“Nemmeno i migliori terapeuti riescono a capirmi”, parte II

“The almost untreatable narcissistic patient”, in The Journal of American Psychoanalytic Association, 55: 530-539 (2007)
Trad. C. Lemes Dias
(Vide la prima parte dell’articolo, in cui sono evidenziate le altre caratteristiche che rendono difficile o impossibile la terapia psicoanalitica con soggetti affetti da Disturbo Narcisista di Personalità a livello avanzato, su https://artedisalvarsi.wordpress.com/2018/02/22/nemmeno-i-migliori-terapeuti-riescono-a-capirmi-larroganza-narcisistica-in-sede-terapeutica-e-lidealizzazione-svalutazione-del-curante/)

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D) PREDOMINANZA DEI TRATTI ANTISOCIALI

Qui abbiamo a che fare con l’infiltrazione aggressivo patologica del sé grandioso nei casi in cui si esprime per lo più come una tendenza passivo-parassitaria, e in altri in cui prende una forma aggressivo-paranoide (come nel disturbo narcisista maligno/perverso).

Vale a dire che tutti i casi di disturbo narcisistico di personalità con caratteristiche antisociali significative hanno una prognosi relativamente riservata.

I pazienti affetti da disturbo narcisista di personalità a livello maligno sono molto al limite di ciò che possiamo ottenere con l’approccio psicoanalitico nell’ambito del narcisismo patologico. Il successivo grado di gravità della patologia antisociale, ossia la personalità antisociale stessa, ha una prognosi praticamente nulla in termini di successo del trattamento psicoterapeutico. Paradossalmente, la stessa gravità del comportamento aggressivo/paranoide dei pazienti narcisisticamente disturbati a livello maligno (essendo la funzione del disturbo confermare la potenza e la grandezza del paziente) facilita l’interpretazione di questo comportamento nel transfert. L’aggressione diretta contro loro stessi – il comportamento suicida, ad esempio, rappresenta chiaramente un’aggressione trionfale verso la famiglia oppure al terapeuta – il trionfale “rifiuto” di un mondo non conforme alle loro aspettative; così come il comportamento parassitario e auto-mutilante, può indicare il trionfo del paziente su tutti gli altri, ovvero, su tutti coloro che temono il dolore, la ferita o la distruzione fisica.

Tali pazienti possono far emergere la sindrome di Hybris in senso stretto (arroganza) durante la terapia. L’interpretazione, però, può risolverla efficacemente. Questo lavoro interpretativo include segnalare al paziente la sua stessa intolleranza verso la profonda e invidiosa aggressività che nutre per il mondo, e che espressa attraverso la condotta oppure nella somatizzazione, informandolo che lo fa per evitare la piena consapevolezza di sé. La pseudo stupidità osservata in questa sindrome, lo smantellamento difensivo del ragionamento ordinario e della comunicazione cognitiva difende il paziente dall’umiliante possibilità che il lavoro interpretativo del terapeuta lo raggiunga, azzeccando punti rilevanti. Una curiosità anormale sulla vita del terapeuta è il modo che trovano per controllarlo e controllare qualunque cosa provochi in loro un risentimento invidioso. L’interpretazione coerente della sindrome dell’arroganza può, infatti, essere un fattore chiave nella trasformazione del transfert da psicopatico a paranoide. Si tratta di una trasformazione che segna l’inizio della capacità del paziente di esplorare da sé l’aggressività primitiva che, altrimenti, può cogitare di mettere in atto. Aiutare il paziente a comprendere la natura profondamente piacevole del suo comportamento sadico verso il terapeuta e verso gli altri è un aspetto importante di questo lavoro interpretativo. Ciò richiede che il terapeuta si senta a proprio agio anche quando prova empatia emotiva verso quel piacere sadico; la paura del terapeuta di ritrovare in sé stesso qualcosa di sadico può interferire con l’esplorazione completa di questo tema con il paziente.

Caso 6. Una donna appena ventenne chiede un consulto a causa dei suoi tentativi di suicidio gravi e cronici, così come il crollo negli studi e l’incapacità di portare avanti i suoi rapporti con gli uomini per via degli intensi attacchi di rabbia che la pervadevano quando le sue richieste non venivano soddisfatte. Era stata gravemente traumatizzata dall’abuso fisico della matrigna, avendo mantenuto un rapporto ambivalente – amichevole, ma distante – con il padre. Le è stato diagnosticato un disturbo della personalità narcisistica con dei tratti chiaramente borderline, e aveva una tipica sindrome di Hybris nel transfert. Durante le nostre due sedute settimanali di psicoterapia psicoanalitica, mi ha costantemente preso in giro, imitando il mio modo di parlare, anticipando le cose che le avrei detto e, talvolta, guardandomi furiosa per il semplice fatto di vedermi. Più volte ha fatto gesti minacciosi verso i miei oggetti di ufficio, come per distruggerli o buttarli. Il suo disprezzo per me era palpabile. Nonostante la sua intelligenza e il suo chiaro impegno nella terapia (non saltava una seduta, neanche durante le tempeste di neve), le sedute erano cosparse dai suoi attacchi incessanti e del suo rifiuto di ascoltare – figuriamoci di riflettere! – su qualunque cosa le dicevo. Ero stato da lei relegato al ruolo di sadica matrigna. Allo stesso tempo, mostrava una curiosità anormale su tutti gli aspetti della mia vita, tra i quali il mio ufficio, tanto da spiarmi al di fuori delle sedute. Riusciva a ottenere informazioni sulla mia vita privata e sui miei figli impegnandosi in attività che le permettevano l’accesso a questo tipo di informazione. Trionfante, allora, svelava tutto quello che aveva scoperto su di me nel corso delle sedute. Sembrava chiaro che era completamente incapace di tollerare la consapevolezza che il suo profondo odio nei miei confronti era una proiezione di ciò che provava per se stessa. Era questa sua paura a guidare l’odio verso la mia persona, trasfigurandolo in controllo e monitoraggio pur di battermi. Le segnalavo costantemente il fatto di non rendersi conto degli attacchi implacabili che avevano me come bersaglio, poiché venivano espressi soltanto attraverso i suoi comportamenti, senza che ci fosse la coscienza di quali sentimenti provasse. La sua incoscienza la proteggeva, le dicevo, dalla sensazione di piacere che provava in simili attacchi, giacché non osava confessare nemmeno a se stessa l’odio che provava per me. Questa interpretazione gradualmente fece aumentare la sua tolleranza verso il proprio odio, cioè, verso i suoi desideri di vendetta e, allo stesso tempo, la sua identificazione con la matrigna maltrattante. Infine, dopo nove anni di analisi è riuscita a superare la cosa, ottenendo molti successi nella sua carriera e riuscendo a mantenere l’armonia nel suo matrimonio.

Paradossalmente, come ho accennato, la situazione è più difficile nel caso dei pazienti che mostrano comportamenti antisociali passivi, nel senso non solo dello sfruttamento parassitario passivo degli altri, ma anche quando c’è di mezzo la grave distruzione della loro capacità di preoccuparsi o di responsabilizzarsi nelle relazioni con persone significative nella loro vita. Questa mancanza di investimento nelle relazioni oggettuali è diversa dalla loro distruzione attiva e dallo smantellamento, come nel gruppo di pazienti di cui abbiamo parlato nella sezione precedente, che possono avere un’integrazione molto migliore del funzionamento del Super-io, e che non mostrano comportamenti antisociali manifesti.

Quando il livello di narcisismo è grave l’irresponsabilità cronica in termini di tempo, denaro e ogni tipo di impegno verso gli altri, incluso l’impegno nella terapia, sono le caratteristiche del comportamento antisociale del sottogruppo passivo/parassita. Ogni terapeuta ha avuto a che fare con pazienti che spesso dimenticano le sedute, arrivano in ritardo e non pagano le bollette in tempo.

Qui, piuttosto che essere diretti agli individui, il comportamento antisociale può assumere la forma di uno stile di vita parassitario che include l’inutile ricorso all’assistenza pubblica o all’assistenza familiare. Durante la terapia riscontriamo, in questi pazienti, un rifiuto cronico della relazione con noi, spesso mascherato da un’aria superficiale di amichevole e affettuoso impegno con la terapia, che diventa una questione importante nel transfert e che nel tempo può convincere il terapeuta che non esiste una vera relazione umana. La svalutazione inconscia del terapeuta ha una qualità egosintonica tale che persino la sua interpretazione non sortisce alcun effetto nel paziente, che può accusare il terapeuta di avere aspettative non realistiche sui rapporti umani, essendo un disonesto oppure un pazzo, da non prendere sul serio. In contrasto con gli altri tipi di pazienti difficili che ho discusso fin qui, la manifestazione superficiale del transfert può sembrare piacevole e non aggressiva in questi casi; questo perché la profonda tragedia del rifiuto o dello smantellamento della relazione terapeutica, potenzialmente disponibile per il paziente, deve essere sottilmente mascherata. Qui, l’attenzione terapeutica deve essere nella contraddizione tra una superficie apparentemente amichevole e tranquilla e il frequente assenteismo, gli impegni e le scadenze dimenticate e l’assenza di impatto del lavoro terapeutico. È importante non confondere questo gruppo con i pazienti della categoria successiva, i quali, nonostante un funzionamento sociale e un’organizzazione psicologica relativamente migliori, hanno una prognosi sorprendentemente riservata.

E) LA REPRESSIONE DELLA DIPENDENZA COME DIFESA NARCISISTICA SECONDARIA

In contrasto con le varie sindromi e dinamiche discusse finora, che di solito possono essere diagnosticate in un’attenta valutazione iniziale, questa successiva condizione è molto diversa. Inizialmente sembra essere molto meno severa di tutti i casi menzionati finora e, almeno secondo la mia esperienza, è molto difficile da diagnosticare all’inizio del trattamento. Emerge, invece, a posteriori, come una complicazione che può finalmente dominare l’intera terapia, rendendola quasi impossibile.

Caso 7. Questo paziente, un uomo d’affari di circa trentacinque anni, ha chiesto un consulto a causa della sua noia cronica, del suo allontanamento dalla moglie e dell’insoddisfazione a lavoro, sebbene non sapesse definire quale altra occupazione gli sarebbe piaciuta fare. Il suo matrimonio, di 8 anni, gli aveva dato la soddisfazione della conduzione di una vita convenzionale all’interno della comunità, tuttavia il rapporto con sua moglie era talmente freddo che la presenza della partner gli era del tutto indifferente – in realtà era completamente all’oscuro di cosa accadesse nella vita della donna. Forniva poche informazioni sul suo passato, descriveva i suoi genitori come persone responsabili e devote, ma talmente impegnati a lavoro, essendo nuovi arrivati ​​nel Paese, da aver dedicato poco tempo a lui.

La sua lamentela principale, in effetti, era che aveva pochi ricordi del passato, della sua infanzia, della scuola, e che era molto sconcertante per lui, dato che aveva un eccellente ricordo degli altri e delle “faccende” lavorative. L’unico sintomo che presentava, e che lo sconcertava anche, era la paura delle iniezioni, la visione del sangue; sveniva se passava per un incidente in cui c’erano avvisaglie di danni fisici. La mia impressione era che questo paziente presentasse una personalità narcisistica funzionante ad un livello relativamente alto, facilitata da severi meccanismi repressivi che bandivano gran parte della sua infanzia dalla sua coscienza. Ho raccomandato il trattamento psicoanalitico, di modo che il paziente ha fatto analisi con me per tre anni, dopo di che, di comune accordo, abbiamo cambiato modalità di supporto.

La terapia è stata notevole per l’assenza di qualsiasi relazione emotiva o di dipendenza da parte del paziente. Il paziente stesso era sorpreso di non sviluppare particolari sentimenti nel transfert, percependomi “realisticamente” come un “agente” che si occupava della sua salute mentale. Le sue associazioni, nonostante tutti gli sforzi interpretativi, sono rimaste superficiali, con una banalizzazione cronica della comunicazione che ha riempito le sedute. Nonostante la mia esperienza con ciò che accade nei transfert narcisistici, non ero in grado di aiutare questo paziente ad acquisire una comprensione più profonda di se stesso. La sua esperienza emotiva dominante nelle sedute, come nella vita, era un grado di noia che aumentava al punto che trovava difficile non addormentarsi. Alla fine, ha trascorso una parte importante della maggior parte delle sedute profondamente addormentato. Sconcertato da questo paziente, mi sono consultato con colleghi più esperti, anch’essi imbarazzati. Il fatto, però, che i pazienti come lui avevano finito per mostrare cambiamenti drammatici dopo un significativo sviluppo della loro patologia narcisistica mi faceva continuare a sperare in una svolta che, purtroppo, non è avvenuta in questo caso. Ho visto pochissimi pazienti di questo tipo nel corso degli anni, e non vi posso dire quali fattori distinguano chi possiamo aiutare e chi non possiamo aiutare. Una volta che è stato in terapia di supporto con me, questo paziente è stato in grado di aumentare in qualche modo la sua disponibilità verso la moglie e i suoi figli ed accettare la “noia” del suo lavoro con più rassegnazione. Dopo un periodo in cui non ci sono stati ulteriori cambiamenti, abbiamo deciso di concludere, accettando entrambi i limiti del miglioramento raggiunto.

Questo tipo di paziente è relativamente raro. Si tratta del livello meno grave della psicopatologia narcisistica, in cui la repressione e altri meccanismi di difesa avanzati sono stati sviluppati abbastanza da far sì che il livello più grandioso del disturbo in sé reste ben protetto contro l’eruzione dell’invidia inconscia, contro la consapevolezza che le relazioni dipendenti sono intrinsecamente umilianti, inferiorizzanti e minacciose. Questi pazienti mostrano una drammatica mancanza di consapevolezza della loro vita psicologica, spesso presentano una grave dimenticanza di periodi prolungati del loro passato, dei loro sogni e anche circa persone che, a quanto pare, una volta erano importante nella loro vita. Ciò contrasta con l’eccellente memoria per le operazioni e gli eventi professionali o aziendali passati. Anche se, inizialmente, a causa dell’alto livello delle prestazioni possono sembrare buoni candidati per la psicoanalisi, la terapia si rivela un triste spettacolo per l’incapacità di tollerare la loro vita di fantasia, per la mancanza di auto riflessione emotiva e per l’assenza di contatto con le esperienze mentali preconsci in generale: le sedute diventano notevolmente vuote ed estremamente frustranti per l’analista. Mentre nel controtransfert con tutti i pazienti narcisisti la tentazione del terapeuta di distrarsi per lunghi periodi, o addirittura di addormentarsi durante le sedute, può essere il riflesso di un paziente che tratta l’analista inconsciamente come se non fosse presente. Evidentemente si tratta di una situazione che può particolarmente influenzare il controtransfert con i pazienti in questione. In realtà, questi pazienti possono sentirsi profondamente annoiati durante le sedute, cadendo nel sonno per lunghi momenti, dimostrando poi una grande difficoltà, in termini di incapacità di fare qualsiasi riflessione sul significato dell’essersi addormentati. Allo stesso tempo, la descrizione della loro vita è piena di interazioni superficiali che implicitamente negano gli aspetti più profondi delle relazioni.

Pochi casi sono citati in letteratura, ma i terapeuti esperti riconoscono questa costellazione di sintomi in alcuni pazienti e il fallimento relativamente frequente della terapia con loro. Alcuni analisti esperti, quando percepiscono queste manifestazioni, decidono (spesso giustamente) che questi pazienti non sono analizzabili e raccomandano metodi di trattamento alternativi (non raro con altri terapeuti). La psicoterapia psicoanalitica con questi pazienti tende a cambiare rapidamente verso un approccio meramente di sostegno, in quanto la realizzazione della loro narrazione prende spunto dal terapeuta per risolvere i problemi pratici della loro vita. Un approccio psicoterapeutico di sostegno potrebbe essere il trattamento scelto per molti di questi pazienti che, per svariati aspetti, funzionano in modo adeguato, ma con significative limitazioni nelle loro relazioni intime. Se i sintomi presentati sono sufficientemente lievi o limitati – motivo per il quale non sarebbe indicata una modifica significativa della loro struttura caratteriale – un approccio psicoterapeutico di supporto potrebbe essere ottimale. Se ci sono più gravi problemi sul lavoro e nella sfera intima che limitano significativamente la loro vita, l’approccio psicoanalitico potrebbe aiutare. A causa delle sue caratteristiche cliniche, la psicoanalisi standard può offrire, attraverso la psicoterapia psicoanalitica, un’opportunità di ridurre la resistenza massiccia proveniente dai meccanismi repressivi fortemente dominanti che rafforzano e proteggono le difese narcisistiche più profonde dal bisogno di dipendere dagli oggetti buoni.

F) DIFESE CONTRO L’INCAPACITÀ DI CONCEPIRE CHE IL TERAPEUTA ABBIA UNA VITA MENTALE COERENTE

È probabile che questa costellazione difensiva molto complessa possa essere rilevata e risolta solo nel corso del trattamento psicoanalitico propriamente detto, restano eclissato nella psicoterapia psicoanalitica dei pazienti narcisistici in cui l’intensità dei transfert primitivi di scissione domina intere sedute. Alla lunga, l’aspetto che più attira l’attenzione dell’analista, per quanto riguarda l’interazione con questi pazienti, è l’alternanza tra le connessioni emotive chiaramente contraddittorie che sviluppano, mentre il paziente rimane notevolmente indifferente circa la natura estremamente contraddittoria delle sue disposizioni emotive nel transfert, restando apparentemente incapace di rispondere aumentando il proprio interesse o la capacità di riflessione circa gli sforzi interpretativi per risolvere la natura difensiva di questa dissociazione.

Caso 8. Ad esempio, un paziente considerava l’analista “estremamente brillante” o “stupido” o “totalmente indifferente” o “corrotto” o “politicamente di parte”. Questo paziente dava subito per scontato che l’analista dormisse sempre che restava in silenzio per un po’, mentre altre volte si lamentava dei commenti dell’analista, ritenuti troppo intensi e penetranti per quanto riguardava i suoi vizi e difetti. L’esplorazione dell’analista di qualsiasi stimolo plausibile per queste reazioni contradditorie ha rivelato che nessuna di queste reazioni emotive era basata sulla realtà. Ad esempio, il fatto che il paziente considerasse l’analista il “pensatore più brillante” era chiaro dal suo insistente desiderio di avere dall’analista consigli specifici riguardo a problemi politici o lavorativi sui quali era ovvio che avesse almeno tanta informazioni e conoscenza – se non di più – dell’analista stesso, il che rendevano assurde le sue richieste. Allo stesso modo, esplorando l’esperienza che il paziente aveva dell’analista come politicamente di parte, retrogrado, indifferente o disonesto ha portato alla fine al riconoscimento – anche se solo momentaneo da parte del paziente – che tali percezioni erano fantasie irrealistiche. Tuttavia, questo riconoscimento fluttuante della natura fantastica di queste percezioni non lo influenzò affatto, perché tornarono regolarmente ancora per molti mesi.

Infine, era chiaro che il paziente stava trattando l’analista come se non avesse una vita interiore permanente, come se non avesse una relazione costante, stabile e continua con lui. L’analista, in breve, era come un robot che aveva sentimenti isolati, brillantezza mentale o deterioramento mentale, disonestà, rabbia o indifferenza. Allo stesso tempo, il paziente percepiva se stesso come in continua evoluzione, cosicché che il flusso delle sue comunicazioni verbali nelle sedute sembrava, anche a lui, un comportamento meccanico, come un robot con poca relazione con la sua vita. L’interpretazione coerente dell’identificazione proiettiva coinvolta in questo processo ha permesso la sua risoluzione solo dopo molti mesi di lavoro analitico. Infine, il paziente è stato in grado di elaborare questa frammentazione totale della sua esperienza di sé e dell’analista, raggiungendo una capacità di autentica dipendenza che ha permesso, a poco a poco, l’evoluzione dell’analisi verso una conclusione soddisfacente.

Questa situazione può essere formulata nei termini della descrizione fatta da La Farge di “imaginer” e “imagined” (2004), cioè, le rappresentazioni mentali che riflettono la visione che il paziente ha dell’analista e la sua percezione del parere che l’analista offre di lui.

Infatti, quando l’analista decise di focalizzare le sedute nella consistente incapacità di questo paziente di concepirlo come una persona dotata di una vita interiore, il risultato è stato lo sviluppo di un’intensa ansia che gradualmente aumentò, portando, in ultima analisi, ad una serie completamente nuova di complesse esperienze transferali. La descrizione caotica che il paziente faceva del suo rapporto con entrambi i genitori, molto simili ai tipi alternativi di sviluppo del transfert di cui sopra, ha potuto essere vista come una forte difesa contro gli strati più profondi delle sue relazioni interne con i genitori, non consapevolmente disponibili. Questo relativamente raro sviluppo transferale deve essere distinto dalle difese narcisistiche ordinarie contro l’invidia, in cui alternano idealizzazione e svalutazione, caratteristiche dei transfert narcisisti; così come gli attacchi transferali isolati inferti da personalità narcisistiche operanti a livello chiaramente borderline. La sottigliezza degli sviluppi transferali prolungati che sono chiaramente contraddittori, immutabili, mutuamente esclusivi, può essere chiara dopo un bel po’ di tempo. Potrebbero nascondersi in queste situazioni i lunghi impasse psicoanalitici che, se non risolti, limitano severamente i risultati della terapia psicoanalitica.

L’attenzione per l’evoluzione di questo tipo di terapia e la capacità dell’analista di domandarsi fino a che punto il paziente è interessato a costruire nella sua mente una visione coerente della personalità di chi lo sta prendendo in cura può contribuire a evidenziare ed anticipare la nascita di questo problema, facilitando lo sviluppo della terapia.

7 pensieri su ““Nemmeno i migliori terapeuti riescono a capirmi”, parte II

  1. Claudileia, ho un problema grave con quel familiare di cui ho accennato in un vecchio commento. Narcisista con vari disturbi del clauster b, dipendenze patologiche e patologicamente antisociale. Ovviamente non collabora, non ritiene di aver bisogno di sostegno o terapie, proietta sugli altri e nel contempo parassita. La colpa è della madre, del padre, della sorella, della società, le donne sono t…e, gli uomini m…e, i medici cani, i terapeuti alcolisti o cocainomani. Non riconosce una regola. Non potrebbe mai vivere solo, non riconosce i doveri di una esistenza nel sociale. I più banali. Anche se avesse una entrata non potrebbe gestirla. Saprebbe tuttavia sopravvivere in mezzo a un bosco. A una giungla. Nonostante ormai i problemi anche fisici, ha intelligenza, manualità, creatività, sa cucinare. Ma socialmente è gravissimo. Claustrofobo. Manipolatore. Megalomane, vive di quei pochi ricordi, distorti tra l’altro dali suoi disturbi. Crea problemi (gravi), te li butta addosso come se gli altri dovessero risolverli ma al contempo ne impedisce la risoluzione. Finge di assecondare per un po’, poi d’un tratto gli parte quel NO malefico, distruttivo. Tu ti ritrovi che hai perso tempo, energie fisiche e psichiche, denaro e a un tratto ti ritrovi punto e a capo. Anzi, più indietro di prima. Io non ne posso più. Mia madre, vecchia, nemmeno. Le strutture sociali e i terapeuti non capiscono. Chiedono la sua collaborazione. Io ogni volta che mi dicono, portalo qui, portalo là mi sale una rabbia che spaccherei tutto. Non capiscono nemmeno le strutture che è come spostare una montagna, anzi una valanga di m…a che ti si rovescia addosso. Come avere a che fare con un reduce dal vietnam, perché il suo vissuto praticamente è così grave, anche peggio. Un senso di impotenza che non posso riuscire a descrivere. Proprio in questi giorni dovrei risolvere una questione per avere un minimo riconoscimento economico ma il terapeuta dice, portalo qua lo prendiamo in carico. Ma alloraaaaaaaaa….. se non avesse quei disturbi ci andrebbe no???????
    Posso scriverti due righe sulla mail del blog…Vorrei aggiungere alcune cose, qui non me la sento e non posso. Grazie di tutto come sempre.

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  2. Ecco, la svalutazione mascherata del terapeuta. PRECISO. Quelle rare volte che sono riuscita a portarlo davanti a una dottoressa, a una commissione, un medico legale, una psichiatra,infine da un terapista per le dipendenze patologiche, l’incontro si è sempre rivelato una gag comica. Lui brillante, ironizza sulle sue imprese, racconta barzellette. Tutti a ridere, compresa “l’autorità” di turno, poi appena a casa… lo psicologo? “cosa vuoi che sappia della vita quello lì, con quello che ho vissuto io il cervello glielo sbriciolo”; il terapeuta delle dipendenze patologiche? “quello è un imbecille e un alcolista, io lì non ci vado è lui che ha bisogno”. Siamo proprio nel caso in cui li svaluta amichevolmente. Butta tutto in “vacca”, tarallucci, vino, barzellette, gag. Torna a casa e dice. NON CI VADO PIÙ QUELLO È UN CRETINO. Intanto tu hai perso tempo. Energie. Il programma che si era tentato di mettere in atto fallisce, così lui può dire.”hai visto? Non fanno un c…o” e dà a te la colpa che GLI HAI FATTO PERDERE TEMPO CON LE TUE MINC…TE!

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    1. Cara Lilith, purtroppo il quadro che stai descrivendo è di un soggetto assolutamente restio ad ogni sorta di terapia e che preferisce far impazzire tutti perché nella sofferenza altrui sta il suo unico vero divertimento. Vorrei capire quanti anni ha e visto che è già stato visitato cosa gli hanno diagnosticato. C’è da dire che anche laddove la diagnosi è bella fatta e prevede l’assunzione di farmaci, spesso sono persone che la rifiutano, così come i farmaci, di modo che tutto il peso resta a carico esclusivo dei familiari. È questo ciò che vogliono, perciò non collaborano. Si vedono assolutamente sani di mente e anche quando vengono magari abbandonati a loro stessi perché tutti se ne vanno, esauriti e distrutti, non hanno la capacità di ammettere le proprie responsabilità. Ne ho visti di casi addirittura di schizofrenici che si sono rifiutati fino alla fine di prendere dei farmaci, di famiglie borghesi che si rifiutavano di chiedere, consapevolmente, l’invalidità civile per un adulto disturbato per ‘la vergogna’ di ammettere di non essere perfette, di famiglie costrette a provvedere al TSO, con tutto il carico di sensi di colpa che una decisione del genere comporta, ecc. Il quadro è abbastanza desolante per le famiglie, lo so. Tu mi chiedi qualcosa del tipo: c’è un modo per far ragionare questo squilibrato? Per farlo rendere più facile la nostra vita? La risposta è no, perché dalla tua descrizione la soddisfazione che ricava facendovi andare di qua e di là, sconvolgendo la vostra vita, rubando il vostro tempo e la vostra energia è troppo grande! Non rinuncerà a essere il vostro bambino capriccioso per niente al mondo!

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  3. Il mio cuginoCovert invece prende un sacco di farmaci per i capogiri.Gira in lungo e largo medici a pagamento perché gli trovino una causa che non c’è e medicinali ne pende parecchi.Ipocondriaco,associale,parassitario e molto aggressivo se lo smascheri,in più la madre lo tratta
    come un bimbo ipocondriaca anche lei.Si passano la palla a vicenda.

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