Il contatto zero come azione intelligente: la forza di volontà come il meccanismo più evoluto del cervello umano

Tratto da “Del narcisismo a la espiritualidad (El proceso de salir de sí mismo)”, Aurelio ARREBA, 2014[1]
Trad. C. Lemes Dias

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Chiunque intenda realizzare un’azione intelligente deve imparare a prendere in considerazione i quattro fattori di seguito, cercando di farli combaciare e sincronizzare molto bene: la conoscenza (di se stessi, degli altri e della situazione o problema affrontato), l’autocontrollo, la motivazione e la decisione–azione di cambiare.

LA CONOSCENZA: le persone che decidono di mettere in atto un azione consapevole cercano di essere oneste con loro stesse, e di vedere la propria realtà senza inganni o veli. Tutta la nostra vita, con le sue luci e le sue ombre, forma il materiale prezioso che ci aiuta a essere più vulnerabili, vicini, comprensivi e umani con i nostri coetanei e, in particolare, con le persone che abbiamo sotto la nostra tutela. La conoscenza di sé facilita l’approccio con l’altro, ci insegna ad essere empatici, ad entrare nei loro problemi e sentirci più umani, in sintonia con i loro difetti e faglie. Una volta che abbiamo una sufficiente conoscenza della persona, dobbiamo approfondire il tema proposto e studiarlo obiettivamente da tutte le angolazioni e prospettive, alla ricerca di punti di incontro, di strade che ci portano alla comprensione, dei metodi e approcci che ci portano alla presa di decisioni congiunte, libere e volute. Il processo dinamico dell’autoconoscenza ci porta alla conoscenza anche dell’altro, alla conoscenza del problema e alla ricerca dell’incontro. E infine, riusciamo a definire e limitare la formula concordata con la persona che ci chiede aiuto, cosa c’è da cambiare, come, quando e con quali mezzi.

 AUTO CONTROLLO: Lo spettacolo presentato da una persona dominata dalla rabbia, dall’ira, dalla frustrazione e dai desideri di vendetta è molto triste. Una persona che non riflette, che non pensa, che agisce senza ragionare, che non sa misurare le conseguenze delle sue parole e atti, che ha perso ogni controllo su se stessa, non soltanto la rende incapace di guidare gli altri, ma la fa portare appresso il suo problema ovunque vada. Sarà una persona-problema, che senza dubbi genererà non pochi conflitti qualunque cosa faccia, a prescindere della sua professione.  Nessuno può pretendere di guidare e insegnare gli altri a reagire alle problematiche della vita senza aver provato con esito a governare se stesso, le sue emozioni, reazioni e stati d’animi. Possiamo aiutare gli altri ad andare avanti soltanto se abbiamo l’autorità e la convinzione di essere padroni di noi stessi, dei nostri capricci e desideri. Se, frequentemente, ci facciamo guidare dalle circostanze, dall’umore degli altri, dal nostro stesso stato emotivo, non abbiamo la capacità di intervenire in modo saggio quando ci chiedono aiuto.

È dalla serenità e dalla forza dell’autocontrollo che le energie psichiche e morali di cui abbiamo bisogno emergono per affrontare con successo qualsiasi problema cominci a sfuggirci di mano. L’autocontrollo è composto in parti uguali dal:

a-. Dominio di se e delle circostanze: Abbiamo bisogno di mantenere una percezione obiettiva e realistica delle cose, dobbiamo cercare di evitare la soggettività, i pregiudizi e la visione distorta delle persone e della loro condotta;

b-. Responsabilità: Dobbiamo essere capaci di assumere le conseguenze di ciò che diciamo e facciamo senza dare la colpa agli altri per i danni che le nostre azioni irresponsabili e insensate hanno causato. La capacità di prendere una decisione di modo coerente, dalla parte del buon senso, e di scegliere la migliore delle opzioni, è caratteristica di chi va oltre alla ricerca del piacere e fa ciò che deve, nonostante abbia un prezzo e costituisca la strada più ripida;

c-. Fiducia in se stessi: Avere un autostima elevata, sentirsi capace e in grado di rinnovarsi costantemente, di migliorare ogni giorno e di cambiare positivamente è fondamentale per raggiungere l’autocontrollo.

d-. Fiducia negli altri: Cercare di vedere le qualità degli altri, crederli capaci di migliorare.

e-. Sincerità e autenticità: Agire con onestà, senza ambivalenze o sotterfugi, senza ricatti né secondi fini, con buona volontà e bontà.

f-. Flessibilità, adattabilità e comprensione: L’autocontrollo ci porta a realizzare azioni coscienti, intelligenti e di profonda riflessione. Il che ci porta a sradicare le eventuali azioni dispotiche e autoritarie.

g-. Fermezza ragionata, azione precisa e vigorosa: Essere persistenti e tenaci quando serve, senza perdere la dolcezza e la tenerezza, la flessibilità e l’adattabilità. Mi riferisco alla fermezza del vimini e non alla rigidità e fragilità della canna.

h-. La motivazione: Siamo esseri dinamici, non statici; abbiamo la tendenza al miglioramento, a rendere la vita più piacevole, a vincere le difficoltà, a vivere più a lungo. In sintesi, siamo esseri perfettibili e abbiamo il desiderio di migliorare in ogni ambito.

Mc Clelland e Atkinson considerano che il motore basilare del comportamento umano è la necessità del successo. Per questi autori abbiamo la tendenza a ottenere ciò che vogliamo, a migliorare noi stessi. Questa motivazione sorge nei primi anni di vita e dipende in gran parte dell’educazione che abbiamo ricevuto e dell’ambiente. I genitori che convalidano il successo dei loro figli forniscono e facilitano questa motivazione.

Atkinson afferma che esistono due categorie di persone:

  • Quelle che si muovono per ottenere una vittoria.
  • Quelle che si muovono per evitare la sconfitta (questi si distinguono per l’ansia che generano quando ipotizzano una sconfitta)
  • Chi si muove per la vittoria può contare con una motivazione innata, oppure la speranza di riuscire, l’incentivo dell’esito e le conseguenze favorevoli che nasceranno quando saranno riusciti nell’impresa.
  • Chi, invece, si muove per evitare la sconfitta, sin dalla partenza spreca le sue energie oppure le rifiuta, nonostante riesca ad evitare di farlo alcune volte. Saranno sempre arretrati e, quando riescono a raggiungere i loro obiettivi, si impongono comunque una punizione, incolpando se stessi per qualcosa.

La tendenza al successo di una decisione la chiamiamo MOTIVAZIONE; la tendenza alla sconfitta oppure ad evitarla DEMOTIVAZIONE.

Essere motivati o demotivati è importante per:

  • Il ritorno che avrete dal raggiungimento dell’obiettivo;
  • La persistenza verso l’obiettivo, la tenacia;
  • Valutare il grado di difficoltà dell’impresa.

I soggetti che riescono a raggiungere i loro obiettivi, gli individui motivati, scelgono compiti che hanno un grado medio di difficoltà: il che vuol dire obiettivi superabili e quindi gratificanti.

I soggetti che tendono ad evitare le sconfitte scelgono obiettivi estremamente difficili oppure il suo contrario; vuol dire troppo facili o troppo difficili. Perché? Perché così evitano l’ansia prodotta da un obiettivo di media difficoltà, che esige un grande sforzo e molta persistenza. Evitano anche di prendere delle decisioni, di correre dei rischiQuando scelgono obiettivi troppo facili non corrono alcun rischio, non devono affrontare dei problemi e quando eleggono obiettivi molto difficili trovano una scusa: è il grado di difficoltà a spiegare il fallimento dell’intento. Diventa un circolo vizioso senza fine.

Questi semplici concetti motivazionali devono essere sempre presenti nella mente di ogni educatore intelligente.

MA COME RAFFORZARE LA MOTIVAZIONE?

  • Osservando il modo positivo e benefico con cui altri hanno influenzato le modifiche apportate e i risultati ottenuti con tali cambiamenti;
  • Sapere come hanno fatto, le strategie che hanno usato, le difficoltà che hanno incontrato e come le hanno superate, gli atteggiamenti concreti che sono stati decisivi per il cambiamento;
  • Conoscere la descrizione delle sensazioni, dei sentimenti di pienezza e gioia che confortano la persona motivata dopo aver raggiunto i propri obiettivi nonostante le difficoltà. È conveniente ascoltare queste storie dalla voce dei protagonisti stessi e in prima persona.

L’AZIONE DECISIONALE INTELLIGENTE

 I libri di testo di psicologia distinguono quattro fasi nell’atto volontario:

Ø Concezione dello scopo o della rappresentazione dell’obiettivo da raggiungere. Nulla può accadere senza aver prima conosciuto, sperimentato, sentito.

Ø Deliberazione sui motivi a favore o contro l’azione prevista. Nella deliberazione intervengono la volontà e la riflessione, che ci consentono di evitare decisioni frettolose.

Ø Decisione: dopo aver deliberato, le decisioni devono essere prese e per questo la volontà accede all’intelligenza, alle esperienze, alla memoria, all’immaginazione, ecc.

Ø Azione intelligente: non c’è volontà senza azione. Possiamo desiderare qualcosa, il desiderio è il motore della vita e dobbiamo sempre nutrirlo; è ciò che porta a deliberare sulla convenienza o meno di una decisione. Ma se non entriamo in azione non c’è volontà e tutto finisce nel nulla.

 COME PASSARE DALLA DECISIONE (PIANO DEL PENSIERO) ALL’AZIONE O ALL’ESECUZIONE INTELLIGENTE (PIANO D’AZIONE):

William James nel suo trattato di psicologia ha formulato quattro massime che meritano di essere prese in considerazione per acquisire l’abitudine alla perseveranza[2]:

–  “Buttarti in acqua di colpo con un’iniziativa energica e irrevocabile” è un modo efficace per acquisire una nuova abitudine o perderne una vecchia. Il segreto del successo in questa prima misura è l’adozione di impegni incompatibili con le abitudini negative che vogliamo bandire. E impegnarsi pubblicamente per le nuove azioni che specificano come, quando e in che modo le porteremo avanti.

“Non fare mai un’eccezione fintanto che la nuova abitudine non è saldamente radicata nella nuova vita”. Senza dubbio, l’importanza dell’abitudine come recuperatore e garante dell’energia nell’azione è fondamentale. Dovremo tornare sempre più a questo argomento dell’educazione alle abitudini come promotore dell’azione. Ciò implica lavorare l’intera struttura della persona, perché in essa intervengono i desideri, le esperienze, i motivi, i sentimenti, la memoria, l’intelligenza ecc. Il segreto sta nell’accumulare molte piccole vittorie o successi iniziali che portano a molte esecuzioni e decisioni.

“Approfittarsi di ogni occasione per applicare e rendere reali le decisioni o risoluzioni prese”. Con la pratica di decidere e agire, formeremo abitudini che facilitano l’azione e, in breve, rafforzeremo anche la volontà.

– L’ultima misura per imparare la tenacia, ad avere forza di volontà, implica “mantenere sempre vivo in noi la virtù dello sforzo con piccoli sacrifici che non ci portano alcun beneficio immediato, ma servono a mantenere allenati e pronti i muscoli della nostra volontà”. Fare molte volte ciò che temiamo non è un cattivo esercizio di allenamento e autostima. Serve per verificare che possiamo rompere la barriera.

A sua volta, Bernabé TIERNO nel suo libro “ La Educación Inteligente[3]” ci consiglia, dopo molta pratica educativa e clinica, di seguire le seguenti buone pratiche:

  1. Avere una chiara idea di ciò che vogliamo cambiare o correggere;
  2. Progettare nei dettagli le strategie che dobbiamo applicare;
  3. Mettere il nostro impegno personale, nella parola data e nella scrittura, la fermezza nell’atteggiamento positivo, senza la minima possibilità di tornare indietro, di fare “ripensamenti” dopo una decisione ben ponderata;
  4. Ottimismo prima, durante e dopo l’esecuzione dell’azione intelligente, assaporando in anticipo i buoni risultati che sono in prospettiva;
  5. Tenacia e perseveranza nell’azione, senza abbassare la guardia fino al pieno raggiungimento degli obiettivi prefissati;
  6. Autovalutazione continua, avendo sempre informazioni aggiornate su come ci stiamo avvicinando all’obiettivo, su come stiamo realizzando nei dettagli, punto per punto, la strategia scelta.

Questi sono alcuni aspetti su cui dobbiamo dare la priorità, tenerne conto e lavorare, soprattutto in questi tempi, in modo che la nostra azione educativa sia efficace. L’autocontrollo, l’auto-conoscenza, il processo decisionale, le abitudini, la volontà, la vulnerabilità e il modo in cui ci sentiamo e risuoniamo sono dimensioni che dobbiamo aggiornare sempre, se vogliamo influenzare il nostro mondo interiore, la nostra personalità.

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[1] http://www.safa.edu.uy/del-narcisismo.php

[2] Principi di Psicologia (The Principles of Psychology, 2 vol., 1890)

[3] Bernabé TIERNO,  “La Educación Inteligente: claves para descubrir y potenciar lo mejor de tu hijo”. Ed. Temas de hoy, Madrid 2002.

 

 

5 pensieri su “Il contatto zero come azione intelligente: la forza di volontà come il meccanismo più evoluto del cervello umano

  1. Andrebbero insegnate a scuola queste cose. Non ci può essere buona educazione se gli educatori (maestri o genitori) non sono essi stessi integri, o quantomeno se essi stessi non hanno affrontato un percorso autocritico o automigliorativo costante. La società sana è figlia di persone sane, di genitori sani, di educatori sani, dove si intende persone consapevoli che i propri buchi emotivi diventano i buchi dei nostri figli, per emulazione o rifiuto di solito non c’è scampo. Un po’ come la storia di samarcanda (si scappa-si scappa per evitare la donna con la falce …e te la trovi lì, proprio sulla tua via di fuga). La personalità andrebbe costruita con cura e attenzione. Umani si diventa. Purtroppo troppo spesso siamo animali poco evoluti o umani poco consapevoli della propria forza e del proprio potenziale. Spesso abbiamo paure (inutili…derivanti da quei buchi psichici), confusione, incertezze, spesso chiudiamo il cuore oppure lo apriamo troppo. Una società potrebbe essere sana se in ognuno di noi fossero impiantati i semi per far crescere un io integro, forte, sicuro, determinato e tuttavia sensibile. Arriverà forse un giorno in cui sarà banale leggere i messaggi delle proprie emozioni e del proprio corpo. E le reazioni del proprio corpo come risposta alle emozioni. Come fosse un altro linguaggio. Semplicemente con un alfabeto diverso. C’è molta superficialità invece. Per questo bisognerebbe che certe basi per diventare veramente umani e veramente adulti, ci venissero insegnate da piccoli. Per ora, ognuno di noi ha quantomeno dei compiti: trovare i propri buchi. Riconoscerli. Riempirli di tutta la comprensione e la bellezza di cui siamo capaci. Solo così rompiamo quel ciclo. Lo schema trasmesso dalla propria famiglia che andremmo altrimenti a riprodurre e a trasmettere ai nostri figli. E ancora. E ancora.

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    1. Non avresti torto però. Ci sono educatori consapevoli dei propri buchi, che inevitabilmente creano dei danni nei nostri giovani, che quel cuore imparano a chiuderlo per necessità. A volte serve la “bruttezza”, se si tratta di salvarsi da chi ci ha provocato dolore o sofferenza. La bellezza non rompe sempre gli schemi, a volte li distorce soltanto, per farci piacere ciò che in sostanza sappiamo non andare bene. A volte il brutto serve. A volte il brutto è sacro.

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      1. “Bellezza” e “bruttezza” sono due concetti talmente vasti e soggettivi da poterli interpretare a nostro piacimento e conforme il proprio sentire. Ho iniziato nel 2009 a girare per gli Istituti Tecnici e Licei romani grazie a un progetto delle Biblioteche di Roma che prevede una serie di incontri con scrittori di nazionalità diverse. Il progetto si chiama Storie del Mondo. Ci sono educatori, mi riferisco ad alcuni insegnanti e professori che ho conosciuto, che si ritrovano a dover colmare i buchi emotivi di un numero sempre più allarmante di giovani e, purtroppo, anche di BAMBINI, con la bellezza della conoscenza e del sapere a livello affettivo, partendo addirittura dalle basi più arcaiche – che dovrebbero essere state ampiamente lavorate e colmate in famiglia. La bellezza in molti casi sta nella dedizione, nella tenacia e nel coraggio di molti educatori che pur di portare quel minimo di saggezza laddove l’ottusità, la prepotenza, la violenza fisica e verbale, ovvero, la bruttezza allo stato puro ha fatto i suoi bei danni, pagano un prezzo molto salato in termini di ostruzionismo. Il brutto, dal mio punto di vista, può essere reso “bello” se abbiamo le risorse interne e l’appoggio necessario a renderlo tale. Un trauma potrebbe essere sublimato attraverso l’arte, ad esempio. E allora sì che dal brutto può nascere il bello, al punto di diventare, per usare un termine che hai usato, qualcosa di “sacro”.

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