Saper dire di no, imparando a porre dei limiti

Stephanie Donaldson-Pressman, Robert M. Pressman
The Narcissistic Family: Diagnosis and Treatment – Capitolo VI
Editore: Jossey-Bass

Traduzione: C. L. Dias

La capacità di stabilire dei limiti personali è stata identificata da qualche tempo come una componente essenziale per un sano funzionamento. Saper imporre dei limiti significa lavorare sulla differenziazione dell’Ego – si tratta del vecchio concetto di “tuo, mio e nostro”. Cioè, cosa appartiene sicuramente a te, cos’è mia, e cosa condividiamo? Una persona con l’Ego dotato di sani limiti sa ragionare sulla sua disponibilità rispetto agli altri (fisica, emozionale e mentale). Lui o lei sanno dire di  “sì” oppure “no”  a un’infinità di argomenti con relativa comodità e con base in ciò che reputano sia appropriato, rispettando il giudizio che hanno internamente.

La storia di Ben. Quando una persona si sente a suo agio nello stabilire dei limiti, non si tormenta più di tanto se deve prendere decisioni poco importanti, come fa Ben quando gli chiedono di frequentare il Comitato dei Genitori della scuola: “In realtà non ho tempo per far parte del Comitato scolastico; non posso farlo. No.  Sono un’egoista? Altre persone lo fanno, anch’io devo essere capace di farlo – per i bambini. Ok. Sì. Ma i bambini soffriranno se resto fuori di casa una sera in più durante la settimana. No. Però – forse sono soltanto scuse perché sono molto stanco, oppure ho paura che quelli del Comitato scoprano che sono un idiota. Suppongo che sia la mia insicurezza a parlare. Sì. Lo farò. Tuttavia…non so cosa devo fare! Dimmi cosa devo fare!”

Ben non aveva idea di come stabilire dei limiti personali. Come padre divorziato e sotto pressione, con due bambini in età scolastica, Ben era il prodotto di una famiglia narcisista con una madre fredda, ipercritica ed emozionalmente abusiva. Il padre era taciturno, colerico e infliggeva abusi fisici ai figli, inoltre nutriva delle attese elevatissime su Ben. Anche quando Ben rispondeva alle sue pretese (come spesso accadeva, giacché era uno studente brillante e un atleta di talento), non riceveva alcun complimento, ma soltanto critiche su come avrebbe potuto fare di meglio.

L’infanzia e l’adolescenza di Ben potevano essere riassunte nel tentativo elaborato di rispondere ai mutevoli obiettivi degni dell’approvazione familiare che, a proposito, non era mai riuscito a ottenere. Mentre era sposato (con una donna fredda e sprezzante che nutriva sogni irrealistici su di lui), aveva personificato una “forma de vivere umana” per dirla come Kellog: era diventato una macchina del fare, con sentimenti talmente sotterrati nel profondo da rendersi incapace di identificare cosa fosse un sentimento. Quando accade l’improvviso e inatteso divorzio (per lui), è sprofondato in una depressione agghiacciante cosparsa da pensieri suicidi che lo portarono a cercare finalmente aiuto.

Per Ben il divorzio era stato la massima espressione della sua incapacità di ottenere l’approvazione di qualcuno, l’assoluta disperazione della sua vita. Partendo da questa prospettiva aveva cominciato a fare tutto ciò che le persone gli chiedevano e, nonostante ciò, non era riuscito a costruirsi rapporti personali soddisfacenti.

Si sentiva un fallito, una persona indegna.

Con la terapia Ben ha cominciato a comprendere che tanto lui quanto le sue sorelle erano persone periferiche nella famiglia di origine. Una famiglia nella quale tutti si aspettavano che i bambini – specialmente Ben, perché era l’unico maschio – avessero successo per soddisfare indirettamente la necessità dei genitori di essere stimati nella società. I genitori speravano, di fatto, che i figli anticipassero i loro bisogni (compito evidentemente impossibile) e che le coprissero tutti, altrimenti sarebbero stati puniti perché “egoisti”, “stupidi” o “ingrati”.

Ben si ricordò di una storia di quando tornava da scuola verso casa. Era alla quarta o quinta elementare. La famiglia viveva in una città di mare nella quale raramente nevicava. Tuttavia, quel giorno nevicò e Ben assieme alle sue sorelle e alcuni amici si erano messi a giocare con la neve fino all’arrivo del padre. Nonostante fosse la prima nevicata dopo tanti anni e che nessuno avesse detto a Ben che bisognava spazzare la neve (d’altronde Ben non aveva mai usato una pala in vita sua), il padre diviene furioso perché il figlio non aveva sgombrato l’ingresso; si era messo a urlare e lo aveva picchiato. Ben si era sciolto in lacrime davanti alle sorelle e agli amici più per l’assoluta ingiustizia e frustrazione della situazione che per il dolore fisico. Rientrando a casa, più tardi, dopo aver spazzato rapidamente la neve che si scioglieva già (“Si sarebbe sciolta la mattina dopo, in ogni caso!”, afferma), sua madre era stata totalmente insensibile nei confronti dei suoi sentimenti, rimarcando il suo disappunto e disapprovazione perché Ben aveva fatto arrabbiare il padre.

La misura in cui Ben raccontava la storia accaduta vent’anni prima continuava a essere furioso. “Mi ha dato dell’egoista e dello stupido. Mi crede? Lui mi ha detto così! Lui! Il bastardo più egocentrico, più stupido della crosta terrestre! Dio mio, lo odio!”. Ecco un perfetto esempio su come il sistema composto da genitori narcisisti opera per minare la fiducia e danneggiare la capacità di prendere una decisione. Ben, da adulto, era incapace di porre dei limiti nella sua vita, essenzialmente perché non era stato educato da bambino a credere di avere questa possibilità.

IL BISOGNO DI COMPIACERE AGLI ALTRI

Le persone sottomesse per anni a questo tipo di  educazione deficitaria possono convertirsi in adulti con voglia di compiacere agli altri all’estremo, possono diventare degli “incantatori di persone” (un termine preso dagli Alcolisti Anonimi). Siccome non è stato permesso a questi adulti di porre dei limiti quando erano bambini, una volta cresciuti sono diventati incapaci di farlo. Possono essere in grado di porre dei limiti ragionevoli in alcune aree della loro vita, usualmente le aree salvate dall’“allenamento” imposto all’interno della famiglia di origine (per esempio, nell’ambiente di lavoro). Gli stessi individui, però, come illustrato nel caso che leggerete di seguito, possono avere dei seri problemi per fissarli in altre aree – comunemente nei rapporti familiari e interpersonali, il  “terreno di allenamento” per eccellenza in casa narcisista.

La storia di Kate. Kate amministra un’istituzione pubblica importante. Nell’ambito lavorativo il suo disimpegno è meraviglioso: le sue decisioni sono adeguate e non manifesta alcun tipo di difficoltà quando delega un po’ di lavoro al suo gruppo, le osservazioni fate per correggere eventuali errori sono ferme, però amabili, sa difendere i suoi punti di vista quando confrontata con un superiore e riesce a mantenere un rapporto affettuoso ma distaccato con i suoi subordinati, o – quando è necessario – s’incarica di dimettere il personale. In altre parole, i suoi limiti sono ben stabiliti a livello professionale.

Tuttavia, nella sua vita personale Kate non possiede virtualmente alcun limite. Trattandosi di una madre divorziata è abituata a farsi in due per la figlia anziché insegnarla a cavarsela da sola (lava i suoi vestiti, fa shopping per lei, preparare la colazione, la porta al centro commerciale ben consapevole che c’è una linea d’autobus diretta, ecc.). Come figlia “responsabile” di una famiglia narcisista altamente disfunzionale, Kate sente di dover essere “disponibile” 24 ore su 24 per soddisfare i bisogni dei suoi genitori e dei figli già grandicelli.

Nei suoi rapporti con gli uomini Kate non aveva idea di come esternare in modo appropriato i suoi bisogni di rispetto e di attenzione, né come stabilire confini ai comportamenti altrui che non riesce a tollerare. Risultato: si è ritrovata a fare sesso senza desiderarlo con tutti gli uomini avuti, deprimendosi subito dopo. Alla fine decise che era più semplice non uscire con nessuno, di modo che lei, una donna molto attraente e intelligente si ritrovava sempre sola il sabato sera (quando la figlia andava a trovare il padre).

TUTTO O NIENTE

L’incapacità di porre limiti razionali spesso porta alla sindrome del “tutto o niente”. La maggior parte degli terapeuti ha seguito pazienti che preferivano il divorzio anziché sedersi per discutere sui cambiamenti che potevano fare nel rapporto, storie che vanno dall’adolescente che non risponde al telefono per timore di essere invitata a uscire da qualcuno che non le piace, ma che non saprebbe dire di no, all’uomo che preferisce rinunciare al lavoro piuttosto che chiedere l’aumento dello stipendio al capo. Sono persone che quando non riescono ad avere un rapporto perfetto con gli altri, basato sull’intuizione di come soddisfare tutti i loro bisogni (il lato del “tutto”), preferiscono tagliare e chiedere il divorzio, rinunciare o isolarsi – cioè, non avere rapporti di nessun tipo (il lato “niente”).

Non sono pazienti stupidi o incapaci di resistere alle pressioni, come potrebbero pensare molti terapeuti in difficoltà nel gestire quel gruppo di pazienti abituati a dire “Sì, però…”.  Abbiamo a che fare, invece, con individui che non ce la fanno a riconoscere la legittimità dei loro sentimenti e bisogni (non riescono ad auto-validarsi) di modo che la possibilità di approfondire una discussione, di sedersi con la moglie, con l’amico, il collega o chiunque sia per un confronto razionale sull’imposizione dei propri limiti – per far sì che sentimenti e bisogni occupino il posto giusto – non sia minimamente presa in considerazione.

RESPONSABILITA’ E CONTROLLO

Come menzionato in precedenza, gli adulti educati in famiglie narcisiste tendono ad assumersi la responsabilità per situazioni che non possono controllare. Non vedono alcuna inconsistenza logica nel loro pensiero perché si aggiustano molto bene alla visione di mondo impiantata nel loro cervello. Riuscire a dominare il concetto che assumersi la responsabilità per qualcosa che sfugge totalmente al nostro controllo, è un invito alla pazzia –  o quantomeno al fallimento, alla delusione nei confronti di se stessi e a una serie di sentimenti di svalutazione –  è molto difficile per loro.

Ci sono due tecniche che riteniamo utili per introiettare questo concetto. Si chiamano “il libretto” e “la crisi mondiale”.

Il Libretto

Durante la seduta terapeutica spesso prendo appunti con la penna su quanto detto dal paziente, segnando tutto sul mio libretto. Quando i pazienti hanno difficoltà a comprendere come porre determinati limiti, così come il concetto di responsabilità/controllo, offro loro il mio libretto, dico  “Prendetelo, ecco.”

I pazienti restano un po’ sorpresi dall’ordine, ma lo afferrano sempre. Mi accomodo, allora, un po’ meglio sulla mia sedia, incrocio le braccia e attendo. Osservo per alcuni secondi la loro perplessità e poi domando perché hanno accettato di prendere il mio libretto. Naturalmente non riescono a sviluppare una risposta al volo (poiché la mia domanda non è legittima) e quindi finiscono per dirmi che in realtà non volevano il mio libretto, ma che fossero stati indotti a prenderlo perché l’ho offerto. Porgo un’altra domanda: “Che cosa credevi di fare con il mio libretto?”. A questo punto cominciano a sentirsi a disagio, domandandosi se hanno scelto un terapeuta pazzo; balbettano, manifestando emozioni che vanno dalla vergogna,  passando per la confusione e l’irritazione fino all’ira. Insisto: “Lo vuoi questo libretto?” A quel punto è chiaro che desidererebbero non aver mai visto né il libretto, né il terapeuta. Dopo aver ascoltato tutte le proteste per via del libretto domando, alla fine: “Ti dispiacerebbe restituire il mio libretto?” Inutile dire che non vedono l’ora di sbarazzarsene.
Spiego che il libretto rappresenta la responsabilità e che esiste una serie di opzioni disponibili quando qualcuno ci chiede di “prendere il suo libretto”. Lavoriamo, allora, su alcune scelte per far emergere le seguenti domande, conseguenziali alla mia offerta di prenderlo in mano:

• Perché me lo stai consegnando?
• Per quanto tempo lo dovrò tenere?
• Cosa c’è in questo libretto?
• Posso fare ciò che voglio con lui?
• Quanto pesa?
• Se lo prendo, diventa mio?
• Perché non lo vuole più?
• È pericoloso conservare questo libretto?
• C’è qualcuno che vuole questo libretto e che mi cercherà per strapparlo da me?
• Hai il diritto di darmelo? È davvero suo?

I pazienti comprendono di avere la possibilità di formulare condizioni sotto le quali potersi acchiappare il libretto oppure no:

• Lo tengo per qualche minuto finché non diventa troppo pesante;
• Soltanto se posso leggerlo;
• Se sarò pagato al posto tuo (mi sono abituato molto a questa risposta!)

Possono anche dire di no – con o senza spiegazione. Incito loro a propormi alcune frasi di rifiuto, a patto che siano rispettose e adulte, senza scuse del tipo “Mi sento male”. Ecco alcune delle proposizioni fornite dai pazienti:

• Non lo voglio;
• Non è un buon momento per me;
• Ho smesso di usare libretti come questo;
• Non prendo più libretti in prestito.

La risposta che personalmente mi piace di più, quella che trasmetto ai sopravvissuti è: “Credo che non mi serva, ma grazie per avermelo offerto.”  Che ritengo la frase di rifiuto per eccellenza.

La storia di Holly. Holly era una bambina-adulta nata in una famiglia narcisista velata. Lei aveva lavorato diligentemente in terapia per comprendere le difficoltà che aveva nell’imposizione dei limiti. Era consapevole di mandare messaggi disordinati a causa del suo problema di auto-valutazione. Era schiava, inoltre, dal suo forte bisogno di approvazione. Come madre single ed economicamente dipendente dai suoi, Holly stava cercando di affermarsi come illustratrice indipendente.

Appena si era messa in contatto con i potenziali clienti, il direttore della collana d’arte di un’importante casa editrice finì per invitarla a pranzo. Holly, in quell’occasione, si era messa a parlare animatamente delle sue capacità, comportandosi di modo molto professionale. A dire il vero, a principio era molto nervosa per la riunione, essendo particolarmente dubbiosa sulla sua capacità di comportarsi “di modo adulto e professionale”. Tuttavia, nonostante i timori iniziali, Holly era riuscita a trasmettere all’uomo messaggi strettamente professionali durante il pranzo, rilassandosi gradualmente e sfruttando il momento per vendere al meglio la sua professionalità.

Il direttore della collana era una persona molto intelligente e spiritosa che non aveva fatto segreto sulla sua condizione di uomo sposato e padre di quattro figli: aveva parlato esaustivamente della sua famiglia, specialmente dei suoi figli, affermando di avvertire la loro mancanza; i suoi orari lavorativi lo costringevano a restare lontano da loro durante la settimana (dormiva in città, mentre i figli erano a casa sua, ubicata a due ore di distanza dal lavoro). Holly aveva trovato la conversazione sulla famiglia molto tranquillizzante, avvertendo che il pranzo avrebbe dato i suoi frutti. Verso la fine dell’incontro, tuttavia, l’editore, che aveva garantito a Holly una molle di lavoro importante, si era messo a parlare della sua collezione d’arte. Segnali di allerta avevano preso a luccicare nella testa di Holly, che decise di ignorarli. E così, appena finito il pranzo, l’editore mise con nonchalance il suo braccio sulle spalle di Holly dicendo, apparentemente preso da un’improvvisa ispirazione, “Dunque, perché non andiamo a prendere un caffè nel mio albergo, di modo che potrai vedere la mia collezione di prima mano?” Holly, accortasi che il suo potenziale lavoro si sarebbe svanito se lo offendesse – ma riluttante di dover pagarne il prezzo, come suggeriva l’evidenza – tolse il suo braccio dalle spalle e, con un gran sorriso e una vigorosa stretta di mano, rispose “Credo di no, ma grazie dell’invito”, ritirandosi frettolosamente in direzione della sua macchina.

Quando Holly raccontò l’incidente in terapia, si sentiva orgogliosa di sé per (1) essere stata capace di rifiutare, (2) aver rifiutato senza cercare di accattivare la persona di un’altra maniera, e (3) senza aver dovuto inventarsi delle scuse. Come risultato l’uomo mai più la chiamò, anche se era stata ricontattata mesi più tardi dal suo superiore grazie alla pubblicazione delle sue illustrazioni nel giornale della città. A quel punto si sentiva bene con se stessa, perché era riuscita ad ottenere il lavoro dettando pure le condizioni.

(In senso meno drammatico, un’altra paziente ha raccontato una storia molto carina – e vera –  nella quale si trovava in attesa del treno nella “Grand Central Station” di New York, quando un uomo ubriaco e sporco si era messo a guardarla dalla testa ai piedi, rivolgendole la seguente domanda volgare “Vuoi sc…?” senza perdere un secondo lei gli rispose  “Credo di no, ma grazie del pensiero!”)

Tornando all’esempio del libretto, cerco di discutere il concetto di responsabilità con loro, spiegando ai pazienti che tutte le possibilità trovate per rifiutare il libretto sono disponibili anche nell’assunzione di qualsiasi tipo di responsabilità. Normalmente lo capiscono con un “Aaah!” che equivale a una lampadina che si accende.

Crisi mondiale

Dal libretto passo direttamente all’esercizio della “crisi mondiale” . A questo punto il paziente si è rilassato e si diverte dimostrando di essere aperto a nuovi giochi.

Scelgo una situazione mondiale attuale e dico ai pazienti che saranno loro i responsabili del risultato. Per esempio, durante le elezioni presidenziali del 1992, domandavo ai pazienti chi volevano che vincessero le elezioni. Molti rispondevano Bill Clinton. Allora dicevo “Supponiamo, tanto per fare un esempio, che ti dica di far diventare realtà la vittoria del tuo candidato. E che dica, inoltre, che la responsabilità della vittoria o della sconfitta di Clinton è soltanto tua. Su, vai a prenderti la vittoria di Clinton per me! C’è qualche problema con il mio ordine?”

Dopo pochi secondi della mia delibera i pazienti riuscivano a identificare quasi immediatamente il problema fondamentale: non potevano realizzare un simile compito perché non avevano il controllo sul gestore della campagna, sulla copertura dei media, sulla testa degli elettori, sul clima del giorno delle elezioni, sul comportamento generale nei luoghi delle votazioni, oppure sulla mente dei candidati. Anche volendo, semplicemente non potevano farlo. Quindi, chiedevo se sarebbe stato giusto o ragionevole incolparsi (sempre con base nell’esempio sopra) per la sconfitta di Clinton; comprendevano, allora, l’assurdo della situazione.
Evidentemente è poco realista assumersi la responsabilità per delle situazioni o condizioni che non possono essere controllate da noi. Una volta che i pazienti capiscono e interiorizzano questo dato di fato, si sentono più liberi. Durante l’infanzia, molti genitori imputano ai figli delle responsabilità per situazioni che sfuggono al loro controllo. Questa percezione, purtroppo, è stata portata avanti fino all’età adulta, restando incorporata alla loro visione di mondo. Arrivare a comprendere e sentire finalmente che non devono tornare a farlo è essenziale.

Imparando a mettere dei limiti

Sentirsi a proprio agio nello stabilire dei limiti è una qualità che viene sviluppata naturalmente nei bambini che hanno avuto i sentimenti rispettati dai genitori. Un ambiente adeguato permette ai bambini di partecipare alle decisioni che li riguardano, i figli sono invitati a parlare dei propri sentimenti e i genitori esprimono rispetto per quel sentire espresso in modo semplice, senza far ricorso alle urla e ai pianti quando la decisione non è favorevole a chi la rivendica. In altre parole, i bambini imparano a usare la formula “io sento…io voglio” (vedere capitolo 5)[1].

I bambini non solo imparano a simpatizzare con i propri sentimenti e quelli degli altri, ma riescono a reggere l’eventuale disapprovazione altrui. Si tratta di una lezione importante. Per la maggior parte delle persone è difficile accettare la disapprovazione degli altri – vuol dire che hanno difficoltà a ragionare in questo modo: “Mi piacerebbe poter soddisfare i tuoi bisogni, ma non posso. In questo caso, le nostre necessità sono in conflitto, e devo rispettare le mie. Devo dirti di no”. È importante che i pazienti capiscano che nonostante lo sviluppo di questa abilità sia arduo da conquistare, esso non è meno vitale alla nostra salute mentale e all’immagine positiva che avremo di noi stessi. Si tratta di un’abilità che ci insegna a fare da avvocati di noi stessi. D’altronde, spesso finiamo per corrispondere alle attese degli altri alle spese delle nostre. Inoltre, quando diventiamo capaci di comunicare il nostro messaggio di modo rispettoso e adulto, le persone riescono a  sentirlo chiaramente e senza sentirsi minacciate o svalutate da noi.

Va detto che trattandosi di un compito difficile per un adulto ragionevolmente sano, l’impresa è ancora più complicata per un giovane. Tutto diventa molto più facile se il bambino impara a casa i seguenti punti:

1. La correzione, se espressa in modo appropriato non è distruttiva, dannosa o fa vergognare;
2. I suoi bisogni non sempre possono essere sanati dagli altri, ma possono sempre essere adeguatamente articolati a quelli degli altri;
3. I sentimenti non hanno bisogno di una giustificazione – una persona ha sempre diritto di avere dei sentimenti;
4. Una persona non sempre ha il diritto di agire con base nei propri sentimenti: tutte le azioni hanno una conseguenza; quindi bisogna sempre pensare alle conseguenze;
5. Scendere a compromessi significa rinunciare a qualcosa per ricevere qualcos’altro in cambio;
6. Cambiare idea non è necessariamente qualcosa di negativo: tra gli elementi della maturità s’include anche l’abilità di reagire in conformità a nuove informazioni;
7. Commettere degli errori è un modo di imparare. Non comporta vergogna.
8. Saper riconoscere i propri errori, scusarsi nel modo appropriato e riparare, per quanto sia possibile, è segno di maturità. “Mi dispiace; dimmi cosa posso fare per riparare il danno che ho commesso” è una dichiarazione di forza, non un’ammissione di debolezza o segno di vergogna.

Se i bambini hanno la fortuna di crescere in una casa nella quale queste otto regole sono messe in pratica quotidianamente, è probabile che saranno adulti sani e sicuri di sé, con un’auto-immagine positiva. Probabilmente si sentiranno a loro agio con i sentimenti e avranno poca difficoltà a porre limiti ragionevoli nelle loro vite.

PER PRIMA COSA AGIRE; I SENTIMENTI ARRIVANO DOPO

Ma torniamo ai bambini cresciuti in famiglie narcisiste. Che ne saranno dei Ben e delle Kate, delle persone che hanno sviluppato una fiducia limitata sulla capacità di valutare le conseguenze delle loro azioni e decisioni? Una parte essenziale della terapia di queste persone riguarda la rieducazione. Ciò che non hanno avuto da bambini dai propri genitori, potranno ottenerlo da adulti, per se stessi; una volta aver compreso come sono stati resi ‘disabili’ su molti aspetti, potranno prendere la decisione di tornare ad allenarsi. Perché adulti possono prendere la decisione cosciente di incorporare le otto regole nella loro vita per cominciare ad agire come se ci credessero al 100%. Quando una persona agisce “come se” per un lungo periodo, riesce a trasformare finalmente queste regole in una parte del loro sistema di credenze personali.

I sentimenti seguono le azioni. Quando lavoriamo con questi pazienti, è imperativo rafforzare continuamente questa premessa. I pazienti non possono attendere di sentirsi più fiduciosi per agire con più fiducia, così da poter prendere decisioni più ferme, diventare avvocati di se stessi, stabilire regole e limiti per sé o su come sperano di essere trattati. Possono consultarsi con il terapeuta se le loro decisioni sono appropriate oppure no, ma hanno bisogno di agire “come se” credessero in se stessi prima ancora di introiettare questa credenza e sentirsi fiduciosi. Le azioni precedono i sentimenti: con il tempo i sentimenti arriveranno, saranno la conseguenza delle proprie azioni.

CONCLUSIONI

Quando aiutiamo i pazienti a lavorare sul tema del potere e del controllo la sfida per il terapeuta è continuare ad assisterli appena cominciano a porre dei limiti appropriati nelle loro vite. Si tratta di una difficoltà presente in molti adulti nati da famiglie narcisiste. Sono momenti che possono sembrare durissimi per loro e anche frustranti per il terapeuta. Lungo la terapia si presenteranno molte opportunità nelle quali i pazienti ci sembreranno bloccati, giacché imparare da adulti a imporre dei limiti attacca il cuore stesso di tutto ciò che è stato impartito a questi sopravvissuti. Tuttavia, senza l’abilità di stabilire sani confini per rimettere in sesto la propria vita, questi pazienti rischiano di bloccare ogni progresso futuro.

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[1] Tradotto da questo blog, su https://artedisalvarsi.wordpress.com/2015/12/14/i-sentimenti-e-la-comunicazione-negli-adulti-nati-in-famiglie-narcisiste/

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