di trattare l’altro come un oggetto, senza il quale non si riesce a ottenere la propria gioia, e questo, nella sua forma più profonda, implica sempre una certa posizione masochista che si definisce proprio per questa posizione: l’essere trattato come un oggetto. Ed è vero che, per perseguire il suo scopo, il perverso o psicopatico non rispetta certe condizioni soggettive, sicuramente trasgredisce quelle del principio del piacere, ma soprattutto indebolisce la posizione rivendicativa del nevrotico, questa attitudine di denuncia permanente che presagisce il fantasma di qualcos’altro di terribile e crudele che lo farebbe soffrire in-necessariamente. In tal modo il senso abituale in cui si usa la formula di reificazione dell’altro è in sé stesso e costituisce come tale un enunciato nevrotico. Potremmo leggerlo nei suoi due versanti: dalla rinuncia nevrotica il concetto afferma “non mi rispetti come soggetto”. Dal proposito psicopatico, che coincide con la posizione incosciente del nevrotico, la formula afferma, al contrario: “ti faccio godere”.

Generalizzando questa condizioni possiamo ottenere il modello del legame tra lo psicopatico e il suo partner nevrotico, che possiamo anche chiamare vittima – perché no – sempre tenendola in conto come “vittima complice”, giacché il nevrotico si offre e si coinvolge con tutto il suo essere e la sua soggettività, a volte ancora si aggrappa, nel movimento psicopatico.  Ma non tutti i nevrotici lo fanno: alcuni dispongono di sistemi di difesa che gli impediscono di implicarsi in questo legame.  

Da lì risulta molto difficile, come fa notare Marietán, lavorare con il partner dello psicopatico mentre si mantiene questo “equilibrio” complementare; si raccomanda di aspettare la rottura affinché il partner dello psicopatico si trovi nella posizione di cercare aiuto terapeutico.  Questa rottura può avvenire per esaurimento del partner, quando le sofferenze imposte dalla relazione si accumulano e superano il limite del tollerabile. Anche così, il compito non risulta facile. Questo implica l’individuare e segnalare in tutti i casi i tratti di complicità del soggetto e le soddisfazioni incoscienti che otteneva in quella relazione. La rottura altre volte avviene per avvenimenti puntuali, come ad esempio qualche atto di eccessiva crudeltà dello psicopatico verso il suo partner o terzi. In un caso di cui mi sono recentemente occupato, la fessura nella relazione cominciò a introdursi a causa del maltrattamento di una donna psicopatica verso il figlio piccolo. Il suo partner, in questo caso la sorella, con inclinazioni materne molto forti, entrò in conflitto con lei a causa dell’amore nutrito per il nipote.

ALTRE CATEGORIE DI COMPLEMENTARI

Sebbene il nevrotico si presti molto bene per le sue caratteristiche a funzionare come partner complementare dello psicopatico, non ha l’esclusiva. Ci sono altre categorie cliniche che occupano questo ruolo. Alcune forme di psicosi, specie quelle che Lacan definì come “infermità della mentalità”, caratterizzate da una debolezza dei sistemi d’identificazione, si prestano favorevolmente a questa complementarietà. Si tratta in genere di psicosi non incatenate, non riconoscibili chiaramente, che trovano nell’altro un appoggio per la loro identità scarsa attraverso identificazioni immaginarie conformiste, proporzionali a una certa orientazione nella vita.

Probabilmente altre categorie cliniche contribuiscono alla popolazione dei complementari dello psicopatico. Tuttavia, non ci sono lavori di ricerca che descrivono queste eterogeneità. Individuarle e definire le motivazioni e il modo con cui entrano in questo tipo di relazioni, costituisce un compito di elevato interesse per la ricerca clinica e psicopatologica.

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Il prof. Roberto Mazzuca è psicoanalista, titolare della catedra di Psicopatologia della Facoltà di Psicologia della Università di Buenos Aires

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