Morale perversa: edonismo e trasgressione – Prof. Juan José Ipar

Fonte: http://www.marietan.com/material_psicopatia/Ipar_etica_perversa.htm

Trad. Claudileia Lemes Dias

“Il perverso appare nei suoi racconti come colui che è coraggioso, l’unico che osa andare alla ricerca del piacere nei luoghi in cui suppone sia la sua fonte, cioè, nella malvagità. Avanza trionfalmente laddove il nevrotico retrocede perché spaventato, ed è questo presunto “coraggio” e “superiorità” a sorreggere la sua intera personalità. Si tratta, in sostanza, della stessa cosa che accade a certi moralisti recalcitranti così vicino alla perversione: anch’essi trionfano alla loro volta sulle esigenze della carne, cioè, godono accusando la gente comune di lasciarsi tentare e di peccare ma, così come i perversi, si nutrono dalle persone che perseguitano e condannano grazie a una struttura mentale totalmente reattiva e fasulla.”

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Morale perversa: edonismo e trasgressione1

Prof. Juan José Ipar2

Ci occuperemo qui di alcune caratteristiche circa la morale sfoggiata, ostentata, da alcuni soggetti perversi, così come il modo in cui la loro impostazione morale si sovrappone a una sorta di dottrina del piacere. Inoltre faremo –come evitarlo?-  un paragone tra i soggetti nevrotici e psicotici.

Tra il piacere (Lust) e il godimento (Genub)

La distinzione tra piacere e godimento, così come la utilizziamo oggi sotto l’influenza di Lacan non ha riscontri in Freud, il quale usava entrambi termini disponibili in lingua tedesca, cioè, Lust e Genub. Freud non si opponeva all’utilizzo lacaniano dei termini ma, piuttosto, gli usava quasi indistintamente cercando di accoppiarli con altri opposti. Un paio di opposti molto conosciuti è quello di piacere/dispiacere (Lust/Unlust) come due principi del funzionamento mentale, l’altro è quello di godimento/dovere (lavoro) (Genub/Arbeit), tale come descritto in “L’avvenire di un’illusione. In questo testo Freud immagina timidamente una società futura nella quale la cultura non sia più imposta ai soggetti con la violenza ma attraverso l’amore, ossia, una cultura in grado di riunire finalmente senza alcuna contraddizione il piacere e il dovere.

Per Lacan, tuttavia, esiste una chiara contrapposizione tra il piacere e il godimento (jouissance). Il piacere, come Principio del Piacere, appartiene all’ambito delle nevrosi perché condanna il nevrotico all’eterna ricerca dell’oggetto perduto (objet perdu) e della mitica e freudiana esperienza del soddisfacimento (Befriedigungserlebnis). Il dato importante è che nella nevrosi l’oggetto primitivo – che Lacan denomina ‘la Cosa’-  si è irrimediabilmente perso, poiché delegato dalla Metafora paterna al Significante materno sotto il bastone della repressione (Verdrängung). Questo è il motivo per cui l’amore diventa fondamentale perché permette al soggetto di ritrovare, anche nell’immaginazione, l’oggetto perduto o almeno un sostituto equivalente. L’amore si nutre della sublimazione, questo è il motivo per cui Lacan afferma che sublimare è “elevare un oggetto qualsiasi alla dignità della Cosa”. La sublimazione è, come si vede, un quid pro quo, prendere una cosa per l’altra, per la Cosa, appunto, soltanto che – piccolo particolare – detta confusione cambia il registro dell’incontro con l’oggetto che passa dal suo essere inquietante e angosciante all’essere egosintonico e piacevole. Come abbiamo accennato (Seminario 7), Lacan trova una relazione tra il Principio del Piacere e la nozione aristotelica di autómaton, termine che possiamo tradurre come “spontaneo”,  una sorta di imprevisto che va oltre ogni intenzione espressa dal soggetto. Il che vuol dire che il Principio del Piacere agisce sul soggetto senza alcun tipo di premeditazione, che non dipende dalla sua volontà; ossia, il soggetto va alla ricerca del suo oggetto erotico senza sapere con certezza cosa sia né perché trova quel che trova. In Freud (La Dinamica della Traslazione, 1912), scopriamo che emergiamo dell’infanzia con un Klischee che domina la nostra vita erotica e sentimentale e che detto Klischee sarà eventualmente la chiave e il modello (Vorbild) dei processi transferali.

Il godimento, tuttavia, appartiene alla psicosi e rappresenta un tentativo per parte del soggetto di andare oltre a ciò che il Principio del Piacere gli permette per raggiungere la Cosa oppure l’oggetto incestuoso primitivo. Questa tremenda situazione è possibile – si fa per dire – perché lo scudo protettivo della metafora paterna non si è installato sul soggetto, che resta così esposto alla prossimità della Cosa, il che destabilizza il suo rapporto con la realtà consensuale.

La posizione soggettiva del perverso

Il problema sorge dalla definizione paradossale che i lacaniani ci danno del godimento quando lo definiscono attraverso la formula che afferma: Lust im Unlust, c’è piacere nel dispiacere. Questo implica che il godimento (Genubjouissance) è un tipo di piacere e che piacere e godimento non si escludono a vicenda esistendo, quindi, un rapporto di genere e specie secondo il quale il piacere sarebbe è il genere e il godimento una delle sue specie. La sorprendente idea che qualcosa di spiacevole venga cercata dal soggetto come se trovasse in essa  un piacere è sempre difficile da spiegare, nonostante la pratica clinica ci offra degli esempi efficaci di come stanno le cose. Masochismo primario, pulsione di morte, transfer negativo, invidia primaria, auto distruttività e godimento lacaniano sono gli  artefatti teorici che la tradizione psicoanalitica ha coniato per studiare questi fenomeni morbosi. In questo senso, il godimento non è un’esclusiva degli psicotici. Lo dico perché tante volte capita di trovare in letteratura espressioni del tipo “godimento isterico” o “godimento nevrotico” per indicare che anche i nevrotici si aggrappano a certe situazioni spiacevoli perché trovano in loro un’indescrivibile delizia.

La definizione di godimento come Lust im Unlust è, quindi, applicabile a tutti gli esseri umani senza alcuna distinzione, il che significa che dobbiamo cercare una formula esclusiva per gli psicotici, tema del quale tratteremo prossimamente perché ciò che ci interessa qui è la posizione dei perversi per quanto riguarda il piacere, il godimento o come lo vogliamo denominare. Freud affermava che i perversi vanno alla ricerca del piacere più dei nevrotici, convalidando ciò che affermavano molti di loro, cioè, che avvertono il bisogno di raggiungere le vette del piacere, di convertirsi in maestri della sessualità, in custodi esclusivi di una conoscenza circa queste faccende molto superiore ai comuni mortali. Freud attribuiva questa ricerca del piacere al fatto che la legge non ha alcun effetto repressivo con i soggetti perversi, essendo efficace unicamente nei confronti dei soggetti nevrotici. Tuttavia, Freud chiarisce che la repressione potrebbe essere presente in qualche modo in alcuni soggetti ritenuti perversi: i feticisti, per esempio, ignorano il significato (Bedeutung) del proprio feticcio e quindi ignorano la legge.

In ogni caso è difficile identificare la posizione del soggetto perverso per quanto riguarda il piacere: non c’è godimento nel senso della pretesa di raggiungere ‘quel qualcosa’ come nel caso degli psicotici. Possiamo dire, però, che nei soggetti perversi la ricerca degli oggetti è stereotipata, esattamente come quella dei soggetti nevrotici, il che ci costringe a pensare che una sorta di *automatismo sia comune a entrambi. Di conseguenza, il desiderio dei perversi e dei nevrotici è delimitato da una sorta di legge. Parliamo sempre dell’identificazione del perverso con il freudiano padre dell’ orda, come Uno incomparabile che non ammette restrizioni al proprio godimento. Tuttavia, il Padre dell’orda era il proprietario di tutte le donne, non si trattava di soggetto incestuoso che intendeva possedere la madre. Per il perverso la figura della madre è rimpiazzata dall’insieme rappresentato da “tutte le donne”. Il nevrotico, invece, segue una linea di equivalenze sempre più limitata: da “tutte le donne“ passa a “alcune donne” per arrivare poi a “una donna”,  identificata come “questa donna” (esogamia, matrimonio monogamo, voto di fedeltà, etc.).  In realtà, la presa di possesso della madre non avviene mai nel perverso mentre è chiaro che tra gli psicotici c’è una sorta di madre-Cosa che prende il possesso del figlio, controllandolo a suo piacimento.

Per come sembra, dobbiamo ammettere che questa identificazione con il padre primitivo salva il perverso della Cosa materna perché gli permette di conservare un rapporto stabile con la realtà. E così, se da una parte il soggetto perverso afferma di pretendere un godimento senza restrizioni – dichiarandosi libero per quanto riguarda il desiderio –  allo stesso tempo la rigidità dell’atto perverso che commette è tale che ci porta a sospettare delle sue parole, imponendoci la necessità di guardare il tutto da una prospettiva diversa.

Queste difficoltà trovano una nuova luce quando mettiamo sotto la lente d’ingrandimento il rapporto del soggetto perverso con la Legge, per come si è verificata in lui la metafora paterna (l’impianto di una repressione nel suo psichismo in chiave freudiana) e quali vicissitudini ha subito la sua identificazione primaria con il padre primitivo. Afferma il marchese di Sade: “qualsiasi cosa tranne il pene nella vagina” [chiedo scusa per la citazione a memoria]. Con questa affermazione Sade proclama chiaramente di essere consapevole sulle limitazioni della Legge morale sessuale, ossia, egli è informato della sessualità come atto procreativo, sa del coito eterosessuale ma resiste a questa imposizione generando alla sua volta un’altra che predica l’esatto opposto: lo slogan perverso in qualche modo riproduce ironicamente il mandato sociale e trova la sua ragion d’essere nella sua trasgressione. Seguendo la linea freudiana sulla paura (Verleugnung) della castrazione e dell’orrore nei confronti della vagina dentata, sorge il problema di cosa fare con l’organo femminile. In Justine, egli propone di trasformarla in ano, cospargendola di escrementi per poi ripulirla con la lingua. In La filosofia nel boudoir la scelta è più radicale. Quando appare una madre alla ricerca della figlia, essa viene torturata, offesa e vessata in mille modi fino a raggiungere l’apice della depravazione quando i presenti libertini decidono di suturarle la vagina, sopprimendo così la fonte dell’orrore, la causa ultima alla base del piacere perverso.

Piera Aulagnier (La struttura perversa) sostiene che il soggetto perverso è rimasto bloccato dall’orrore della vagina perché non è stato capace di trasformare il fascino/orrore iniziale attraverso il gioco dei bambini (il famoso “gioco del dottore”, cioè, la mutua e reiterata esibizione dei genitali tra bambini e bambine). Questo giustificherebbe, a suo dire, certe perversioni esclusivamente maschili in cui il ruolo delle donne è quello di restare in secondo piano, dirigendo le azioni dall’ombra in modo stranamente simile all’osservato in precedenza circa lo psicotico e la madre. In Relazioni pericolose di Ch. de Laclos, vediamo come Valmont crede e fa credere di essere un seduttore ineguagliabile, anche se poi si rende conto di essere soltanto una marionetta manipolata dalla machiavellica marchesa di Merteuil. Il romanzo evidenzia che questo soggetto apparentemente libero e consapevole lavora per il godimento di un’Altro, incarnato dalla mortifera marchesa. Ci accorgiamo anche in che misura Sade è riuscito a identificare nella figura della madre – una madre arcaica e vorace-  il vero nemico da affrontare. Abbiamo visto prima come la madre del perverso è un ‘deserto di godimento’ e come la promessa (Versprechen) del dono fallico fallisce, di modo che il futuro perverso deve affrontare soltanto la risoluzione dell’enigma del godimento fallico.

Il piacere perverso

Come conseguenza di quanto detto si conclude che i piaceri nella perversione saranno fedeli all’immagine speculare rovesciata dei piaceri che nascono in ambito nevrotico. Mentre il nevrotico gode inconsciamente nella rinuncia (Verzicht) all’oggetto perduto, e i suoi sintomi possono essere identificati nel festeggiamento perpetuo di tale gesto altruista fino all’apostasia, il perverso dimostrerà l’esatto opposto della rinuncia nevrotica.

I perversi si vedono come persone esuberanti e furbe. Sade si domandava sull’utilità di vivere frenando gli impulsi ignobili e malvagi: la cosa migliore e più facile per lui era sfogarli e poi usare l’intelligenza per sfuggire alla pena. Così come il cristiano cerca di imitare Cristo come esempio estremo di sottomissione alla Legge e alla mansuetudine, il perverso gode nella trasgressione e nella ribellione contro tutto ciò che è istituito e ritenuto socialmente prezioso. Qualcuno una volta ha detto – credo che Racamier – che non esistono persone isteriche in un’isola deserta a causa della mancanza di un pubblico per assistere all’esibizione dei loro martiri, un pubblico che sappia applaudire loro fascino multiforme. In realtà, in un’isola deserta non c’è un bel niente, cioè, una persona isterica non avrebbe un pubblico per dimostrare ‘la sua’ , laddove ‘la sua’, cioè, l’isteria come spettacolo, perderebbe la ragione di essere. Seguendo questa logica tantomeno avremo soggetti perversi in un’isola deserta, giacché, evidentemente, avrebbero bisogno di almeno un nevrotico che rimarcasse le differenze e stabilisse la propria superiorità. I perversi, come imitatori di Lucifero, vivono da coloro i quali diffamano e raggirano continuamente. Non riescono ad agire diversamente perché la loro posizione soggettiva è puramente reattiva e totalmente artificiale. Cosa ne sarebbe dei perversi se non riuscissero più a scandalizzare le persone di buon senso, i “normali”? Per fortuna loro questa condizione mai avverrà.

Frequentemente osserviamo che il piacere per molti perversi è “mentale” e considerevolmente lontano da qualsiasi sensazione piacevole prodotta dal contatto fisico diretto. Il piacere di umiliare è un buon esempio di questo. Piera Aulagnier considera uno dei prodotti della perversione trasformare l’umiliazione altrui in nutrimento narcisistico, lo stesso vale per il dolore in piacere, ecc. Ciò che i perversi non riescono a fare è trasformare l’orrore, per questo lo riproducono  adottando, come detto da Freud, una posizione attiva anziché passiva. La novella gotica del secolo XVIII (epoca tardiva e decadente del movimento libertino) esaltava l’orrore come valore estetico e le loro eroine deambulavano disperate per lugubri e umide prigioni sotterranee in cui, tra larve e carne in decomposizione, erano sottomesse ai crudeli tormenti oggetto della parodia di Sade in Justine. Il gusto per lo scabroso presente in tutti coloro che si guardano dentro con un po’ di sincera introspezione, viene esasperato, portato al limite e il piacere consiste nel portare alla luce ed esibire nei minimi particolari le inconfessabili verità occultate dagli altri. Il perverso appare nei suoi racconti come colui che è coraggioso, l’unico che osa andare alla ricerca del piacere nei luoghi in cui suppone sia la sua fonte, cioè, nella malvagità. Avanza trionfalmente laddove il nevrotico retrocede perché spaventato, ed è questo presunto “coraggio” e “superiorità” a sorreggere la sua intera personalità. Si tratta, in sostanza, della stessa cosa che accade a certi moralisti recalcitranti così vicino alla perversione: anch’essi trionfano alla loro volta sulle esigenze della carne, cioè, godono accusando la gente comune di lasciarsi tentare e di peccare ma, così come i perversi, si nutrono dalle persone che perseguitano e condannano grazie a una struttura mentale totalmente reattiva e fasulla.

Molto bene, ci vien da chiedere, il mestiere dell’analista allora è un mestiere perverso? Ciò che cerchiamo di fare con la psicoanalisi in cosa consiste? Non invitiamo il paziente a esprimere i propri desideri infantili e perversi affinché siano liberati? È una morale perversa la tanto decantata etica della psicoanalisi? Naturalmente queste sono domande retoriche perché le risposte sono evidenti, ma se lo facciamo è perché c’è davvero un accenno in molti scritti analitici in cui, a volte, non tanto sottilmente, l’idea che la psicoanalisi sia rivoluzionaria, ribelle e sovversiva nei confronti dell’ordine costituito, viene proclamata. La psicoanalisi è sì, corrosiva come qualsiasi analisi che parte dalla superficie (manifesta) alla profondità (latente):  ogni sapere che cerca di approfondire un argomento finisce per scoprire che le cose non sono come sembravano inizialmente. La psicoanalisi è, quindi, corrosiva, e in questa corrosione può trascinare la rivoluzione, la pietà, la fede o qualsiasi altra cosa, eccetto il famoso fondo roccioso che si presenta all’interno di ciascuno di noi. I perversi e gli psicoanalisti sono abituati a giostrarsi nel difficile limite tra il bene e il male, con la differenza che i primi proclamano con superbia la presunzione di essere arrivati “all’essenza” della sessualità e della natura umana in sé, essendo essa certamente malvagia. Tuttavia, esiste davvero qualcosa come “la natura umana” o si tratta, più semplicemente, della necessità che la morale possiede di supporre che l’uomo è malvagio o che possiede una predisposizione naturale alla malvagità e, quindi, che deva essere educato e migliorato di forma ossessiva? Oppure siamo una tabula rasa alla nascita e, se è vero che abbiamo delle idee innate, è stato Dio ad averle iscritte nel profondo delle nostre anime? In nessuno dei casi il male sembra un fatto inerente alla nostra umana condizione come molti pretendono di proclamare.

Il perverso diventa tale perché non crede nella bontà, tanto è verso che a un certo punto Sade afferma: che gusto c’è nel dare piacere agli altri se lo fingono ipocritamente? Il dolore, invece, è più certo perché possiamo essere ragionevolmente sicuri di saperlo procurare. L’ipocrisia, la finzione e la mancanza di ogni garanzia per quanto riguarda la verità di ciò che si dice sono gli elementi che guidano il perverso verso la perversità. Non funziona per lui il discorso della promessa (Versprechen) secondo la quale il bambino deve rinviare (aufschieben) il piacere fallico. L’ironico, ciò che non si dice, è che si tratta di un ritardo necessario perché il godimento fallico non è biologicamente disponibile per il bambino e il piccolo sceneggiato di promettere in cambio di un rinvio è qualcosa di artificioso nella misura in cui il genitore artefice della promessa sembra supporre che il godimento fallico sia alla portata del bambino. Questo gioco vitale di mezze verità viene protratto negli anni – un’eternità nell’ottica perversa – finché il giovane uomo si trova preparato al godimento fallico nei confronti della donna. Nel perverso il padre reale non funziona come nell’archetipo del padrone di tutte le donne né come l’ineguagliabile maestro della sessualità, pertanto non c’è una vera identificazione incosciente con lui, perché il bambino lo sostituisce e assume sin dall’infanzia il ruolo del ‘Goditore assoluto’. E lo fa come può: basicamente in funzione dell’onnipotenza anale, così come descritto in molti lavori della scuola kleiniana.

Una digressione pertinente. Andare “fino alla fine”  in analisi è il tema degli analisti. Freud lo vedeva come un’impossibilità: l’accettazione della castrazione trova il suo limite nel famoso “fondo roccioso”, limite oltre il quale il trapano psicoanalitico diventa inefficace, il transfer si negativizza e il paziente cerca di impegnarsi per porre termine all’analisi. Lacan, da grande studioso, propone alcune formule (attraversare il fantasma, passare dalla posizione dell’analizzante a quella dell’analista, per esempio) di modo ad accettare la fine del periodo di analisi, superando così la frustrante idea che non finisca mai, ma che  venga semplicemente interrotta in qualche punto ritenuto relativamente significativo.

Nel periodo più attivo e allo stesso tempo “perverso” del lacanismo è stata seminata l’idea che si poteva e si doveva andare felicemente “fino alla fine” dell’analisi. Oggi quell’ottimismo è regredito verso obiettivi meno ambiziosi.

La perversione del perverso, lo diciamo, sta nella sua perversità, cioè, nella volontà pienamente cosciente di trasgredire ogni legge e di deturpare la logica mentre gode – o almeno fa capire di godere –  della simulazione della permanente violazione delle regole davanti a un determinato pubblico. Quando cade Valmont dalla sua pozione di libertino goditore irresponsabile? Non quando lo sfida la marchesa ma molto prima, quando si scopre innamorato della presidentessa di Tourvel. Innamorandosi, Valmont rompe la legge del libertino, dopodiché la sua caduta diventa inevitabile. Lui non sa come rispondere all’amore di Mme. Tourvel perché soltanto lui può sedurre, ingannare e poi darsi alla fuga, anche se percepisce e apprezza l’amore offerto. Come Nosferatu, Valmont è distrutto dall’amore di una donna onesta, che lo ama appassionatamente, e quindi quando s’imbatte nella passione sincera, egli non sa come risolvere il suo legame perverso con la marchesa, passando ad agire meccanicamente. È l’amore l’elemento più odiato, oggetto dalla satira perversa. È l’amore ciò che viene ampiamente rimproverato da loro come una ‘necessità nevrotica’.

Una necessità che non è diversa, come scritto in precedenza, dal riscoprire una minima traccia dell’oggetto primitivo perduto, della mitologica Befriedigungserlebnis.

Non esiste, dunque, alcun tipo di piacere nella perversione diverso dall’obiettivo di “contestare” attraverso ‘piaceri grandiloquenti’, i ‘poveri piaceri’ alla portata dei cugini nevrotici. Tuttavia, anche se sembra un po’ banale osservare, riflettendo con più attenzione, ci accorgiamo che c’è un mondo di piaceri da esplorare.

Piaceri che i perversi cercano di auto caricarsi di maniera esclusiva, avocandosi l’importante funzione sociale di precursori dei piaceri vietati ai nevrotici con l’obiettivo di renderli ammissibili all’intera società. In contrapposizione, è giusto considerare che ogni nevrotico abbia bisogno di un perverso per specchiarsi e scandalizzarsi,  così da poter affermare con forza e determinazione “Io non sono come te”.

È così che tante volte due diventano uno, e saperlo non è poco.

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Note:

1 Tavola Rotonda Psicopatia – Tema: “Il Malinconico” A.A.P. Ottobre del 2002.

2 Dott. Juan José Ipar, psicoanalista, filosofo, Cattedra di Psichiatria della Facoltà di Medicina dell’Università di Buenos Aires

3 pensieri su “Morale perversa: edonismo e trasgressione – Prof. Juan José Ipar

  1. Ecco un altro, anzi altri, spunti interessanti. Sono mesi che rifletto sul trinomio: dominazione-sottomissione-dolore e a largo spettro sul perché sia così necessario nella società patriarcale (in varie forme non solo fisiche ma anche verbali e psicologiche) e così poco vicino al femminino che riscopre se stesso senza necessità di ferire ne proiettare sugli altri delle aspettative ma appunto godendosi il bello delle cose e rispettando se stess@, il tuo blog Claudileia mi sta fornendo tantissimi spunti di riflessione sugli argomenti che ormai da anni studio e cerco di auto analizzare facendo anche un lavoro costante su me stessa. Anche le riflessioni su un sentimento che dato dalla donna spaventa l’uomo è materia di analisi per me da almeno 15 anni, fortunatamente ho trovato molti spunti al riguardo compreso il tema della paura, il bisogno patriarcale di “non cedere” a tali lusinghe e quindi una visione distorta di quello stesso sentimento già vedendoli come lusinghe fanno questo e confermano la loro paura per me. Ci sono epiche storie dell’eroe (e qui si ritorna a ruoli e stereotipi) dove il maschio dominante non cede alla donna e alla sua avvenenza, non cede all’amore che prova nei suoi riguardi perché controllo e dominio sono più importanti della condivisione, ma avviene anche in altri mondi questo non solo in quello eterosessuale, una volta creati dei ruoli infatti in una società questi diventano come germi che infettano tutto, lo dico in maniera diretta, e appunto come viene sottolineato non fanno godere le cose belle che ci sono invece, vanno solo riscoperte.

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    1. Carissima Rossa, un uomo comune non si pone il problema del dominio e del controllo, della perdita dell’Io quando si confronta con la forza femminile. Anzi, nella donna dotata di forza e coraggio egli trova il suo rifugio, si rispecchia e ne va fiero delle sue conquiste perché lei è parte di lui e viceversa. C’è del sano narcisismo nella coppia sana e totale squilibrio laddove il narcisismo è patologico. Il perverso avverte il bisogno di annientare la sua preda per regnare sovrano: solo lui parla, esiste, fa, è… Ecco perché di solito quando la donna raggiunge un determinato livello economico, scopre un suo talento o le viene riconosciuto un certo merito, i soggetti n.p. cercano immediatamente di distruggerlo, di minimizzare il traguardo raggiunto dalla donna o di boicottarla su altri front. Spesso triangolano e infieriscono sulla sua femminilità con la scusa di farla restare con i piedi per terra quando, in realtà, cercano di dissimulare l’invidia che provano per i meriti della compagna di vita.

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      1. No un uomo comune non se lo pone è vero ma certo la società che viviamo non è paritaria e la base nella quale si muovono gli o le n.p. è quella di una società che fa leva sui ruoli e sulle discriminanti tra femminile e maschile, poi questo ovviamente è e resta un mio pensiero si intende, e un uomo che riesce a vedere quel femminino in se stesso è certamente molto in gamba calcolando che la società stessa invece lo vorrebbe in un ruolo di superiorità rispetto a quel femminino. Come sai le mie ricerche e il pensiero su questi temi è molto netto e lo è anche la mia storia, però concordo con te sul fatto che un uomo normale dovrebbe specchiarsi in una donna che scopre un suo talento e anche provare gioia per questo.

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