Eternamente in panchina, la solitudine dei numeri secondi

Per un narcisista perverso dietro ogni nuova ‘amicizia’ si nasconde un’ipotetica ruota di scorta. Non a caso le mogli, compagne e fidanzate ufficiali avvertono fortemente una condizione di precarietà che le rende insicure.

Abbiamo visto che con le ‘amiche’ i perversi hanno la libertà di alternare lunghi periodi di assenza con altri di sesso sporadico sempre che prede più appetibili non  portino loro a ‘trascurare’ lo storico girone infernale che hanno messo in atto da una vita.

Allora chi sono le eterne seconde? In cosa sono diverse dalle solite compagne di merenda?

Si potrebbe dire che le eterne seconde si caratterizzano per mantenere ostinatamente l’illusione e la speranza di riuscire a strappare ‘l’ambito premio’ dalle mani delle ‘vincitrici ufficiali’. Sono donne convinte che dietro ad ogni uomo perennemente indeciso si nasconda una compagna di vita arpia e manipolatrice, con degli atteggiamenti vittimistici che ‘costringono’ l’uomo conteso a restare accanto a lei ‘per i figli’, per motivi economici, per dei genitori anziani che non sopporterebbero una rottura, per la convenienza di mantenere intatta la facciata di un matrimonio, ecc. Molto spesso trattano ogni donna come una potenziale nemica nata per rubarle la posizione nella classifica, cioè, nel ‘cuore grande’ di un perverso.

In sintesi, sarebbe la moglie ‘a non lasciarlo andare’, a non ‘voler darla vinta alle altre’, a manipolare la situazione per paura della solitudine e del ‘disonore’ di essere abbandonata da un compagno storico. Anche nei casi in cui tale prospettiva corrisponda alla realtà dei fatti, l’uomo conteso resta totalmente assolto dalle sue responsabilità. Come un bambolotto spupazzato da una parte ad altra, l’uomo è visto come un manichino incapace di intendere e di volere, come un vecchio cannone accantonato in disparte poiché ‘la guerra è tra le sue donne’.

Perché interferire a favore di una o di altra se la disputa riguarda  chi lo intrattiene e lo vezzeggia meglio e di più? Un bambino che avverte aria di competizione tra i genitori sa che ogni suo capriccio sarà soddisfatto dalla mamma o dal papà, basta piangere un po’.

Se non era un narcisista perverso doc, l’uomo conteso affila gli artigli e lo diventa sviluppando, con la sua capacità di trastullarsi da una donna ad altra, tutti i meccanismi della perversione relazionale.

Nelle due testimonianze che seguono, abbiamo la radiografia delle classiche ‘eterne seconde’. Entrambe, schiave della speranza, non si rendono conto del meccanismo perverso che le ha condannate alla solitudine e all’umiliazione continua. Convinte che ‘alla fine’ avrebbero portato a casa un giocoliere abile abbastanza da intrattenerle PER SEMPRE come ha fatto con la moglie, vedono trascorrere i migliori anni delle loro vite ‘in attesa dell’ambito premio’.

Cosa c’è alla fine del loro percorso autodistruttivo? La scoperta di essere state vittime e carnefici di loro stesse.

Testimonianza 1:

Parigi era dolcissima in quella tarda primavera e io sentivo che mi avrebbe guarita. Ero lì da tre mesi per lavoro. Avevo chiesto e ottenuto quel trasferimento per allontanarmi da Diego, per riuscire finalmente a fare a meno di lui. Mi piaceva la città, mi piaceva la gente che incontravo per la strada, mi dava un senso di fiducia lavorare all’estero in una sede prestigiosa della mia azienda. A poco a poco la mia sofferenza si attenuava; ero sempre una donna mortalmente ferita, ma di notte dormivo e di giorno riuscivo a distrarmi dalla mia infelicità. Stavo per farcela. Ma lui è venuto a riprendermi. L’ho trovato in ufficio una mattina, era lì per me. Mi ha detto che stava impazzendo all’idea di sapermi sola e lontana. Che non riusciva a pensare alla sua vita senza di me. E che aveva ormai definitivamente deciso di confessare la nostra storia alla moglie.

Sono tornata. E alla moglie lui non ha parlato. Tutto è ricominciato esattamente come prima. Io ero l’amante segreta, quella che non si può frequentare apertamente e che aspetta fiduciosa a casa che lui si decida a telefonare o ad arrivare. Ancora una volta ci ero cascata e avevo creduto alle sue ardenti promesse di cambiamento.

Quando sono tornata da Parigi ho atteso un giorno dopo l’altro che lui arrivasse da me con le valigie, come mi aveva promesso. Ma proprio in quel periodo si era ammalata gravemente la suocera e lui, che era sensibile solo con lei, non si sentiva di infliggerle un’altra sofferenza abbandonandola.

È passato un altro anno; la suocera è guarita e la moglie si è ripresa. Lui però non ha più mosso un dito. E così l’ho lasciato di nuovo. Per sposarmi, questa volta. Claudio conosceva ogni dettaglio della mia infelice relazione e sapeva anche che gli volevo molto bene, ma non ne ero innamorata. Entrambi consapevoli di quello che stavamo facendo, avevamo fissato la data del matrimonio; ero serena e riappacificata. Sentivo che con Claudio avrei ritrovato un po’ di fiducia in me stessa, che sarei riuscita a ricostruire qualcosa sulle rovine della mia vita, trascorsa per dieci anni dietro a un uomo sposato, egoista e pusillanime. Avevo solo diciotto anni quando ero entrata nella società di cui Diego era amministratore delegato. Ero carina, entusiasta e ottimista. Ho avuto solo la sfortuna di innamorarmi del mio capo. Capita a tante. Ma io gli ho permesso di invadere ogni istante del mio tempo, di ridurmi a una dipendenza che mi ha tolto la dignità e gioia di vivere. Pensavo che, sposandomi, sarei riuscita finalmente a sentirmi diversa, a liberarmi.

Ancora una volta, però, Diego è tornato. Sembrava pazzo. Minacciava e piangeva, supplicava e piangeva, urlava e piangeva. Io tenevo duro. “Questa volta non mi incanti” gridavo e piangevo a mia volta. E mi sbagliavo.

Mi aveva “incantato” ancora: lasciai Claudio a due mesi dalle nozze e tornai con lui. L’intesa era che, alla fine dell’anno scolastico (per non turbare lo studio dei ragazzi!) avrebbe comunicato a moglie e figli che sarebbe venuto a vivere con me. Al pensiero del motivo per cui non l’ha fatto, ancora adesso provo un’infinita umiliazione. Il fatidico giorno in cui si apprestava a fare la grande confessione, il loro cane è stato investito e ucciso da un’auto. Un dolore sconfinato s è abbattuto sull’intera famiglia. Come poteva lasciare la moglie in quel momento, dopo una così grave perdita? Diego è ancora lì, con la moglie, i figli, la suocera, il nuovo cane e i canarini, e io penso alla mia gioventù perduta dietro un uomo egoista e vigliacco[1].

 Salta agli occhi in questa testimonianza la giovane età della ragazza all’inizio del rapporto con il perverso relazionale: 18 anni. Un’età plasmabile. L’uomo è il suo capo, quindi, detiene il potere economico, la possibilità di ‘incantarla’ con mille premure che i ragazzi della sua età se la sognano. Passano dieci anni: la ragazza è cresciuta, oramai è una sua proprietà. Il perverso non la rincorre ovunque “per amore” come crede lei, ma perché ha scommesso con se stesso fino a che punto può nuovamente attrarre a sé la sua creatura.

Una creatura che è stata plasmata per soddisfare le sue esigenze sessuali, perché giovane e piena di vita.

Sin dall’inizio noi, che siamo esterni, riusciamo a capire le frasi fatte e gli eventi assurdi vantati dall’uomo per farla capitolare. Chi è troppo dentro e troppo vicino non riesce a muoversi e neanche a vedere. Soltanto la distanza permette l’analisi fredda dei fatti e lei ci prova, saggiamente. Tuttavia, lascia sempre un filo sottile, quasi impercettibile, per farsi raggiungere da lui. Il suo destino da complementare è segnato.

La donna, alla fine, decide sposare ‘un amico’ che – cosa rara – accetta di essere soltanto un ‘bravo uomo’ nella sua vita. Un ruolo poco nobile, quello scelto dal futuro marito di lei, non molto diverso dell’eterna seconda: sapersi non amato, non desiderato e nonostante ciò contrarre matrimonio con una donna ‘tiepida’ alla lunga nuoce all’autostima di chiunque, a mio parere. Alla ragazza, oramai donna ventottenne, l’accondiscendenza ed eccessiva comprensione del ‘bravo uomo’ consapevole di combattere contro il fantasma “del suo grande amore” non bastano e torna dal suo giocoliere.

Mi direte che c’è una vena masochista in tutto ciò e non posso che concordare. Un uomo che accetta di sposare una donna che si crede perdutamente innamorata da un altro ha un serio problema di autostima oppure una profonda indifferenza verso il sesso femminile, tuttavia si è risparmiato una serie infinita di umiliazioni e forse ha trovato la giusta compagna di vita dopo la preannunciata delusione.

Andiamo al nostro giocoliere perverso, al burattinaio delle vite altrui. Entusiasmato ed eccitato dal raggiungimento del suo obiettivo: distruggere la pseudo unione della sua creatura e riportare ‘a casa’ il suo giocattolino, lo vediamo pieno di energia dopo aver ucciso i due conigli, grazie alla sua logica militare fatta di costanza e determinazione.

Comportandosi come una sua proprietà, la donna ha sancito che resteranno ‘insieme’ finché sarà lui a stancarsi di lei.

Il destino di questa giovane donna, nel caso in cui il triangolo vada avanti nel tempo senza che lei trovi la forza per sottrarsi al gioco perverso è scritto ovunque: la solitudine.

Andiamo alla testimonianza di seguito, nella quale gli anni passati ‘in panchina’ sono più di venti.

Testimonianza 2:

Flora

Ovvero: «La speranza: essa è in verità il peggiore dei mali, perché prolunga le sofferenze degli uomini» (F. Nietzche, Umano, troppo umano)

Flora, cinquantacinque anni è la sofferenza stampata in viso. Inizia a parlare del suo problema come se lo stesse leggendo, una modalità che lascia incredulo l’ascoltatore.

La storia è il copione di un dramma annunciato fin dalle prime battute del suo racconto… ma lui e lei non sono attori. È un pezzo della loro vita.

Lei è sposata con alle spalle ben quattro aborti spontanei. La natura avversa in fatto di maternità fa sì che il rapporto con il marito si deteriori per la determinazione di lei a volere in tutti modi un bambino che non arriverà mai.

Lui è il proprietario dell’azienda per la quale lei lavora come impiegata. È una bella donna lei, dalle buone maniere e tanto disperata. È un bell’uomo lui – dice lei – di qualche anno più maturo, che non può sottrarsi dall’ascoltarla: del resto lui conosce bene le difficoltà di Flora, poiché sono anche amici di famiglia.

Così piano piano l’ascolto da parte di quest’uomo, sposato, con tre figli e molto impegnato, diventa conforto per lei, ormai sola, poiché il marito non vuole più sentire parlare dell’argomento figli e bambini mancati. Una coppia senza progetto, senza senso per lei, senza complicità.

Ben presto l’amicizia si trasforma in qualcosa d’incontenibile, al punto che sembra che entrambi abbiano scoperto insieme cosa significhi amare. La storia decolla, con la piacevolezza e l’eccitazione degli incontri clandestini, sempre più frequenti e sempre giustificati con gli impegni di lavoro.

Per anni si sono incontrati all’ora di pranzo, oppure in brevi viaggi di lavoro fantasticando il momento in cui avrebbero potuto vivere insieme. La loro fantasia arrivava a scegliersi nei negozi anche le tazzine del caffè che «in seguito» avrebbero comprato per loro, per la loro casa, per la loro nuova vita.

Lui le aveva restituito la speranza e con questa la vitalità. Lei lo aveva tolto dall’immanenza di una quotidianità fatta di doveri, rigore, affidabilità e responsabilità tanto domestiche che professionali. E così sognavano, sognavano insieme.

Ma lei non si accorgeva di sognare… sognare era la sua vita.

Adesso Flora cambia il tono della voce, non «illustra» più il suo caso, si ferma, lo sguardo fisso, e un pianto lacerante riempie lo studio, le urla di chi soffre una ferita che le ha straziato l’anima…

Da qui in avanti la storia cambia. Quando lei comincia a chiedere «quando» sarà possibile realizzare il loro sogno, lui risponde sempre allo stesso modo: appena i suoi tre figli saranno sistemati e fuori casa…

Passano così…ventidue anni. Ventidue anni da quando la domanda è stata posta per la prima volta. Nel frattempo la capacità di amare di Flora si è trasformata in capacità di resistere: il loro rapporto non era più idilliaco ma zeppo di liti, pianti e disperazione da parte di lei, di rassicurazioni verbali da parte di lui. E questo diventa il loro modo di incontrarsi: soffrire per essere consolata – lei; rassicurare per essere amato – lui. Tecnicamente: uno stato di vera complementarietà patologica.

E viene il momento in cui anche l’ultima figlia di lui va a vivere fuori casa per studio, con buone probabilità di non tornare più a vivere nella casa di famiglia.

La moglie di lui attraversa un brutto periodo a causa di un intervento chirurgico, che ne le limiterà l’autonomia per alcuni mesi. Lui così si sente in dovere di aiutare la madre dei suoi figli, che ha trascurato per ventidue anni… sorretto da una sorta di sensi di colpa postumo e da rispolverati principi di etica familiare.

Flore intanto non ha mai smesso di vivere con il marito, come un’affittuaria in attesa di avere finalmente una propria casa. Nessuna complicità, niente da dirsi, niente da progettare insieme, nemmeno come trascorrere la domenica. Per lei il fine settimana, come le ferie, era tempo dolorosamente vuoto, spesso difficile da riempire, in attesa del ritorno al lavoro, in attesa dell’anelato incontro con l’uomo che amava.

Ma l’uomo che amava, un giorno, disse a Flora che ora sua moglie stava male e lui non poteva lasciarla affrontare il tramonto della vita da sola.

Non potevano gravare sui loro figli, perché erano tutti via e impegnati a costruire autonomamente la propria vita.

E il cerchio si è chiuso. L’epilogo temuto avverato. Una sorta di profezia tanto paventata, che paradossalmente si è realizzata[2].

L’illusione è il motore, la droga che unisce la testimonianza delle due donne. È bello sognare ad occhi aperti, a patto che questi sogni non seghino le nostre gambe impedendoci di progredire in quanto persone. Nel bellissimo libro ‘Il tradimento del corpo’, Alexander Lowen scrive:

Il pericolo dell’illusione deriva dal fatto che rende perenne la condizione disperata. Uno dei miei pazienti osservava: «La gente si propone dei fini impossibili, e poi rimane in uno stato di disperazione permanente nel tentativo di attuarli». (…) Disperazione ed illusione formano un circolo vizioso, in cui l’una porta all’altra. Più l’illusione rifiuta la realtà, più disperato diventa lo sforzo di sostenerla. Quando l’illusione diventa il fondamento stesso dell’esistenza, come nella condizione schizoide, dev’essere difesa e sostenuta contro la realtà[3].

Abbiamo visto nell’articolo “I narcisisti perversi e la caccia agli impegnati[4]” in cosa consiste il godimento segreto dei narcisisti perversi quando provano a distruggere rapporti collaudati. Quali sarebbero le motivazioni inconsce degli/delle amanti, oltre l’illusione amorosa (e l’ambizione narcisistica) di conquistare un uomo o una donna già impegnati?

La psicoanalista americana Judith Viorst ci porta un’analisi interessante, freudiana, sulle donne e sugli uomini attratti da persone sposate. Poco importa se la persona contesa ha una personalità psicopatica, l’importante è che rappresenti per loro una sorta di “papà edipico” da contendere con la madre rivale. Con base nella sua esperienza clinica la studiosa afferma:

(…) non è necessario che il desiderato papà edipico sia un uomo più vecchio. È sufficiente che sia sposato o legato a qualcun’altra. Quando una giovane donna con una storia di relazioni con uomini sposati si lamenta con un sospiro che «quelli buoni sono già stati presi», potrebbe ripensare al momento in cui quello spiacevole fatto le si era presentato per la prima volta.

Il solo uomo che vale la pena di avere, recita questa versione del triangolo, è l’uomo che è stato rubato a qualcun’altra. Ma a volte il furto in sé a più valore del bottino. A volte la madre sconfitta è la parte più importante della fantasia edipica. Se un uomo lascerà sua moglie per voi, è una prova che voi siete una donna migliore di sua moglie.

Sennonché, una volta che quest’uomo la lascia, voi potreste non volerlo più.

Mary Ann aveva tre anni quando morì suo padre, e ancora lo sta cercando in una serie ininterrotta di uomini sposati. Ma il suo interesse svanisce se l’uomo diventa disponibile. In realtà, nel suo cuore, è spinta non dal desiderio verso il padre, ma dalla rabbia verso la madre e dalla vendetta. Così ogni sua relazione amorosa è, in realtà, un rimprovero alla moglie dell’amante: «Stai perdendo il marito perché non te ne sei occupata bene». E ognuna delle sue storie è, sotto sotto, un attacco alla madre, che «perse» il marito per non essersi occupata di lui.

Freud scrive di un modello simile di uomo nel quale è pregiudiziale, per l’amore, che ci sia sempre una «terza parte danneggiata». E così quest’uomo s’innamora, sempre e solo, di qualcuna che è sposata o impegnata. Ripete la sua esperienza infantile di amare una donna già posseduta da un altro. Ed è chiaro, dice Freud, «che la terza parte danneggiata» in questi rapporti «altro non è che il padre»[5].

 A prescindere delle motivazioni di ognuno, possiamo evidenziare nel caso degli amanti di lunga data una sorta di tacita accettazione di un destino solitario, una rassegnazione verso la sofferenza che ‘fa sentire vivi per sfuggire alla noia di un rapporto normale’[6].

Per Alexander Lowen la via di uscita, cioè, la rinuncia all’illusione passa necessariamente per la prostrazione. Molto spesso un individuo prostrato riesce a vedere la luce in fondo al tunnel unicamente quando cade nell’abisso più profondo della sua psiche. Solo lì riesce a comprendere che oltre è impossibile arrivarci:

Sebbene la rinuncia all’illusione sia un passo verso la salute, è invariabilmente accompagnata dalla prostrazione. Questa prostrazione nasce dalla paura dell’abbandono, ma è irrazionale poiché, come la paura dell’abbandono, rappresenta il persistere nell’età adulta dei sentimenti infantili. Quando l’illusione crolla e la prostrazione ch’essa velava irrompe nella coscienza, è possibile al paziente capire che le sue illusioni e la disperazione nascono da una prostrazione di fondo.

Più la prostrazione è profonda, più forti e smodate saranno le illusioni; più potenti sono le illusioni, più grande è la disperazione. Aumentando di forza un’illusione esige l’appagamento, costringendo ad un conflitto con la realtà che induce a un comportamento disperato. L’appagamento di un’illusione esige il sacrificio del benessere nel presente, e chi vive nell’illusione è, per definizione, incapace di avere delle esigenze riguardo al piacere. Nella sua disperazione è disposto ad anticipare il piacere e a tenere la vita in sospeso nella speranza che la sua illusione-avverata lo liberi dalla prostrazione. (…) Illusione e disperazione formano un cappio che lentamente soffoca la vita. È sorprendente, ma la prostrazione è l’unica via d’uscita da questa stretta soffocante dell’irrealtà. Considerate l’alcolizzato: egli non beve per prostrazione, il suo bere è un mezzo per negare questo sentimento, per sfuggire le sue emozioni, per evitare la realtà. Se la ammettesse sarebbe costretto a cercare aiuto. Ma come sa chi ha a che fare con gli alcolizzati, è la cosa più difficile da far loro ammettere. L’alcolizzato è un disperato che non può affrontare la sua prostrazione né riconoscere la possibilità di una speranza. È sorretto dalle sue illusioni. La più grossa è che potrebbe smettere di bere se lo volesse, se decidesse di farlo. Non c’è nulla di più lontano dal vero, come mostra l’esperienza. (…) Ciò che è valido  per l’alcolismo è valido per ogni comportamento autodistruttivo. Se si potesse controllarlo, non si comincerebbe neanche a metterlo in atto. L’illusione della volontà costituisce l’ostacolo più forte a un aiuto efficace[7].

Ho scelto una testimonianza sul web che illustra palesemente a cosa può portare l’autoinganno degli amanti ostinati, più volte intrappolati nell’illusione. A volte non solo si scontrano con la solitudine e la delusione certa, come rilevato prima ma, cosa assai peggiore, sviluppano rabbia distruttiva verso le persone ‘colpevoli’ di far parte della vita dell’uomo o della donna contesi, cancellando la ragione e il buon senso – assieme ai sentimenti! – fino ad arrivare alla paranoia e alla malattia[8].

Leggendo le innumerevoli testimonianze degli amanti – uomini e donne – raccolti in rete, osserviamo in alcuni di loro la descrizione minuziosa di una passionalità distruttiva, di un sentimento morboso assai lontano dall’amore perché prevede l’annientamento psicologico dell’altro e dei suoi rapporti affettivi per provare un po’ di ‘sollievo’ ballando sopra le macerie:

Non ho neanche 25 anni, da 5 mesi vivo una relazione extraconiugale con un uomo di 33 sposato e una piccola bambina di 9 mesi. Lavoriamo nella stessa azienda, non è il mio capo ma sono comunque la sua segretaria e questo ci obbliga a passare maggior parte delle giornate intere insieme…uscire fuori da queste storia non è per niente facile. 

Ancor prima che avvenisse “qualcosa di fisico”, mi confessò di essere terrorizzato al solo pensiero di sentirsi innamorato di me. Abbiamo fatto passare le vacanze estive sperando che la situazione migliorasse, dimenticando.. ma è solo peggiorata e ora ci sbatto la testa anche io. E sto male. 
Mi ha sempre detto, sin dall’inizio, che lui non lascerà MAI la moglie…e questa decisione è presa esclusivamente per la piccola bambina che sicuramente lei si prenderebbe e porterebbe via, tornando al suo paese.

Sono già arrivata al punto (nonostante il poco tempo), di voler far scoprire tutto alla moglie ma non ne sono capace, non ne ho il coraggio e non voglio fare del male né a lui né alla sua famiglia…anche se in fondo, se lo meriterebbe.. perché dal momento che sei cosi fermamente convinto della tua decisione, non capisco perché continui a voler stare con me.

Domani, come oggi, fingerà di andare al lavoro e passerà la giornata qui, a casa mia. Il mio pensiero, già da un mese, è quello di far scoprire tutto a lei mandandole un sms quando lui è qui, domani…facendole capire che suo marito non è in azienda.

Dal momento in cui l’ho pensato l’ho sempre voluto fare.. fino ieri, fino a che il “grande giorno” non si è avvicinato e ora no, qualcosa mi blocca.

Vi prego, siate sinceri e datemi un consiglio sulla scelta giusta da fare…Non voglio sentirmi dire che devo lasciare perdere lui e tutto il resto per stare meglio, lo so. Ne sono consapevole e ho già provato ma non è facile, soprattutto se lo vedi 9 ore al giorno 5 giorni su 7.. Oltre al fatto di fare del male alla famiglia, non pensate che possa “muovere le acque” facendo sapere tutto a lei? non pensate che, in questo modo, qualsiasi cosa brutta o bella che sia potrebbe accadere? 
Potrei perderlo, certo…ma sicuramente sarebbe una conquista migliore in confronto a questa terribile tortura che mi tiene aggrappata a qualcosa che non mi appartiene e che mai mi apparterrà.. ma a cui non riesco a rinunciare[9].

 L’autrice della lettera afferma: “NON VOGLIO SENTIRMI DIRE CHE DEVO LASCIARE PERDERE LUI E TUTTO IL RESTO PER STARE MEGLIO, LO SO.”

Nei rapporti di dipendenza affettiva SAPERE non basta, bisogna AGIRE positivamente con l’intento di ripristinare l’autostima perduta.

La ragazza, però, confonde l’azione positiva nei confronti di se stessa, con l’azione distruttiva verso gli altri. Per lei serve una ‘scossa’, qualcosa che ‘smuova un po’ le acque’… ma NELLA VITA ALTRUI e non nel suo intimo più profondo.

Una sana scossa di consapevolezza che la porterebbe altrove per godersi un panorama molto più bello di quello che vede è fuori questione. Questa sana alternativa viene barattata per il piacere/dolore di schiantarsi contro un muro: “Mi ha sempre detto, sin dall’inizio, che lui non lascerà MAI la moglie…”

Lei, però, vuole trionfare. Ritrovarsi in panchina è diventato inaccettabile.

Chi è il narcisista perverso di questa storia? Forse nessuno dei due, forse la ragazza, il suo amante sposato, entrambi, non ci importa granché. Importa per noi la dinamica, il copione, la fatica, la prostrazione, l’esaurimento, l’ossessione e la disperazione di una battaglia che prima o poi finirà come in ogni guerra di posizione nella quale, rintanati per mesi e mesi nelle stesse postazioni, i nemici si bombardano di illusioni e di menzogne in attesa che uno dei due si arrenda, sfinito.

Gli amanti, grazie alla totale mancanza di realismo che la cecità passionale comporta, credono di farcela insieme e di uscirne entrambi vincitori: si tratta di una psicotrappola romantica e allo stesso tempo micidiale.

Come in ogni guerra di postazione ‘vince’ la parte che riesce a resistere ai traumi e alle privazioni che essa comporta.

C.l.d.

____________________________________________________

[1] SCHELOTTO, Gianna. S.O.S cuori infranti. Mondadori, 2014, p.49-51.

[2] MURIANA, Emanuela; VERBITZ, Tiziana. Psicopatologia della vita amorosa. Ponte alle grazie, 2010, p. 74-77

[3] Edizioni Mediterraneo, 1997, p.118.

[4] https://artedisalvarsi.wordpress.com/2016/02/04/i-narcisisti-perversi-e-la-caccia-agli-impegnati-perche-tanti-conigli-son-meglio-di-uno/

[5] In Distacchi. Sperling & Kupfer, 2014, p.94-95.

[6] https://artedisalvarsi.wordpress.com/2015/09/10/solo-lui-mi-fa-sentire-viva-il-concetto-di-partner-complementare-di-hugo-marietan/

[7] Op. cit.,  p.122-124.

[8] Vide https://artedisalvarsi.wordpress.com/2015/08/07/labisso-della-gelosia-larma-privilegiata-del-perverso-narcisista-nella-vita-di-coppia/

[9] http://www.medicitalia.it/blog/psicologia/2231-amo-uomo-sposato-lascia-moglie.html?refresh_ce

3 pensieri su “Eternamente in panchina, la solitudine dei numeri secondi

  1. davvero molto interessante!
    Il bello è che spesso sono gli uomini impegnati a dipingere le loro compagne come delle megere che li tengono in ostaggio..mentre loro sono dei poverini. Favoriscono la competizione, tanto per alimentare il loro ego.
    Sono stata l’altra purtroppo ma alla fine ho compreso e detto a Lui, chiaramente, che per conquistarmi e farmi cadere nella rete aveva confezionato per la sottoscritta un bel dramma familiare. Un po’ di teatro!
    Ogni tanto lo vedo su fb fare la parte dell’uomo “vittima” e mi viene da pensare che sia alla ricerca di nuove prede…..Può essere così?

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    1. Certamente, usano la più spicciola psicologia femminile per far colpo. Si avvalgono dell’onnipotenza e del narcisismo infantile di alcune donne per attrarle nel loro girone. Il ragionamento della donna diventa un: “Vedete quanto è solo? Ha tutti questi contatti femminili e la moglie se ne infischia… è fredda e insensibile, non pensa a lui. Lo aggiusterò io!”.

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      1. In effetti anch’io feci riflessioni simili quando lo conobbi: “e’ sposato ma si sente solo; la moglie è come se non ci fosse”..
        Questo scritto mi ha aiutato a comprendere dinamiche che non mi erano ancora del tutto chiare. Grazie.

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