“Nemmeno i migliori terapeuti riescono a capirmi”: l’arroganza narcisistica in sede terapeutica e l’idealizzazione/svalutazione del curante

Fonte: “The almost untreatable narcissistic patient”, in The Journal of American Psychoanalytic Association, 55: 503-539 (2007)

Trad. C. Lemes Dias

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Gli aspetti prognostici negativi sono spesso evidenti durante la valutazione iniziale dei pazienti, ma tutti conosciamo i casi in cui, nonostante l’attenta raccolta e valutazione della storia, emergono importanti informazioni una volta iniziato il trattamento, alterando le nostre impressioni diagnostiche e prognostiche iniziali. Vi sono, tuttavia, manifestazioni tipiche, identificabili nella valutazione clinica, di ciò che possono essere alla fine ostacoli quasi insormontabili al trattamento. I seguenti casi riflettono questi frequenti segnali di allarme.

A) INSUCCESSO CRONICO A LAVORO NONOSTANTE UN AMPIO BACKGROUND FORMATIVO E UNA GRANDE CAPACITÀ

Sono pazienti che per molti anni hanno lavorato al di sotto del loro livello di formazione e abilità, e sono spesso inclini allo status di “incapaci”. Molti di loro godono dell’assistenza delle loro famiglie (quando possono aiutarli), sfruttano il sistema sanitario pubblico o vivono dell’assistenza sociale. Questa dipendenza cronica dalla famiglia o da un sistema di supporto sociale rappresenta un importante beneficio secondario della malattia, una delle principali cause di fallimento del trattamento. Negli Stati Uniti, almeno, questi pazienti si qualificano come grandi consumatori di servizi sociali e terapeutici; perché, se stessero bene, non rispetterebbero più i criteri per ottenere i benefici che occorrono alla loro sussistenza. Questi pazienti si recano in terapia, consciamente o inconsciamente, non perché sono interessati a migliorare, ma per dimostrare al sistema sociale la loro incapacità di migliorare e, quindi, il loro bisogno di continuare a ricevere sostegno. Dal momento che, di solito, sono tenuti a seguire qualche forma di terapia per ottenere un alloggio sociale, SSI [n.d.T: pagamento di sussidi sociali], SSD [n.d.T: la pensione sociale) e altri benefici, girovagano da un programma all’altro, da un terapeuta all’altro. Michael Stone, uno dei fondatori dell’Institute of Personality Disorders della città di Cornell, ha concluso che, a fini pratici, se un paziente è in grado di percepire – lavorando – almeno 1,5 volte ciò che riceve dai servizi di assistenza sociale, potrebbe già cogliere l’occasione per finalmente motivarsi a tornare al mondo del lavoro, altrimenti il beneficio secondario della malattia non sparisce ma, anzi, ha un peso superiore alla necessità di cambiamento del paziente (Stone, 1990).

La psicodinamica di fondo di questa situazione varia da caso a caso:

  1. Ci sono pazienti narcisisti patologici che sarebbero disposti a lavorare soltanto se diventassero, di punto in bianco, direttori di un’importante industria o leader nella loro professione. Considerano la necessità di iniziare in una posizione “inferiore” come un’intollerabile umiliazione;
  2. Molti pazienti preferiscono ottenere benefici sociali piuttosto che sopportare la “umiliazione” di lavorare in una posizione subordinata;
  3. Ci sono casi in cui l’aspetto dominante della dinamica è la rabbia inconscia, perché s’aspettano che “qualcuno” si prenda cura di loro;
  4. Infine, ci sono pazienti che sentono che, a causa dei gravi traumi o delle frustrazioni subìte, meriterebbero un trattamento speciale nella vita: diventare attivi e agire per conto proprio significherebbe per loro la capacità di rinunciare ai desideri di vendetta.

Sono dinamiche che cominciano ad essere evidenziate consapevolmente solo con l’emergere di gravi sintomi di angoscia o persino di depressione ogniqualvolta questi pazienti cercano di lavorare. Sono spesso pazienti che hanno introiettato tutti i sintomi dei disturbi d’ansia oppure che affermano di avere un disturbo d’ansia cronico per il quale devono ricevere un continuo trattamento psicofarmacologico. Affermano, inoltre, che anche con l’uso di psicofarmaci l’angoscia diventa incontrollabile quando provano a mettersi a lavoro. Questa specifica emergenza di grave angoscia quando contemplano qualsiasi possibilità di lavoro è particolarmente inquietante. Ci sono ancora altri pazienti che contemplano nella patologia gli aspetti tipicamente antisociali: fintanto che possono sfruttare la loro famiglia o la società, sembra sciocco – e quindi umiliante – lavorare.

Questa condizione di fallimento nel mondo del lavoro può presentarsi unita a grandiose fantasie di abilità e successo che rimangono incontrastate finché il paziente non diventa parte della forza lavoro. La razionalizzazione di questo modello di parassitismo sociale può includere una professione fantasticata o un talento che il paziente possiede ma che nessuno ha riconosciuto fino ad ora: il pittore sconosciuto, l’autore inibito, il musicista rivoluzionario. Spesso il paziente è perfettamente disposto a sottoporsi alla terapia fintanto che è un’altra persona a pagarla, e la abbandonerà quando ciò non è più possibile, anche se il trattamento potrebbe continuare se volesse e potesse avere un impiego remunerativo.

Caso 1. Il paziente, un uomo sulla quarantina proveniente da una famiglia aristocratica della Gran Bretagna, aveva studiato nelle principali università degli Stati Uniti e intrapreso una carriera importante. Lì, nonostante le eccellenti raccomandazioni e le connessioni sociali, non aveva progredito a causa del suo comportamento arrogante, esigente e sottilmente irresponsabile. Dopo aver perso importanti promozioni, è passato da un’azienda all’altra, creando finalmente la reputazione di qualcuno indegno di fiducia per una posizione di leadership. Sposò una donna d’affari che aveva incontrato in uno dei suoi giri e che, in origine, lavorava in una posizione inferiore alla sua. Tuttavia, grazie alla sua intelligenza e al duro lavoro, la donna era riuscita ad essere promossa, raggiungendo vette più alte della sua. Sua moglie, infine, lo aveva sorpassato nel mondo degli affari, dal quale si era ritirato completamente. Cominciò a bere, divenne depresso e sviluppò i sintomi ipocondriaci che lo spinsero a cercare una terapia, facendosi prima ricoverare, e poi sottomettendosi a un trattamento psichiatrico. Dopo brevi incontri psicoterapeutici con vari psichiatri, tutti da lui liquidati come apparentemente inutili, decise per la psicoanalisi. Arrivato a quel punto non lavorava già da diversi anni, viveva da un’eredità – che velocemente dilapidava – e sfruttava la situazione finanziaria privilegiata della moglie, mentre si risentiva di questa dipendenza: un risentimento che aggirava mantenendo rapporti brevi con un certo numero di donne.

Aveva un tipico disturbo narcisistico di personalità, e il transfert con il suo analista si è evoluto rapidamente per alternare le manifestazioni di intensa invidia e svalutazione. Considerava il suo analista un uomo d’affari di successo e spietato che odiava, un atteggiamento simile ai sentimenti dominanti che nutriva nei confronti della moglie e, a un livello più profondo, nei confronti di sua madre, dominante, egocentrica e “aristocratica”. Altre volte, percepiva l’analista come un professionista fallito, incompetente e “ipocrita”, un aspetto proiettato dell’immagine che aveva di se stesso, pur identificandolo con la grandiosa superiorità che aveva percepito in sua madre.

La terapia analitica divenne un’importante fonte di benefici secondari perché, pur soffrendo di depressione e insicurezza, “non aveva senso” per lui lavorare e, quindi, poteva evitare il profondo sentimento di umiliazione di dover riconoscere il suo fallimento professionale come risultato del suo comportamento. Ciò che è forse più importante, qualsiasi fosse il tentativo di far risorgere la sua carriera, avrebbe dovuto accettare quello che considerava una posizione di basso livello, che rappresentava per lui un’altra intollerabile umiliazione. Solo dopo un vicolo cieco durante il trattamento, e l’insistenza dell’analista per farlo tornare a lavorare come condizione per il proseguimento del trattamento, la situazione è cambiata, dando luogo a una profusione assoluta di sentimenti di odio e umiliazione nel transfert, aprendo la possibilità di sviluppare pienamente la sua struttura narcisistica in quel contesto. Il suo senso di umiliazione di dover lavorare in una posizione “bassa”, la fantasia che l’analista lo stava disprezzando per questo, e il suo risentimento invidioso della “vita migliore” che toccava all’analista è stato piano piano sviluppato, di modo che, infine, ha fatto emergere la sua gratitudine per la pazienza del curante e l’autentica dipendenza dalla sua immagine di madre amorevole (…).

Caso 2. Una donna sui vent’anni, studentessa e tirocinante al secondo anno di Medicina, è stata indirizzata per l’analisi a causa dei gravi problemi nella sua relazione con i colleghi, supervisori e pazienti. La diagnosi è stata di personalità narcisistica. Ha iniziato la terapia psicoanalitica nell’ambito di un accordo fatto con il padre, il quale avrebbe pagato per il trattamento fino alla fine del suo tirocinio, scadenza dopo la quale sarebbe stata lei stessa a prendersi la responsabilità del pagamento delle cure, nel caso in cui non le avesse ancora completate. La donna ha messo in chiaro fin dall’inizio di pensare che la terapia fosse inutile e vecchio stampo, e che era disposta a farla soltanto perché era il padre a pagarla.

L’analisi di questa svalutazione provocatoria dell’analista, che all’epoca ho considerato una difesa narcisistica contro la dipendenza, ha aperto le complesse dinamiche del loro background familiare. La paziente descriveva sua madre come estremamente controllante e tuttavia del tutto disinteressata a quello che accadeva a lei e ai suoi sentimenti, mentre il padre, che aveva sempre sostenuto la moglie, veniva descritto come una persona dolce ma impotente. La paziente raccontava, però, che aveva imparato a manipolarlo e di essere capace di “adoperarlo” in modo tale da liberarsi del controllo della madre, senza doverla mai affrontare apertamente. Manipolazione, carattere ingannevole e controllo implacabile hanno dominato le interazioni del paziente con i suoi genitori e con la sorella minore. Speravo di elaborare gradualmente la sua svalutazione della mia persona analizzando la sua ripetizione transferale della costellazione familiare.

Due anni più tardi, tuttavia, quando la laurea s’avvicinava sempre di più e dovevamo fare il punto della situazione, così da decidere le modalità future per l’impostazione dell’analisi, la paziente, pur riconoscendo che le cose andavano meglio a lavoro e che i suoi docenti avevano notato il suo miglioramento, riaffermò la sua convinzione di aver raggiunto tutto ciò da sola. Ha detto “no way” sull’efficacia dell’analisi per lei e che l’avrebbe ritenuta “naturalmente” conclusa quando il padre avrebbe smesso di pagarla.

Questo è esattamente quello che è successo, un risultato che funge da formidabile testimonianza del potere delle difese narcisistiche contro la vulnerabilità e la dipendenza!

L’approccio terapeutico in questi casi deve includere dei tentativi di eliminare o, almeno, ridurre i benefici secondari del disturbo. Faccio notare alla paziente che il suo coinvolgimento attivo nei lavori e le esperienze interattive derivate da questo è necessario per farla accettare la responsabilità del finanziamento del trattamento, essendo aspetti essenziali per aiutarla, e che l’impegno è un presupposto per condurre una psicoterapia psicoanalitica. A seconda della situazione, al paziente può essere concesso un periodo di tempo, diciamo da tre a sei mesi per raggiungere questo obiettivo, con una chiara comprensione che, in caso contrario, il trattamento va interrotto. Questa condizione è una determinazione degli obiettivi che entra a far parte del quadro del trattamento e, pertanto, richiede sin dall’inizio l’interpretazione delle implicazioni nel transfert. In pratica, queste interpretazioni possono concentrarsi sulle motivazioni dell’inconscio che si rifiuta di lavorare per raggiungere l’obiettivo, la prominenza del vantaggio secondario, l’eventuale risentimento verso il terapeuta per aver minacciato l’equilibrio del paziente e gli aspetti autodistruttivi del paziente coinvolti nel rifiuto del benessere, dell’esito, del rispetto di sé e dell’arricchimento della vita. Ossia, tutti gli aspetti che derivano dal coinvolgimento creativo per aver successo nel proprio lavoro. Con questa modifica nella tecnica, è spesso possibile superare il beneficio secondario ottenuto con il disturbo. In molti casi, tuttavia, il paziente troverà infinite scuse per non lavorare, e può anche chiedere l’aiuto di terzi (ad es. benefici sociali o altre sovvenzioni) che possono bacchettare il terapeuta sul fatto che le sue “richieste eccessive” non fanno che aumentare i problemi e i sintomi del paziente. In diversi sistemi sociali e conforme le modalità di assicurazione sanitaria, il vantaggio secondario della malattia può avvenire in modi diversi, ma ho osservato che una simile dinamica può presentarsi in una vasta gamma di contesti sociali in diversi paesi, tra i quali l’Austria, la Finlandia e la Germania.

B) L’ARROGANZA GENERALIZZATA

Questo sintomo può essere dominante in pazienti che, pur riconoscendo che hanno problemi e sintomi significativi, ottengono un vantaggio secondario inconsapevole nella malattia, dimostrando l’incompetenza delle professioni della salute mentale e la loro incapacità di alleggerire questi sintomi. Diventano super esperti nel campo della loro sofferenza, indagando diligentemente su Internet, mettendo al setaccio i curriculum e l’esperienza dei terapeuti, confrontano i loro difetti e le loro virtù, prima di presentarsi in terapia più per “dare una possibilità al terapeuta”, che per curarsi. Sembrano ottenere un grado inconscio di soddisfazione nello sconfiggere le professioni d’aiuto. Possono soffrire di sintomi come conflitti coniugali cronici, attacchi di depressione intensa quando minacciati da insuccessi, angoscia e somatizzazioni varie, fino alla più significativa depressione cronica – stage nel quale rispondono solo “parzialmente” a qualsiasi trattamento psicofarmacologico ricevano (e persino allo elettroshock, che a volte viene raccomandato in modo discutibile). Non è raro che la combinazione del trattamento psicoterapeutico e psicofarmacologico porti temporaneamente a un miglioramento sorprendente che, dal punto di vista di questi pazienti, è dovuto soltanto ai farmaci; il trattamento psicoterapeutico, in un simile caso, non è considerato utile e diventa inutile (anche perché più tardi il farmaco “smette di funzionare”).

Il cambiamento improvviso (notato sopra) della fragile idealizzazione del terapeuta alla sua completa svalutazione può avvenire in qualsiasi momento. A volte, un trattamento di molti mesi di durata che sembrava progredire in modo soddisfacente è inaspettatamente disturbato da un’intensa esplosione di invidia verso il terapeuta che scatena la radicale svalutazione del professionista. La valutazione iniziale di questi pazienti di solito rivela un’arroganza sintetizzata dall’ego che può evolversi in un comportamento estremamente inadeguato e scortese in alcuni casi, oppure essere leggermente mascherata sotto una facciata superficiale di adeguato tatto. Questa arroganza di carattere deve essere differenziata dalla sindrome di arroganza descritta da Bion (1967). Quest’ultima include intense tempeste affettive nel transfert e nel contesto di una psicoterapia psicoanalitica in cui la relazione del paziente con il terapeuta stabilmente creata ha una prognosi migliore.

L’arroganza diffusa può essere razionalizzata da parte del paziente in termini di aspetti culturali o ideologici, come ad esempio quando un paziente rifiuta tutti i terapeuti maschi perché “non capiscono le donne”, mentre rimprovera la sua terapeuta donna di sottoporsi alle regole del mondo maschile, compresi quelli che riguardano la relazione terapeutica. Quando gli sforzi per indebolire la struttura terapeutica della curante donna falliscono, il paziente potrebbe ritirarsi trionfalmente dalle sue cure, accusandola di essere “troppo rigida, troppo servile”.

Razionalizzazioni simili possono includere i pregiudizi razziali, le presunte differenze politiche oppure orientamenti religiosi.

Caso 3. Una donna sulla quarantina arriva in terapia a causa delle sue idee suicidarie croniche, dopo diversi tentativi di suicidio nella modalità istrionica e una lunga storia di depressione – che non aveva trovato una risposta efficace nei farmaci antidepressivi. Era stata una dirigente aziendale, aveva avuto 20 o 30 persone sotto la sua guida, in effetti, aveva ricoperto diverse posizioni simili. In tutti i posti di lavoro la sua traiettoria era la stessa: all’inizio aveva un grande successo e sprizzava energia, impressionando le persone con la sua intelligenza e il suo atteggiamento decisivo, tuttavia, presto si sviluppavano conflitti con i suoi collaboratori, aveva scoppi d’ira, si assentava ingiustificatamente e, infine, rassegnava le dimissioni oppure le veniva chiesto di presentarle. Quando venne nella nostra clinica era disoccupata da quasi un anno, ed era turbata dalla difficoltà di trovare una posizione secondo il suo livello di esperienza. Era sposata e raccontava con grande esitazione che a causa dell’impotenza del marito non avevano fatto sesso per diversi anni. I miei tentativi di chiarire più aspetti di questa difficoltà sessuale del marito causarono la sua reazione irritata e la rabbiosa affermazione che il problema non era suo, ma del marito, essendo totalmente irrilevante per il trattamento. Si riteneva perfettamente soddisfatta della sua situazione matrimoniale, rifiutandosi di approfondirla.

Mostrava sintomi significativi di depressione, anche se non indicativi di una depressione maggiore. La sua riluttanza di offrire informazioni su se stessa, al di là della segnalazione dei sintomi, è stata la prima indicazione di un atteggiamento negativo continuato, che ha assunto la forma di commenti sprezzanti sulla mia persona sin dalla prima sessione. Svalutava me in generale, così come la terapia che avevo elaborato per lei, pur insistendo fermamente sull’importanza di continuare il farmaco che stava assumendo (anche se non la stava aiutando). Ho organizzato una consultazione con lo psicofarmacologo del nostro team, che ha raccomandato un cambio di farmaci antidepressivi in ​​combinazione con la psicoterapia con me. Sebbene fin dall’inizio fosse molto scettica sulla nostra psicoterapia di due sedute settimanali, ha frequentato tutte le sessioni puntualmente, lamentandosi del fatto che la seduta precedente non l’aveva affatto aiutata. Infatti, diceva, l’aveva solo fatta sentirsi peggio. Data la grave crisi nella sua capacità di lavorare, la relazione conflittuale con il marito (come rivelata nei colloqui successivi) e la sua generale impulsività e mancanza di tolleranza all’angoscia (oltre alle caratteristiche tipicamente narcisistiche della sua personalità), le diagnosticai un disturbo narcisistico di personalità su un livello chiaramente borderline. Nonostante frequentasse regolarmente le sedute, chiedeva pur sempre e con ansia sessioni e conferenze telefoniche con lo psicofarmacologo. Infatti, dopo poche settimane, dichiarò che si sentiva meglio, e che attribuiva questo miglioramento alla medicazione e all’atteggiamento di comprensione dello psicofarmacologo. Nelle sedute con me parlava in modo scoraggiato delle sue attività quotidiane, mostrando una tendenza a banalizzare le sue comunicazioni. Ai miei commenti rispondeva alzando gli occhi verso il cielo in modo dispregiativo, o con domande stimolanti, cercando di discutere con me. Aveva cercato su Internet informazioni su di me e mostrava un evidente risentimento per le mie numerose pubblicazioni, accusandomi di usarla per i miei “esperimenti” senza tener conto dei suoi interessi.

Dopo alcuni mesi di trattamento, mentre ancora veniva seguita da me, ho appreso che era andata a consultarsi con altri terapeuti e che aveva comprato un programma di auto aiuto per confrontarlo con le mie dichiarazioni in occasione delle sedute, concludendo, come mi ha detto, con fare trionfante, che stava imparando molto di più delle registrazioni che ascoltava che dalle sedute. Ho cercato di concentrare la sua attenzione sull’atteggiamento sprezzante durante le sedute, e come questo riproduceva i suoi problemi nell’ambiente di lavoro, poiché perpetuava la sua sensazione di essere sola e di venir sempre fraintesa, tenendo conto del fatto che nella sua mente io avevo completamente smesso di valere alcunché. Dopo meno di un anno dall’inizio dell’analisi, e dopo il mio ritorno da una vacanza, la paziente decise di interrompere la cura dicendo che stava bene, che il farmaco l’aveva aiutata, che aveva trovato un altro lavoro e che era pronta a badare a se stessa. Insistette che non era più depressa, che a lavoro tutto andava a gonfie vele e che suo marito non le stava dando problemi.

L’approccio tecnico di questi pazienti deve includere un confronto attento e un’analisi sistematica delle funzioni difensive dell’arroganza nel transfert, indicando al paziente in questione, fin dall’inizio, che, data la sua disposizione emotiva, c’è il rischio che la terapia finisca prematuramente a causa della svalutazione che farà del terapeuta nel corso delle sedute. Tipicamente, il paziente teme, attraverso l’identificazione proiettiva, che il terapeuta abbia una posizione sprezzante verso di lui, e che, pertanto, se la sua superiorità  è sfidata o distrutta, sarà soggetto ad una svalutazione umiliante dal terapeuta. Poiché l’identificazione inconscia del paziente con un oggetto parentale grandioso è sempre alla base di una tale disposizione caratteriale (ed è una componente importante del sé patologico grandioso) è molto utile, fin dall’inizio, interpretare questa identificazione il quanto prima. Questa identificazione con un oggetto grandioso e sadico sembra, in superficie, rafforzare l’autostima del paziente, proteggendo il suo sentimento di superiorità e grandiosità; sullo sfondo, tuttavia, il paziente si sta sottoponendo a un oggetto interiorizzato che resiste a qualsiasi coinvolgimento reale in una relazione che potrebbe essere di aiuto, un oggetto profondamente ostile alle sue reali esigenze dipendenti e relazionali.

Questo arrogante sistema di riferimento che sostiene la grandiosità del paziente può anche essere espresso da ciò che appare sulla superficie come un sintomo opposto: il paziente si dichiara così cattivo, o inferiore, o danneggiato o in difetto, che nulla cambierà, che nessuno gli sarà utile. Questa auto svalutazione superficiale può essere totalmente resistente a qualsiasi tentativo di esplorare la sua irrazionalità. L’atteggiamento di superiorità del paziente verso il terapeuta emerge proprio nel rifiuto sistematico che  fa della possibilità di essere compreso dal terapeuta, soprattutto quando afferma di conoscere molto meglio qualsiasi altra questione il terapeuta possa sollevare, e che va contro le sue manifestazioni di inferiorità. Qui la vera trappola per il terapeuta è di lasciarsi andare a ciò che superficialmente sembra essere un approccio di “sostegno” al paziente, un tentativo di rassicurarlo che non è tutto così brutto, che c’è speranza, che non dove essere così pessimista. Questo approccio non fa che rafforzare il tipo di transfert che si instaura, in contrasto con un’interpretazione sistematica dell’arrogante atteggiamento di superiorità del paziente nei suoi confronti, un atteggiamento che è il riflesso del suo rifiuto sistematico di esplorare la propria condotta. Ovviamente, anche gli aspetti profondamente masochistici e auto-derivati ​​della sottomissione a un introiezione ostile devono essere esplorati sistematicamente: una reazione terapeutica negativa a seguito del rifiuto del paziente di essere aiutato può riflettere questa dinamica transferale.

C) L’AUTODISTRUZIONE COME IMPORTANTE SISTEMA MOTIVAZIONALE

Questo gruppo di pazienti presenta ciò che generalmente, sin dall’inizio della loro valutazione, impressiona il clinico esperto per le condizioni estremamente severe. Si tratta di pazienti con gravi e ripetuti tentativi di suicidio, quasi di natura letale. I tentativi sembrano aver avuto luogo “di punto in bianco”, ma spesso sono preparati con cura per un po’ di tempo, e anche allegramente progettati sotto il naso di un gruppo di terapeuti preoccupati. Oltre a questi tentativi di suicidio, la cronica auto-distruttività può anche manifestarsi in comportamenti autodistruttivi verso tutto ciò che altrimenti potrebbe significare rapporti gratificanti, uno status occupazionale promettente, l’opportunità per l’avanzamento di carriera … insomma, il successo in ogni settore cruciale della vita. Talvolta questi pazienti arrivano in terapia nei primi anni dell’adolescenza o quando sono giovani e hanno ancora molte opportunità nella vita. Altri casi vengono per la cura terapeutica molto più tardi, dopo molte terapie fallite, con un progressivo deterioramento della loro qualità di vita. Cercano la cura come “ultima risorsa” che può indurre alla sensazione di poter guarire da “qualcosa”, affidandosi all’illusione di speranza del terapeuta, che crede che la vita del paziente possa ancora cambiare. A volte il paziente può dichiarare apertamente di essere determinato a suicidarsi, sfidando il terapeuta a vedere se può fare qualcosa a riguardo. A volte questa sfida impegnativa raggiunge il suo apice presto, appena viene stabilito il contratto di terapia, quando il paziente si rifiuta di impegnarsi in un accordo contrattuale. In generale, l’ambiente familiare di questi pazienti – che mostrano gravi e cronici traumi, compresi la violenza sessuale o fisica – presenta un insolito grado di caos, oppure un rapporto quasi simbiotico con una figura genitoriale estremamente aggressiva.

Se una caratteristica antisociale complica il quadro, il paziente può essere fuorviante circa le sue tendenze suicide, di modo che la cronica mancanza di onestà di un tipo di transfert psicopatico può prevenire ogni possibilità di costruire un rapporto umano utile con il terapeuta. Ad esempio, uno dei nostri pazienti ha ingerito veleno per ratti, poiché aveva intenzioni suicide e para suicide. È stato in grado di ingerire il veleno in ospedale e ha sviluppato un’emorragia interna. Sebbene abbia fortemente negato al terapeuta il suo uso continuato del veleno, le analisi del sangue hanno mostrato un aumento continuo del tempo di protrombina. Infine, il trattamento psicoterapeutico ha dovuto essere interrotto, in quanto era evidente che non voleva o non poteva aderire a un contratto che comprendeva, come precondizione per continuare con la psicoterapia, fermare l’ingestione del veleno. André Green (1993) ha descritto, in connessione con la sindrome della “madre morta”, l’identificazione inconscia con un oggetto genitoriale psicologicamente morto. L’unione inconsciamente fantasticata con questo oggetto giustifica e razionalizza il totale smantellamento da parte del paziente di tutte le relazioni con oggetti psicologicamente importanti. In effetti, l’inizio dell’ingestione di veleno da parte di questa paziente coincideva con la vista della tomba di sua madre. Inconsciamente, il paziente può negare l’esistenza degli altri e di sé come entità rilevanti, e questo smantellamento radicale di tutte le relazioni oggettuali può essere a volte un ostacolo insormontabile per il trattamento. In altri casi, l’autodistruzione è più limitata, non essendo espresso in un comportamento suicida in quanto tale, ma a gravi automutilazioni che “perforano” ripetutamente il trattamento, e rilevano il trionfo inconscio delle forze del paziente che promuovono l’autodistruzione come un importante obiettivo terapeutico. Tale automutilazione può comportare la perdita di alcuni membri o fratture gravemente invalidanti. Di solito si fermano appena prima di rischiare la morte immediata.

Caso 4. Un insegnante di musica poco più che ventenne chiede un consulto dopo un serio tentativo di suicidio del quale si è salvata quasi per miracolo. Dopo aver accumulato segretamente un numero impressionante di svariati antidepressivi, sedativi e ipnotici presi dalla madre (che aveva bisogno di farmaci a causa dei complessi problemi caratteriali e della depressione cronica), ha scavato una tomba per se stessa in mezzo ad un bosco vicino casa sua. L’inverno era alle porte, ma c’erano ancora molte foglie secche sul terreno. Dopo aver ingoiato tutta la sua scorta di medicinali, si era sdraiata per morire sulla tomba, ricoprendosi di foglie. Dopo tre giorni di vane ricerche da parte della polizia, l’ultimo tentativo in quella zona ha fatto sì che un cane poliziotto la trovasse ancora viva. La paziente abusava cronicamente di droghe, aveva una depressione cronica caratteriale e proveniva da una lunga storia di manipolazione nelle relazioni familiari e di bullismo in ambito scolastico, il tutto nonostante la sua grande intelligenza e talento musicale. Clinicamente, ho riscontrato tutti i criteri per la diagnosi di narcisismo maligno, cioè, un organizzazione della personalità narcisistica con dei tratti antisociali e paranoidi forti, così come aggressione ego sintonica (diretta contro se stessa, sotto forma di tentativi di suicidio cronici e gravi, e contro gli altri, stimolata da comportamenti antisociali che la mettevano nei guai). Suo padre era un importante professore di filosofia presso una prestigiosa università protestante e godeva di grande rispetto nella sua comunità, un importante centro intellettuale del sud. I genitori, però, esibivano dentro casa un comportamento caotico e non convenzionale, in netto contrasto con la loro immagine pubblica. Questo comportamento includeva che entrambi giocassero nudi nella vasca da bagno, mentre invitavano la figlia adolescente a unirsi a loro nella conversazione. Suo padre diceva a sua madre “battute” dal carattere sadico, e gli piaceva condividere questo piacere con sua figlia. I genitori intendevano fare in modo che la loro figlia si comportasse “formalmente” nel mondo esterno, mantenendo pur sempre segreto il caos che si verificava nella casa di famiglia. Il rapporto tra i suoi genitori era caotico, farcito di liti e riconciliazioni, capricci e colpevolizzazione reciproca, alternati a periodi di indifferenza quasi studiata nei confronti dei figli.

Per un lungo periodo, a trattamento inoltrato, la paziente è stata disonesta circa l’uso continuato di sostanze stupefacenti, nascondendo gli sforzi manipolativi e seduttivi che faceva nei confronti degli insegnanti della scuola di musica nella quale lavorava come insegnante alle superiori.

Una volta che la sua disonestà (un transfert veramente psicopatico) e le disposizioni sottostanti, gravemente paranoidi, emersero con forza durante le sedute, la sua intera personalità permise di apparire e svilupparsi. Ciò implicava che aveva smesso di percepire il terapeuta come una persona inaffidabile, un manipolatore disonesto (una proiezione del suo Sé grandioso e corrotto), identificandolo oramai come una persona disposta a “stare” con lei, uno che non l’avrebbe abbandonata. Solo allora comunicò apertamente l’odio che aveva provato per lui e per chiunque avesse cercato di aiutarla. In uno dei suoi sogni era al comando di un reparto psichiatrico e aveva preso la decisione di uccidere tutti i pazienti avvelenandogli nel giorno in cui i membri della sua famiglia erano stati invitati a una festa all’aperto. Mentre festeggiavano in giardino, lei avrebbe ucciso i pazienti all’interno dell’edificio. Durante la prima parte dell’analisi ci sono stati diversi tentativi di suicidio, che cessarono solo quando la sorgente del suo odio, il suo desiderio di vendetta, e la disperata speranza che il terapeuta non la abbandonasse poterono essere interpretate e assemblate. La paziente è migliorata sensibilmente dopo circa sette anni di terapia (…) L’elaborazione del transfert comprese periodi in cui giocava sporco e diceva bugie, tanto a lavoro quanto nelle sedute, costringendo il terapeuta a una posizione “paranoica” che lei “diagnosticava” trionfalmente durante le sedute. La capacità del terapeuta di tollerare questa regressione, di rimanere fermamente morale e interpretare sistematicamente le difese del paziente contro i sensi di colpa nel transfert, alla fine vinsero la battaglia.

L’abuso e la dipendenza da droghe o alcool possono anche esprimere dinamiche inconsce di questo tipo. Nei pazienti che soffrono di queste condizioni, l’effetto diretto della dipendenza deve essere differenziato dalla sua funzione dinamica. Nel contesto dell’aggressività predominante ed estrema, questa funzione può essere talmente decisiva verso l’autodistruzione che merita il nome di pulsione di morte. Per i pazienti con patologia narcisistica in cui la dipendenza si perpetua dalla fisiologia alla tossicodipendenza, soltanto la disintossicazione e la riabilitazione nelle prime fasi del trattamento terapeutico può consentire alla psicoterapia psicoanalitica di evolversi. Dove, però, il ruolo delle dipendenze è quello di esprimere una severa e incessante auto-distruttività come un obiettivo vitale, ripetuti periodi di disintossicazione e riabilitazione dimostrano l’inutilità della terapia e indicano la prognosi grave del caso. A volte le dipendenze servono a razionalizzare i fallimenti sul lavoro o nella professione che altrimenti possono minacciare la grandiosità del paziente: questi casi hanno una prognosi migliore di quelle in cui l’incessante auto-distruttività è il motivo principale. Il quadro generale in cui si evidenzia la motivazione autodistruttiva estrema (che, come detto, può essere clinicamente descritto come dominio della pulsione di morte) dovrebbe essere distinto da uno sviluppo relativo, cioè, la forma più grave di reazione terapeutica negativa. La reazione terapeutica negativa non si riferisce al transfert negativo, ma a un chiaro e immediato peggioramento delle condizioni del paziente ogni volta che il paziente sente di essere stato aiutato dal terapeuta. I casi più lievi di questa reazione possono essere osservati in pazienti con una struttura di personalità depressiva/masochista e con sensi di colpa inconsci per essere aiutati, una dinamica descritta da Freud che è relativamente facile da diagnosticare e risolvere attraverso l’interpretazione. Il tipo più frequente, tuttavia, è la forma più grave di reazione terapeutica negativa ed è caratteristico del disturbo narcisistico di personalità, sebbene non esclusivo di esso. Qui il peggioramento clinico inizia dall’invidia inconscia della capacità del terapeuta di aiutare il paziente: questo sviluppo transferale così prevalente richiede un’interpretazione e un’elaborazione più complessa, ma rimane pur sempre gestibile. La forma più grave di reazione terapeutica negativa, il caso che stiamo trattando qui, riflette un’identificazione inconscia con un oggetto estremamente aggressivo e l’amore distruttivo, accompagnato da una fantasia di transfert dominante in cui soltanto se il terapeuta riesce ad arrabbiarsi o odiare il paziente, sarà ritenuto veramente e onestamente coinvolto emotivamente con lui: “Solo chi ti odia o vuole ucciderti si preoccupa davvero con te.”

Caso 5. In un precedente lavoro ho fatto riferimento (Kernberg, 1975) a una paziente che ha sviluppato l’intenso desiderio che io le sparasse. Aveva la fantasia che se l’avessi assassinata sarei stato legato a lei per il resto della mia vita. In queste circostanze, potrebbe morire felice, sapendo che non l’avrei mai dimenticata! Oggi, molti anni dopo, sono ancora colpito dal modo in cui la “logica” intrinseca di questa affermazione mi prese alla sprovvista, tanto da non riuscire a trovare al volo un argomento per contraddirla. Questa paziente è migliorata lentamente dopo otto anni di trattamento e dopo aver elaborato seriamente il suo comportamento gravemente masochista, mentre aveva cercato più di una volta di interrompere la terapia.

Questa disposizione può emergere nello sforzo incessante del paziente di provocare il terapeuta verso un atteggiamento aggressivo o un’azione contro se stesso, pur di trasformare la relazione terapeutica in sadomasochista. Le sedute sono solitamente accompagnate dagli sforzi disperati del paziente di trasformare il terapeuta presumibilmente “cattivo” in “buono”, di redimere l’oggetto persecutore in un altro ideale. Si tratta di uno sforzo che fallisce a causa del bisogno incessante del paziente (una coazione a ripetere, in realtà) di mettere in atto il suo transfert sadomasochistico. A differenza dei pazienti la cui motivazione primaria è lo smantellamento totale della relazione oggettuale, qui c’è un riconoscimento implicito che il terapeuta ha cercato di essere di aiuto: infatti, questa esperienza è ciò che guida questa particolare relazione terapeutica. Se il terapeuta non si sente turbato al punto di portare all’effettiva interruzione del trattamento, un’interpretazione coerente di questa fantasia e della provocazione inconscia può risolvere l’impasse. Nel trattare interpretativamente quest’intera area di auto distruttività grave e dominante, bisogna fare uno sforzo per differenziare questo tipo di relazione da quelle più estreme discusse in precedenza.

A volte l’incessante necessità di attaccare, svalutare e distruggere se stessi ci viene svelata in modo duro e non dissimulato. Questi pazienti sono perseguitati da idee costanti di non essere speciale, di essere inutili, di essere vuoti, di aver sprecato la vita senza essersi mai interessati a nessuno. Non sono in grado di ottenere il piacere consapevole da qualsiasi scopo o attività, comprese le esperienze sessuali. Ciò che colpisce di queste autoaccuse e ciò che le differenzia dalle autovalutazioni sopravvalutate o illusorie nella depressione maggiore è la mancanza di qualsiasi tentativo di giustificare a se stessi questi giudizi estremamente severi. L’irritazione e la rabbia che questi pazienti di solito mostrano quando sono invitati a spiegare cosa li fa sentire così indegni, contrastano con gli sforzi dei pazienti depressi per convincere il terapeuta a fare la diagnosi della ragionevolezza della propria svalutazione. Nell’interazione con il terapeuta, i pazienti narcisisti danno l’impressione di avere una posizione irritabile e risentita, invece della tristezza o della disperazione che caratterizza la depressione maggiore. Quando vengono segnalati alcuni risultati o indicatori di un migliore funzionamento in un aspetto della loro vita, questi pazienti possono rispondere con un attacco arrabbiato e denigratorio al terapeuta che osa fare tale affermazione. In realtà, respingono e attaccano senza sosta chiunque tenti di calmarli o incoraggiarli. Per lungo tempo, tendono a ridurre e ad estinguere i loro impegni lavorativi, professionali e sociali, ritirandosi verso un’esistenza vuota, monotona e parassitaria.

Lo sviluppo graduale e la cronicità di questa sindrome, in contrasto con la natura episodica della depressione maggiore, congiuntamente all’assenza di sintomi neuro vegetativi e/o processi psicomotori e cognitivi rallentati, fa la differenza tra i pazienti affetti da narcisismo patologico e altri disturbi della sfera affettiva. Questi pazienti normalmente rispondono poco o niente ai farmaci anti depressivi, incluso l’elettroshock (che viene applicato quando niente più funziona). Il contrasto tra l’auto svalutazione cronica, da una parte, e la loro postura grandiosa, la malafede e la svalutazione verso chiunque sfidi le loro convinzioni dall’altra, è il riflesso di una grandiosità e di un’arroganza primitive che appartengono intrinsecamente alla struttura della personalità narcisista, così come l’identificazione inconsapevole con il potenziale travolgente di una forza distruttiva incessante (che colpisce loro stessi). Questi pazienti possono essere considerati casi estremi di ciò che Cooper (1985) ha descritto come il carattere masochista-narcisistico.

Il trattamento di questi pazienti è lungo e complicato e la prognosi è riservata. La terapia eletta è di solito una psicoterapia psicoanalitica, ma occorre prestare attenzione al beneficio secondario implicato nel parassitismo sociale che può far parte della sindrome. È spesso necessario chiedere, come condizione di trattamento, che il paziente sia coinvolto in alcune attività, anche se a tempo parziale, o preferibilmente un lavoro a tempo pieno o un programma di studio avanzato, insieme al fermo impegno di frequentare regolarmente le attività e le sedute terapeutiche. L’intensa rabbia del paziente per tutto ciò che viene dal terapeuta, per tutto ciò che può sembrare “incoraggiante” o “solidale” di solito offre la prima apertura per l’analisi del transfert. È così che si può interpretare i sentimenti inconsapevoli di pericolo provati dal paziente nei rapporti verso ogni oggetto non distruttivo: un oggetto buono sfida il potere del soggetto onnipotente, persecutore della morte, che controlla la mente del paziente, ed è questa “entità” che fornisce al narcisista la sensazione di superiorità come significato unico della vita.

L’approccio tecnico per l’intero gruppo di pazienti autodistruttivi richiede, in primo luogo, di prendere molto sul serio il pericolo che il paziente finisca per porre fine alla propria vita. Questa autodistruzione è una costante minaccia per il trattamento, rendendo questo pericolo un argomento cruciale nel lavoro interpretativo sin dall’inizio. Il contratto terapeutico negoziato con il paziente mira a stabilire le condizioni minime per garantire che il trattamento non venga utilizzato come uno “schermo” che offre al paziente la libertà o l’incentivo per un’azione autodistruttiva. Questa trattativa potrebbe non essere facile, poiché il terapeuta deve chiarire che il trattamento non continuerà se non si raggiungono queste condizioni minime per assicurare la sopravvivenza del paziente. Tali condizioni possono includere, ad esempio, che il paziente si impegni ad un immediato ricovero se gli impulsi suicidi diventano così forti da credere di non poterli controllare; oppure quando smette di condurre comportamenti specifici che minacciano la sua sopravvivenza. Una volta che i parametri del contratto sono stati concordati come condizione per il trattamento, la tentazione del paziente di interromperlo dovrebbe essere sollevata dal terapeuta, con un’analisi della motivazione inconscia e della gratificazione che questa violazione del contratto implica. L’atteggiamento trionfante del paziente quando minaccia di interrompere la terapia, smantellare gli interventi del terapeuta o svalutare radicalmente la terapia deve essere interpretato come uno sforzo autodistruttivo per porre fine a qualsiasi relazione che possa essere buona per lui. Il terapeuta deve essere molto attento a qualsiasi indicazione di un approccio più onesto verso la terapia, ad alcune indicazioni che la dipendenza si sta sviluppando o ad ogni “accenno di umanità” nel paziente che appare nella relazione terapeutica. Questi benefici potrebbero essere evidenziati con il paziente, insieme al pericolo che possa essere tentato di distruggerli.

È importante non confondere questa area della psicopatologia con le manifestazioni cliniche di un’autentica depressione maggiore. Una depressione maggiore indica un’auto svalutazione severa oppure un ideazione auto accusatoria; l’animo gravemente depresso che cede il posto alla gelida indifferenza; una riduzione dell’espressione psicomotoria del paziente; la diminuzione della sua capacità di concentrazione; così come sintomi neurovegetativi. In presenza di queste condizioni, il trattamento della depressione include l’uso appropriato di farmaci antidepressivi e, in condizioni specifiche che complichino ancora di più le cose, come nel caso di un’intenzione suicidaria incontrollabile, l’uso di elettroshock può essere consigliato nel corso del trattamento. E, naturalmente, l’indicazione del ricovero deve essere presa urgentemente in considerazione. Questo non è il caso del gruppo di pazienti nella forma estrema della psicopatologia narcisistica che stiamo descrivendo qui, in cui mancano le manifestazioni di una depressione maggiore mentre prevale, invece, un’attitudine altezzosa, dispregiativa, indifferente o aggressivamente prepotente e spavalda verso il terapeuta. I narcisisti che trattiamo in questo articolo provano un godimento gioioso nella presunta impotenza del terapeuta.

Allo stesso tempo, il godimento conscio o inconscio della loro superiorità quando si sforzano di smantellare la relazione terapeutica può indurre nel terapeuta reazioni contro transferali di auto-svalutazione, depressione, ritiro o rifiuto arrabbiato del paziente. A volte un impegno eccessivamente ansioso e uno sforzo disperato per offrire al paziente un supporto emotivo può portare al terapeuta la sensazione di esaurimento e un improvviso abbandono emotivo del paziente, che lui o lei può registrare con soddisfazione (n.d.T. “Che bello, ho fatto crollare PURE il terapeuta!”). Un atteggiamento emotivo ottimale nel terapeuta dovrebbe includere la costante auto esplorazione dell’impegno continuo che fa nei confronti del paziente, la sua capacità di “resistere” senza un’eccessiva aspettativa di successo e la volontà di continuare a svolgere il suo lavoro finché sia ragionevole farlo, ma non quando è chiaro che le condizioni minime per il proseguimento della psicoterapia vengono a mancare.

Questa disposizione emotiva ottimale del terapeuta può disperdersi nel tempo, tuttavia, con una esplorazione continua del controtransfert, può essere nuovamente instaurata attraverso l’integrazione positiva delle implicazioni oggetto-relazionali del controtransfert nell’interpretazioni transferali. Dopodiché, può essere utile condividere con il paziente la consapevolezza e l’accettazione sul fatto che la terapia può fallire, che il paziente può arrivare a distruggere la sua vita e che gli dispiacerebbe molto l’ipotesi di una tragedia del genere. Il terapeuta deve accettare la possibilità di non essere capace di aiutare il paziente a superare questo pericolo, a causa delle circostanze particolari della terapia. Una tale postura può ridurre il beneficio secondario del trionfo fantasticato sul terapeuta che, frequentemente, è uno degli elementi delle complesse disposizione transferali dei pazienti narcisisti.

I ricoveri ospedalieri per alcuni pazienti affetti da gravi disturbi della personalità hanno permesso di proteggere alcuni di loro dal comportamento gravemente autodistruttivo durante il periodo iniziale della psicoterapia psicoanalitica. Purtroppo, dobbiamo riconoscere che con la scomparsa – per motivi finanziari – della possibilità di ricovero e ospedalizzazione a lungo termine, molti pazienti con tratti narcisistici estremamente gravi, auto mutilanti e auto distruttivi, oppure gravi sintomi antisociali, ma potenzialmente trattabili, ora possono essere curati solo con approcci psicoterapeutici di sostegno la cui efficacia è molto più limitata. 

12 pensieri su ““Nemmeno i migliori terapeuti riescono a capirmi”: l’arroganza narcisistica in sede terapeutica e l’idealizzazione/svalutazione del curante

  1. Verissimo
    Preferisce farsi mantenere dall’harem passato,presente ,futuro,piuttosto che lavorare.Troppa fatica.Su 100 rispondono in 4 e 1 lo foraggia e via il gioco dell’oca.E vaiiiii

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    1. Possono pure parassitare la partner ufficiale lasciando a lei il compito di pagare tutte le spese di ordinaria amministrazione: bollette, affitto o mutuo, alimentazione, vestiti e medicinali, mentre loro spendono i loro soldi in donne, alberghi, viaggi, ristoranti, regali (alle altre), prostitute e capricci vari che servono solo a loro stessi, come la macchina del momento. Possono anche convincere la donna a chiedere soldi ai parenti per soddisfare certi capricci.

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  2. Il mio ex np non era un parassita economico, ma affettivo, tutti dovevano volergli bene, ammirarlo fino all’ adorazione, vedere quanto fosse in gamba, ma sopratutto comprenderlo, una comprensione che doveva sfociare nel lasciargli fare tutto quello che voleva. Sul lavoro se le cose non andavano bene era sempre colpa degli altri, dei collaboratori, dei clienti, del fato, dell’ universo, del fatto che è sfortunato ecc..ecc… E’ andato in terapia, a suo dire per capire come mai non riuscisse a separarsi, nonostante fosse già fuori casa. Poi mi raccontava che le sedute passavano con lui che narrava aneddoti della sua vita al terapeuta, la maggior parte scollegati dal problema per cui era là. Quando poi il terapeuta gli ha detto che la moglie era un egoista e lui doveva iniziare a pensare un pò più a se stesso, è stata la fine, si è sentito validato ed autorizzato nei suoi comportamenti egoistici e li ha estremizzati. Ovviamente ha anche smesso di andare in terapia, il terapeuta gli aveva detto quello che lui voleva sentirsi dire, che era perfetto ed il difetto è negli altri……..Ha manipolato anche il terapista?Ma un terapista non dovrebbe riuscire a vedere oltre le parole?

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    1. Carissima Ely, non credere a una parola uscita dalla sua bocca. Un terapeuta, anche il più incompetente, non spara MAI giudizi oppure ha il livello di inerzia descritto da lui. Certo che possono manipolare il terapeuta, la vera sfida per loro è proprio questa. MA quando questo accade NON MOLLANO la ‘terapia’ perché diventa un importante mezzo di convalidazione della loro perfezione. Di solito abbandonano le sedute quando comprendono che il professionista non pensa per loro, ma gli induce a pensare e trovare le soluzioni. Quindi, se ne escono dicendo l’ira di Dio del terapeuta oppure che era d’accordo su tutto quello che dicevano. Perché pagarlo?

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  3. Grazie Claudileia,
    io gli avevo creduto, ma d’altronde era coerente con quanto LUI mi aveva raccontato della moglie, viziata e egocentrica che pensava solo a se stessa e lui era il povero cenerentolo che si faceva in 4 per farla felice. Stavo da tempo rivalutando la figura della moglie, se non altro perchè nel nostro rapporto stavo arrivando anch’io a essere più egoista e a guardare anche un pò me e i le mie necessita, non solo lui. Lei, che era sposata con quest’essere da 20 anni, non oso immaginare che meccanismi di difesa abbia eretto….. e mi spiace per lei che non si sia resa conto di chi aveva vicino. Molte delle sue lamentele, su di lei, le iniziavo a vedere sotto un’altra luce. Suppongo che lui abbia preso tutto quello che gli diceva il terapista e l’abbia girato,anche forzatamente, a suo favore. Rimane sconsolante e frustrante sapere che neppure un esperto riesca a fargli avere momenti di lucidità e presa di coscienza, a metterli davanti alla verità…..è un ingiustizia che non si possa avere almeno la “consolazione” di un loro rimorso sincero per le brutture commesse.

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    1. Potere e controllo. E lo vogliono esercitare a maggior ragione IN TERAPIA in cui nella loro testa stanno pagando qualcuno per risolvere TUTTI i loro problemi SENZA DOVER MUOVERE IN DITO nella vita pratica. Da questo meccanismo non ne escono. Come è scritto nell’articolo si recano in terapia quando hanno molto da perdere, ma anche così la usano per ottenere ulteriori conferme (che non bastano mai!) provando a convincere il terapeuta a “pensare per loro” e “come” loro. Le sedute sono estenuanti perché il professionista (quando bravo) si sente preso in giro e poi incompetente, quando dopo poco abbandonano le sedute. Quando il terapeuta arriva a diagnosticare il loro caso, spesso rifiutano la diagnosi perché “non piace”.

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  4. Una cosa che mi ha sempre colpito del mio ex n.p è che mi raccontava che lui con la sua terapista si “divertiva “tanto , la prima volta che me lo disse io chiesi :Ma come divertirti tanto? La psicoterapia non è proprio una passeggiata. ..lui rispondeva :Si ci facciamo tante risate!! Non so’se tutto questo è vero o meno ,però un particolare mi fece molto pensare , lui una volta venne ricoverato per un problema cardiaco non grave (che aimè mi fece ricadere nella relazione ) e la sua terapeuta lo andò a trovare in ospedale per fargli sentire la sua vicinanza in quel momento “difficile ”
    Si può parlare di manipolazione anche in questo caso???

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    1. ASSOLUTAMENTE SÌ!!! Un terapeuta serio non accetta manco scendere al bar per prendersi un caffè con il suo paziente. Ma stiamo scherzando? Sono due piani totalmente diversi. Qui non c’entra l’umanità nei confronti di un povero ammalato ma la professionalità del terapeuta che non deve mai mischiare i piani.

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  5. Grazie della risposta Claudileia, ora ho sempre più chiaro l’aspetto manipolatorio della persona con cui mi relazionavo,usano indiscriminatamente tutti!! devono avere sempre un tornaconto da qualunque relazione o conoscenza.
    Un abbraccio

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