Personalità psicopatiche – Hugo Marietan (Parte I)

Fonte: http://www.marietan.com/material_psicopatia/personalidades_psicopaticas.htm

Traduzione: C.L.Dias

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SINTESI

In questa ricerca la personalità psicopatica è definita come una varietà di individui dotati di necessità speciali e di risorse atipiche per soddisfarle. Gli studi sul concetto nell’arco del tempo descrivono  le caratteristiche più frequenti e due scale valutative della psicopatia.

PAROLE CHIAVE

Psicopatia, Disturbo della personalità, Disturbo paranoide della personalità, Sociopatia

Abstract

In this work the psychopathic personality is define as a variety of individuals with special needs and unusual recourses to satisfy them. After the concept’s history we describe the most frequent characteristic and two evaluative scales of psychopathy.

Key words

Psychopathy, Personality Disorders, Paranoid Personality Disorder, Sociopathy

LE PERSONALITÀ ANORMALI

Storia del concetto

Si tratta di un tema che preoccupa sin dall’antichità perché le personalità anormali hanno sempre fatto parte della popolazione. Persone con tipologie di condotta che richiamavano fortemente l’attenzione degli studiosi senza che le potessero definire né pazze né sane di mente, ma che si trovavano in un piano intermedio. Sono individui che non appartengono – per quanto riguarda la condotta – al grosso della popolazione.

Pinel

Nel 1801 Philippe Pinel (1745-1826) pubblicò il suo Traité médico-philosófique sur l’aliénation mentale nel quale ci raccontava di persone con tutte le caratteristiche maniacali, anche se sprovviste del delirio (Pinel considerava maniacali gli stati euforici persistenti e la psicosi avanzata, aspetti diversi dal concetto attuale di maniacale. Affermava “mi sono stupito quando ho visto molti pazzi che in nessun momento presentavano qualche lesione della capacità di comprendere, e che erano dominati da una specie di istinto di furore, come se unicamente le loro facoltà istintive fossero danneggiate. L’assenza di educazione, un’educazione mal orientata oppure una natura perversa e malvagia, possono essere la causa di questa specie di alienazione”).[1]

Prichard

Tanto Pinel quanto Prichard lottavano contro l’idea vigente a quei tempi del filosofo Locke che affermava che non esisteva mania (furore, psicosi) senza delirio (vuol dire, senza compromissione dell’intelletto). Pertanto, i giudici dell’epoca non dichiaravano insane di mente le persone che non avevano manifestamente l’intelletto compromesso (delirio). Pinel e Prichard cercavano di imporre il concetto dell’esistenza di tipi d’insania diversi, che non compromettevano necessariamente l’intelletto, ma soltanto l’ambito dell’affettività e della volontà. Significava che determinate funzioni mentali (l’intelletto, l’affettività e la volontà) potevano ammalarsi di modo indipendente.

Nel 1835 James Cowles Prichard (1786-1861) nell’ opera Treatise on insanity and other disorders affecting the mind crea il concetto di “Moral insanity”.

Lo storico G. Berrios discute il concetto di insania morale, la quale equivale al concetto odierno di psicopatia. Secondo questo autore, Prichard coniò il termine con riferimento ai disturbi comportamentali che raccoglievano in un contenitore comune la caratteristica dell’essenza del delirio.Lo fece con una finalità giuridica, per riuscire a inquadrare all’interno del gruppo delle malattie mentali alcune infermità come la maniaco depressiva, cioè, togliendo le caratteristiche psicotiche. E così vengono descritte come insanie morali tipiche certi casi “in cui la tendenza verso la malinconia e il dolore sono le caratteristiche predominanti. L’individuo circondato da tutte le comodità dell’esistenza diventa triste e apatico, senza speranze. Da questo stato di tristezza e malinconia l’individuo passa a un periodo nel quale vive la condizione opposta, di eccitazione preternaturale. In questa forma di  scompenso morale la mente genera il bisogno di autocontrollo, con continua eccitazione e un’espressione insolita di sentimenti forti. E così, una donna tranquilla e discreta può diventare violenta e grezza nei modi, loquace, impetuosa e alzare la voce”. Resta chiaro che Prichard non stesse parlando di una personalità psicopatica.

Questo documento cuneiforme  appartiene alla corrispondenza che Shamshiadad (1813-1781 a.C.), grande governante della Babilonia, indirizzò a uno dei suoi figli, al quale aveva assegnato un posto di rilievo nell’amministrazione del Regno:

«Sei un bambino anziché un uomo, non hai barba sul mento? Nemmeno ora che hai raggiunto la maturità ti sei costruito un focolare…Chi si prenderà cura del tuo posto? Non pensi che se un amministratore non riesce ad adempiere con i suoi doveri, anche se solo per due o tre giorni, crolla l’intera amministrazione?  E allora perché non hai nominato un altro uomo per stare al posto tuo?

Mentre tuo fratello ha ottenuto una grande vittoria da queste parti, tu resti lì (a Mari), circondato da donne.

Per quanto ti riguarda, voglio chiederti per quanto tempo dobbiamo ancora farti da guida? Per quanto tempo continuerai a essere incapace di amministrare casa tua? Non vedi che tuo fratello comanda eserciti immensi?»[2]

Morel

Morel (1857) parte dalla religione per elaborare una teoria sulla degenerazione. L’uomo è stato creato seguendo un tipo primitivo perfetto e ogni deviazione da questo tipo perfetto è una degenerazione. L’essenza del tipo primitivo e, pertanto, della natura umana, è il dominio della morale sul fisico. Il corpo non è altro di uno “strumento dell’intelligenza”. L’infermità mentale inverte questa gerarchia e converte l’uomo in bestia. In questo senso l’infermità mentale è l’espressione sintomatica dei rapporti anormali stabiliti tra l’intelligenza e il suo strumento malato, cioè, il corpo. La degenerazione di un individuo comincia a trasmettersi (e aggravarsi) lungo le generazioni fino ad arrivare al declino (ricordiamo che Darwin svela le sue ricerche nel 1854)[3] . Valentín Magnan e i suoi ricercatori toglieranno gli aspetti religiosi da queste idee per porre l’accento sugli aspetti neurobiologici. Tali concetti affermano l’ideologia dell’ereditarietà e della predisposizione in diverse teorie odierne sulle malattie mentali.

Koch e Gross

Nel 1888, il tedesco J. Koch ci parla di inferiorità psicopatiche. Chiarisco che si trattano di inferiorità nel senso sociale e non morale, come erroneamente s’intende. Per Koch, dunque, le inferiorità psicopatiche erano congenite e permanenti. Le inferiorità erano divise in tre forme: disposizione psicopatiche, tara psichica congenita e degenerazione psicopatica. Dentro la prima forma sono messi gli astenici di Schneider, all’interno delle tare “le anime impressionabili, i sentimentalisti lacrimanti, i sognatori e fantasiosi, gli asociali, i timidi, i moralmente scrupolosi, i delicati e suscettibili, i capricciosi, gli esaltati, gli eccentrici, i giustizieri, i riformatori dello Stato e del mondo, i testardi e ostinati, gli orgogliosi, gli indiscreti, i burloni, i vanitosi e presuntuosi, i ruffiani e gli affabulatori, gli irrequieti, i malvagi, i bizzarri, i collezionisti e inventori, i geni falliti e gli avvincenti”. Tutti questi tratti sarebbero causati da inferiorità congenite nella costituzione cerebrale, senza essere ritenute, tuttavia, malattie.

Otto Gross, austriaco, affermava che il ritardo del neurone per stabilizzarsi dopo un impulso elettrico determinava differenze caratteriali. E così, nel suo libro  “Inferiorità Psicopatiche” il ricupero neuronale veloce determinava gli individui tranquilli, coloro di stabilizzazione neuronale più lenta (vuol dire che restavano più a lungo nello stato di stimolazione), sarebbero gli eccitabili (inferiorità).  Questa ricerca affascinò Jung, che denominò introversi ed estroversi le tipologie scoperte da Gross[4] .

Kraepelin

Kraepelin, quando fece la classificazione delle malattie mentali nel 1904 (7º edizione), usò il termine “personalità psicopatica” con riferimento, precisamente, a un tipo di persona che non è nevrotica né psicotica, che non apparteneva alla categoria maniaco-depressiva, ma che si scontrava con i parametri sociali rilevanti. Incluse tra loro i criminali congeniti, gli omosessuali, gli stati ossessivi, la pazzia impulsiva, gli incostanti, i bugiardi, gli impostori e gli attaccabrighe.

Per Kraepelin, le personalità psicopatiche sono forme frustrate di psicosi, egli le definiva seguendo un criterio fondamentalmente genetico considerando loro difetti limitati essenzialmente alla vita affettiva e alla volontà.

Schneider

Nel 1923 Schneider inquadrò il problema, riuscendo a esprimere un concetto e una classificazione sulle personalità psicopatiche tuttora in vigore.

K. Schneider eliminò dal concetto di personalità l’intelligenza, gli istinti e le sensazioni corporee per definirla come “l’insieme dei sentimenti e delle valutazioni, delle tendenze e delle volontà”, limitando il tutto a un piano psichico.

Per K. Schneider le personalità psicopatiche sono un sottogruppo delle personalità anormali  (con base in un criterio statistico, cioè, i tipi puri sono pochi), con la particolarità che soffrono a causa della loro anormalità o fanno soffrire la società a causa di essa. Non per questo possono essere denominate patologiche. Schneider affermò ancora che “la valutazione di far soffrire la società è relativa e soggettiva: un rivoluzionario è uno psicopatico per alcuni e un eroe per gli altri”. Di conseguenza non è valido realizzare una diagnosi come se fosse infermo. Al massimo possiamo mostrare, rilevare, evidenziare in loro caratteristiche che stonano di modo sorprendente, ma non abbiamo elementi per paragonare tali singolarità con i sintomi di un’infermità. Lo psicopatico depresso è, semplicemente, un uomo fatto così.

Esiste un determinismo nel concetto schneideriano della psicopatia. Gli psicopatici “devono arrivare quasi in ogni situazione vitale, in tutte le circostanze, a conflitti interni o esterni. Lo psicopatico è un individuo che da solo, anche senza prendere in considerazione le circostanze sociali, è una persona diversa, lontana dalla media”. La psicopatia non è esogena, la sua essenza è predisposizionaleinnata, nel senso di preesistente al suo vissuto. Osserva però che tutte le personalità si sviluppano, quindi anche l’ambiente fa la sua parte. Di conseguenza le anomalie della condotta secondarie ad alterazioni corporee (per esempio i traumi nella corteccia orbitaria anteriore –  oggetti di ricerca di E. Welt, Kleist, Outes-Goldar, Isabel Benítez) sarebbero pseudo psicopatie.

Cioè, la psicopatia si manifesta. È osservata dagli altri e questa condotta particolare deve essere considerata anomala riguardo alla media, quindi soffrono o fanno soffrire solo sull’asse dell’anomalia. Questo non significa che lo psicopatico manifesti sempre la sua psicopatia, ma che subisce oscillazioni periodiche. Kahn distingue diversi decorsi: episodici, permanenti, periodici e sviluppi psicopatici. Qui possiamo rilevare che neanche la condotta dello psicopatico è totalmente psicopatica, ma che coesistono assieme diverse condotte adattate che permettono loro di circolare inosservati in molti gruppi nell’ambito sociale. Questa integrazione comportamentale, adattato/psicopatico, si trova più spesso nelle anomalie sessuali (manifestate dallo psicopatico nell’intimità), ma diventa più difficile da osservare quando lo psicopatico la esprime soltanto in determinate circostanze o su determinate categorie di persone. Lo psicopatico cerca il suo equilibrio nell’altro, nel complementare. Il vissuto di non completezza genera tensione, sofferenza per usare le parole di Schneider, nonostante incontri le circostanze, le persone, le cose o le azioni complementari che lo portino ad abbassare il suo livello di tensione, in lui resta sempre un quantum di tensione vissuto come insoddisfazione e vuoto interiore. Sarà poi il complementare a dover pagare il prezzo della sua incompletezza. Per lo psicopatico l’incompletezza è oppure è stata prodotta dagli altri, quindi, nella sua mente gli sembra giusto che qualcuno o qualcosa paghi per il danno che crede di aver subito.

Da Cleckley al DSM IV

Nel 1941, l’americano H. Cleckley, scrive un libro chiamato “La maschera della sanità”  con riferimento a questo tipo di persona. Nel 1964  descrive le caratteristiche più frequenti tra coloro che oggi chiamiamo ‘psicopatici’.

Nel 1961, Karpman afferma “all’interno della categoria degli psicopatici abbiamo due grandi gruppi, ci sono i predatori oppure i parassiti” (facendo un’analogia con la biologia). “I predatori prendono le cose con la forza e i parassiti  attraverso l’astuzia e la passività”

Henry Ey, nel suo “Trattato di psichiatria” del 1965, include le personalità psicopatiche all’interno del capitolo sulle malattie mentali croniche, che considera uno squilibrio psichico. Evidenzia che le anomalie caratteriali essenziali nelle persone affette sono l’antisocialità e impulsività. Nel 1966 Robins pone le basi per ciò che più tardi, nel DSM, viene chiamato “Disturbi della Personalità”.

In sintesi: ci sono controversie tra le scuole di pensiero. Tutte, in qualche modo, sono concordi su tre concetti elementari. La prima posizione (intrinseca) corrisponde alla scuola costituzionalista che afferma che lo psicopatico è dotato di una particolare costituzione, è geneticamente determinato e, di conseguenza, non c’è niente da fare.

La seconda scuola è la sociale (esterna). Questa scuola afferma che è la società a sfornare psicopatici, a produrre i suoi criminali per l’incapacità di offrire mezzi educativi e/o economici essenziali. Al suo interno ci sono due correnti diverse: La scuola inglese Lyman (chiusa nel 1972), con un sistema disciplinare rigido, autoritario, duro, e la scuola Wiltwyck (fondata nel 1937), statunitense, che partiva dalla creazione di un ambiente accogliente, affettuoso, propenso all’amicizia, a una “disciplina dell’amore” conforme ci racconta Cinta Molla. Gli psicopatici costituivano il 35% degli alunni di entrambe le scuole e sebbene Wiltwyck avesse avuto un grande successo all’inizio, il livello di recidività degli atti antisociali – una volta compiuta la formazione in queste due istituzioni, dopo pochi anni – è stato molto simile.

La terza scuola è la psicoanalista, che ci parla di perversioni soltanto per quanto riguarda la sessualità. Quando il disturbo implica altre pulsioni, Freud parla di libidinizzazione della suddetta pulsione, che è stata “pervertita” dalla sessualità. La perversione adulta appare come la persistenza o riapparizione di una componente parziale della sessualità. La perversione sarebbe una regressione a una fissazione anteriore alla libido. Ricordiamo che per Freud il passaggio alla piena organizzazione genitale presuppone a) il superamento del complesso di Edipo, b) l’ammissione del complesso di castrazione e c) l’accettazione della proibizione dell’incesto. Così la perversione chiamata feticismo ha un rapporto diretto con la negazione della castrazione. La perversione sarebbe il negativo della nevrosi, che fa della perversione la manifestazione grezza, non repressa, della sessualità infantile.

La posizione di Schneider

Per Schneider lo psicopatico non è malato: lo psicopatico è anormale, tenendo presente che il criterio da impiegare per dire che qualcosa è anormale è un criterio statistico. Ecco che diciamo “se noi abbiamo la popolazione distribuita conforme la curva di Gauss, gli anormali sono coloro agli estremi. Il grosso della popolazione è messo al centro perché segue i parametri di condotta comuni, quelli agli estremi no”.

È importante considerare tale concetto poiché secondo quanto detto da Schneider gli psicopatici non sono frequenti. Inoltre sono in pochi e agli estremi della curva. Ci sono delinquenti, dal punto di vista statistico, che non sono psicopatici.

In conformità a quanto visto in precedenza, Schneider si domanda: in che modo si valuta uno psicopatico? Come risposta afferma: “sono gli anormali che soffrono o fanno soffrire a causa della loro anomalia”.

Considerate che l’intelligenza non interviene nel processo.

Ricordiamo che ci sono due modi di valutare la normalità: secondo il criterio statistico (la frequenza di una caratteristica nella popolazione) e secondo il criterio normativo (è normale ciò che rispetta il modello ideale, una persona deve essere comprensiva, affettuosa, onesta, eccetera). Considerando i parametri e la norma posso dire che se il soggetto A rispetta la maggior parte di queste normative è “normale”, altrimenti non lo è. Schneider affermava che tutto ciò era talmente soggettivo e poco affidabile per fare un lavoro serio che era meglio non fissarsi su come doveva essere una persona, ma su come era di fatto.

Osservando il grafico, ne consegue che Schneider  ha un pensiero costituzionalista, non a caso queste persone sono emarginate socialmente.

Dentro le psicopatie, Schneider differenziò distinti tipi, a sapere:

1- Ipertimici

2- Depressivi

3- Insicuri di sé

4- Fanatici

5- Bisognosi di stima

6- Labili di stato d’animo

7- Esplosivi

8- Crudeli

9- Indolenti

10- Deboli

CRUDELE NELLA PACE, EROE NELLA GUERRA

Sulle orme di Darwin possiamo chiederci il perché dell’esistenza degli psicopatici. Forse queste persone arrivano a volte per rassicurare la specie, il gruppo. Fronte un’emergenza serve qualcuno che risponda con le caratteristiche non abituali per affrontare situazioni anomale, impreviste o strane. E così, in caso di guerra, l’etichettato mostro, crudele e insensibile diventa all’improvviso un eroe. È  colui che prende il front, che assume i rischi che la maggior parte del gruppo disdegna, è il comandante del battaglione nella guerra. Ossia, questa potenzialità è totalmente sfavorevole in tempi di pace, perché può portare la persona a sviluppare condotte molto aggressive contro gli altri (delinquenza, criminalità, ecc.); in situazioni anomale, invece, si aggiusta perfettamente ai requisiti di emergenza che devono sviluppare. Gli psicopatici sarebbero parte della riserva del gruppo in caso di emergenza, anche se in situazioni normali sconvolgono la società.

Le personalità anormali possono anche adattarsi alla società, come nel caso dello psicopatico insensibile che si converte nel poliziotto coraggioso, nel buon militare, nel torturatore, nel  governante, nel talentuoso atleta. L’anticipazione del pericolo e della paura non inibisce la loro azione. E sono, di conseguenza, refrattari ai condizionamenti provenienti dagli avversari.

Cominciano a manifestare la psicopatia sin dall’età adolescenziale, senza modificare i suoi aspetti a posteriori. Lo psicopatico non impara da certe esperienze e meno ancora dai consigli. Ci sono caratteristiche psicopatiche che riusciamo a osservare dall’infanzia, come la crudeltà verso gli animali o altri bambini, il disprezzo per le gerarchie scolastiche, le condotte aberranti che tendono a essere “smorzate” dai docenti e familiari con la scusa di “problemi di ordine emotivo” o “ragazzate”.

Lo psicopatico depresso

Si tratta di un pessimista anedonico (che non prova piacere), lamentoso e che non trova un senso, un perché alla propria vita. È una persona perennemente annoiata. Quando non trova una finalità, un perché alla sua esistenza si annoia, perché resta senza una meta, senza un obiettivo da inseguire.

C’è un personaggio nella novella di Robert Arlt “I sette pazzi” denominato “il ruffiano malinconico”. È un professore di Matematica che fa prostituire alcune ragazze per fare un po’ di soldi. Il “ruffiano malinconico” ripete costantemente “è tutto, tutto molto noioso”.Gli stimoli comuni non riescono a fornire alcun piacere o gusto per la vita. È così da sempre per loro, quindi è importante tenere a mente che gli psicopatici depressi sono ‘melanconici’.

Grado di umore

La maggior parte del tempo abbiamo un umore standard, possiamo avere oscillazioni di umore conforme alla circostanza, tuttavia è un livello, non si tratta di una linea generale, di un punto fermo. Questo umore standard ci accompagna sin da piccoli, lo coltiviamo, lo confrontiamo, lo  assimiliamo e alla fine lo introiettiamo. Sappiamo che “l’argentino”  sfoggia un rango medio “il tanghero” (lamentoso, nulla va per il verso giusto, solo qualche volta arrivano scarse gioie). Diciamo che Tizio “sta bene”, perché lo paragoniamo al grado di umore generale. Forse per uno zulù il nostro grado di umore è visto come anomalo. Per noi un napoletano è considerato un tipo estroverso ed espansivo, un po’ esagerato. Per un napoletano, invece, potrebbe essere questo il suo modo di esprimersi e di essere. Per noi un tedesco è freddo, tanto è vero che spesso diciamo “I tedeschi sono dei tipi che non si divertono mai. Ma come fanno a fare dei bambini?”. Attribuiamo a ogni cultura un livello diverso di umore che le circostanze della vita possono aumentare o abbassare (un lutto, un conflitto lo possono abbassare). Però, all’interno del gruppo è culturalmente “comprensibile cosa sta accadendo”. “Se io fossi al posto suo, avrei reagito allo stesso modo”. Perché si dice così? Perché abbiamo incorporato un modello e il suo grado di umore specifico.

L’amareggiato

Lo psicopatico depresso è sotto il grado di umore “normale”, è negativo, pessimista, ha la faccia sempre chiusa, è anedonico, lamentoso, nulla va mai bene. Se proviamo a presentargli un progetto: “Che ne pensi se facciamo questo?”, egli subito affermerà ” No, no, falliremo di sicuro.” Vive senza un obiettivo e tutto per lui andrà malissimo.

Una persona che conoscevo trovava ‘la quinta zampa del gatto’ in qualsiasi progetto. E quando il progetto falliva, lui veniva a dirmi “te l’avevo detto, te l’avevo detto che sarebbe andata male!”; era ovvio che avesse un 50% di probabilità di azzeccare. Sono persone che vivono rimuginando il negativo, la mancanza di purezza, il corrotto, il vuoto del passato e l’angoscia per il futuro. Manca loro la fiducia ingenua, la fiamma dell’ottimismo, la fantasia di successo che porta chiunque a iniziare un progetto.

Prendono tutto sul serio, manca la gioia spontanea. Un paziente mi diceva: “Dottore, perché la gente ride? La vedo a lavoro mentre ripete le battute di un programma televisivo e tutti ridono, ma io non trovo niente di particolare”.

Essere anormali non è sinonimo di essere cattivi. Uno psicopatico non è necessariamente una cattiva persona, ma un essere diverso.

L’antisociale è un’altra cosa, ma lo psicopatico dal punto di vista di Schneider, è colui che soffre o provoca sofferenza e nient’altro, nulla implica che sia un delinquente o una cattiva persona. Lo stesso Schneider cerca di sdrammatizzare il disvalore sociale coniato dal termine psicopatico. Ci sono psicopatici che a loro volta sono antisociali, ma no necessariamente sono antisociali tutti gli psicopatici.

Specialmente in questo caso, quello degli psicopatici depressi, spesso ci troviamo di fronte a persone con un eccellente rendimento in ambito lavorativo perché meticolosi, molto responsabili, attenti, puntuali e, di conseguenza, rigidi. Considerano il lavoro come l’unico mezzo di intrattenimento. Il lavoro eccessivo gli fa sentire utili. Si lamentano sempre, ma non mancano mai a lavoro e sono molto responsabili, quindi, socialmente utili. Lo dice Schneider e noi sposiamo le sue osservazioni con base negli anni di esperienza diretta: sono persone che vivono protestando, brontolando amarezza e ogni sorta di negatività per confermare la tesi di sempre: “La vita è una merda!”

LA DEPRESSIONE NORMALE E NELLO PSICOPATICO MALINCONICO

 Che utilità clinica ha questo concetto? Gli psicopatici malinconici possono avere anche fasi depressive identiche ai “normali”.

Che cosa succede quando un “normale” entra in una fase depressiva? La persona resta all’interno del suo grado di umore, entra nella fase depressiva e con il nostro orientamento, certamente anche grazie alla sua natura essenziale, dopo 6-8 mesi riprende possesso del livello di umore anteriore alla fase depressiva. Diciamo allora che accade una restituzione ad integrum del suo umore, in teoria. L’esperienza indica che né sempre accade così, ma lo discuteremo in un altro articolo.

Che cosa accade invece con lo psicopatico malinconico quando entra in depressione? Lo psicopatico parte dal suo stato di umore malinconico, quando arriva alla fase depressiva ci rendiamo subito conto che va oltre la sua indole primaria, quindi  potrebbe arrivare da noi accompagnato da qualche familiare  oppure da solo, presentando le stesse caratteristiche di qualsiasi altra depressione maggiore (angoscia, idee suicide, ecc.)

Qual’è la differenza? Se non siamo a conoscenza delle caratteristiche della sua personalità, quando egli ritorna al suo livello di umore malinconico, in apparenza resta pur sempre un depresso perché segue essendo pessimista, anedonico, lamentoso, sprovvisto di obiettivi e annoiato. A un primo sguardo è un soggetto che non è uscito ancora dalla fase depressiva, che è riuscito a migliorare alcune caratteristiche della depressione (ha abbandonato le idee suicide, ecc.), ma segue essendo depresso. Perché? Perché speriamo sempre di elevarlo al ceto di “umore normale”, cosa che mai accadrà. Quindi bisogna lavorare con alcuni psicopatici depressi considerando la melanconia come loro modo di essere. Come siamo arrivati a questa conclusione? Come riusciamo a comprendere una simile situazione? Attraverso la testimonianza dei loro familiari. In una buona anamnesi i familiari ci dicono “Guardi dottore, lui è sempre stato così”; è ciò che ci fa comprendere loro modo di essere.

Per evitare la frustrazione che rappresenta provare a elevare senza successo loro grado di umore dobbiamo tenere a mente alcuni concetti: riprendersi a pieno dalla maggior parte delle infermità psichiatriche è, semplicemente, arrivare al livello di rendimento standard dell’individuo prima dell’episodio, per questo dobbiamo auspicare non al rendimento idealizzato al quale dovrebbe arrivare un qualsiasi essere umano – conforme nostro personale criterio su cosa significhi stare bene – ma cercare di ricuperare lo stato di salute anteriore che, nel caso di questo specifico tipo di psicopatico, significa proseguire essendo malinconico.

16 CRITERI DI CLECKEY (1941)

1.     Inesistenza di allucinazioni o altre manifestazioni di pensiero irrazionali;

2.     Assenza di nervosismo o di manifestazioni nevrotiche;

3.     Fascino superficiale e intelligenza notevole;

4.     Egocentrismo patologico e incapacità di amare;

5.     Gran povertà di reazioni affettive elementari;

6.     Vita sessuale impersonale, triviale e poco integrata;

7.     Assenza di sensi di colpa e di vergogna;

8.     Inaffidabilità;

9.     Bugie e mancanza di trasparenza;

10.  Assenza di intuizione specifica;

11.  Incapacità nell’esecuzione dei progetti di vita;

12.  Comportamenti antisociali senza apparente rimorso;

13.  Minacce di suicidio, raramente portate a termine;

14.  Ragionamento insufficiente o mancanza di capacità di imparare con le esperienze vissute;

15.  Irresponsabilità nei rapporti interpersonali;

16.  Comportamento fantastico e sregolato nel consumo di alcol e droghe.

Cleckey

H. Cleckley, nel suo libro “La maschera della sanità”, afferma che psicopatico è chiunque abbia le caratteristiche della condotta elencate sopra:

TIPIFICAZIONE DI ALCUNE CARATTERISTICHE

Un’unica caratteristica non determina l’etichetta di psicopatico, ci vuole un insieme, altrimenti rischiamo di crederci circondati da psicopatici. Le caratteristiche devono, inoltre, essere persistenti e non occasionali. Non devono essere egodistoniche ma appartenere al modo di essere della persona. L’intensità e la qualità della stessa devono essere valutate attraverso la condotta e l’effetto che fa sulle persone che fanno parte della vita dello psicopatico.

Lo psicopatico quando si muove nel mondo non è  visibilmente 100% psicopatico. Non possiede una caratteristica fisica che lo renda riconoscibile,  come cercava Lombroso. È come uno di noi. Potrebbe essere chi prende appunti, oppure chi dà la lezione, un collega, un leader sociale. Soltanto quando agisce ‘psicopaticamente’ lo possiamo riconoscere. Tanto meno sono tutti intelligenti o hanno successo nella vita, potendo essere ritrovati anche tra i mendicanti o i criminali; alcuni esercitano la loro psicopatia unicamente in ambito privato (perversioni) caratteristica che tranne per i complementari li rendono persone normalissime agli occhi degli altri. La comunità scientifica concorda sul fatto che sono in pochi, ci sono statistiche che parlano del 3% tra i maschi (circa 1.050.000 persone, nel nostro Paese) e 1% per le donne (350.000).

Di seguito specifichiamo le caratteristiche tipiche che troviamo nei manuali sul tema, con alcuni dei nostri commenti sulle stesse:

FASCINO SUPERFICIALE

Né tutti gli psicopatici sono seduttivi, ci sono gli apatici, gli amareggiati, gli sgradevoli, alcuni francamente repulsivi e altri che mettono paura. Il gruppo che fa ampio uso del fascino seduttivo corrisponde più agli sfruttatori (truffatori, approfittatori, parassiti), cioè, chi usa gli altri come un mezzo per ottenere dei vantaggi. (vide manipolazione)

EGOCENTRISMO (vide Otto Kernberg)

DIMOSTRA MINOR REAZIONE AFFETTIVA

Alcuni autori affermano che gli psicopatici dimostrano provare meno ansia e tollerare bene l’angoscia in circostanze ritenute difficili per la maggior parte della popolazione. Tuttavia (chiariscono), funzionano un po’ come le pentole a pressione, cioè, riescono a sopportare una gran quantità di angoscia e poi, per motivi banali, passato il momento critico, la scaricano fragorosamente. A volte lo psicopatico mantiene la calma in situazioni estreme, riuscendo a prendere decisioni, ad agire, adattandosi alle circostanze fino a uscirne discretamente. Un professore ci raccontava, ad esempio, (in una lezione sulle personalità reattive, di azione) che un commissario, entrando nel suo dipartimento, si era ritrovato con un delinquente che gli puntava una pistola. Senza perdere la calma il poliziotto aveva fissato duramente il delinquente, dopodiché era riuscito a immobilizzarlo, strappargli la pistola e poi ucciderlo. Ci dava l’esempio di due personalità di azione (secondo il criterio di D. Liberman), essendo una di loro più forte dell’altra. Il poliziotto si era limitato a fissare il delinquente, ma subito dopo lo aveva ucciso. Se paragoniamo il poliziotto a una persona normale che entra in casa e si ritrova davanti un malvivente con una pistola troviamo certamente una reazione assai diversa. Probabilmente la persona sorpresa dal ladro inizierebbe a pregare per la sua vita, mettendosi in ginocchio e chiedendo al ladro “Che cosa vuoi?”, “Prenditi tutto ciò che vuoi”. Il poliziotto, invece, avrebbe una reazione del tutto diversa.

VITA SESSUALE IMPERSONALE

Significa non scendere a compromessi affettivi, non avere una risonanza affettiva con le sue/i suoi partner. Questo non vuol dire che lo psicopatico sia tecnicamente un cattivo amante. Molto spesso troviamo psicopatici che investono molto dal punto di vista tecnico, utilizzando questa abilità per manipolare le/i partner. Lo psicopatico tanto può andare a letto con una donna molto anziana che potrebbe far tenerezza a un uomo comune  “per carità, con questa vecchietta non me la sento di provarci nemmeno per un milione di dollari!”  Lo psicopatico, invece, riesce ad adoperare la sua tecnica con qualsiasi persona. Un giovane paziente mi diceva “sono stato in Brasile e siccome non avevo soldi per restare, mi recavo presso una via molto famosa a Rio de Janeiro in cui battevano i boys, avevo rapporti sessuali con gli uomini e mi pagavano”. Quando domandai se sentiva di aver compromesso la sua sessualità per aver venduto il suo corpo ad altri uomini, lui rispose tranquillamente che era questo lo strumento che aveva eletto per continuare a vivere in Brasile. È questo che vogliamo dire quando parliamo di vita sessuale impersonale. Possono essere grandi attori in ambito affettivo e sessuale. Per questo tante donne si sentono usate da soggetti che le sfruttano economicamente (e per molte donne psicopatiche, questo modus operandi è un mezzo di sussistenza).

MINACCIA DI SUICIDIO

Come parte della manipolazione

RAGIONAMENTO INSUFFICIENTE

Dobbiamo chiarire un punto: da un lato diciamo che gli psicopatici sono intelligenti e dall’altro che hanno un modo di ragionare insufficiente. Mi vien da pensare alla parodia di un certo Imperatore del Nord, quando entrava nella Sala Ovale con spavalderia, sparando discorsi irragionevoli. Può essere molto simpatico, molto piacevole, molto intelligente, però a volte ragiona di modo sconnesso, appunto, insufficiente. Penso che sia meglio concettualizzare questo punto soffermandoci sul fatto che loro modo di ragionare non è sufficiente per frenare certi desideri.

NON IMPARANO CON L’ ESPERIENZA.

Lo psicopatico impara e anche tanto con l’esperienza. Il punto è che ne fa uso per manipolare gli altri e riuscire nei suoi intenti. Una persona che non impara con l’esperienza resta sempre nello stesso luogo, è annullata. Lo psicopatico non impara ciò che non ha voglia imparare, non impara ciò che va contro i suoi principi e i suoi bisogni. La ripetizione del suo agire, considerato sbagliato dal punto di vista della gente comune, corrisponde al soddisfacimento dei suoi bisogni più profondi, incomprensibili per chi non è sulla pelle di uno psicopatico.

INCAPACITÀ DI AMARE

Credo che lo psicopatico ‘ama’, ma diversamente dagli altri e cose diverse dagli altri. Uno psicopatico può affezionarsi profondamente, tuttavia unicamente a ciò che corrisponde al soddisfacimento dei suoi interessi. Avete mai conosciuto un fanatico? Si trattava di un affetto superficiale? Lo psicopatico può avere un attaccamento intenso verso determinate ‘cose’ che non sono necessariamente uomini o donne oppure vive, per esempio una macchina. Verso ciò che per lui ha valore la sua affettività può essere intensa come quella di qualsiasi altra persona. La questione è che i suoi contatti sono utilitari. È da questo particolare che deriva il tema della superficialità affettiva, a volte descritto poco bene. I suoi sono contatti affettivi opportunistici, nati per ottenere qualcosa. Abbiamo qui un’altra forma di bugia psicopatica che consiste nella rappresentazione. Rappresentare è mentire con il corpo. Lo psicopatico può rappresentare affettivamente con il fine di catturare qualcuno all’interno del suo circuito psicopatico per mezzo dell’affettività. Una volta usata la persona, ecco che la mette in disparte. La persona messa in disparte afferma che lo psicopatico possiede un’affettività superficiale, che non è in grado di amare ed è vero: non ama lei, ma ‘ama’ altre cose.

BUGIE

Di solito lo psicopatico mente, ma bisogna saper distinguere la bugia banale dalla bugia psicopatica. Lo psicopatico utilizza la bugia come uno strumento di lavoro in più, è talmente abituato a mentire che è difficile sapere quando sta mentendo e quando dichiara la verità; sanno mentire guardando negli occhi e con la postura rilassata. Lo psicopatico non mente di modo circostanziale, occasionale o sporadico, non mente per riuscire a liberarsi da una situazione comune o standard. Lui mente naturalmente, sa di mentire, ma non attribuisce alcun peso a questo fatto, che non provoca in lui la risonanza o il dispiacere che una persona comune potrebbe sentire quando mente. Non la chiamerei bugia patologica. Di solito diamo molta importanza alle parole, ma se abbiamo di fronte un bugiardo che valore attribuirle? Qual’è il grado di verità delle parole di uno psicopatico? Uguale a zero. Quando attribuiamo un elevato valore alle parole cadiamo facilmente nel circuito psicopatico. Per questo non ci servono i test di autovalutazione, né l’intervista/interrogatorio o l’anamnesi con uno psicopatico. Lo psicopatico dice ciò che conviene dire oppure ciò che gli altri sperano che lui risponda. Il valore di ciò che dice lo psicopatico deve essere messo sempre tra virgolette. Se desiderate valutare uno psicopatico fatte attenzione unicamente a cosa fa. Valutiamo uno psicopatico per la sua condotta, attraverso le sue azioni. Lo psicopatico può mentire con la bocca e con il corpo: quando rappresenta o simula, egli sa adattarsi perfettamente alla situazione o alla persona che vuole attrarre. Così mi raccontava una mamma, dicendomi che suo figlio di 15 anni chiedeva l’impossibile con le lacrime agli occhi per intenerirla, mentre al padre – disperato per non riuscire a ottenere l’affetto del figlio – sapeva manipolare con scatti di ira o posando da vittima.

COMPORTAMENTO FANTASIOSO

I mitomani danno priorità alle fantasie, che prevalgono sulle circostanze reali.

Il mitomane cerca di adattare attivamente la realtà alla sua immaginazione, al suo personaggio del momento, conforme alla circostanza. Il mitomane è un affabulatore che mette in atto la sua fiaba e le sue bugie attivamente nella società. Può convertirsi nel personaggio che la sua immaginazione ha creato e farlo effettivamente rappresentare nella realtà generando in tutti la sensazione di essere di fronte a un personaggio vero. C’è il famoso caso del mitomane che si fece passare per figlio del Presidente dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), Pérez de Cuellar. In una delle nostre grandi città è stato festeggiato dall’intera società e trattato durante molto tempo come un personaggio importante finché finalmente la madre, una donna di Buenos Aires, ha rintracciato il figlio e raccontato la verità a tutti. Suo figlio semplicemente non aveva niente a che fare con Pérez de Cuellar.

Il modello di condotta che segue il mitomane è dominato dalla sua immaginazione, non dalla realtà. Di solito cambiano personaggio, non sanno restare a lungo sullo stesso.

DROGA, ALCOL

Alcuni hanno bisogno di essere iperstimolati o di stordirsi. Un paziente di 16 anni raccontava di mischiare droghe diverse come la cocaina, la marijuana e alcuni farmaci non per sentire piacere o stimoli, ma per stordirsi, per sentirsi “tra le nuvole”.

LA MANIFESTAZIONE AVVIENE IN ETÀ ADOLESCENZIALE

Certe persone cominciano a manifestare la loro psicopatia sin dall’adolescenza. Come altri autori, abbiamo osservato che alcune caratteristiche psicopatiche cominciano a manifestarsi dall’infanzia. Ricordiamo il caso di un bambino di circa 2 anni che lanciava i gatti contro le pareti di casa, riuscendo a uccidere uno di loro. O il caso di una bambina di sette anni che aveva imparato a cancellare e scrivere i voti delle maestre sul quaderno.

BISOGNI DISTINTI, CODICI PROPRI

Le azioni che realizzano sono, dal punto di vista dello psicopatico, totalmente aggiustate alla sua scala di valori, secondo il suo criterio, per questo non si sentono in colpa. Se avete avuto l’opportunità di conoscere degli psicopatici sapete che quando gli rimproverate per aver fatto una cattiva azione e che ci sono cose che non si fanno, possono dirvi “E chi stabilisce quando un’azione è buona o cattiva? Cos’è la normalità?”.

Gli psicopatici possiedono una scala particolare di valori. Una scala che non coincide, a volte, con la scala di valori generale. Non perché lo psicopatico non conosca la scala di valori generale, cioè, le leggi. Egli non è un disabile cognitivo, il punto è che antepone la sua scala di valori rispetto a quella generale. Forse perché possiedono distinte necessità valutano le cose in modo diverso. Come comprendere la loro smisurata sete di potere, le condotte sessuali ‘particolari’, la crudeltà nel commettere un delitto, il massacro non necessario negli omicidi? Cos’è, se non la necessità di ripetizione del suo agire?

INTELLIGENZA

La maggior parte è dotata di intelligenza.

IL COSTO DELL’OBIETTIVO

Puntano sull’obiettivo e cercano di raggiungerlo. Il prezzo non è importante, l’importante è riuscire a raggiungerlo pagando il minor prezzo.

COSIFICAZIONE

La cosificazione dell’altro è togliergli gli attributi che lo rendono una persona simile a noi.

Così come per rimuovere un chiodo utilizziamo una pinza che una volta usata è messa nella cassetta degli attrezzi, lo stesso fa lo psicopatico con le persone: le usa e quando non gli servono più le mette tra le ferramenta già usate. Cosifica la persona.

Cioè, se cosifico l’altro, esso non è simile a me. È qualcosa di inferiore, di neutrale, da usare. Badate che questo concetto di cosificare, nel senso esatto del termine, può essere implementato come un’ideologia. Altrimenti se a un uomo viene messa un’arma tra le mani e gli viene ordinato di uccidere un suo simile difficilmente potrebbe ubbidirci: “È un mio compagno, appartiene alla mia categoria, è una persona come me”.

Le “cose” si possono uccidere

Se viene quindi insegnato a una persona che questo compagno è uno schifoso e ripugnante terrorista, un’immondizia che va distrutta perché rappresenta un pericolo per le nostre famiglie e la nostra patria, dopo un certo periodo di allenamento la persona indottrinata può prendere una pistola, uccidere o torturare. Perché? Perché l’altro ha smesso di essere un compagno per diventare una cosa pericolosa. Le cose possono essere uccise, ma una persona no.

La cosificazione dell’altro è innata negli psicopatici, ma in molti sistemi politici è diventata un’ideologia.

Persona versus cosa

Questo è il dilemma presentato all’uomo che aprendo la porta di casa riceve il seguente ordine: “Stai zitto, fermo, o ti ammazzo”. In questo momento la vittima non ha la dimensione in tutta la sua grandezza che la persona che impartisce l’ordine può davvero ucciderla, ferirla o danneggiare completamente la sua casa. Quindi, a volte decide di affrontare chi, dalla parte sua ha un chiaro obiettivo perché sta facendo il suo mestiere – quello del delinquente – perché per lui si tratta di un lavoro e la persona che ha di fronte (la vittima) è soltanto un disturbo, appunto, una cosa. Da notare la differenza tra le due psicologie: da una parte abbiamo lo psicopatico che sta facendo il suo ‘lavoro’, dunque per lui la cosa (la vittima) è un ostacolo che, se lo disturba, va ucciso senza problemi; dall’altra parte c’è una persona che si sente aggredita (la vittima), perché arriva a casa e si ritrova con una persona armata (il delinquente). C’è una distanza psicologica notevole, che si verifica nella maggior parte della popolazione. Poche sono le persone aggredite che vanno in giro armate e ancora di meno chi si compra un’arma con l’intenzione di affrontare eventualmente un delinquente. Difficilmente le persone reagiscono con aggressività, forse capita quando un delinquente incontra una persona con le sue stesse caratteristiche. Di solito la distanza psicologica tra uno e l’altro è decisiva, e il delinquente lo sa.

MANIPOLAZIONE E COERCIZIONE

La cosificazione ci permette di spiegare molte delle azioni psicopatiche. Riscontriamo che sono egocentrici, manipolatori, che usano gli altri per raggiungere loro obiettivi.

Una persona può essere manipolata unicamente se prima è stata sedotta, se è stata catturata prima. Nessuno può manipolare qualcuno contro la sua volontà. Nessuno può obbligarlo a far qualcosa che non abbia voglia di fare. Qui urge una divisione virtuale tra ciò che una persona logicamente vuole fare e ciò che irrazionalmente desidera fare. Da questo punto di vista, della logica dell’individuo, dei parametri delle cose che devono essere fatte, uno può dire “io non volevo”, “sono stato costretto a farlo”. Tuttavia, dal punto di vista irrazionale può darsi che non sia così. Qui entriamo nel nucleo della psicopatia e del suo rapportarsi agli altri. Io credo che gli psicopatici puntino a questo, che possono oppure hanno la facilità di captare i bisogni irrazionali degli altri. Quando truffa un individuo lo psicopatico, in realtà, lavora sull’ambizione dell’altro, offrendogli un “guadagno ingente”, qualcosa che in situazioni normali sarebbe molto difficile acquistare. Ossia,  lo psicopatico lavora sul lato ambizioso dell’altro e dopo,  evidentemente, lo imbroglia. Ricordo il caso di un venditore ambulante che vendeva, in giro per le province, registratori di cassa a un prezzo molto più basso del costo di produzione (aspetto di cui erano a conoscenza i compratori); ma al panettiere vendeva una macchina specifica per il bottegaio e vice versa. Quando il compratore lo chiamava disperato perché quel tipo di registratore di cassa era inutile per lui, il truffatore generosamente cambiava il registratore, lo faceva come un favore fatto, cambiandolo per “un altro modello” che “purtroppo” aveva un prezzo molto superiore.

La manipolazione implica anche un grado di libertà del manipolato, che si sottomette, è diversa dalla coercizione, che è quando si utilizza la forza, oppure un meccanismo di forza nel senso fisico o  psicologico, con l’intenzione di costringere l’altro verso una direzione. Qui la paura è sfruttata in ogni suo livello.

QUANDO UNO PSICOPATICO È UNA RISORSA PER IL GRUPPO?

Uno psicopatico è di utilità generale sempre e quando gli interessi generali coincidano con i suoi obiettivi. In queste circostanze vediamo dall’esterno lo psicopatico generoso, altruista, che si sacrifica. E, tuttavia, egli sta inseguendo come sempre esclusivamente i suoi obiettivi. Il punto è che l’interesse generale e l’interesse particolare dello psicopatico coincidono. Quando questo interesse generale smette di coincidere con il suo, lo psicopatico comincia a minare il tutto.

La captazione dei bisogni altrui

Questo tipo di personalità ha la rara abilità di captare i bisogni altrui. Questa capacità determina un tratto importante, quello della seduzione, poiché attrae gli altri all’interno del circuito psicopatico. È come se lo psicopatico dimostrasse di aver bisogno di voi ma che siete voi, essenzialmente, ad aver molto più bisogno di lui. Ecco come inizia il circuito tra lo psicopatico e gli altri. Si crea un circuito mutuo per sanare i reciproci bisogni. Questo concetto sarà sviluppato nelle conclusioni quando parleremo della comunicazione e su come viene impostata dallo psicopatico, sempre con base nei modelli irrazionali della sua vittima.

Se consideriamo la loro intelligenza nella manipolazione, ci rendiamo conto che è molto difficile resistere al loro approccio. Rapportarsi con uno psicopatico è un biglietto di andata con un ritorno complesso.

Non tollerano il fallimento e meno ancora la frustrazione

Denominiamo fallimento lo intentare un’azione, portarla avanti e alla fine ottenere un risultato sfavorevole. Parliamo di frustrazione quando ci troviamo di fronte a un ostacolo talmente difficile che non possiamo nemmeno provare ad aggirarlo per raggiungere il nostro obiettivo. Il fallimento (provare a far qualcosa che finisce male) genera collera, rabbia e colpa per non aver previsto le conseguenze dell’azione, ma lascia sempre un insegnamento “Se avessi fatto così, sarei riuscito”. La frustrazione, invece, (non riuscire a portare avanti l’azione) genera una sensazione di impotenza.

Quando falliamo ci mettiamo a studiare tutti i passi che ci hanno portato al risultato sfavorevole. È così che impariamo, sentendoci in colpa per gli errori commessi.

Difesa alloplastica

Che cosa accade, invece, con lo psicopatico? Lo psicopatico non fa questo tipo di ragionamento. Lo psicopatico fa ciò che chiamiamo  difesa alloplastica. “Mi hanno fatto fallire”, scarica le sue responsabilità sugli altri. Non riesce a fare l’insight, a dire “Sono stato io il responsabile, per questo e quello motivo”. Conosciamo bene gli psicopatici che si dichiarano “innocenti di tutto”: quando non riescono a progredire nella vita, dicono che la responsabilità è del Paese, che in America sarebbe stato diverso, che avrebbero potuto vincere, ecc., ecc.

Usano sempre la difesa alloplastica, non si assumono mai alcun tipo di responsabilità.

La colpa

Per riuscire a provare sensi di colpa una persona deve sentirsi responsabile di quello che fa, deve avvertire che ha fallito. Quando considera responsabili gli altri, l’ambiente o le circostanze come fattori determinanti del suo fallimento, lo psicopatico elimina la colpa.

1. Perché uno psicopatico non prova sensi di colpa?

a) Perché ritiene gli altri ‘cose’, non persone;

b) Perché possiede una scala di valori diversa dalla nostra.

2. Perché la sua scala di valori è diversa? Da dove deriva? È stata importata da qualche parte? Com’è possibile che abbia una scala di valori diversa dalla nostra se è nato con noi, giocava a calcio con noi, ha frequentato la nostra stessa scuola e i nostri genitori si conoscevano?

Succede che l’egocentrico è più attento ai propri bisogni rispetto a quelli del gruppo.

Ci sono molte persone così, le chiamiamo egoiste. Si giustificano ma sanno perfettamente di aver commesso qualcosa di vergognoso. Non per questo possiamo dire che sono psicopatiche. Ricordate che gli psicopatici sono pochi. Non confondete lo psicopatico con l’egoista, il nevrotico, con l’ambizioso, che sono altre varietà della specie umana. Perché non provano sensi di colpa gli psicopatici? I valori morali ci vengono impiantati dall’esterno e l’individuo impara ad assimilare la maggior parte. L’invididuo cresce immerso nei valori dell’ambiente. Perché decide di rispettare una norma? Per evitare la pena, tanto per cominciare.

3. Lei sta dicendo che una persona è quindi costretta a essere buona, sta andando contro Socrate e contro Rousseau (L’uomo nasce buono, ma la società lo rende cattivo)?

Rispettiamo una norma perché in fondo crediamo che sia una cosa buona per tutti, per il gruppo. Non c’è premio che costringa una persona a rispettare una norma, a ubbidirla con lealtà, degnamente, quando l’individuo sa che è stata fatta contro se stesso. Rispettiamo le norme perché in fondo crediamo che siano nate per tutelare il bene comune.

È un dato di fatto che rispettiamo le norme per proteggere la collettività, il bene comune. Siccome la società dovrebbe proteggere l’individuo, il sistema si autogestisce: io rispetto la legge e la società deve proteggermi, così come ai miei figli, ecc., perché rispettare la legge corrisponde a ciò che chiamiamo ‘bene comune’. Quando un individuo trasgredisce la legge si sente in colpa. Perché? Perché trasgredisce la legge o la norma passando attraverso di essa, perché l’ha introiettata, è dentro di lui. Sa interiormente che ciò che sta per fare  non è bello e prova quel dispiacere interno che chiamiamo colpa. Non soltanto lo sa, ma anche lo sente. Non solo conosce le parole, ma anche la melodia, la musica della norma. Una persona calpesta la norma e la trasgredisce, però il prezzo è la colpa. Sa e sente quando fa qualcosa di sbagliato.

Siccome lo psicopatico non ha introiettato la norma, la mette ai margini. Per lui la norma è un ostacolo, una pietra da saltare. Non è dentro di lui. Conosce le parole ma dentro di sé la musica non c’è, non c’è la melodia, il sentimento, non sente nulla di tutto ciò. Gira intorno alla norma come un ostacolo. Conosce la norma perché cognitivamente non è un menomato mentale, ma non conosce il sentimento, non dà importanza al bene comune, forse nemmeno crede che esista il bene comune.

Per questo la tipica risposta quando chiediamo a uno psicopatico “Perché hai fatto questo se non fa bene, se non è normale, se non è buono?”. Ecco la sua risposta “Chi stabilisce cos’è normale? Chi, due o tre vecchi (come diceva un mio paziente) riuniti per dirci, cos’è cattivo e cos’è buono?”. Una persona che ha chiaro il concetto del buono e del cattivo, che l’ha introiettato, non si pone la domanda. La maggior parte di noi non mette in discussione simili concetti. Li prendiamo come un atto “quasi religioso”, un atto di fede, senza mettere di mezzo la ragione, senza perdersi in analisi varie. Le cose sono così e basta. Sappiamo che certe cose non si fanno, che gli altri non lo devono fare a noi e sappiamo cosa dobbiamo fare e cosa no. Non c’è bisogno di ingegnarsi per spiegare e analizzare ogni momento, ogni nostra azione per comprendere se è buona o cattiva.

In realtà la ricerca del bene comune possiede un maggior peso per quanto riguarda la morale.

La morale è la forma esplicita e semplificata di parlare del bene comune, è un concetto molto più profondo, implicito. È dentro di noi, qualcosa che appartiene alla sfera intima di ognuno.

4) Una persona altruista può coprire un egocentrismo psicopatico segreto?

L’altruista è colui che, manifestamente, tende ad agire in beneficio della comunità, degli altri. Ecco che le motivazioni che portano una persona a essere definita ‘altruista’ dagli altri sono certamente varie. È probabile che un’altruista sia una persona buona. C’è questa possibilità. Meglio non pensare che dietro un’altruista ci sia una sublimazione, nel senso detto da Nietzsche. “Attenti agli altruisti e alle persone d’animo caritatevole: cercano di ripulirsi”, ecco cosa diceva lui, in Genealogia della morale. Ovviamente ci sono persone altruiste buone, perché crediamo che nel mondo ci siano più brave persone. Certamente, con base nel lavoro che facciamo, ne abbiamo viste di ben poche.

Quindi, se una persona non ha introiettato i valori che la circondano è bene porci due domande:

Perché lo psicopatico non prova sensi di colpa o vergogna? Vergogna è una manifestazione sociale di colpa o di senso del ridicolo. La colpa è più intima, la vergogna è la manifestazione sociale della colpa. Perché non imparano con l’argomentazione e nemmeno da certe esperienze? Perché per lui ciò che ha fatto va bene. Il suo agire è egosintonico (n.d.t, cioè, coerente con la sua personalità). Se capiamo questo aspetto, è più facile comprendere il resto. Per lui, ciò che fa è corretto e conforme alla sua scala di valori, agisce con correttezza verso i suoi codici interni. Quindi, se dentro di sé è stato corretto e la cosa va male il responsabile non è mai lui, ma gli altri. È la difesa alloplastica. Per questo lo psicopatico commette gli stessi errori sempre.

Bumke diceva che lo psicopatico torna ad agire allo stesso modo come in un’unica fotografia riprodotta tante volte. Sembra replicare le sue azioni all’infinito. Una persona alla quale è capitata di lavorare, da professionista, con questa categoria di esseri umani osserva che qualche volta commettono gli stessi errori allo stesso modo, ma con distinti oggetti (‘oggetti’ visti qui come coloro che gravitano attorno a loro, gli esseri umani). Variano gli oggetti, ma l’agire, il modello di azione dello psicopatico è sempre lo stesso. Per questo gli americani, popolazione numerosa, di più di 200 milioni di persone, abituati a dover studiare un numero maggiore di casi, cercano un modello di condotta asociale. Cercano i famosi ‘serial killer’ inseguendo un modello di condotta, consapevoli della ripetizione dello stesso modo di agire, come ci insegna Bumke.

L’autopunizione dello psicopatico

Lo psicopatico si punisce fortemente, molto più duramente e con più crudeltà dell’utilizzata dai suoi giudici. Perché diciamo questo? Quando uno psicopatico potrebbe prendere decisioni più estreme dalle adottate ipoteticamente dalla società?

Quando uno psicopatico si punisce lo fa nel modo psicopatico. Si punisce quando si accorge di aver violato i suoi valori, quando ha rotto le sue regole interne, le sue norme di condotta, ecco perché si punisce a volte con moltissima crudeltà, molto severamente. Chi lavora con degli psicopatici si rende conto di questo meccanismo, sa che possono commettere i peggiori misfatti nei confronti degli altri, mettendosi ai margini della colpa. Improvvisamente fanno un qualcosa che per voi che osservate è una sciocchezza, una cosa senza importanza, e allora s’infliggono delle punizioni sproporzionate. Ciò accade quando l’ipotetica sciocchezza è contraria ai loro codici interni. È il caso di alcuni rari suicidi messi in atto dagli psicopatici, per esempio. Ossia, c’è un meccanismo di autopunizione molto forte nello psicopatico. Un meccanismo che raramente è messo in atto, ma che segue sempre la sua logica. CONTINUA…

____________________________________________

[1] Pinel, Philippe “Tratado médico filosófico de la enajenación mental o manía”, Ediciones Nieva, Madrid 1988

[2] Oates, J., Babilonia, Ediciones Martínez Roca, Barcelona, 1989.

[3] Bercherie, Paul, Los fundamentos de la clínica, editorial Manantial, Buenos Aires, 1986.

[4] Berrios, G. “Puntos de vista europeos en los trastornos de la personalidad”, Comprehensive Psychiatry, Nº 1, 1993.

16 pensieri su “Personalità psicopatiche – Hugo Marietan (Parte I)

  1. Ben trovata Claudileia! Ho ancora bisogno del tuo aiuto. Pur avendo compreso molto di quanto mi e’ successo, sento di affidare ancora il valore che do’ a me stessa al giudizio, alla disponibilita’ di una certa tipologia di persone che conosciamo bene. Il tentativo di avvicinamento da parte mia all’uomo del treno (ti ricordi? ) e la sua non disponibilita’ mi creano malessere ed il solito pensiero di non essere all’altezza di questa tipologia di uomini (aspetto severo, passa tutto il tempo del viaggio in treno a leggere senza mai alzare lo sguardo, rigidita’ anche fisica). E la storia sembra ripetrsi…. e non so se lasciar perdere o tentare ancora. Un abbraccio e ancora bentornata, grazie.

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    1. Grazie, carissima Anna! Andiamo al tuo aggiornamento della situazione. Ovviamente l’uomo del treno rappresenta una sfida per te, esattamente come il tuo ex. Qui c’è da chiedersi: ce la fai a provare desiderio per un uomo che manifesta per te, al primo sguardo, totale disinteresse? Hai già capito cosa ti attrae in questa persona, cioè, la somiglianza sbalorditiva con il tuo ex e quindi proviamo a fare insieme un piccolo esercizio, quello di immaginarci al posto suo. Immaginiamo che sei tu con il broncio, il tuo libro e un’aria indifferente su quel treno. Ad un certo punto si avvicina un uomo che non ti fa alcun effetto. Puoi avere soltanto due tipi di reazioni: 1) una infastidita; 2) una aperta. Supponiamo che quel uomo non ti dica assolutamente nulla e quindi lo rifiuti perché hai un compagno, perché te ne vai all’estero e sei solo di passaggio, perché sei omosessuale, perché ti devi occupare della tua mamma anziana e via col tango. Quindi l’uomo, profondamente vessato, si allontana e cerca di evitarti esattamente come te che hai capito il suo interesse. Un interesse che t’infastidisce e basta. Il viaggio quotidiano diventa un po’ imbarazzante, vorresti prendere un’altro treno pur di non incontrare quella ‘persona che ti fissa’. 2) Apertura: tu cominci a chiacchierare con l’uomo, alla fine lo trovi simpatico, è carino, gentile, ti attrae pure. Cominci a pensare: “Perché no? Sono sola, non ho impegni altri!” Cominciate a fare conoscenza, a frequentarsi, a prendere il caffè, andate a mangiare la pizza, lui si confida, tu ti confidi, la cosa comincia a svilupparsi piacevolmente… Il punto è che non sai di essere stata cercata PERCHE’ TI SOMIGLI TANTISSIMO ALLA SUA EX. Non sai che tutto il tempo lui ti sta valutando, forse paragonando con l’altra. Non sai che se l’altra riappare dal nulla ti sentiresti soltanto un surrogato della donna originale. Qui sorge una domanda: quanto peso daresti a tutto ciò? Io mi sentirei un po’ a disagio e forse la cosa mi farebbe molto soffrire se a quel punto i miei sentimenti per quella persona avessero raggiunto un livello superiore. Mi stai chiedendo: ci provo ancora? Solo tu puoi saperlo. Il bello della vita è questa incognita costante, è questa assoluta e totale mancanza di controllo in situazioni simili. Un abbraccio fortissimo, cara! C.

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  2. Sei spietatamente realista, come sempre! Quindi tu dici che anche nella migliore delle ipotesi il mio comportamento sarebbe scorretto perché comunque tutto è partito dalla somiglianza IMPRESSIONANTE con l’ex NP e se anche lui fosse disponibile , io non farei altro che fare parallelismi e confronti tra i due a sua insaputa, giusto?

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  3. In effetti i confronti li farei e se le parti fossero invertite e lo venissi a sapere, me ne dispiacerei. Se non lo venissi mai a sapere, sarebbe comunque un comportamento scorretto. E siccome di “scorrettezze” ne abbiamo abbastanza e non voglio allungare la lista, cercherò di mettermi l’anima in pace. Grazie, sempre grazie.

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    1. Figurati, cara Anna. La vita è imprevedibile e tutto può succedere, ma possiamo in qualche modo prepararci alle eventualità serenamente conoscendo meglio i nostri bisogni più arcaici e profondi e imparando a sanarli senza coinvolgere nella nostra anima travagliata persone ignare della loro funzione ‘guaritrice’. Sarebbe una scorrettezza non solo con loro, ma anche con noi. Lo vedo comunque come un passo in avanti, cioè, stai procedendo per tappe: un’altra persona è riuscita a farti ‘sognare’, si è introdotta nei tuoi pensieri. Purtroppo era troppo simile all’altro (e così non vale :-)) ma la sequenza è giusta. Piano piano le somiglianze cominceranno a recarti un certo fastidio e inquietudine… fino a farti trovarsi accanto ad una persona che ti sta simpatica o che ti attrae perché è fatta di una certa maniera, tutta sua, inedita, diversa ma senza quel ‘qualcosa di misterioso e inafferrabile’ venduti dai narcisisti come ‘qualcosa di speciale’, anziché una fregatura bella grossa!

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    1. Cara Anna, stai parlando dell’altro e non di questa persona. Hai visto come ti senti? Il modo come il semplice rifiuto di una persona che nemmeno conosci ti ha ferito? Non vivere questo rifiuto come un colpo alla tua autostima ma come un monito: il tuo interesse per questa persona era falsato e lui, anche senza sapere nulla su di te, in fondo ti ha spinto ad andare avanti con il suo “no”. La vita stessa a volte s’incarica di mandar via i nostri fantasmi, anche attraverso i “no” che ci dicono in faccia. Puoi sconfiggere la tua rabbia comprendendo che in realtà è la tua femminilità ad essere stata ferita in precedenza e che stai cercando un modo di mantenere fresca tale ferita per ravvivare il ricordo dell’altro. Cercando un approccio con un uomo simile e subendo il suo rifiuto hai riattivato tutte le sensazioni negative evocate dall’altro. Lascia andare i fantasmi, cara Anna. Non accade mai che ci facciano progredire, ma soltanto regredire a uno stato infantile e rabbioso. Un abbraccio forte!

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  4. Cara Claudileia, rifletterò sulle tue parole. Razionalmente capisco che hai ragione, spero di riuscire a “sentirle” anche dentro di me. Ti abbraccio anch’io.

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  5. Oggi su “La “Stampa” ho letto la recensione più che positiva dell’ultimo romanzo di un certo Massimo Carlotto, autore italiano che scrive molto apprezzati “noir”. La recensione l’ho trovata agghiacciante, il tema dell’ultimo romanzo (un raffinato musicologo che uccide le donne per derubarle delle loro borse ed osservarne indisturbato il contenuto così da immaginarne le vite) , pure. Si, certo, il male è sempre esistito ed è sempre stato raccontato sia al cinema che nella letteratura, però devo dire che ho provato veramente disagio. Volevo solo condividere questa sensazione. Un abbraccio a tutti voi.

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    1. Cara Anna, per una certa editoria italiana soltanto in questo modo si può parlare di ‘femminicidio’. La voce delle donne è ancora una goccia nel mare. La manipolazione nella coppia è un tema che fa paura perché mette a repentaglio il concetto che gli stessi editori hanno dei rapporti di coppia, lo stesso si può dire della violenza di genere. Come si spiega il successo di libri in cui il sesso sadomaso fa da protagonista? Libri scritti da donne? Bene, l’editore parte dal suo personale concetto di rapporto di coppia e lo fa diventare un prodotto di massa, un desiderio, una fantasia, ecc. attraverso una campagna di marketing quasi grottesca in cui il desiderio di potere e di controllo del maschio passa ad essere auspicato anche dalle donne. I sentimenti autentici, le dinamiche familiari contorte, la violenza familiare, il bullismo, ecc. sono ritenuti temi ‘che non vendono’ e argomenti ‘che non interessano al lettore’. Meglio le commedie romantiche (i romanzi rosa), le storie patinate, i gialli, i noir e gli erotici, i fantasy e gli young adult, l’umorismo e i classici. Un lettore maturo non interessa all’editoria: l’importante è non pensare. Ci vuole un lettore che acquisti (consumi) di tutto, cioè, un lettore poco maturo perché stordito da una massa di pubblicazioni indiscriminate che alla fine dei conti non lascia alcuna traccia di sé nella mente del lettore e del libraio. In questo senso gli editori più piccoli e medi sono infinitamente più coraggiosi dei grossi. Un abbraccio forte, cara!

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  6. Condivido pienamente la tua analisi. Sarà per questo che tendo a leggere sempre e solo classici e , ultimamente, libri di storia. Sono contenta che la pensi alla stessa maniera. In fondo, se non fossi emotivamente “scombinata”, sarei una cara personcina!!!!. Purtroppo il desiderio di riscatto risalente all’infanzia/adolescenza ha molto condizionato negativamente la mia vita sentimentale attirandomi verso tipologie di persone che non provavano per me lo stesso tipo di interesse. Ora ho chiaro tutto ma resta l’amarezza del non capire perché queste persone sono state per me sempre irraggiungibili. Uno vorrebbe capire sempre tutto, con la ragione si pensa che tutto sia più accettabile ma non tutto forse è spiegabile. Un carissimo saluto.

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  7. Cara Claudileia, vorrei chiederti un chiarimento a proposito delle personalità psicopatiche. Questa tendenza ai rapporti via chat, fare sesso virtuale magari con una collega è anche questa una forma di narcisismo? Ho questo collega, che mi piace molto, siamo in sedi distaccate e sono forse un paio di mesi che ci messaggiamo con una certa frequenza e telefoniamo, seppur un po’ più di rado, ma spesso.
    Già dopo i primi contatti ha iniziato uno strano minuetto…un classico da chat erotica…come sei vestita, dove sei ora, ma che biancheria indossi…bla bla bla.
    Premetto che non mi scandalizzo facilmente, ma ho reputato l’approccio quanto meno prematuro: sesso virtuale lo si può fare non dico NO, ma con il proprio patner, dove c è stato tutto il resto prima.
    Dopo una serata diciamo ‘fantasiosa’, successivamente mi sono sottratta a ripetere l esperienza (…anche qui, esperienza de che???).
    Non vedo nel soggetto la volontà reale di approfondimento della conoscenza con un incontro davanti ad un caffè o un aperitivo, rimane tutto futuribile chiaramente nel tentativo di ammorbidirmi e farmi ‘virtualmente sua’.
    Tutto questo per chiedere, di chi stiamo parlando in questo caso?
    Chi ho davanti? Sembrerà strano ma ho passato 2 anni con un narcisista senza sapere che questo era il suo nome, ora vorrei sapere il nome di questo mentre lo saluto.
    Grazie

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    1. Cara Piera, è evidentemente una persona che non vuole impegnarsi ma sfruttare il tuo potenziale erotico per ricavarne energia. Si eccita più con il virtuale che con il reale, il che non vuol dire necessariamente avere un disturbo. Mi sembra che il tuo collega non abbia tanta voglia di vivere con te un rapporto normale e che preferisca eccitarsi in questo modo. C’è da dire che la condivisione di questo tipo di materiale rende ricattabile chiunque, quindi a prescindere di cosa vuole da te o degli ipotetici disturbi che abbia, cerca di tutelarti al massimo per evitare episodi spiacevoli che possano ledere la tua immagine a lavoro. Purtroppo, uomini e donne disposti a tutto pur di avere un po’ di adrenalina nella vita va di moda!

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  8. …come pensavo.
    A questo punto, visto il ‘materiale’ che mi ha inviato, in assenza di un elegante nome scientifico, saluto IL FESSO e grazie ancora a te.

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