La testimonianza di Mina: “In mia madre era nascosta la risposta a tutte le mie relazioni sentimentali”

Se per le relazioni tossiche con un uomo c’è una certa facilità a confrontarsi, sugli abusi occulti in famiglia c’è una resistenza fortissima. Io ho potuto constatare che la resistenza parte innanzitutto da noi. Sono una donna, ho figli, alle spalle un matrimonio che mi ha devastato e una serie di relazioni che mi hanno depredato di ogni speranza e bene. Sono stata sempre concentrata sulle mie relazioni sbagliate, ho cercato di correggermi e rendermi amabile, di inzerbinarmi (non consapevolmente, ma tant’è…) meglio e di farmi accettare, ho esaudito tutti i desideri che ho intuito, a parte i miei, ovviamente.

Io non ho mai avuto desideri per me, solo essere amata. Ho trascorso anni a cercare di capire perché incappassi in uomini bugiardi e abusanti, incartandomi sempre di più. Sono diventata sospettosa e grigia e, nonostante tutto, non ho fatto altro che far avvicinare uomini sbagliati. Ho pensato che il tutto derivasse dal rapporto inesistente con mio padre, un uomo prepotente e rude, offensivo e violento. Ho pensato che mi mancassero proprio le capacità per comprendere il genere maschile. Mi sfuggiva però un particolare importante. Mi sfuggiva perché non accettavo di vederlo. Mai ho messo in dubbio la buona fede e l’amore di mia madre. Nemmeno quando mi menava, nemmeno se mi insultava, nemmeno se non mi difendeva, anzi, mi si scagliava contro e mi distruggeva l’anima pezzo dopo pezzo. Mi ha detto le cose più orribili che mi siano state dette. Eppure, non ho mai dubitato. Non ricordo un compleanno, un natale, un giorno di festa senza tragedie. Tragedie epiche, scaturite sempre dal nulla ma io mi sentivo comunque in colpa. Una tenda non perfettamente stirata, una goccia d’acqua in un lavandino non perfettamente luccicante, un giocattolo fuori posto. E io mi sentivo davvero una merdaccia per aver sbagliato quel qualcosa che la faceva infuriare. Sbagliavo sempre qualcosa. A un certo punto ho cominciato a stare troppo male e a rispondere male e sono diventata ancor di più l’essere meno desiderabile dell’universo. Ero proprio io l’errore, sbagliata in tutto, nemmeno capace di subire in silenzio le punizioni per questi fantomatici errori. Nella mia testa capivo che le scenate partivano dal suo nervosismo, perché non le andava di fare certe cose, come per esempio cucinare e recitare la parte della perfetta madre e moglie, e sapevo che aveva solo bisogno di sfogarsi e che avrei dovuto incassare in silenzio, ma ci soffrivo troppo per rimanere muta, mi arrabbiavo e non riuscivo, come poi faceva lei, a ridere a 32 denti davanti agli invitati, a tener banco, a scherzare. Io mi sentivo disperata, fiaccata, stranita, non riuscivo a far finta che non mi avesse colpito e mortificato. Stavo giù e lei non mancava di far notare quanto fossi strana, cupa, insopportabile. Sono stata screditata davanti a tutti, fatta passare per la bambina, poi la ragazza, poi la donna più intrattabile, egoista, stronza. Giorni, mesi, anni di silenzi punitivi. Durante i quali era impossibile mendicare anche solo una parola. Poi tornava, in occasione di qualche nuova recita in pubblico, con l’atteggiamento di una martire che si carica la croce di una figlia sbagliata e, per sua grande bontà, dispensa consigli non richiesti, spara sentenze mortificanti, affonda il coltello. Aveva questa croce, questa figlia orribile di cui occuparsi, e io ci credevo davvero di essere orribile, sbagliatissima.

Ho sempre pensato che mia madre non fosse del tutto equilibrata ma solo quest’estate, pensate, all’ennesima scenata di panico, scaturita dal nulla, alle ennesime umiliazioni mi si è accesa una lampadina: è esattamente quello che mi capita nelle relazioni sentimentali. È la stessa dinamica. Io non faccio altro che espiare quello che nemmeno capisco di aver commesso. Errori che io non capisco di fare.

Io cerco di compiacere e piacere, tutta tesa a captare cosa posso fare per farmi voler bene e puntualmente prendo bastonate. Per andare bene, devo essere di gomma, senza sentimenti, senza “assurde” pretese di rispetto o privacy. D’altra parte, me lo disse proprio lei una volta, l’ideale per lei è che io sia depressa così sono più malleabile e piacevole.

Sono una donna prostrata. Cerco di mascherare la profonda insicurezza che mi deriva da tutto ciò, di darmi un contegno, ma la sostanza non cambia. Sono la bambina che cercava di farsi amare e non ci riusciva. Ma l’illuminazione è che questa bambina disperata non potrà riuscirci, perché l’amore cercato semplicemente non c’è. Non c’è nei favori non richiesti e poi rinfacciati, non c’è nelle invasioni, non c’è nelle insinuazioni cattive, non c’è nei giochetti tesi a farmi saltare i nervi per poi screditarmi, non c’è nei racconti distorti, non c’è nelle bugie, nelle scenate, non c’è nei giramenti di frittata, non c’è nelle offese e nell’instillazione costante e opprimente di sensi di colpa su sensi di colpa. Non c’è. Punto. E non posso farci niente.

Questa illuminazione mi ha insieme sollevato e abbattuto. Forse mi ha dato il colpo di grazia definitivo, ma è anche il punto di partenza per tentare una strada nuova. Sto provando, come posso, a mettere paletti e frenare lo scempio di me. Ma non è facile. C’è di mezzo un’intera famiglia, da cui non potrà salvarmi un divorzio, e tutto ruota intorno a mia madre. I miei stessi figli la adorano e io non potrei mai limitare la frequentazione, perché i bambini hanno già sofferto l’anaffettività del loro padre: hanno bisogno di credere di avere una famiglia che li ama alle spalle. Io, sostanzialmente, vivo per proteggerli e renderli forti e felici. Come potete immaginare, mia madre sa perfettamente che io mi farei scannare per loro. E quindi, all’occorrenza, quando ha bisogno di sfogare le sue frustrazioni, il suo livore, sa come ripescarmi. Sa che io per proteggere loro e la loro serenità, son pronta a incassare tutto. E quindi il gioco è semplice: arriva nonnina con un bel premio per loro e un sacco di merda da riversarmi segretamente addosso. Con i suoi modi, quelli che mi feriscono e passano inosservati a tutti gli altri. Quello che sto impacciatamente cercando di fare è di proteggere un minimo anche la bambina disperata che è in me. Basta rimanerci male per il non-amore. Non cambia nulla se ci piango la notte. L’amore non va cercato dove non c’è.

Io non so se lei è narcisista, sociopatica o semplicemente squilibrata. Di certo non sa amare. Di certo non ama me. Basta cercare di cambiare il finale di una favola che non esiste. I colpi non posso evitare che mi vengano inferti, però magari posso imparare a schivarli, invece di rimanere impalata o di correre incontro al pugno a viso aperto. Ecco, io più di questo non so cosa fare. So che può sembrare assolutamente assurdo, ma io fino a quest’estate non ho riconosciuto il problema. Cioè, ovvio che soffrissi come un cane, da sempre, ma non avevo messo a fuoco. Avevo un cancro che mi divorava da dentro, ma nel mentre ero tutta concentrata a proteggermi dalle ustioni degli incendi tutti intorno. E mai mi ero resa conto che negli incendi c’ero finita perché il mio cancro mi aveva tolto la capacità di valutare quale fosse il bene e il male per me. Mi costa molto ammettere questo. Mi fa sentire stupida (anni e anni di colpevolizzazioni, come vedi, lasciano il segno…), mi sento l’adolescente ribelle che incolpa mammà per le sue insicurezze. Sono una donna, dovrei essere autonoma, no? Ok, ho avuto una madre pazzoide, questo non dovrebbe impedirmi di farmi una vita felice e serena. Il problema è che finora non ho connesso le cose. Le ho creduto al 100%, le ho dato ragione al 100%, mi sono vista e interpretata come lei mi ha dettato. Questo sì che mi ha impedito di farmi una vita felice e serena.

Vivo con un senso di solitudine enorme. Non sono mai stata in grado di difendermi, mi son sempre offerta in pasto e mi son fidata di tutti, fuorché di me. Ero la “sbagliata” per eccellenza, come potevo dare una voce alle mie esigenze o alle mie sensazioni? Purtroppo l’opera oppressiva e “correttiva” dei miei genitori ha condizionato la mia intera esistenza. La mia vita relazionale è stata un fallimento, mi son fatta trattare come carne da macello. Io ho una sorella. Non posso dire che lei sia vissuta da figlio d’oro, perché il nostro ambiente familiare era di svalutazione totale e mortificazione. Però, sicuramente, se non era considerata d’oro universalmente, lo era per lo meno rispetto a me. Io servivo da sfogo e mi prestavo benissimo allo scopo. Lei ha rimosso totalmente i ricordi dolorosi, le botte (che a onor del vero, prendevo quasi del tutto io, perché quando cominciava a partire l’escalation psicopatica l’avvertivo subito e mi buttavo in mezzo, difendendo mia sorella e prendendo su di me tutta la furia punitiva), gli insulti, le vessazioni, l’indifferenza emotiva. Il ritornello “mamma lo fa per il tuo bene”, lei l’ha del tutto interiorizzato. Come ha interiorizzato il giudizio negativo su di me. Io, anche per lei, anche ora, sono la sbagliata, quella riuscita male. Lei ha assunto molti degli atteggiamenti materni, che ripropone pari pari nella sua famiglia. I suoi figli li ho nel cuore. Sono trattati come soldatini, continuamente denigrati e spinti a fare cose che non sono nelle loro corde, a dare prestazioni per le quali naturalmente vengono criticati, confrontati con altri bambini più capaci, offesi. Io cerco di farla ragionare, di smussare, di mediare. Ma è come se non si rendesse assolutamente conto. Per darvi la misura, vi racconto un episodio sciocco ma che mi ha ferito molto. La mia nipote più piccola è quella su cui più si accanisce l’opera repressiva di mia sorella e il marito. È una bambina meravigliosa, intelligente e ribelle, anche se poco a poco la stanno spegnendo. Sta benissimo con me e tante volte mi ha chiesto di andare a vivere con lei o di poter venire lei a vivere a casa mia, con i miei bambini. Tempo fa l’ha detto davanti a mia madre e mia sorella, la quale immediatamente ha commentato con un sorrisetto di commiserazione e disprezzo, rivolta a mia madre, “eh certo, si vede che tra stronze ci si intende perfettamente”. Ma come può parlare così? Come può dire questo della sua bambina? Qualche giorno fa leggevo, qui sul blog, l’intervento di una donna che ha avuto anche lei una famiglia terribile e una sorella psicologa che mantiene comunque rapporti con i genitori abusanti. Avrei voluto scriverle perché capisco pienamente il suo dolore, solo che nel momento non avevo modo e ora non riesco a ritrovare l’intervento. Di fronte a queste famiglie, la cosa più sana probabilmente è rompere tutti i ponti e scappare. Io non lo faccio. E’ vero che, per la mia storia, ho una vocazione al martirio che dovrei superare con tutte le forze. Ma io credo che ora come ora, più che per ripetere lo schema della mia espiazione attraverso il dolore dell’umiliazione da parte dei miei parenti, io rimango per proteggere chi avverto più debole di me. Lo facevo da bambina e da ragazza con mia sorella, per proteggerla dai miei. Lo faccio ora con i miei nipoti. In compenso ho tagliato i ponti emotivi dall’ultima scenata da pazzi che mia madre mi ha fatto l’estate scorsa. Ho serrato il cuore, non so come dire. Non sono felice così, ma devo sopravvivere. Sempre a quella donna con la sorella psicologa, vorrei far capire quanto le sono vicina. L’ultima volta che sono rimasta incinta, ho avuto un gravissimo problema in gravidanza. Sono stata male e ho avuto un’emorragia che mi ha fatto perdere il bambino. Prima dell’epilogo dolorosissimo sono dovuta andare all’ospedale. Questo è successo durante una domenica, in cui mia madre aveva invitato a pranzo mia sorella con il marito e i figli. La mattina io ero da loro, a casa di mia madre, e, prima di perdere il bambino, ho cominciato a stare male e ho chiesto se potevano darmi un passaggio al pronto soccorso. La risposta secca è stata “no, dobbiamo andare a messa, perché dopo non c’è tempo”. Mi sono arrangiata per conto mio, ho perso il bambino, sono stata malissimo. Ovviamente non sono stata a pranzo con loro. Ovviamente nessuno mi è stato vicino, non dico materialmente, ma emotivamente. Mia sorella mi ha scritto “mi spiace” via sms, mio padre non mi ha detto una parola né quel giorno né mai più, in linea con il suo metodo, mia madre ha sentenziato “molto meglio così, la natura ha risolto da sola il problema”. Il problema??? Io da allora ho esaurito tutte le mie lacrime. Mi è rimasta la rabbia, l’insofferenza, il senso di impotenza, la prostrazione. Ma una parte di me è morta, insieme al bambino.

Ciò che di me sopravvive, vive solo ed esclusivamente per proteggere i miei figli dal vuoto orribile che la mia famiglia mi ha fatto conoscere, per donare loro tutta la felicità che io non ho avuto.

Spero di farcela.

58 pensieri su “La testimonianza di Mina: “In mia madre era nascosta la risposta a tutte le mie relazioni sentimentali”

  1. Mi spiace per tutto il dolore e le atrocità che hai sopportato, conosco quel dolore. Iniziare a “vedere” è un percorso che se vuoi non avrà fine e ti aprirà a te stessa. Se posso, solo un consiglio: il tuo sacrificio, quello che senti di dover fare per i tuoi figli e nipoti, è ancora conseguenza dei maltrattamenti.
    Salva te stessa e loro, concediti un futuro diverso e allontatevi più che potete. Non serve ai tuoi figli una nonna che li usa per svalutarti. Insegna loro che l’amore per se stessi è il primo amore che dovranno imparare, il più grande regalo che puoi fargli. Un abbraccio.

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  2. Cara Mina , da una parte ti capisco, ma dall’altra no. So che il meccanismo è molto complesso, io stessa ne sono stata vittima in quasi tutte le mie relazioni sentimentali e liberarsene è dolorosissimo. Non è semplice riconoscere il non-amore quando hai creduto di averlo trovato in un uomo che alterna con schizofrenia momenti di tenerezza e altri in cui ti fa capire che non vali niente. Ma la famiglia d’origine, quando si è adulti, deve diventare un rifugio, un’oasi, un porto sicuro e caldo al quale approdare. Se permetti a tua sorella di chiamarti “stronza” davanti a tutta la famiglia, dopo quello che hai passato, se ti senti male e non ti portano al Pronto Soccorso a costo di farti abortire , tu devi avere una reazione (sarebbero da denuncia penale per omissione di soccorso, altro che “mi spiace”!) . Il tuo atteggiamento di sopportazione non è giustificabile con la “missione” di salvataggio che ti sei assunta nei confronti dei tuoi nipoti, tanto non ti permetteranno mai di cambiare quello che hanno scelto per loro. Ti considerano una stronza? E tu sii una stronza! Che cos’hai da perdere a questo punto? Una madre che ti picchiava e adesso si compra l’affetto dei tuoi figli per sminuirti? Un padre che adotta il silenzio sdegnato per punirti di aver perso un bambino? Una sorella che ti detesta cordialmente e non ti accompagna in ospedale? Non scherziamo. Togliti la soddisfazione, dì loro tutto quello che pensi e poi cancellali dalla tua vita. Io l’ho fatto con una madre che non ha mai alzato un dito su di me, ma che lo faceva a parole, confrontandomi per tutto con gli altri , criticandomi in continuazione , facendomi battutine sarcastiche che poi negava, riversandomi addosso tutto il suo vittimismo patologico. Mio padre, una figura labile, bizzarra e assente , non ce l’ho più da anni. Mio fratello, un egoista infantiloide che vive ancora con mamma. Ce la mettevano tutta a farmi sentire sbagliata, diversa perché ho le mie idee. Ho detto basta. Ora non li vedo più , se non quando ho voglia di un caffè con mia madre ma non appena inizia a dirmi che “non mi faccio mai viva ” o che sta male, la saluto e me ne vado. I miei figli ora sono grandini e vanno a trovarla. Ma è una loro scelta. Dammi retta, non proteggere nessuno, non sono responsabilità tua i nipoti. Salvati non prima di esserti tolta la soddisfazione di farli sentire per una sola volta lo sterco che sono sempre stati con te. Un abbraccio.

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  3. Mina, quanto dolore e quanta sofferenza.
    Molte delle dinamiche che racconti nella prima parte del tuo articolo, cioè i comportamenti abusanti di tua mamma sin da quando eri piccola, mi hanno ricordato moltissimo gli atteggiamenti e le parole di mia suocera nei confronti del mio compagno. Anche il mio compagno si porta dietro degli enormi “buchi” e una grandissima difficoltà ad amare, sai? E non è facile nemmeno per me amare lui. Dici bene che il “non amore” chiama “non amore”, o meglio, spesso purtroppo il non essere stati amati (o esserlo stati nel modo “nocivo” come quello di tua mamma o di mia suocera) si frappone come un ostacolo nella ricerca di relazioni sane, disinteressate, orientate al bene…..Deve essere davvero molto difficile Mina ma tu hai dalla tua un grande “punto”: la consapevolezza. Usala. Non buttare via tutto il percorso dolorosissimo fatto finora. Faii aiutare e vaia fondo, ora che hai la consapevolezza, puoi avere una base per orientare il tuo agire oggi, e per costruire, per te e per i tuoi figli, un futuro diverso. Posso domandarti, se ti va, una cosa? Come è il rapporto con i tuoi figli/e? Ti senti di stare in qualche modo “replicando” le dinamiche madre/figlia che hai vissuto da piccola o hai impostato le cose diversamente? Un grande, grandissimo abbraccio.

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    1. Cara Ofelia, il mio rapporto con i miei figli è impostato in maniera del tutto antitetica a quello che avevo con i miei genitori e antitetica rispetto a quello che mia sorella ha impostato con i suoi figli. Li amo incondizionatamente. Ed è proprio questo che mi ha fatto aprire gli occhi e mi ha fatto riconoscere che io non sono mai stata realmente amata. Io non sono mai stata validata e accettata come persona. Ciò che a me è stato detto o fatto non lo direi o farei mai e poi mai, nemmeno a un estraneo figuriamoci a un figlio. Ed è proprio questa certezza che mi ha fatto capire. Io non cerco di plasmarli, io li amo. E li amo esattamente come sono, semplicemente perché sono. Ci sono e li amo. Amo la loro libertà, cerco di spingerli a sentire i loro desideri, a coltivarli e a impegnarsi per assecondarli, cerco di mostrare loro tutto il bello che c’è nel mondo, le infinite possibilità, e sono felice di vederli crescere e muovere passi sempre più decisi verso la loro indipendenza e la loro propria personalità. Sono felice e mi sento onorata di essere la loro mamma e questo lo sento proprio nell’anima e nella pelle tutti i giorni anche, e forse soprattutto, quando facciamo le semplici cose di tutti i giorni, che so mentre andiamo a scuola, mentre preparo la cena, mentre vediamo un film o chiacchieriamo o giochiamo o anche quando discutiamo, quando ci sono problemi o malattie da affrontare insieme… Io ho capito con loro cos’è l’amore. Prima non ne avevo idea

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      1. Mina, allora, dal mio punto di vista, sei davvero a un piccolo passo dalla salvezza.
        Non stai replicando lo schema familiare che hai appreso, e questo vuole dire tantissimo.
        BRAVA. Ti manca poco….poco anche se è un passo grosso.
        Ti abbraccio fortissimo e tifo per te con tutto il cuore! ammirandoti per la tua forza e il tuo coraggio.

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  4. Carissima Mina, concordo con te sulla resistenza a squarciare il velo di silenzio per quanto riguarda le violenze materne, tanto psicologiche quanto fisiche. Ho condiviso con voi in alcuni commenti qui sul blog la mia storia personale perché ritengo assolutamente importante ricordare che questo tipo di ‘madre’ esiste e sottolineare i danni incalcolabili che lasciano in eredità ai loro figli e nipoti. Penso sia particolarmente duro parlare di questo argomento in Italia a causa della quasi sacralità che avvolge le figure materne. Ci sono troppi luoghi comuni e una grande ignoranza sull’approccio terapeutico migliore e più adatto al trattamento dei figli rimasti traumatizzati dagli abusi materni. Io, come te, ho fatto questo lavoro di sovrapposizione tra la dinamica relazionale con mia madre e i miei rapporti affettivi molti anni fa. Scoprire che in troppi punti la personalità di un partner corrisponde in tot con quella materna è uno shock, ma quando il click arriva non c’è più modo di tornare indietro. E’ stata questa la mia esperienza in un momento di enorme sofferenza quando ho compreso di averci a che fare sentimentalmente con una copia carbone di una madre psicologicamente devastante e per di più violenta come la tua. Nonostante tutto il dolore dei maltrattamenti psicologici (gaslight, triangolazione, tradimenti, bugia patologica, svalutazioni, slealtà, ecc.) io comunque restavo invischiata, come in attesa di ‘qualcosa’. Mi dicevo: “Be’, almeno non alza le mani, quindi IN FONDO MI AMA…”. ASSURDO. Non aveva alcun senso restare in quei rapporti, eppure mi incaponivo restando, di fatto, impietrita e bloccata PER ANNI. Perché? Perché cercavo di capire ciò che non capivo, perché fantasticavo miglioramenti e soluzioni miracolose, perché mi credevo capace di sopportare più di chiunque altro la bestia del disamore assoluto, totale e per questo INACCETTABILE. Inaccettabile per me, per noi, che vogliamo solo ‘essere amati’, ‘farci amare’ o, perché no, a seconda del nostro livello malsano di narcisismo… essere idolatrati? Ci diciamo: “Ma come fa questo a non amarmi dopo tutto ciò che sono, che rappresento, che dimostro?”. Vogliamo l’approvazione che non abbiamo avuto nell’infanzia anche da adulti… Prima di comprendere che da questo tipo di personalità non si può mai avere una briciola di amore, ogni figlio diventa un collezionista di traumi. E ogni figlio collezionista di traumi diventa un bersaglio facile a chiunque si avvicini in veste di salvatore, di risolutore, di antidoto ad ogni sorta di dolore. Ecco, io volevo che mia madre mi guardasse con gli occhi amorevoli che le altre madri, quelle dei miei compagni di classe, guardavano i loro figli. Volevo quello sguardo pieno di orgoglio e di soddisfazione che mai e poi mai avrò nella vita da nessun uomo al mondo, a meno che finga di essere MIA MADRE. Ecco cosa vendono i narcisi a un prezzo salatissimo: QUELLO SGUARDO. Ho lottato come un leone per ottenere QUELLO SGUARDO da persone esattamente come lei. Era una mia fantasia: vincere. Allora non capivo, come te, che quel tipo di sguardo presupponeva un certo tipo di anima e di cuore per affiorare nella sua purezza e autenticità. Non capivo che ci voleva una “certa tendenza” a voler bene alle proprie creature e alle cose belle che la vita quotidianamente ci offriva. E non capivo che questa inclinazione a voler bene era, in realtà, la chiave di tutto. E’ questa la differenza tra noi e le nostre madri, cara Mina. Le nostre madri possono averci partorito tra le lacrime di un dolore reale ma, appena cicatrizzata la ferita per la quale siamo passate, ci hanno dedicato il nulla. Chissà se per vendicarsi per averci portato 9 mesi sulle loro pance hanno ritenuto che dovevamo pagare a vita un affitto salatissimo in termini di distruzione psicologica. Nessun sentimento e nessun istinto materno. Nessun pentimento per le ferite che ci hanno inferto, solo una serie infinita di “stai esagerando” o “non me lo ricordo”. Loro non avevano la tendenza a voler bene che ha poi determinato l’abisso che oggi ci divide. Sii fiera di questo abisso, cara Mina. E SALVATI. Non esporre i tuoi figli alle stesse ferite che hai subito in nome di una parvenza di famiglia. Non ne vale la pena. Te lo dico per esperienza, anche parlando con i miei nipoti. Abbraccio grande a te.

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    1. Mia madre, quando ho partorito il terzo mio bambino, al 5° mese, morto, non è venuta al funerale – che io e mio marito avevamo organizzato con il prete della parrocchia dove vivevamo all’epoca – perché, mi ha detto, ho preso già un impegno: devo andare a giocare a poker con le mie amiche. Ora. Per quanto il non venire ai funerali pensavo fosse stato un rifugio per la sua incapacità di affrontare la situazione, cosa alla quale ho creduto per anni, nulla dentro di me, con la consapevolezza che ho oggi, potrà mai perdonarla. Le cose (tutte) che ho letto in questo articolo di Mina, sono esattamente, con la precisione di un cesellatore incallito, capitate a me: madre pazza, padre totalmente assente che ha fatto sempre finta di niente per non occuparsene, sorella torturatrice, alleata e complice dei due di cui sopra. Ne sono uscita, ho impiegato 25 anni (oggi ne ho 55). Mi amo, nutro e vizio costantemente la bambina che ero/sono. Solo così ne sono uscita. Anche io ero terrorizzata a morte che i miei figli potessero patire ciò che ho patito io, ma ho capito che stavo confondendo i miei problemi con i loro. E anche questa è stata una svolta che mi ha aiutata a superare l’odio, la rabbia, la solitudine, l’abbandono, il disprezzo, la gelosia morbosa (delle 2 di cui sopra), il rifiuto, le torture emotive e la violenza verbale, talvolta anche fisica che ho subito nei primi 30 anni della mia vita: quando ti seppelliscono sotto terra in questo modo, sei incapace di fuggire, anche se dovresti faro a gambe levate. Al contrario, io restavo impietrita, bloccata dal terrore di vivere la mia vita, a subire da parte loro nefandezze della peggiore specie e, come se non bastasse, dando a me stessa la colpa di tutto: ero io la malata e il peso della famiglia, senza di me avrebbero vissuto tutti molto meglio. Avrebbero tirato tutti un sospiro di sollievo.
      Quando ho sposato mio marito (27 anni fa, e se ce l’ho fatta è stato anche grazie a lui), gli ho detto: “Mi dispiace… hai sposato merce avariata.”

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  5. come crediamo di proteggere i nostri figli se non” vogliamo “prima la nostra felicità, il nostro sacrificio è una illusione, nessuno ce lo chiede ( tranne il genitore/ mostro ) quantomeno i nostri figli.
    I figli sono come una spugna, assorbono ogni minima goccia di emozione ( più di quanto noi possiamo immaginare ) e sanno rilasciare un mare di insegnamenti (sopratutto a noi adulti vittime di N.P.) , proviamo a ribaltare il punto di vista , proviamo a sentire come sono capaci di “proteggerci ” a vicenda, come sono capaci di insegnarci l’amore senza condizioni, come vogliono vederci “diversi”, felici , pieni di vita e di speranze.
    Impariamo da loro, ripartiamo da loro, viviamo con “loro” (non vogliono il vivere “per loro ” ).
    Lo so , le parole sono distanti anni luce dalla nostra realtà, ma i nostri figli conoscono la via più di noi stessi , la via attraverso un’ infanzia/adolescenza/maturità a noi negata e distrutta.
    Con affetto.

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  6. Illuminante. Il fatto di non voler essere spiacevoli è la trappola che ci scatta dentro. Ultimamente ho persino creduto di essere diventato a mia volta anempatico, poi ho capito che stavo solo predisponendomi ad altre – più leggere, devo dire – manipolazioni da parte di quelle che un mio amico anglofono chiama “attention seekers”. Le due ultime ne hanno sempre una: malattie, preoccupazioni, disastri in corso. E oscillano tra adorazione e disprezzo… che sono cose che conosco già e alle quali ho reagito, per una volta, ponendo un sacrosanto paletto. Non di frassino, per ora. Non una staccionata, al momento. E le cose che sono andato a ripescare in effetti riguardano la mia infanzia, ma non ho avuto questa lucidità. Rileggo avidamente questa testimonianza. I genitori, i genitori…

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    1. “Cattivi bambini”… L’ansia che un genitore manipolatore reca nei figli adulti in caso di malattia reale o immaginaria è paragonabile agli attimi prima degli schiaffi ricevuti da bambino. Il gioco mentale non cambia: attendiamo sempre la tragedia. Non importa cosa possiamo fare per renderci utili nella risoluzione dei loro problemi reali o immaginari: semplicemente non sanno cosa farsene della nostra pazienza perché sostanzialmente della nostra pazienza e disponibilità non importa granché. Per molti di loro (parlo dei manipolatori) la cosa importante è che la nostra vita venga bloccata esattamente come la loro. Il messaggio è “tu non puoi sopravvivere a me”. Sono abbracci mortali che ti stringono nella morsa dei sensi di colpa a vita. Così come non sei stato un bambino ‘buono abbastanza’, lo stesso vale anche da adulto. Non tollerano che la tua vita vada avanti anche quando sei tu ad essere malconcio. Se diventi troppo autonomo e indipendente le etichette nei tuoi confronti aumentano, perché passi ad essere freddo, egocentrico, egoista, menefreghista nei confronti dei vecchi, malati e ‘amorevoli’ genitori che ti hanno dato la vita. Che poi questo ‘dare la vita’ sia stato un atto naturalmente meccanico non conta. Quando serve, quando è utile ai loro propositi il “dare la vita” assume una rilevanza notevole, trascendentale. Sono genitori che molto raramente chiedono come stai e quando te lo chiedono ti ascoltano per due secondi prima di mettersi a parlare di loro o di ferirti per il piacere di farlo. Abbracci a te.

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      1. Ci credo! Purtroppo senza questo tipo di ricatto COSTANTE i figli possono accorgersi più facilmente della valanga di cattiverie che hanno subito. Sottoporre un figlio al ricatto emotivo, a maggior ragione quando di mezzo c’è una malattia, spesso significa insabbiare tutto ciò che è successo in passato. La malattia mette una pietra tombale su tutto PER LORO, senza risolvere alcunché dei traumi che hanno perpetrato sui figli. Anzi, molte volte quando davvero malati, aumentano gli abusi come per vendicarsi della vita che il figlio avrà nonostante la loro dipartita.

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  7. leggere la tua testimonianza cara e dolce Mina fa male al cuore ma è anche illuminante su aspetti che ad esempio io non avevo messo in luce anche nella mia storia con i miei genitori che sono stati presenti fisicamente ma assenti emotivamente e lo sguardo di cui parla Claudileia mi ha colpito perchè è stato come finalmente capire che cosa mi aveva dato più noia o m i era mancato quando ero piccola….Io come gli altri ti dico che dovresti allontanarti da tua mamma anche per il bene dei tuoi figli che anche se al momento possono non capire con il tempo sicuramente lo capiranno. Poi, anche perchè queste persone bisogna iniziare a smettere di assecondarle per “il buon per la pace” loro vanno avanti indisturbati perchè trovano sempre qualcuno che per un motivo o per un altro li aiuta, li supporta credendo in fondo di non fare danno ma addirittura di aiutare come pensi di fare te, che mantieni i rapporti per fare stare bene i tuoi figli non togliendo la nonna a cui loro vogliono bene. Ti abbraccio perchè sei una bella persona

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  8. Claudileia, grazie!
    Hai raccolto tu i miei pochi interventi sparpagliati nel blog e li hai messi insieme qui, in questo articolo?
    Sto leggendo un libro di Marina Valcarenghi che mi sta facendo tanto riflettere: Mamma, non farmi male.
    Questa notte, dopo anni di blackout totale nel ricordo dei miei sogni, mi sono svegliata per l’angoscia.
    Ho sognato e so dire cosa.
    Ero in un teatro, tra tanta gente, c’era una bambina con me che volevo proteggere in tutti i modi e c’era mia madre. C’era anche un’ombra, anzi una persona che nel sogno non saprei dire chi fosse, era totalmente in ombra, non riconoscibile, ma l’avvertivo come nemica, come un buio che fa male. Avrebbe potuto farmi qualcosa. Ma mia madre è intervenuta prima. Mia madre dirigeva lo spettacolo nel teatro e ha fatto in modo di decapitare quest’ombra prima che potesse avvicinarmi e parlarmi. Io ero l’unica nel teatro a capire che non si trattava di finzione scenica, ma di un vero omicidio e non volevo che la bambina da me protetta se ne rendesse conto, fosse coinvolta o contaminata da questo abominio. Per cui cercavo di far sparire i resti di quella testa. Solo la testa. Tutto il resto del corpo era come se non esistesse nemmeno più. E io vagavo tra i cassonetti del quartiere in cui abitavo da piccola per buttare via, sbrandellandoli terrorizzata, i resti dell’omicidio compiuto da mamma. Non lo facevo per lei, cercavo di proteggere la bambina.
    Ecco. È il primo sogno dopo anni. Mi ha svegliato per quanto mi ha fatto male.
    Ed è incredibile che questa mattina io abbia aperto il blog, dopo tanto, e abbia trovato questo articolo.
    Sono letteralmente senza parole.

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    1. Ciao Mina! Ci ho messo parecchio per riuscire a iscrivermi e ho combinato un guaio nel senso che dai commenti risulta evidente il mio nome, cosa che avrei evitato e che non so come modificare. Mi sono iscritta per poterti scrivere alcune cose ma a questo punto, se prima non riesco a modificare il mio nome, non posso scriverle. Mi chiedevo se fosse possibile confrontarmi con te in privato. Come si può fare? Ti ringrazio in anticipo perla risposta!

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      1. Ciao Stella, per scrivere in forma anonima basta che clicchi su rispondi, senza autenticarti. Usa solo un nickname e inserisci l’email. L’indirizzo mail non lo vede nessuno, solo Claudileia che gestisce il sito ma garantisce l’anonimato. Non c’è bisogno che metti altro

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  9. Cari tutti, grazie per il vostro sostegno. Da quando avevo scritto questi interventi sul blog, e cioè da quando mi era scattato il primo click, è passato del tempo. Da allora non sono più tornata indietro. Ho dovuto per forza guardare in faccia i miei demoni, capire, e ho scelto di vivere. Io sono altro, non sono ciò che mi è stato raccontato. Mi è stato strappato quasi tutto ma sono viva! E la mia vita è e deve essere il mio capolavoro, non la pattumiera delle frustrazioni altrui. Per cui ho fatto, soffrendo, ciò che non credevo si potesse fare: ho divorziato dalla mia famiglia di origine. Senza clamori e senza manifesti, senza più nemmeno cercare di ragionare e spiegare e conciliare, senza pretese. I miei familiari se ne saranno accorti? Forse hanno intuito che qualcosa è cambiato, ma non conviene a nessuno parlarne. Per loro sono solo andata via, per motivi contingenti, il lavoro, gli impegni dei bambini, le incombenze, le scelte di vita… Nessuno chiede e nessuno spiega. Nessun amore da parte loro per me. Ma la vera novità è nessuna energia più per loro da parte mia.

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    1. Bravissima!!!! È stata la miglior scelta (e l’unica) capace di preservarti e preservarvi da ulteriori malesseri psichici. Certo che non conviene a nessuno parlarne: sarebbe ammettere che c’è un problema serio che ti ha portata ad allontanarti. È molto più semplice dire che il problema sei tu oppure i tuoi troppi impegni…

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      1. ..oppure (aggiungo al commento di Claudileia) dare la colpa a un “esterno”, come fa la famiglia d’origine del mio compagno, che si auto-giustifica dell’allontanamento del figlio (e della nipote, nostra figlia) dando tutta la colpa a me. Il capro espiatorio perfetto per lavare le loro coscienze inesistenti,e sollevarli ancora una volta, dalla responsabilità del male fatto a loro figlio.

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      2. Un classico. La colpa è sempre di chi non ha il loro sangue blu. Ci vuole uno ‘straniero’ per rompere il perfetto equilibrio di sopraffazione che mamma e papà hanno generato nel loro nucleo familiare. Solo uno sguardo esterno oppure un membro che ha preso una certa distanza potrebbe analizzare freddamente il quadro e dire: tutto ciò non è normale. Essere troppo dentro significa semplicemente non vedere, non riuscire a identificare cos’è abuso e cosa non è. E’ un po’ come vedere la nostra stessa immagine ingigantita a dismisura. Se ci avviciniamo troppo non sappiamo più cos’è… invece prendendo una certa distanza riusciamo a dire: “WOW, TUTTO QUESTO ERO IO, L’HO VISSUTO!”

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    2. Cara Mina, complimenti per il tuo percorso e la scelta finale di prendere le distanze in via definitiva dalbralporto tossico con la famiglia di origine.
      Dici una cosa che ho notato anche io….spesso ci si fa mille problemi a staccarci da queste persone perché una parte di noi crede che in fondo contiamo qualcosa, non fosse altro che per il legame di sangue (che comunque non conta poche i veri legami sono quelli invisibili del cuore non quelli genetici)…ed invece ti accorgi che di fronte ad un allontanamento silenzioso quanto sofferto loro non fanno assolutamente nulla. Vanno avanti come se niente fosse con la loro vita, si trovano altre vittime, tu non esiti più..
      E questo dve farci capire quanto sia deleterio, come anche ha bene evidenziati Claudileia e insistere a stare anni dietro a persone che non gi hanno mai amato e mai potranno amare. É un danno che noi per prime, al di là delle loro manipolazioni e abusi, facciamo a noi stesse.
      Credo che nel caso di relazioni sentimentali noi restiamo legate al l’illusione della potenzialità di un rapporto….la speranza che in fondo ci si una via di uscita e che lavorandoci su si possa tirare fuori l’anima della persona quella che credevamo di aver intravisto nella fase di idealozzazione….ma quest’ansia è una cosa solo il riflesso di una proiezione, non esiste, proprio come il miraggio nel deserto. Noi amiamo in queste persone un miraggio, e più cerchi di avvicinarti a quell’oasi nel deserto, più essa si allontana.
      Capirlo, capire che con queste persone non vi è sparanza di rapporti sani fa male ed é difficile da accettare ma va fatto. Come hai fatto tu, mettendo al primo posto la tua serenità ed il bene dei tuoi figli.
      Hai fatto la scelta giusta. Brava.
      Un abbraccio

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  10. Cara Mina, intanto subito un abbraccio per tutte le sofferenze che hai sofferto.
    Anche io ho vissuto lo stesso tipo di dinamiche, ma in maniera per mia fortuna più edulcorata. Ciò nonostante so che cosa siano le mancanze affettive, i vuoti e le male parole, anche gli schiaffi. Ma niente rispetto alla tua descrizione drammatica.
    Nel mio percorso terapeutico, e anche attraverso tante letture (la Miller per esempio), ho però fatto su questo tema un passaggio fondamentale che vorrei condividere con te e con tutti voi.
    L’unica cosa da fare, anche se molto dolorosa, è riuscire a capire che questi vuoti non potranno mai essere colmati, ne direttamente (dai genitori, che sono quello che sono e così rimarranno, salvo casi eccezionali) ne da terze figure, o forse sarebbe meglio dire figuri (loschi).
    Capito questo si smette di cercare amore, affetto, comprensione da chi non ce lo potrà mai dare; è triste ma purtroppo è così. Si può nella migliore delle ipotesi cercare di prendere quello che viene, se c’è qualcosa di positivo; altrimenti l’obiettivo non può che essere quello di riuscire a difenderci da ulteriori abusi o, meglio ancora se possibile, creare le condizioni per cui questi abusi non possano nemmeno cominciare. Ognuno deve trovare questa strada.
    Solo dopo si può capire l’effetto devastante delle coazioni a ripetere, cioè quell’inconscio ricreare continuamente le condizioni di sofferenza primaria per cercare utopisticamente di sanarle. Solo a questo punto si capisce che la “scelta” di un np come compagno non è casuale, ma mira proprio a riproporre in maniera inconscia ma amplificata i nostri dolori.
    Solo allora si possono rivolgere le nostre energie a noi stessi e al nostro benessere.
    Non ho consigli per come tu possa gestire il rapporto con tua madre, la loro interazione coi tuoi figli, ne il tuo rapporto con il loro padre.
    L’unica cosa che mi sento di dirti per esperienza è di badare il più possibile a te stessa; non è egoismo, è un prenderti cura della bambina interna che ha tanto sofferto e probabilmente tanto soffre ancora. E, anche se magari apparentemente può non essere capita, è anche la cosa migliore che puoi fare per i tuoi figli.
    In quanto ai vari np o simili che popolano la tua vita, vedrai che di fronte alla tua forza si faranno piccoli piccoli, cioè si mostreranno esattamente per quello che sono.
    Ancora un grande abbraccio!

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  11. Seguo questo blog da quasi tre anni, cioe’ da quando sono finalmente riuscita a liberarmi dal mio np, con il quale ho condiviso 19 anni.
    Mentre all’inizio le testimonianze mi aiutavano a capire cosa fosse successo nella mia vita (molto simile a tutte/i le frequentatrici/frequentatori di questo blog), ora, quando leggo le testimonianze, provo un senso di nausea e rabbia. Perche’, mi dico, se sono cosi’ tante le vittime e cosi tanti i carnefici, con cosi tanti danni da invalidare la vita e la felicita’ di tutti coloro che passano accanto a questi mostri, anche per un breve periodo, perche’ non istituire degli incontri obbligatori con specialisti fin dall’infanzia ? Nelle scuole elementari, per esempio. Affinche’ si insegni a riconoscere prima possibile gli abusi, per poter prima possibile cercarne la cura, la guarigione ed evitare cosi di passare il resto della vita a leccarsi le ferite. Aspettiamo le leggi che ci tutelino nei tribunali…intanto pero’, visto che siamo tantissimi, potremmo iniziare a fare informazione, a chiedere ai dirigenti scolastici, al ministero, alle istituzioni, di permetterci di organizzare incontri con i quali informare (in modo ovviamente adeguato) i bambini ed i ragazzi che non sempre la famiglia e’ ‘nido accogliente’. Ogni famiglia disfunzionale partorisce infelici in modo esponenziale. La prima generazione soffre, la seconda e’ malata, la terza e’ schizzoide!
    Questo potrebbe essere un modo per aiutarci ed aiutare.
    Mi sentirei meno impotente e mi permetterebbe di scaricare la rabbia.
    Scusate se sono uscita fuori tema rispetto alla testimonianza.
    Un abbraccio forte a tutte/i

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    1. Cara Alice, credo che dare voce a chi non ha mai avuto oppure a chi è stato screditato molte volte dai professionisti stessi è un ottimo passo verso la consapevolezza della società in generale. In questo senso la scuola esercita un ruolo di importanza primordiale, perché sin dalla materna è possibile capire se un bambino subisce maltrattamenti in famiglia. Ci vuole un approccio innovativo e fuori dal coro (la sacralità della famiglia) per infondere negli insegnanti il coraggio di dare l’allarme o di accettare il ruolo di unici punti di riferimento per molti bambini e ragazzi. Investire nella formazione del corpo docente per andare oltre il proprio ruolo è veramente una scommessa, tuttavia non vedo altre soluzioni all’orizzonte. Abbracci a te!

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  12. Sai Clsudileia, cosa mi ha fregato per tanto tempo e non mi ha fatto capire nulla? Io, quello sguardo d’amore di cui tu parli, lo ricevevo da mia madre. Insieme a tanta retorica e alla narrazione dettagliata di tutti i sacrifici che faceva per me. Era stanca, sempre tanto stanca, e io sapevo che era colpa mia. E cercavo di non disturbare mai, non parlare mai, non fare rumore, non avere desideri, non creare problemi, non chiedere, fare perfettamente i compiti, ubbidire. Ma poi sbagliavo sempre qualcosa e lo sguardo d’amore spariva e io morivo di dolore. È per questo che mi sono caricata le colpe di tutto e di tutti. Se mi avesse semplicemente ignorata o trsttata sempre con durezza, come mio padre, non sarei diventata tanto dipendente da lei. Invece la trappola è stata questo dare per poi togliere, questo lodare per poi screditare, questo dichiarare amore per poi minacciare di abbandonarmi per le mie colpe di bambina, questo chiamarmi “amore” per poi maledirmi per essere venuta al mondo. È questo che ha distrutto la mia personalità e la mia sicurezza. Le vere botte, quelle forti, le ho ricevute da mio padre. Lei lo autorizzava, lo aizzava, creava pretesti, ma io questo non lo capivo. Ed è stata facile la costruzione nei miei pensieri: lui era il nemico, il tiranno, lei mi voleva bene, ma io sbagliavo e perdevo tutto. Questo schema ha funzionato fino a quella famosa estate del click

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    1. Cara Mina quell’alternanza di carezze e sberle, di “amore” e odio, tutta una serie di messaggi contraddittori, cioè una forte ambivalenza per non dire ambiguità da parte delle persone che ci vogliono, o ci dovrebbero voler bene, è deleteria: crea dissonanza e dipendenza e, soprattutto nei figli se associata a una sufficiente dose di vittimismo, enormi sensi di colpa.
      E la cosa si replica facilmente nei rapporti di coppia, con effetti altrettanto distruttivi.
      Un abbraccio!

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      1. Sì, la dissonanza. Io fino al famoso click non ho visto. Ed è stato uno shock, un treno che mi ha travolto in pieno. Qualche anno fa io avrei tessuto le lodi di mia madre. Ma è credibile una cosa del genere? Pur perfettamente consapevole che non mi sarei comportata mai come lei, non le riconoscevo la tossicità che mi ha avvelenato. Avevo bisogno di credere che mi amasse. A modo suo, con i limiti, con le contraddizioni, con le pazzie, con l’insofferenza che – per colpa mia, ovviamente – aveva per me. Ma se non era amore il suo, allora nessuno mi aveva amato. Cosa mi rimaneva? Come potevo accettarlo? E invece è proprio così. Ho letto che coloro che sono convinti di aver avuto dei genitori perfetti, sono quelli che in genere sono stati abusati e hanno dovuto rimuovere per sopravvivere

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    2. L’ambivalenza nel mio caso non c’era. La mia manifestava o rabbia o indifferenza, senza alcun tipo di via di mezzo. Comprendo perfettamente, anche parlando con amiche che hanno avuto madri molto ambigue che la presa di consapevolezza in questi casi è ancora più dura. Mia madre era così con mio padre, invece. Ecco cosa l’ha legato a lei. Sapeva essere molto seducente e altrettanto sprezzante quando lui non soddisfaceva i suoi bisogni oppure ci difendeva dalle sue violenze. A quel punto subiva una raffica di accuse e svalutazioni assolutamente infamanti e ingiuste per l’uomo e il padre che era. Credo che papà non mollava la barca perché temeva per noi, i suoi figli. Sapeva che lei avrebbe fatto carte false per usarci come arma di ricatto. Persino mia nonna materna diceva a papà di andarsene perché la figlia era nata “cattiva”. Mia nonna, nonostante non avesse l’elementare, aveva capito che non c’era niente da fare con la sua stessa creatura. Non riusciva a spiegarsi come mai mia madre fosse così crudele con noi tutti e con lei stessa. I cambi di personalità che subiva davanti a noi quando arrivavano gli altri, gli stranei, ci lasciavano di stucco. A questi cambi mia nonna ha assistito da sempre, fin da quando era bambina e poi adolescente. Mio padre non le diede retta e si è beccato 27 anni di schiavitù psicologica. Da casa mia c’è stata una fuga generale delle mie sorelle prima dei 20 anni. Chi si è sposata presto, chi ha trovato lavoro nelle case altrui, chi ha chiesto sistemazione da mia nonna e chi, come me, voleva farsi suora pur di andare in convento. Be’, diventare suora era un escamotage e quindi eccomi qui felicemente sposata e con 3 figli meravigliosi… Oggi so che gli sguardi ingannevoli sono ancora peggio dei mai arrivati… Ma quanto penare prima dell’arrivo della consapevolezza piena di chi sono! Ti capisco eccome!

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      1. Tesoro mio… quello rabbioso e indifferente a casa nostra era mio padre. Lei era il nostro rifugio. Pensa tu… Puoi immaginare la confusione mentale! Una trappola mortale che nessuno da fuori ha visto. Lei è considerata una donna solare, gioiosa, amorosa. Lei che è più nera della notte, invidiosa, livorosa, affamata di tragedie. Lei che si placa solo se ci vede stramazzare. Io dovevo ammalarmi per poterla fare stare bene. Lo so che sembra assurdo ma era l’unico modo per non farla infierire. Era quello che voleva. E inconsciamente era proprio questo che avveniva. Doveva avere controllo assoluto

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      2. Mina, probabilmente tua mamma era (ed è) la “mente” che muove la “mano” di tuo padre.
        Non la diretta responsabile fisica della violenza, ma colei che sta “dietro”.
        anche nella famiglia del mio compagno il padre è totalmente succube della moglie e non ci è azione o parola che lui compia, che non sia stata precedentemente ordinata dalla consorte. Non ho mai visto un uomo così succube e provo di personalità, volontà, amor proprio…..ha rotto con i suoi genitori per causa della moglie, poi li ha ripresi come nulla fosse, ha rotto con il figlio e con la sua amata nipotina. sempre ubbidendo agli ordini della moglie. Purtroppo spesso la dinamica è questa…..e che tristezza non solo per le “vittime” (come te) ma anche per i “carnefici” che i verità agiscono sotto manipolazione. Privati della loro stessa vita. Io a volte ci penso e non riesco a immaginare cosa provino, se abbiamo un minimo di consapevolezza, rimorsi, coscienza…..

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      3. Cara Ofelia, credo che in questi casi pur di preservare il matrimonio un uomo è costretto a soprassedere. Lo stesso vale per le donne che subiscono questo tipo di personalità. I narcisisti patologici e/o psicopatici lavorano pazientemente per la deconstruzione della personalità altrui, al fine unico di renderla plasmabile ai loro bisogni. Magari tuo suocero ha provato a ribellarsi all’inizio, ma la sua autostima ha subito talmente tanti colpi da farlo mandare in pensione il cervello. Chi ha avuto un n.p. come partner sa perfettamente che sono sadici torturatori psicologici: se non fai cosa vogliono ti fanno letteralmente impazzire. Puoi avere anche tu una personalità forte, ma alla fine pur di evitare la guerra e le infinite manipolazioni psicologiche che ti fanno ammalare fai una scelta che direi di sopravvivenza: avvali il tuo carnefice oppure scappi. Scappare oggi è molto più accettabile di un tempo… La coscienza in questi casi viene schiacciata sotto una coltre di paura: “se do ragione a mio figlio e mia nuora, mia moglie mi odierà. So com’è fatta. Convivo con lei da 40 anni.” Insomma, è una battaglia persa. Lo stesso vale per tua cognata. Conviene a lei la veste di figlia ubbidiente per i molti vantaggi che tutto ciò comporta: avere a disposizione tutto l’amore materno o la sua parvenza. Perché fare la guerra? Ciò non vuol dire che è una psicopatica o narcisista patologica, ma che potrebbe avere una faglia caratteriale del tipo opportunistico-parassitario.

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      4. Cara Claudileia, capisco esattamente quello che dici per averlo provato sulla mia pelle. Sono stato io in prima persona plagiato da mia moglie, anche per esempio in merito ai rapporti con la mia famiglia, che sono stati re-impostati secondo il suo volere; aveva anche le sue ragioni perchè ho già avuto modo di dire che mia madre non è che sia proprio la persona più affettuosa e tenera, ed il mio rapporto con lei è sempre stato abbastanza problematico, cosa che si è sicuramente riflessa anche sulla mia famiglia; ma in ogni caso io non sono stato libero di gestire il rapporto con mia madre o con mia sorella, e spesso mi sono comportato con loro secondo le volontà di mia moglie piuttosto che secondo il mio sentire, giusto o sbagliato che fosse. E ogni volta che ho fatto di testa mia me l’ha fatta pagare in termini di tensioni, musi lunghi e accuse di “lesa maestà” nei suoi confronti.
        E in questa difficoltà di rapporti con la mia famiglia pesano tutte le mancanze affettive e i vuoti che probabilmente hanno a suo tempo condizionato i miei rapporti familiari, anche con una certa dose di dipendenza, almeno affettiva, da mia madre.
        Per questo spesso tendo ad essere indulgente verso quelli che a prima vista possono essere visti come “complici” di np o psicopatici vari; chi ne ha avuto uno vicino sa che non è semplice trovare un equilibrio tra il buon senso e l’inferno.
        Un abbraccio!

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      5. Caro Gianni, i ricatti affettivi che subiva mio padre sentivamo tutti noi figli con le nostre orecchie: “Questi bambini sono miei”; “Guai a te se non trovi una casa più spaziosa”; “Mai più vedrai i tuoi figli, attento a cosa dici” e giù tutto il passato di mio padre, con la serie di umiliazioni che aveva subìto dalla sua famiglia di origine. Papà è stato abbandonato da mia nonna e quindi mia madre gli diceva che nemmeno sua madre lo aveva voluto, che non valeva niente, che lei si meritava molto di più ma che aveva scelto lui, un fallito. Tutto questo, caro Gianni, ripetuto per ben 27 anni è da piegare in due un uomo. Un altro particolare: mia madre era molto possessiva e brava nelle insinuazioni. Siccome mia nonna si schierava con mio padre quando le violenze che subivamo arrivavano alle sue orecchie, persino mia nonna era diventata amante di mio padre. Non vado oltre con l’orrore, perché di questo si tratta: ORRORE. Sono convinta che mio padre è rimasto per timore delle sue minacce di suicidio o che lei potesse fare qualcosa contro di noi. Fortunatamente è stata lei ad andar via con un altro (funziona così quando si tratta di psicopatia). Mio padre ha cresciuto da solo le mie due sorelle più piccole e mai più ha voluto altri legami nella sua vita. Lo abbiamo aiutato tutti noi figli e siamo stati sempre vicini a lui. Purtroppo ci ha lasciato di recente, ma ha goduto del nostro amore incondizionato fino all’ultimo respiro. Facevamo a turno in ospedale per dirgli il quanto è stato un padre meraviglioso. I medici ci hanno spiegato che nonostante la morfina a dosi elevate l’udito è l’ultimo senso che va via (ha avuto un tumore al pancreas con una prognosi di pochi mesi di vita.). E’ stato lucido fino alla fine e ha voluto raccontare tutta la sua vita prima di andarsene. Ha voluto che la registrassimo e così l’abbiamo fatto. Non so se e quando avrò il coraggio di riascoltarla. So solo che devo a lui l’immagine positiva che ho del genere maschile e che devo a mia nonna, non a mia madre, la bontà d’animo di oggi. Sono certa che i tuoi figli ti ringrazieranno a vita e per sempre della coerenza e dell’amore puro che riesci a trasmettere a loro anche con il tuo silenzio contemplativo, i tuoi buoni consigli e la pace interiore che provano semplicemente avendoti accanto. Un padre non bisogna avere la parlantina per convincere i propri figli che è il migliore. Basta la coerenza, l’onestà, l’affetto, i sentimenti e quei piccoli gesti che indicano il valore che abbiamo noi figli ai suoi occhi. Abbracci a te!

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      6. Carissima Claudileia, ogni volta che aggiungi qualche particolare della tua vita emerge la drammaticità della tua vicenda e io non posso che rimanere ulteriormente ammirato da come ne sei uscita e dal bene che hai saputo ricavare, per te e per gli altri, da queste esperienze così dolorose; sei veramente un grande esempio.
        Io posso solo immaginare gli stati d’animo di tuo padre; io li ho vissuti in minima parte rispetto a quello che descrivi, e li rivedo in molti aspetti del rapporto fra il mio papà e mia mamma, anche se non hanno mai toccato i livelli drammatici che descrivi riguardo alla tua famiglia.
        Vorrei permettermi una riflessione: credo che il tuo papà, dopo tutta la sofferenza subita, sia psicologica che fisica, vi abbia lasciato, se possibile, serenamente, nel senso che gli avete dimostrato di aver capito e accolto il suo amore; e questo non può che avergli donato almeno un po’ di quella serenità che gli è mancata nel rapporto con vostra madre. Spero di non urtare la tua sensibilità con questo pensiero.

        In questo momento mi vengono in mente i giorni prima della morte di mio papà, per un attacco cardiaco, probabilmente dopo un altro più lieve non riconosciuto la settimana prima dai medici; ho il rimorso di non averlo visto il giorno prima, quando stava ancora abbastanza bene, in ospedale per degli accertamenti; ma l’ultima volta che l’avevo visto, il giorno prima ancora, mi aveva detto di stare tranquillo, che lui stava bene. Non era così, ma aveva voluto sollevarmi dalla preoccupazione.
        Poi al suo funerale ho capito chi era veramente mio padre: la chiesa era gremita, piena di amici e anche di suoi studenti (insegnava negli ultimi anni all’università). C’erano un sacco di sacerdoti (aveva insegnato per anni in una scuola salesiana), gente comune, gente umile e gente ricca, amici, colleghi e persone che non avevo mai visto. Molti hanno parlato e detto cose meravigliose di lui, qualcuna anche a me sconosciuta. Un coro alpino è venuto apposta a cantargli “Signore delle cime” perchè lui amava la montagna….
        E lì ho capito che era una persona generosa, buona, e che le sue assenze erano solo per difendersi; non voleva farci mancare il suo affetto, era solo troppo difficile reggere il clima in casa, giorno per giorno. Ho capito che quando non c’era non era in giro a fare chi sa che; era da qualche parte a pregare o a fare del bene a qualcuno. E mia madre in quelle occasioni lo massacrava, dicendogli di non pensare mai a noi e a lei.
        Grazie per avermi fatto ritornare con la mente al mio papà!

        Riguardo a me, sei sempre molto positiva in quello che mi dici, e ti ringrazio per la fiducia che poni nella mia persona e nelle mie capacità di genitore.
        Raggiunta un po’ di tranquillità interiore e raggiunte le mie consapevolezze mi sono posto come obiettivo proprio quello di trasmettere ai miei figli tutta la serenità possibile (qualche volta si fa fatica, vivendo comunque una situazione di tensione e insoddisfazione) e di dare loro l’esempio della coerenza e se possibile della bontà d’animo.
        Ci provo e spero e prego che loro lo capiscano, e soprattutto spero lo capiranno quando dovessi andarmene.
        Un abbraccio grande!

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      7. Caro Gianni, grazie per avermi raccontato del tuo papà. E’ struggente la bellezza di queste tue memorie e l’affetto della gente. Non mi hai urtato assolutamente. Anzi. Anche il mio non voleva ‘farci preoccupare’ e nonostante l’ittero di quarto grado, la magrezza, la debolezza… ancora faceva dei piani per il futuro: dipingere la casa di un verde più scuro, costruire una lampada, vedere la fine del campionato di calcio brasiliano. Ci ha lasciato serenamente perché negli ultimi 20 anni così ha vissuto: in pace. Non aveva pesi nel cuore. Ha visto i suoi figli uniti ed è partito per il suo viaggio… Siamo stati insieme fino a tre ore prima della sua partenza. Non avrei tollerato accompagnare i suoi ultimi respiri. Sono forte, ma non avrei retto. Ci hanno pensato due delle mie sorelle. Penso che con tuo padre sia andato proprio così: eravamo dove dovevamo essere. Ci hanno lasciato un buon esempio, ci hanno indicato una strada, caro Gianni, ed è questo ciò che importa. Ricordare loro con tutto il nostro affetto, amore e compassione è tutto ciò che possiamo fare e che immagino vorrebbero con tutto il loro cuore. Ti abbraccio forte forte…

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      8. Claudileia, la storia di tuo papà mi ricorda molto la storia del padre del mio compagno. Anche lui ha avuto un abbandono da parte della mamma (poi tornata) e il perenne ricatto da parte di sua moglie sia che gli ricordava quell’abbandono (mettendolo contro i suoi genitori e facendogli rivivere la sofferenza di quando era piccolo e temendo di riviverla con l’abbandono mknaccciato dalla moglie), sia he lo tiene legato a sé con svariate minacce (di mettergli contro i figli, cosa che poi, difatto fa, perché se i figli litigano con lei, lei costringe LUI a non parlarci più ). Io provo tanta pena per quell’uomo ma anche una rabbia infinita perché per il mio compagno vedere il padr ridotto cosi, è una sofferenza forse ancor maggiore dell’avere una madre narcisista e abusante.

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      9. Cara Ofelia, infatti nonostante siano uomini molto forti (magari dei grandi lavoratori che si fanno rispettare in altre dimensioni) quando la ferita dell’abbandono materno viene ricalcata con questa ferocia da un partner manipolatore, difficilmente riescono a vedersi per quel che sono: uomini/donne forti e determinati. Rinfacciare l’abbandono materno è di una crudeltà psicologica senza confine. Inconsciamente pensi: “In effetti, nemmeno mia madre mi voleva e quindi… chi mi vorrà?”. A quel punto pensi che soltanto il tuo o la tua carnefice può volerti in questo mondo, che sei davvero una scarpa vecchia. Pensi questo perché i carnefici dicono cose come: “Voglio proprio vedere chi ti piglia!” “Tu senza di me non vai molto lontano” e bla bla bla. Capire che con una personalità altamente manipolatrice non c’è alcun tipo di dialogo e nemmeno di vita è il primo passo per non condannare chi è già condannato a vivere un’esistenza lottando contro il proprio annullamento.

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  13. Purtroppo anch’io mi ritrovo in questo racconto, so come ci si sente a non essere difesi sin da piccoli, ad essere criticati e giudicati anche di fronte ad altri… Il senso di umiliazione è grande, e soprattutto il senso di venire feriti proprio da chi dovrebbe – per primo – stare dalla tua parte incondizionatamente. E da adulti queste dinamiche continuano…sanno sempre come dirti la parolina giusta per ferirti o farti rimanere male…
    E poi ora capisco perché per anni l’uomo che stravedeva per me non era abbastanza….e no una vuole proprio quello sfuggente, quello che sente come un peso portarti in vacanza, quello che non ti regala un mazzo di fiori per non farti sentire importante…. Perché in realtà quello che si vuole non è quell’uomo, ma dimostrare a se stessa di riuscire ad ottenere dedizione proprio da chi non ti ha mai fatto sentire amata e protetta.

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  14. Le vere botte date con mani di ferro le ho prese anch’io da mio padre – l’ho già raccontato che svenivo spessissimo ma tutte le varie indagini mediche risultavano negative-mi riprendevo sotto gli schiaffoni violenti di mio padre così forti e facevo così fatica ad aprire gli occhi e quando finalmente ci riuscivo (mi ricordo tanta fatica una fatica infinita)vedevo mio padre che se ne andava senza una parola o una carezza-di tre sorelle sono stata l’unica a prenderle da mio padre ,una volta perché avevo mangiato i cioccolatini dall’albero di natale avevo esattamente tre anni – da lui le ho prese solo io ,mia mamma più democraticamente bastonava anche la più grande, la piccola per fortuna è stata risparmiata. La cosa più ridicola è che quando eravamo sole e mi ribellavo, gridandomi bugiarda con una foga senza argini fingeva di svenire ,si accasciava al suolo ma piano piano per poi balzare in piedi come una molla sempre gridando che sarei finita all’inferno per non aver soccorso mammina cara – le nostre storie sono drammaticamente simili ,capire tante cose mi ha permesso di liberarmi psicologicamente da quello schifo di uomo. La soddisfazione è quella di essere riuscita a crescere i mie figli da brave persone

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  15. Mina, tutto ciò che leggo ricalca molto anche la mia biografia.

    Anche io mi sono “accorta” della malignità nascosta di mia madre solo di recente (ho 47 anni). Prima notavo “solo” l’essere succube e iroso di mio padre, l’egoismo manesco di mio fratello, il calvario fattomi passare da due uomini di cui uno davvero psicopatico: il padre di mia figlia.
    Oggi ho rotto con tutti, altro che sacralità della famiglia, e la vita è mutata.

    Come te, vivo per salvare mia figlia adolescente. Due mesi fa ho avuto una forte crisi con lei, ma è servita pure quella: la ragazzina ha capito che neppure da lei io sono disposta a chiudere l’occhio del rispetto verso di me. E sta rispettando questo paletto alla grande (io solo un anno fa non l’avrei creduto possibile, e fino a mesi fa non davo a mia figlia un briciolo di fiducia), sta facendo grossi progressi. E io ho capito (grazie a Claudelia) che la mia salvezza è legata alla sua, oltre a tante altre cose che stavo sbagliando (tipo proiettare su di lei le mie paure, le mie ferite infantili, i timori di crescere una potenziale psicopatica uguale al padre; e invece, lasciando pian piano andare queste cose, mi sto accorgendo di quanto lei non sia affatto né me né il padre, ma una giovane meravigliosa, intelligente, capace, sensibile ma determinata. Non sarà tutto oro, i problemi e le crisi torneranno; ma quella crisi, unitamente al distacco quasi totale da tutti gli avariati di famiglia, stanno essendo la chiave di tutto il bello, il sereno, la pace che non avevo mai conosciuto.
    Per cui, bambina invisibile o meno che fui, oggi mi faccio ascoltare per come desidero che vadano le cose; non sento più l’eterna spinta a compiacere il prossimo, chiunque esso sia. Mando a quel paese chiunque non reciprochi il mio nuovo modo di vedere e sentire, anche professionalmente. Non mi importa, sparleranno, mi escluderanno, perderò occasioni.
    Ma sentirmi finalmente artefice del bello o brutto che capita a me, e fino a che non sarà donna, anche a mia figlia: non ha prezzo.
    Grazie a tutti di cuore. Siete sempre con me.

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    1. Carissima Lucia, mi riempiono gli occhi di lacrime leggere dei cambiamenti con la tua piccola donna. Merita la tua fiducia, credimi. Ne ha bisogno come l’aria. Sappiamo quello che non abbiamo avuto dai nostri genitori (o da un nostro genitore) e com’è stato distruttivo per noi non avere QUELLA COSA. Offrire ai nostri figli la comprensione, la tenerezza, la fiducia, l’incentivo, l’orgoglio che ci è mancato ci permette di ricucire con le nostre mani LA FERITA che qualcun’altro ha aperto nella nostra anima. Ti abbraccio fortemente, cara. Tieni aggiornata. Ci tengo.

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  16. Cara Mina, ho letto la tua storia con commozione. Mi ha colpito molto la tua tenacia nel proteggere i tuoi cuccioli evitando loro qualunque ombra dei maltrattamenti che tu hai subito per una vita; saper amare così profondamente pur non avendo avuto nessun esempio positivo, trovo sia proprio di una persona degna di infinito rispetto. Sono felice di aver letto che hai affrontato il distacco dalla famiglia di origine con coraggio e ti auguro tutta la gioia che meriti. Mentre leggevo anche tutti i commenti mi è tornato in mente un fatto di pochi giorni fa; durante un incontro di un percorso di gruppo che sto frequentando, il cui tema sono le emozioni, abbiamo svolto un esercizio che richiedeva di descrivere, con parole e disegni, situazioni che scatenano in noi determinate emozioni; una di esse era la tristezza, Ho scritto che provo profonda tristezza quando vedo genitori che umiliano i propri figli, in qualunque modo ciò avvenga; picchiandoli, riservando loro parole o frasi devastanti, inibendo la loro creatività e gioia di vivere; queste dinamiche le colgo abbastanza facilmente perché ho spesso a che fare con i bambini per lavoro e sono in continuo aggiornamento su questi argomenti; so che il mio compito è di aiutarli a crescere, migliorare e raggiungere la massima espressione possibile di sé, rispettando in ogni singolo gesto o parola le loro peculiarità distintive. Per realizzare questo, bisogna mettere in campo grande attenzione e tanto tanto amore, quello incondizionato di cui scrivi tu. Il disegno che ho abbinato alla tristezza è stato un muro, alto e solido; è quello che, nella mia immaginazione, i genitori possono costruire, mattone su mattone e nel corso di anni, tutto intorno al proprio figlio, tarpando le sue ali e godendo nel vederlo sbattere il volto contro una parete troppo alta e troppo dura per i mezzi che ha a disposizione. Il tuo racconto, come quelli di chi ha condiviso nei commenti storie di così grande dolore, dimostra che alcuni genitori non si fermano nemmeno quando quei volti sanguinano. Tutti i vostri racconti, tuttavia, mostrano anche che una via differente è possibile: un giorno si accende una lucina, una fiammella di consapevolezza alla quale ci si può aggrappare per farsi aiutare a scavalcare quel muro; si passa dall’altro lato un pezzetto per volta e già questo richiede una immensa fatica, poi si comincia a ricollegare tra loro le parti sparse e se ne scoprono di nuove, dimenticate o sconosciute, spesso bellissime e inespresse.
    Anche io, come molte di voi qui, auspico che quanto prima si insegni ai ragazzi, negli anni scolastici, l’importanza dei rapporti umani sani e delle relazioni nutrienti; imparare a riconoscere i meccanismi distruttivi e allontanarsene è relativamente semplice se si è ben guidati e ancora no si
    Ho passato tutta la sera di ieri a leggervi con compassione, quasi come se fosse possibile sentirmi voi. Per questa grande ondata di emozioni vi ringrazio di cuore.

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    1. Guglielmo, sono perfettamente d’accordo con il fatto che SIN DA PICCOLI dovremmo essere EDUCATI alla relazione sana. Questo dovrebbe essere incluso nei percorsi scolastici di tutte le fasce di età. Siamo ancora lontani essendo la scuola profondamente arretrata: tuttavia personalmente come genitore mi batterò perchè vi siano progetti esterni e complementari in questo senso!

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  17. Grazie davvero a tutti per i vostri interventi, per la condivisione, la comprensione e l’esempio.
    Ci tenevo a dire una cosa. Quando in famiglia c’è una persona narcisista, occorre indagare e mettere in discussione l’intero sistema, perché un narcisista non vive in un ambiente sano, non attecchisce. Invece se può permettersi pazzie e violenze è perché l’ambiente è fertile e non lo contrasta. Non esiste una madre narcisista e un padre perfettamente normale, come non c’è padre narcisista e madre sana. Una coppia del genere non si forma e, nel caso, non dura, non va avanti e soprattutto non trascina i figli in un delirio. Questo avviene solo se entrambi sono oscuri, con diversi gradi di malattia (come nel caso della mia famiglia). Oppure uno può anche essere la vittima dell’altro, ma questo non lo esime dalla sua responsabilità di salvare gli innocenti: può aver sofferto, avere ferite profondissime, ma non vede? Non sente? Perché? Quale parte della sua anima abusata ci guadagna a girarsi da un’altra parte? Nella “migliore” delle ipotesi è un complementare. In una situazione del genere le vere uniche vittime sono i figli che non hanno via d’uscita, almeno fino a una certa età, e che dovranno cercare di sopravvivere in qualche modo. E dovranno trovare anche il modo di curarsi. Il resto dell’ambiente è malato e prima o poi contaminerà anche i figli, purtroppo. Non c’è scampo. A meno che si fermi lo scempio. Non c’è fragilità, impedimento o cecità che possa giustificare. La debolezza diventa complicità. Non c’è compromesso su questo. È penosissimo, ma io sono arrivata a questa conclusione. Purtroppo le ferite non curate generano altra malattia.

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    1. Mina io concordo con te.
      E aggiungo per esperienza diretta (del mio compagno, e mia rispetto alla sua famiglia disfunzionale) che il dolore c’è comunque, anche se ci si salva, anche se si rompono i rapporti, anche se ci si tutela e si tutelano i propri figli dai nonni narcisisti.
      Il dolore resta perchè comunque c’è della sofferenza. Certo, un grado di sofferenza diversa, nel momento in cui si riesce a difendere i propri spazi, e non farsi depredare. Però vi assicuro che il mio compagno porta comunque un peso inimmaginabile, acuito oltretutto dal senso di colpa che a ondate ci colpisce come una frusta grazie ai messaggi che arrivano, direttamente o tramite altri, dalla sua famiglia (dalla NP e dai suoi seguaci).

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  18. leggere questi due ultimi interventi mi ha fatto male perchè io ho vissuto tantissimi anni con un uomo che adesso capisco che ha una personalità narcisistica ma mentre vivevo non capivo anzi mi mettevo sempre io in discussione e sono andata avanti sempre nella speranza che lui cambiasse….adesso so che è impossibile ma tanta tanta sofferenza e senso di colpa per aver fatto vivere le mie figlie nella nostra famiglia “malata” ricordo che quando dicevo che le nostre figlie soffrivano con i suoi comportamenti lui mi liquidava dicendo che se soffrivano loro che cosa dovevano dire i figli di ladri assassini ecc e allora io facevo un passo indietro pensando che forse esageravo….poi sono successe tante cose e alla fine ho aperto gli occhi ma sicuramente troppo tardi…

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  19. Anna ti capisco benissimo e ti sono vicina con tutto il cuore. Lo so come funziona questa dinamica, è una trappola mortale. Ma, credimi, è grandioso che tu ora la veda. Non è per niente scontato riuscirci. E richiede anche un gran coraggio perché vuol dire scardinare ogni certezza e rimanere soli tra le macerie. Un abbraccio forte a te e alle tue figlie. Coraggio, piano piano si ricostruisce non una fetente catapecchia, ma un vero castello!

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  20. Ofelia è incredibile….le stesse parole Mina Grazie per le tue parole è bello sentirsi incoraggiati perchè è davvero difficile ricostruirsi ma ce la farò

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