La testimonianza di Gaia: “Per favore, per dignità, per giustizia: PARLATE.”

Scrivo dopo le trasmissioni sulla vicenda di Deborah Sciacquatori, e il commovente mea culpa di Menditto.

Sto cercando qualcun* che mi aiuti a raccontare una storia: storia delle co-vittime che divengono carnefici. E di violenza psicologica. E di donne che non sono sante, madri e sorelle, ma donne, persone.

Se scrivo con un nome senza cognome è perché mi vergogno. Come tante. Non voglio raccontare una storia di violenza di un uomo su una donna, o della violenza della Giustizia, vorrei si raccontasse la storia della violenza fra di loro delle donne co-vittime, la storia delle co-vittime che tacciono, e scacciano colei che ha voluto dapprima capire, poi denunciare. Vorrei raccontare la storia delle co-vittime: colte, impegnate, soprattutto nei diritti umani, nella lotta contro la violenza fatta alle donne, e si rifiutano di capire prima e poi di parlare. Non denunciare: ma, almeno, TESTIMONIARE. Riconoscere la propria ambiguità come essenziale tappa della presa di coscienza e dell’Uguaglianza.

Certo, per lenire il mio strazio vorrei raccontare la fatica della comprensione, e, finalmente, il C.A.V. che ti accoglie  (Associazione Erinna, Viterbo), ti sussurra di provare a pulire quelle registrazioni, che magari si sente qualcosa, ti dà fiducia perché tu possa credere che davvero le notti in piedi, a vomitarti, a pisciarti addosso mentre ti si ordinava “Non ti muovere!” le hai vissute – perché lo possa credere tu, non loro; che ti spiega che quando l’amore ti si pretendeva di farlo a quel modo, e tu non volevi, ma ormai eri grande e da sempre desideravi un* figli*, ti si diceva che se tu volevi un* figli* o facevi così o niente: era uno stupro. Tu, la femminista, la colta, non l’avevi mica capito.

Io vengo da una famiglia-bene -pensavo: “qui no”. Lui, anni e anni di relazione, altrettanto-bene. Ha un lavoro importante, un ottimo stipendio. Anche loro, le co-vittime, dirigono, guadagnano, scrivono, fanno e seguono convegni, manifestazioni: tutte-bene. Io non avevo capito che la cultura potesse pure essere una pistola puntatati addosso: credevo servisse a liberare, a salvare, a prendere coscienza, a dubitare. Ma io dubitavo sempre, lui mai. E manco loro. La violenza che ho denunciata io è soprattutto la psicologica, la più difficile. Sul sito istituzionale Carabinier* è riportata come ‘gaslighting’ (punto 24:  http://www.carabinieri.it/cittadino/consigli/tematici/questioni-di-vita/stalking-o-sindrome-del-molestatore-assillante/faq-(domande-frequenti)La fisica l’ha agita – o, almeno, mi sono resa conto che l’ha agita- solo negli ultimi tempi, quando avevo, io, deciso di lasciarci: sebbene sia stato grazie ad essa che ho cominciato a ragionare. Facevo analisi, e l’analista insisteva che rimanessi, io la supplicavo di aiutarmi ad andare via. Sono stata ricoverata, e i medici che lo hanno convocato mi hanno reinfiocchettata e riconsegnata a lui che giurava che l’ennesimo tradimento, con cui mi aveva spedita in ospedale, era stato giusto una sbandatina. Facevamo terapia di coppia, e la terapeuta, come si dice in gergo, colludeva (“Che fa, si fa ricoverare per un tradimento? Ma allora siete sullo stesso piano!” – già, ma eravamo in terapia per superare un primo tradimento, e lui mentiva il secondo, e il terzo, e…). Io me ne sono andata, ma lei mi ha inseguita urlandomi “Se se ne va, che fine farà il vostro così grande amore?”. Lui ha urlato: “E’ colpa tua, come al solito, sei tu che hai voluto interrompere la terapia! L’ha detto anche la terapeuta!”. Prima urlava: “E’ colpa tua, ti ho ritradita perché mi hai obbligato a fare la terapia!”. Ero sempre io: e non ero più io. Sono andata al C.A.M.: sono stata la prima donna a rivolgersi al C.A.M. Mi hanno risposto: è violenza. Mi hanno risposto: con questo genere di violenza, non si fa terapia, e il.la terapeuta espert* dovrebbe saperlo, lui userà il.la terapeuta. Non c’è simmetria, è abuso.

Sono una “vittima fortunata”: ho incrociato un Maresciallo e un Comandante C.C. che non hanno mai dubitato del mio racconto. Al tuo CAV, al ‘Marescialletto’, che così giovane è già così acuto, gli devi la vita: davvero. Non ti avessero ascoltata, non ti avessero sorretta, non saresti riuscita a risollevare la testa, non usciresti più di casa. Gaslighting: i.le terapeute, cui per anni hai raccontato l’impressione di impazzire, non la capivano, il Maresciallo l’ha sentita subito. Gli ci sono voluti dieci minuti appena per focalizzare il gioco delle “amiche” e dei tradimenti. Pochi minuti appena per ‘sentire’ perché ti paralizzavi e cedevi alla sessualità del tuo ex: raccontargli che, bambina (la mia famiglia-bene, ‘qui sì’) era irrilevante (il fenomeno di siderazione e di memoria traumatica è da decenni perfettamente spiegato dalle neuroscienze e dalle neuroimmagini, ne parla assiduamente Muriel Salmona, La mémoire traumatique en bref). Pochi minuti appena per focalizzare come, ancor oggi, attraverso un comportamento banalissimo, che sa di ‘distrazione’ di un uomo tanto impegnato e tanto più credibile di te, a te che soffri di certe (documentate) angosce lui ti sta TORTURANDO. Quando, prima della firma dovendo rileggere la denuncia, sei scoppiata in lacrime, per discrezione ha proseguito a bassa voce.

 Hai richiesto, nei tempi, nelle norme, le relazioni a.i.lle terapeut*, soprattutto alla terapeuta di coppia: e le risposte dell’Ordine, al loro diniego, se non sono omertose non ci vanno lontano. Quando dopo l’audizione di un (1!) teste è arrivata la prima richiesta di archiviazione – una PM-, allo stremo, sei tornata dal Maresciallo: “Mi fermo qui, non ce la faccio più”. Serio, composto, ha domandato: “Mi aspetta un attimo?”. È rientrato: “Signora XX, il Comandante, ed io, vogliamo che lei vada avanti”. Hai incontrato un avvocato che ha fatto opposizione, e poi reclamo, e il reclamo è stato accolto. L’avvocato ti ha detto: per la violenza c’è il gratuito patrocinio a prescindere. Non me lo aveva detto nessun*.

Nel mentre, hai cercato le amiche: dai profili FB, assicurano “Sorella, io ti credo”, si indignano per la Casa delle Donne, sono saranonsarà e metoo e nonunadimeno e tutto ciò che c’è da essere, sventagliano mutande e mimose negli ottomarzi… Se esistessi in una pagina di giornale, e non nella loro vita, ti offrirebbero voce di social in social. A te, quelle che lui lo vorrebbero morto rispondono che non ti vogliono parlare, che non ti devi permettere di cercarle; quelle che gli sono “amiche” che lui è un’ottima persona, generoso, che la tua storia è torbida, ma è roba tua, mica loro – e tu sei una stalker, e devi starti zitta. Una (1!) sola ti ascolta per due ore, ti crede, e ti ringrazia: l’hai aiutata a nominare percezioni che aveva da tempo. L’amicizia da FB però, ti avverte, non la cancella, perché ne sarebbe svantaggiata (ma, almeno, è onesta!). Le ex fidanzate, le “amiche” si trovano all’estero, ed è difficile rintracciarle. L’indagine, come ogni indagine, richiederebbe mezzi e tempi di cui non si dispone. Nel reclamo, l’avvocato invoca il prosieguo delle indagini, ascoltare i.le testi. Tu, nella corsa contro il tempo, continui a cercarle, le “amiche”, le precedenti fidanzate, sono tante: se parlassero! Quella che ha avuto un esaurimento nervoso; quella che si è suicidata, e tu a lui ne domandavi il motivo (la migliore amica di lei, femminista doc, ti grida: “Lei è un dolore solo mio! Non ti avvicinare mai più!”); quella che per sormontare la troppa rabbia ha fatto il percorso New Age di perdono, conservare il buono e dimenticare il brutto; la premiata giornalista fidanzata con uno dei tuoi giri universitari, delle tue proteste. Cornette sbattute in faccia, minacce – loro! – di denunciarti, urla (ancora!) “Come hai avuto il mio telefono?” – era nelle Pagine Bianche. Hai depositato una memoria: le foto dei lividi (pochini), le registrazioni (“No, non ti alzi, non vai a pisciare…”, lo schiaffo all’”Oh!, mi rispondi?”, “Ti butto tutta la tua roba!”), le centinaia di pagine che nel corso degli anni hai scritto – per te scrivere è essenziale – ad amic** intim*, la tua storia di violenza psicologica prima e fisica dopo, allegate con vergogna, con disperazione, con la consapevolezza che ti prenderanno per grafomane, per querulomane, per ossessiva e chissà che altro! Confidi nella GIP: è una d’attacco, sentenze scomode. In Camera di Consiglio ha liquidato con disappunto l’avvocato dell’indagato (un pugno nello stomaco i secondi nei quali con sufficienza lui si irrita: “Ma che è ’sta roba? Solo lamentele per normali cose che accadono in ogni coppia!” – tu nell’incipit della memoria hai citato Sandra Filippini: “ATTENZIONE A NON CONSIDERARLE NORMALI COSE CHE ACCADONO IN OGNI COPPIA!”).

Sei riuscita a rintracciare una co-vittima all’estero: una teste-chiave. Oggi, ha pure una bimba. Lavora nel sociale. Lo odia. Se volesse mettere assieme i pezzi del puzzle. Ma lei da sempre ti odia. Odia te. E ancora ti odia.

Questa è la conseguenza della Violenza, e noi non facciamo eccezione: le une contro le altre. Divide et impera. No, sorella, io non ti credo. Anzi, non sei nemmeno mia sorella. Non sei una di più o una di meno, una che non sarà: il problema di chi (non) sarai nemmeno si pone, tu non sei mai stata, NON SEI. Tu sei… NESSUNA.

Ma delle co-vittime contro co-vittime non si parla. Le donne devono essere ancora amorevoli sante-madri-sorelle: dell’altra faccia della violenza, per liberare davvero le donne, per davvero considerarle persone, uguali, non si parla.

L’ordinanza della GIP è il colpo della pistola puntatati addosso andato a segno, al cuore: riconosce gli atteggiamenti di ‘denigrazione’, l’esclusione dalla cerchia di amicizie, dalla famiglia, ma non integrano ipotesi di reato. La perversione sessuale è ‘condivisa’: tu eri ‘maggiorenne, capace di intendere e volere’, e per di più volevi avere figli*. La GIP…che pure ha avuto una bambina in tarda età, ma evidentemente non ha letto il saggio di Nicole-Claude Mathieu ‘Quando cedere non è consentire’.

Di essere denigrata lo hai voluto tu.

Non voglio che queste mie righe siano una lettera al giornale, alla radio. Esse sono un appello a che qualcun* parli delle donne co-vittime che si scagliano contro le loro (non)‘sorelle’. Delle donne co-vittime che divengono carnefici e contagiano la violenza. Dell’assurdo di essere stata creduta da uomini, e non da donne (a parte le mie amiche, a parte le donne del C.A.V. che mi segue). E della violenza psicologica, che se proprio proprio la vuoi denunciare fatti a corollario picchiare parecchio se no non ti crede nessun*, manco chi l’ha subita.

L’avvocato tenterà un reclamo. Ma oggi so che, ancora, ancora, ancora, perderemo. Se le altre parlassero, forse…

Due anni fa mi era stato suggerito di divulgare il mio caso: ma io non sono capace di mettere il mio nome e cognome in piazza. Per pudore, e per fragilità, e per vergogna. E perché non credo che sia la mia storia, ma la storia di tante e il mio nome, il mio volto, è irrilevante. Oggi credo che bisogna che qualcun* ne parli: non di me, ma di questa storia di co-vittime che tacciono. Di questa storia di violenza psicologica. Di questa storia di donne contro le donne. Di questa storia di donne che preferiscono perdere.

Loro, le altre, non parlano. Per chiedere: per favore, per dignità, per Giustizia. Parlate.

Gaia

PS: Ringrazio Claudiléia Lemes Dias per l’importantissimo lavoro di raccolta di documenti e divulgazione, e per avere dato spazio alla mia testimonianza sul suo blog l’Arte di salvarsi, fondamentale per chi voglia informarsi e confrontarsi su gaslighting, N.P. e violenza psicologica, di cui così poco si parla sui media; Concita de Gregorio per avere pubblicato la mia lettera nella sua rubrica Invece Concita http://invececoncita.blogautore.repubblica.it/articoli/2019/06/04/io-co-vittima-e-le-altre-tacciono/; e tutte le persone che sono state capaci di sostenere, interrogarsi, mettersi in discussione e mettere in discussione ancestrali pilastri del patriarcato.

33 pensieri su “La testimonianza di Gaia: “Per favore, per dignità, per giustizia: PARLATE.”

  1. Cara Gaia,
    leggerti è stato un colpo al cuore. Nella tua storia ho riconosciuto tanto di quello che è accaduto anche a me. Non ci sono altre vittime dei miei persecutori, solo io lo sono stata e, dopo il matrimonio, mio marito. Ma in quanto narri ho rivissuto le porte chiuse in faccia, il mancato ascolto, il non essere creduta. Da parte delle forze dell’ordine, della PM donna, dei giudici, ma soprattutto dei parenti e degli amici.
    Come racconti tu, sono tutti bravi su FB o altrove a fare i/le femminist*, a voler difendere i diritti delle donne o dei più deboli in generale ma poi, se li chiami, gli fai sapere che stai vivendo una situazione di violenza psicologica che sta diventando anche fisica, non ti credono, ti rispondono che non vogliono rogne, che esageri.
    Appena riuscirò a trovare tempo e forza, racconterò anch’io la mia storia su questo blog, sperando di poter aiutare qualcuno e di trovare chi sia stato maltrattato per una vita dai propri familiari. Ora voglio solo dirti che ti sono vicina e di trovare la forza di andare avanti e di cercare di ottenere giustizia.
    Io lo sto facendo, opponendomi a ogni archiviazione, nonostante finisca sempre male. Voglio farlo, sento che è giusto farlo, non solo per me ma per tutte le donne e, in generale, tutte le vittime di persone cattive e violente che il mondo non riesce a vedere ma che, soprattutto, coloro che dovrebbero tutelarci – forze dell’ordine e magistrati – non riconoscono. Ci vuole più preparazione e sensibilità perché violenza non è solo quando ti lasciano un livido o ti rompono una costola, ma anche quando ti mangiano la vita.
    Forza, ti sono vicina e, come me, tanti e tante.
    Un abbraccio grande.

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    1. Sei stata coraggiosa. Ma la tua denuncia, le tue parole, sono poco chiare per chi non ha vissuto sulla propria pelle. Parli una lingua che capiamo in poche, ti capisce solo chi ha subito ma soprattutto metabolizzato quello che è successo. Bisogna riconoscere di essere state sopraffatte da un orco per poter prendere posizione. Le donne che non lo capiscono coveranno odio velenoso per sempre, per te e per lui, oppure supereranno la storia ritenendola un errore banale. Non sono tutte cattive, magari non hanno capito, non hanno sofferto come te, non hanno più voglia di riaprire ferite chiuse da tempo. Personalmente ho incontrato una sua ex (per un caso fortuito non perchè io l’abbia cercata), le ho parlato. Aveva poco da dire, solo che si erano fatti male “a vicenda”. Lei non ha capito…non posso fargliene una colpa. Le ho augurato buon viaggio.

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  2. Sorella Gaia prima di tutto un abbraccio fortissimo ,tutto ciò che hai scritto é esattamente ciò che accade a chi subisce violenza psicologica e fisica per lungo tempo . Ho subito avendo una madre malata di np violenza psicologica da sempre e anche dal mio compagno , per anni ho gridato il mio dolore invano passando io per la pazza e “ ipersensibile” che ingigantivo …al punto di non credere che mia madre fosse mia madre fino a poco tempo fa .Oggi ho lucidità piena della patologia o violenza che assale molti esseri umani .e la mia speranza per le mie figlie ( che spero mai possano subire ) e per tutte le donne o uomini che la legge che è stata approvata in Irlanda sulla violenza psicologica sia un esempio per tutta l’Europa e che al più presto venga approvata anche in Italia . E Se altre persone vogliono arrivarsi per promuoverla io ci sono , così come sono al tuo fianco oggi . Un abbraccio Vale

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  3. Dirlo a se stessi è il passo più difficile, specie quando è evidente ciò che si subisce. È evidente anche ad altri? E noi ci crederemmo? Grande testimonianza, di indubbia utilità. Da vecchio linguista, però, patisco un poco gli asterischi, lasciatemelo dire. Soprattutto in TERAPEUTA, la cui forma maschile e femminile coincidono e quindi magari si può anche lasciare la a.
    Poi: gli altri e le altre. Ammetto di rifletterci da poco tempo, come se certe storie fossero una questione personale e non un accadimento a suo modo sociale, oltre che relazionale. “E perché non credo che sia la mia storia, ma la storia di tante e il mio nome, il mio volto, è irrilevante. Oggi credo che bisogna che qualcun* ne parli: non di me, ma di questa storia di co-vittime che tacciono. Di questa storia di violenza psicologica. Di questa storia di donne contro le donne. Di questa storia di donne che preferiscono perdere.” Ecco. Siamo qui anche per questo. Grazie, Gaia.

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  4. Penso che la testimonianza di Gaia ci offra una fotografia a colori della scia distruttiva che un unico soggetto manipolatore perverso può seminare nell’arco della sua esistenza. La connivenza dei professionisti della salute mentale profumatamente pagati da un predatore sessuale e accecati dall’aura di potere emanata da lui combacia con ciò che testimoniano fin troppe donne sul bagno di sangue che costituisce la terapia di coppia con disturbati di questo calibro. Il rifiuto di offrire le doverose relazioni che confermerebbero il forte squilibrio nella loro relazione di “coppia” e che costituirebbero per la vittima un valido aiuto a livello processuale fa cadere le braccia a tutti noi che lavoriamo a titolo gratuito nella prevenzione della violenza psicologica/fisica all’interno delle coppie, delle famiglie, nei luoghi di lavoro… Gaia veniva sottoposta a pratiche sessuali degradanti sotto ricatto emotivo e psicologico. E’ un dato di fatto che per arrivare a questo livello di umiliazione l’abuso non parte immediatamente. Ci vuole rinforzo intermittente: bastone e carote inferti alla vittima per anni e anni. Dopo ben 18 anni di sopraffazione psicologica, annullata come donna dai tradimenti seriali del partner e di essere costretta a rinunciare alla sua crescita professionale pur di non urtare la suscettibilità dell’individuo, è evidente che ora si trova in una situazione economicamente dura. Altro aspetto che Gaia sottolinea nella lettera e di fondamentale importanza: l’odio delle amanti per lei, l’ufficiale, e l’ipocrisia in un contesto in cui dovrebbe vigere il rispetto del capitale umano sopra ogni cosa. La misura dell’odio che le altre provano per lei è la dimostrazione del lavoro certosino dei traditori seriali nei confronti delle loro vittime: difficilmente qualcuna parla e quando parla è sull’orlo del suicidio per la smisurata svalutazione che hanno subito da un giorno all’altro. Ci sono anime fragili che non reggono il passaggio dalle stelle alle stalle come noi che stiamo qui a parlare. Quando ci parlano, quando riusciamo a strappare qualcosa da loro, ci dicono cose come: “Oramai non ho niente da perdere, lui mi ha fatto questo e quello, proteggiti tu. Salvati che la mia vita è finita.” La violenza psicologica è una realtà che distrugge l’identità di una persona, il che equivale ad annullarla in vita. Convivere con un partner traditore seriale e violento mentre autorevoli professionisti della sanità ti dicono che una, due o tre scappatelle ci possono pure stare e che sei tu l’esagerata perché ti deprimi così tanto da finire in ospedale è da far impazzire chiunque. Perciò sono io a ringraziare Gaia per aver pensato al nostro blog per divulgare la sua lettera. Non potevo non farmi portavoce di questo suo accorato appello: PARLATE, TESTIMONIATE.

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  5. Oggi sono andata dalla mia psicoterapeuta,chiedo il suo aiuto quando gli attacchi del malato oltrepassano i limiti,rintronato dalle bugie ancora mio figlio mi accusa di essere cattiva madre per non aver perdonato la scappatella del padre-mi sono sentita perduta

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  6. La testimonianza di Gaia è molto forte e pone l’accento su una dimensione poco esplorata, quella della mancanza di solidarietà fra esseri umani, e proprio fra donne, e proprio fra vittime dello stesso tipo di abuso, e dello stesso np.
    Senza voler generalizzare, le donne tendono ad essere molto competitive tra loro, in tema di sentimenti. La classica situazione di due uomini che cameratescamente condividono azioni o intenzioni verso la stessa donna, difficilmente si configura nel mondo femminile. Anche su questo calcolo si basa la strategia distruttiva degli np.

    Io, personalmente, non ho mai provato avversione per le svariate donne di np, passate che tornano o presenti, la triangolazione non ha mai avuto effetti devastanti su di me (mi hanno fatto più male altre cose, prima fra tutti il non riconoscere il mio valore e la mia identità, attribuirmi pensieri e intenzioni e sentimenti che non avevo). Per come sono fatta io, per come conoscevo bene il disturbo, non è stata la gelosia l’arma acuminata di np. Ma ho senza dubbio percepito nettamente la diffidenza femminile nell’harem di np, da parte di alcune c’era risentimento forte, anche di quelle scaricate malamente, anche di quelle che poi hanno compreso bene in quale gioco erano state incastrate al pari delle altre.
    Io ho provato due esperienze, in questo ambito, entrambe fallimentari.
    La prima, avvertire la nuova preda in quale casino si stava cacciando. Era una ragazza molto giovane e totalmente priva di strumenti culturali per fronteggiare np. Il risultato è stato un forte incremento del love bombing di np, un mio passare per gelosa, un’avversione netta della donna verso di me (anche perché, immagino, certo lui mi avrà presentata come gelosa ma, contemporaneamente, avrà approfittato per seminare la relazione con lei di elementi di gelosia verso di me). Dopo la fine della relazione, in cui lei è uscita letteralmente distrutta, dopo che si è resa conto di aver avuto a che fare precisamente con un np, ha continuato ad avere verso di me diffidenza, pure se ha sofferto tutto quello contro cui avevo cercato di metterla in guardia. Anche qui, nessuna solidarietà, nemmeno a posteriori.
    La seconda, contro ogni luogo comune, la scelta di diventare amica di una ex di np, anzi proprio di quella prima di me, che era stata scaricata con la mia apparizione nella vita di np. Pure qui, fallimento. L’amica ha avuto costantemente un ruolo negativo nella mia vita, ha contribuito a incrementare il mio legame malato con np (nonostante cianciasse di necessità che io mi liberassi totalmente di lui), si è messa costantemente in mezzo, ha sempre fornito supporto a np contro di me (l’ha sempre usata per triangolare contro di me e lei ha sempre lasciato fare, dicendomi poi per giustificarsi che era tutto un gioco, tutta una pantomima) e quando ho chiuso l’amicizia con lei si è ributtata immediatamente nelle braccia di np esaltando la loro magnifica amicizia ritrovata, in una rivalsa tanto teatrale quanto idiota. Anche qui, oltre a belle parole, nessuna solidarietà concreta.

    E’ difficile trovare solidarietà tra le vittime dello stesso np. Alcune, non vogliono proprio vedere. Altre hanno visto e non ne vogliono più parlare, vogliono dimenticare, anche comprensibilmente. Altre, sperano ancora in np che torni definitivamente da loro, e tu con le tue consapevolezze sei solo un intralcio.
    Per tutte, c’è lo stare in una melma vischiosa che impantana, in cui non si sa come agire, in cui sembra che si possa stare solo dentro ad annaspare o fuori lontano le mille miglia. Tale è la tossicità del clima che np creano.

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    1. Cara Blume, penso che l’astio delle altre, che avevano subito chissà quale trattamento in condizione di amanti, riguarda il fatto che nella loro mente Gaia era la prescelta, la compagna, colei che aveva in ballo la possibilità di sposarlo dopo 18 anni di convivenza. Qui, però, non abbiamo a che fare con un normalissimo rapporto di coppia, ma con una interazione (non un rapporto) totalmente squilibrato in cui la parte sana, ogni volta che se ne accorge che qualcosa non va, viene trascinata da un professionista all’altro per avallare la tesi del più forte nella “relazione”, ovvero, il perverso. Qual è la sua tesi: “Be’, il nostro è un grande amore, posso pure sbandare ogni tanto, ma dopo 18 anni…”, dopodiché c’è la violenza fisica, la violenza economica (Gaia in teoria doveva inseguirlo nelle sue trasferte all’estero, per questo non poteva accettare proposte che la inchiodassero in un posto. In teoria, perché nella pratica lui andava da solo dopo averla costretta a rifiutare delle proposte che oggi la renderebbero economicamente molto più indipendente!). Non possiamo liquidare la faccenda con un banalissimo: “Dai, la colpa è tutta tua, tu hai fatto le tue scelte, hai fatto tutto ‘per amore’, ci sta!”. Posso comprendere la complessità di arrivare giudizialmente al nucleo di questo dramma, cioè: DI QUALI TECNICHE SI E’ AVVALSO IL SOGGETTO PER OTTENERE TUTTO CIO’ DA GAIA? Ecco, noi qui sappiamo come funziona. Ci sono donne che hanno abortito figli che volevano, altre che hanno perso tutti i loro risparmi, altri che credevano di aver trovato l’amore della loro vita, ma quando sono rimaste incinte sono state picchiate a gravidanza inoltrata, altre che sono rimaste a fare gratuitamente da segretarie nell’azienda di famiglia dei mariti, insomma… l’elenco di decisioni controproducenti che una donna può prendere quando condizionata è lunghissimo e include anche sottoporsi a pratiche sessuali degradanti o accettare situazioni che mettono a repentaglio la sua salute. Esempio più comune? Fare sesso senza protezione quando INTUISCI che il tuo partner non è affidabile, oppure quando hai già le prove che non si tratta di una persona affidabile. Nessuna persona intelligente ed empatica mette a repentaglio la propria vita in questo modo, a meno che non sia in balia di un manipolatore o di una manipolatrice che la convince, giocando con i suoi sentimenti e puntando dritto sulle sue crepe, che una simile roulette russa è AMORE.

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      1. Cara Claudileia, sono in pausa ma vi leggo e ci tengo a dire qualcosa su questa testimonianza che apre una ferita dolorosa, quella dell’incomprensione generale sugli abusi e della rivalità tra vittime dello stesso np.
        Ad occhi esterni a queste vicende la domanda di che ai più sorge spontanea é perché lei (come tante altre) pur vivendo in una situazione di degrado psicologico e fisico non abbia chiesto la separazione e sia stata così a lungo nelle grinfie del carnefice.
        Noi sappiamo che si tratta di dipendenza affettiva, ma sfortunatamente chi non conosce queste problematiche, e spesso purtroppo accade non solo tra gente comune ma anche tra professionisti di non essere capita e perfino minimizzata…lei ha avuto la fortuna di essere creduta dalle forze dell’ordine…. ma tantissime vengono respinte al mittente e fanno fini terribili come ben sappiamo.
        Per questo è importante che sempre più voci autorevoli portino alla luce queste situazioni altrimenti tanti abusi sarebbero perpetrati nel buio e nel l’angoscia della vittima di non trovare aiuto.
        Io non ho mai avuto odio per le altre donne dei miei ex np, il primo parlava malissimo delle sue ex fingendo di essere la vittima ma erano solo delle povere ragazze innamorate che hanno dovuto subire la sua incredibile doppia identità….se ci sono cascata in pieno io a 44 anni suonati, figuriamoci una ventenne.
        Non ho mai avuto odio né gelosia per la compagna di np2, anzi ho sempre avuto ben chiaro che lui fosse malato e tradisse non a causa di presunte “mancanze” di lei (che comunque non dovrebbero giustificare in tradimento) ma per la sua perversione mentale.
        Non ho mai desiderato entrare in contatto con nessuna di loro, ma ho sentito nel tempo una vicinanza nei loro riguardi.
        Sono stata accusata di fregarmene della donna di np2 e invece sono sempre stata la prima a dire a lui che doveva stare con i piedi a terra nel suo rapporto più importante.
        Io ho sperimentato l’odio al contrario….ma non c’è l’ho con nessuna perché tutte abbiamo sofferto, chi più è chi meno, in queste relazioni squilibrate.
        Bisogna andare avanti a soda tratta come tu fai a dire la verità e a sollevare il velo dell’ipocrisia su queste situazioni terribili.
        Altresí bisogna mantenere sempre il giudizio lucido sulla patologia dei soggetti, che comunque non potrà mai giustificare abusi e soprusi.
        Un abbraccio

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      2. Concordo, cara Spirito Libero. Non ho dubbi che la parte più danneggiata è colei che è maggiormente esposta alla tossicità del soggetto perverso e che in nome di un ideale di famiglia sacrifica se stessa, i suoi bisogni e i suoi ideali per la convinzione (instillata maleficamente dall’unico beneficiario della sua devozione) che i rapporti tra uomini e donne sono di per sé squilibrati e di mero sfruttamento emotivo. Abbraccio grande a te!

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    2. A mio parere, Blume, la svalutazione è uno stratagemma identico all’indurre gelosia, in entrambi i casi il risultato è non essere ritenuta abbastanza o nel confronto con altre o in termini di valore intrinseco. Il che forse è pure peggio.

      B.

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  7. Gaia la tua testimonianza è molto interessante, e ho grande rispetto per il dolore provato e che provi tuttora. Concordo che la violenza e la manipolazione di certi soggetti abbia come effetto “collaterale” di mettere le persone le une contro le altre, SOPRATTUTTO se sono tutte vittime,e dunque potenziali alleati contro di loro. Ti mando un grandissimo abbraccio e l’unica cosa che mi sento di consigliarti è cercare un gruppo di pari, come questo, ma nella vita reale. Scollegato dai giri del tuo ex.

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  8. E’ stato molto difficile leggere la tua testimonianza, Gaia.
    Sia per il contenuto, angosciante, che per la costruzione del testo. I salti dalla prima alla terza persona, gli asterischi, le frasi smozzicate rendono drammaticamente tangibile lo stato di straniamento e confusione che sembra ancora presente, dominante, pervasivo.
    Faticosa testimonianza, faticosa da accettare, faticosa da elaborare ma illuminante ancora per il rimando all’opera di Muriel Salmona. E farei un’ulteriore riflessione… si tratta di neuroscienza, a questi livelli lascerei fuori pure la psicologia.
    Biochimica e neuroscienza.
    Altrimenti certe ‘scelte’ NON si spiegano e non si spiega la gelosia patologica, l’ eva contro eva, se non inquadrata in una reazione ancestrale, di sopravvivenza, si rimane immobilizzate in uno stato inaccettabile per evitare un rischio mortale.
    Come essere sospesi nel vuoto aggrappati a una fune, dolgono le mani scorticate a sangue, ma sapere che se lasci la presa cadi nel vuoto con esito molto peggiore.

    Un abbraccio Gaia, che la vita ti conceda giustizia e pace.

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  9. PER BABI
    Certo, Babi, tutte le armi utilizzate da np tendono allo stesso identico obiettivo, cioè farti sentire nulla, distruggere la tua autostima. Se vogliamo, anche le altre difese che np predispongono, ad esempio la scissione (o tutto bene o tutto male, nelle persone) e la proiezione (leggere sugli altri i propri difetti e soprattutto le proprie pulsioni), tendono allo stesso obiettivo, indirizzato però verso loro stessi: autoconvincersi che tu non vai bene e non hai valore, per predisporre così il sabotaggio della relazione.
    Ma nell’arma della gelosia c’è anche qualcosa di aggiuntivo, perché c’è il coinvolgimento attivo di altre persone oltre alla diade tossica TU-NP: c’è qui,oltre al distruggere l’altra persona, anche l’intenzione di creare il dramma sentimentale generale intorno a se stessi, schiere di persone che lo inseguono e per questo lo fanno sentire importante. Un piacere amplificato, diciamo, due piccioni con una fava, nell’ottica patologica. Per questo, è uno degli strumenti preferiti da np.
    Essermi preservata dalla gelosia non significa certo non essere stata oggetto di abuso, o oggetto di un abuso minore. Ho sofferto lo stesso. E, inoltre, ho potuto mantenere questo distacco in virtù del fatto che non ero la prescelta, la compagna ufficiale, e, avendo visto come si comportava, ho in qualche modo accettato di essere in “allegra” compagnia, mirando ad altro nel mio rapporto con np (obiettivi del tutto insensati e destinati al fallimento, tipo cambiarlo in meglio). Mi sembravano pertanto ridicole queste sue triangolazioni sfacciate, ma solo perché si è all’interno di una follia relazionale bella e buona: in un rapporto normale, mai e poi mai accetterei di essere triangolata o snobbata da parte di una persona con cui sto avviando una relazione, e nemmeno una tresca. Ho mandato a quel paese uomini per molto meno, e senza pentirmene, anche rimanendoci male ma non avendo dubbi sul da farsi. In modo sano, nella misura in cui è sano sottrarsi alla scortesia, alla cafonaggine, alla beceraggine, alla coatteria, come vogliamo chiamarla.
    Con np, invece, no. In questo senso, anche il mio non soffrire per la triangolazione è del tutto anormale, tossico, malato. Sono d’accordo, qui, che oltre alla psicologia (che non escluderei del tutto, però), dobbiamo cercare risposte nella biochimica neuronale del cervello. Ci sono studi che dimostrano che il continuo stato di allerta a cui ci sottopongono np avvia un circuito neuronale che è causa poi di sostanze organiche prodotte nel nostro corpo, di ghiandole che si attivano o si inibiscono, cose così, un circuito che ricalca quello attivato dalle droghe pesanti, cioè si tratta circuiti di dipendenza. Si sta vedendo che anche gli smarthphone agiscono sugli stessi circuiti. Si registra una dimensione di dipendenza anche qui. I meccanismi delle dipendenze, cioè, si attivano tutti nello stesso modo, e anche np funzionano così su di noi.

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    1. Concordo con quello che dice Blume e aggiungo che le sofferenze e i disagi di chi non è una donna ufficiale non sono minori nella gravità, perchè comunque nel loro modo di fare, più om eno palese, c’è comunque svalutazione e abuso.
      Poi c’e’ chi lo regge meglio e chi no, ma non va sminuito il danno che qualunque relazione con loro provoca. Altrimenti si corre il rischio di fare anche una classificazione di vittime di serie A e di serie B…come quella volte che mi sono sentita dire da una povera ufficiale che lei era quella di “altro rango” ,mentre io quella di “basso rango”…una cosa allucinante e ridicola…ma che rango e rango, per questi “signori” noi siamo TUTTE solo oggetti o esperimenti.
      Ovviamente chi investe una vita intera con loro, chi fa figli, si sposa ecc…è doppiamente mazzata, ma il male con loro non è di serie A o B.
      A me quello che ha fatto soffrire nella prima relazione è stata essere volutamente considerata quella che non mai e poi mai sarebbe stata quella ufficiale, sono stata triangolata in modo orrendo, usata e gettata più volte con l’apoteosi finale del suo “fidanzamento”…notizia che per fortuna mi è giunta quando avevo già chiuso da tre mesi, ma che mi ha fatto comunque malissimo e mi ha letteralmente bloccata per un anno a studiare come una forsennata e a cercare di capire cosa diavolo mi fosse successo.
      Quindi no, non ci sto a sentir dire che le “non ufficiali” soffrono meno.
      Diverso il discorso con il secondo NP. Lì in effetti ho sofferto meno ma non perchè lui fosse “migliore” dell’altro, anzi, forse è anche peggiore sotto certi punti di vista, ma perchè io avevo imparato a difendermi e a non farmi manipolare.
      Bisogna riconoscere a tutte le vittime o co-dipendenti di costoro la stessa dignità.
      Altrimenti diventeremo donne contro donne anche nel dolore facendo ancora una volta, e per giunta in loro assenza, il loro gioco perverso.
      Abbracci a tutte

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      1. Questa testimonianza andrebbe pubblicata sui giornali – così stavo per principiare il mio commento.
        Tranne che poi sono andata a leggermelo sulla rubrica della De Gregorio sul Corriere, ho letto i commenti al pezzo, e ho capito che siamo lontanissimi dal portare alla coscienza collettiva certi concetti: come sappiamo, e come detti commenti dimostrano, quasi nessuno ha capito la lettera e i termini ‘tecnici’ utilizzati. Nessuno tranne coloro che conoscono la faccenda direttamente.

        Ma il problema è che anche tra coloro, anche tra noi stessi, qui, che per capire capiscono benissimo, ma l’omertà regna ancora sovrana. Ci sono alcune ex-vittime che non arrivano mai a indagare a fondo sulla patologia, propria e altrui, e quindi inutili, anzi utili idioti, come si diceva una volta. Ce ne sono altre, di ex vittime, ancora terrorizzate e che non vogliono (anche legittimamente) riaprire mai più quella porta. Altre ancora che vorrebbero (di solito quelle che arrivano a guai giudiziari, vuoi per denunce di violenza, vuoi per le pastoie sugli affidamenti dei figli), vorrebbero davvero avere il contatto, il supporto di qualche ex che possa testimoniare la non autenticità dell’essere inumano auto-proclamantesi partner/padre integerrimo. Altre che vorrebbero aiutare a dimostrare davanti ai Tribunali povere donne sole e incatenate alla solitudine, oltre che agli ingressi del Tempio che deciderà della loro sorte. Inoltre c’è sempre la regola aurea del non avvertire mai la nuova polla, affinché si becchi l’intero pacchetto velenoso al posto nostro, finalmente; e che comunque non ci crederebbe.

        Quindi io non riesco a capire come questo ‘donne contro donne’ potrà mai finire: gli uomini, il divide et impera, lo masticano da sempre. Noi mastichiamo giusto noi stesse e le nostre presunte rivali.

        Come mi piacerebbe avere almeno una – delle suicidate, anoressizzate, esaurite ex vittime del mio psyco – dalla mia parte, come teste in Tribunale. Invece non mi azzardo proprio, pur conoscendo molti nomi e relative storie: sai mai che proprio il giorno prima il tipo abbia fatto cucù proprio a lei, e lei ci sia cascata, e ora gli faccia da agente segreto informativo sulle mie tattiche difensive o altro. Come non mi azzardo ad aiutare altre donne in difficoltà direttamente, mettendoci la faccia, perché fino a che non si ha più nulla da perdere, la tua faccia sotto certi articoli o post pensi sia meglio non rischiare di mettercela, sotto il naso del Magistrato che ti giudicherà.

        Poi penso a mia figlia, che di tutta questa teoria non sa nulla, eppure ha rotto l’omertà da bambina, e sta compiendo passi chiarissimi verso la sua salvezza ora da ragazzina. E penso che ormai tutte le categorie, le pratiche e le lotte femministe non siano più in grado di affrontare questa piaga: se c’è da dimostrare contro l’utero in affitto tutte in piazza, ma per noi donne/madri (uomini/padri) violentati in più e più modi: tutte zitte. Come dice l’articolo, ci sono collusioni e interessi economici su tutta la filiera (terapie, mediazioni, avvocati, magistrati, cooperative, case delle donne etc.).

        Fino a che non ci sarà una legge, come appunto in Irlanda, contro la violenza psicologica (PRIMO E UNICO SEGNALE DI TUTTE LE ALTRE VIOLENZE, OLTRE CHE VIOLENZA DI PER SE’), tutto mi sembra vano.

        @Spiritolibero, Blume: vi confesso che in passato ho pensato: “senza figli di mezzo, suvvia ragazze, ce la si può fare a staccarsi in tempo”. E invece no, dopo aver riflettuto molto su questa cosa, oggi credo che senza figli in comune può anche essere più difficile il distacco. Ragioni di forza maggiore, quali appunto salvare i figli dai mostri, ti spronano a darti una mossa, talvolta. Senza quel pungolo invece, per donne che non amano la tranquilla convivenza/relazione con un uomo buono e sano (e noi lo siamo, stiamo cercando di imparare a non esserlo più, ma non sono certa che ce la faremo, almeno per quanto mi riguarda), staccarsi da narci piacioni, affabulatori, affascinanti, proibiti può essere anche più dura. Quindi nessuna classifica tra ex, amanti, mogli, madri, please.

        E’ tutto uno schifo, quando parti male in infanzia e arrivi peggio ai cinquanta.

        Questo mi ha lasciato l’articolo: depressione, tristezza, senso di impotenza. Grazie, la verità fa male ma è questa. Meglio saperlo, che per qualcuno non cambierà mai troppo: consapevolizziamo le nostre eredità malate, consapevolizziamo le nostre turbe, ma siamo vite che girano male, e per quanto mi riguarda, lo schifo che provo per la mia vita è emendabile solo con il pensiero di aver cresciuto tre esseri umani dalle prospettive di vita migliori della mia.

        La solidarietà femminile, anche a causa della storia purtroppo, è una barzelletta sulla carta. Una chimera nei fatti.

        Questi esseri marci ce l’hanno fin troppo facile: credo che se mi mettessi a contare le vittime di una vita del solo mio ex narci, non basterebbero due zeri. Vite al macero. Chi più, chi meno. Fino ad arrivare a Deborah Sciaquatori e al mea culpa del Menditto. Tanto ormai, che vita avrà quella povera donna, madre di una ragazza patricida manco fossimo in una tragedia greca (e invece la tragedia greca è sempre dietro l’angolo, non dimentichiamo), perché nulla e nessuno è riuscito a fermare l’orco in tempo?

        Infine sono d’accordo: Dio ci scampi dalla presunta superiorità delle persone-bene, di cultura, studiate, eccetera. Proprio in quegli ambienti si annidano le peggior fecce.

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      2. Carissima Lucia, sottoscrivo la tua analisi al 100%.
        Vorrei solo dire che a mio parere non ci sono due macro categorie di uomini, ovvero quello buono ma inevitabilmente noioso e l’affascinante stronzo narciso da cui donne empatiche come noi sarebbero “fatalmente” attratte. A me questa dicotomia sembra riduttiva della complessità dell’essere umano e ancora una volta andiamo a creare categorie troppo astratte.
        Io sono convintissima che esistono uomini corretti e affatto noiosi….così come ce ne sono effettivamente di corretti ma poco stimolanti, non per colpa loro ovviamente ma proprio per un fatto caratteriale. A me piacciono le persone poco prevedibili ma non credo che questa sia una prerogativa esclusiva degli stronzi narcisi, i quali peraltro sono molto più prevedibili nei loro schemi irremovibili di quanto possa apparire.
        Sembrano dei gran misteri affascinanti quando non si sa chi sono e cosa li muove, ma appena si inquadra il problema purtroppo questi gran mistero curioso si rivela un mega flop 😅 quindi noiosi e pallosi loro per primi!
        Se penso ad un uomo che mi ispira, sicuramente deve essere intelligente emotivamente, che è una caratteristica del tutto ignota a tali soggetti anche se a volte fingono bene di sapere essere comprensivi e perfino sensibili, mentre si tratta solo di un modo da loro usato per avere la tua fiducia. Sono poi i fatti a smentirli alla grande.
        Sul discorso rivalità tra donne….penso che qui dobbiamo fare un atto di doverosa autoaccusa, perché ci sentiamo fighe e superiori alle altre quando uno stronzo ci sceglie, senza accorgersi che lo stronzo ha scelto noi proprio perché eravamo quelle a suo giudizio più facilmente manipolabili…
        Si, c’è molto lavoro da fare decisamente per superare quest’idea che bisogna accaparrarsi l’uomo a ogni costo.
        Io spero di non sentire mai più fare paragoni tra ufficiali e non, tra le prescelte dallo stronzo e quelle della vergogna segreta….le prime si beccano corna e altre atrocità, le seconde umiliazioni di altro tipo non certo meno dolorose , e non vedo quale delle due situazioni sia quella peggiore. Lo sono entrambe purtroppo.
        Come dici tu, avere dei figli in comune con tali soggetti ti dà, o dovrebbe dare, una spinta in più per tutelare loro, almeno. Ma sappiamo quanti possano essere infidi gli ex narcisi, che oltre a te c’era no di usare e manipolare pure i figli.
        Chi non ha figli o altri vincoli ha in comune con le altre vittime il problema della dipendenza psico affettiva, il vero nodo su cui tutte dobbiamo lavorare duramente per emanciparci da questi rapporti distruttivi.
        Un abbraccio

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  10. E’ una materia molto vischiosa, questa. Come comportarsi di fronte a una new entry che ci toglie la sostanza velenosa ma, contemporaneamente, ci sottrae l’oggetto di interesse malato? Anche se tiriamo un sospiro di sollievo, perché non ne possiamo più, è indubbio che la nuova donna sia, pure se suo malgrado (e ce ne rendiamo perfettamente conto), lo strumento di fatto attraverso cui patiamo gli effetti dolorosi della dipendenza. Sono sentimenti contraddittori, com’è d’altra parte contraddittoria l’intera esperienza con np. Si miscelano pulsioni di segno opposto, che spesso paralizzano: hai da elaborare il tuo problema, la salvezza dell’altra donna può anche non essere la priorità del momento.

    Io, come vi dicevo, di fronte a questo bivio, ho scelto di parlare alla nuova donna per la quale np mi abbandonava. Ma non mi è venuto né naturale né spontaneo. Mi sono dovuta forzare. Da un lato, ero talmente stanca e svuotata di energie nella lunga lotta con np da non avere altra necessità che lui sparisse attraverso la sua nuova fidanzata (peraltro: una somiglianza fisica impressionante con me, solo 20 anni di meno e nessuno spessore culturale, ma vabbè), mi sembrava l’opportunità da cogliere. Dall’altro, sentivo come un dovere etico di agire: soprattutto perché la ragazza appariva totalmente priva di capacità difensiva, culturalmente ingenua, semplice e solare, per np una preda perfetta la cui distruzione mi è subito apparsa tangibile, chiara ed evidente: non un dubbio, ma una certezza (e così è stato). Quello che mi ha spinto a parlare è stato soprattutto l’emergere, in me, anche di un senso protettivo verso quella che mi sembrava non diversa, per età e testa, da molte delle mie alunne. Accanto ad altre emozioni (rabbia, frustrazione, delusione: tutte verso di lui, certo, ma lei era per forza di cose in mezzo), c’era anche questa. E ho scelto di darle espressione coerente.

    Non è stato facile parlarle. C’era la mia ansia di trovarmi in una situazione spiacevole, il sospetto di non essere creduta, il fastidio di passare per gelosa. Ho cercato le parole migliori, le argomentazioni che mi sembravano più utili al caso: non le ho detto semplicemente “lascialo stare, ti farà del male”, ma ho cercato di darle degli strumenti che potessero poi tornare utili: che potevo capire che volesse provare un uomo apparentemente tanto affascinante e che non mi aspettavo che rinunciasse sulla base delle parole di una ex, sconosciuta, ma che almeno, di fronte alle stonature iniziali e poi alla sofferenza montante, non si soffermasse sulle parole ma si attenesse ai fatti; che confrontasse i fatti e le azioni con quanto si sa del disturbo, facilmente reperibile in rete; che nel dramma non si trovasse mai sola: di non rinunciare all’appoggio dei familiari, di raccontare, di non disfarsi degli amici.

    Non è servito né a salvarla né a farle provare gratitudine nei miei confronti, neanche a posteriori. E non so se,oggi, lo rifarei.

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    1. @Babi
      Mirabile sintesi sul concetto, la tua frase finale.

      Quanto all’aspetto neuro-chimico, anche io penso che con tutto ciò che stiamo imparando, la differenza vera non potrà mai farla la psicologia: l’inconscio si innesta su dati fisici, se un lobo pre-frontale si comporta diversamente dalla media, se gli ormoni che ci governano sono sbilanciati, hai voglia a migliorare a botte di talking therapy. Altresì vero è che anche la chimica va soggetta all’influenza ambientale (traumi, attaccamenti etc.), per cui fino a che l’ingegno umano non troverà il modo di compenetrare in modo virtuoso psicologia e neurologia (ovvero non fissandosi né sulla mera parola da un lato, né su quei silenziatori di neuroni che sono i neurolettici dall’altro), la salute mentale sarà sempre un indistinto coacervo di gatti che si mordono la coda.

      @Spiritolibero

      Parentesi delle 22:00 sull’annoso tema della dicotomia partner buono ma noioso, versus partner stronzo ma cool. Su questa cosa rifletto ogni giorno.
      E la mia risposta al momento è che, per me, non c’entri tanto l’aspetto ‘adrenalina’ DI PER SE’, quanto il fatto che io, semplicemente, da un partner voglio imparare qualcosa, specchiarmi in chi ha qualcosa da mostrarmi e insegnarmi.
      Un partner cui io mi senta/sia superiore in ambiti che mi interessano, mi ammoscia. Il punto è questo: che il divario, la somiglianza o complementarietà tra me e un ipotetico lui, non può riguardare aspetti di cui non mi importa un fico secco. Per esempio, un uomo io posso ammirarlo per il suo ordine, pratico e mentale (aspetti in cui sono altamente deficitaria), e ora so quanto una vita ordinata sia un bel valore; il punto è che non è il mio, di valore, ché alla fine, a me dell’ordine importa poco o nulla.
      Quindi dopo dieci minuti sbadiglio, cerco qualcuno che mi canti il Purgatorio di Dante a memoria, e se non ci capisco una fava ancora meglio: mi avrà conquistato perché mi avrà arricchito. Uno che conosce gli aforismi di Cioran, o uno che esegue il travis picking con la chitarra acustica: ecco quelli sono uomini che mi interessano, che mi fanno sangue (se scatta altro, ovvio), che mi innalzano il tasso interno di felicità e stupore. Perché cosa me ne faccio di un partner che è meglio di me in ciò che a me non interessa? Quindi la dicotomia buono/stronzo io la sposterei sul lato noioso/interessante PER ME, che è diverso dal dire buono = noioso, o stronzo = eccitante IN GENERALE.
      Il problema, sappiamo, è che sovente chi ha qualche dote speciale: o è folle, o è prepotente, ovvero abusa del proprio valore aggiunto trasformandolo in strumento di potere.
      E così non ne esco.
      (Il mio ragionamento, ovviamente, fa perno sul fatto che sono una quasi cinquantenne senza prospettive e aspettative di matrimonio, famiglia figli eccetera, ovvero tutto ciò che può (idealmente) portare a fare scelte ponderate con soggetti affidabili).

      Da mesi vedo un uomo meraviglioso, mi fa pure ridere a crepapelle in molte circostanze, mi aiuta in faccende pratiche e anche emotive, MA non mi insegna (quasi) niente di ciò che vorrei conoscere, così con lui mi sento spenta, seppure ‘leggera: non è un paradosso, è il banale voler la botte piena e il marito ubriaco, lo so.
      Durante questi mesi mi è capitato di incontrare due volte il famoso stronzo ammogliato e… mi sono ‘accesa’ all’istante. Sento il corpo vibrare in quel modo lì, gli occhi illuminarsi così, e via dicendo cioè: riprendo vita. Maledetta chimica. Chiusa parentesi.

      Grazie per lo scambio. Sono in un momento particolare, in attesa di importanti sviluppi legali, e confidarmi con voi anche su aspetti che esulano da quello, mi aiuta.

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      1. Cara Lucia, trovo molto interessante il tuo commento anche perché spiega ciò che molte donne si aspettano da un uomo: che insegni qualcosa a loro, qualcosa che non sanno… Come dei maestri di vita in grado di stupire, meravigliare. Dei mentori? Dei padri? Dei super uomini che le insegnino tutto ciò che non sono in grado di imparare da sole? Chissà. Come dici tu la chimica è la chimica e se hai questa impronta, cioè, se hai bisogno per sentirti appagata (anche sessualmente) da qualcuno che conti tanto più di te (perché per imparare qualcosa da qualcuno è necessario piazzarsi ad un livello inferiore) rischi di avere sempre la guardia abbassata quando trovi uomini dall’Ego smisurato che non vedono l’ora di trovare una donna da “allevare”. Quando vogliamo intensamente qualcuno che manifesti naturalmente tutte le capacità che non abbiamo vuol dire che stiamo cercando una versione migliorata di noi stesse da amare. Posso dirti una cosa? Non è mica un segreto: non esiste una versione migliorata di noi. O ci rinforziamo internamente, ci eccitiamo e ci entusiasmiamo per la ricchezza di vedute e la conoscenza che abbiamo raggiunto fin qui, mettendoci in testa che i nostri migliori mentori sono i nostri stessi cervelli, oppure continueremo a cercare vanamente versioni migliorate di noi. Abbraccio grande, cara! Spero che tutto vada per il verso giusto per quanto riguarda la battaglia. ❤️

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      2. Carissima Lucia grazie a te….confrontarsi su queste cose aiuta moltissimo anche a me. Ho un carattere per cui tendo a non farcela a ragionare per categorie…dentro di me voglio credere, o almeno sperare che esista un uomo cool ma sano di mente altrimenti posso già da ora appendere il cappello al chiodo e dedicarmi al giardinaggio 😊
        Però è verissimo quello che dici, ovvero che spesso i narcisi sono persone che hanno indubbie qualità (altrimenti non ci avrebbero attratte, a prescindere dalle manipolazioni)….il mio primo np é stato un campione sportivo a livello nazionale, e ha raggiunto certi risultati con un enorme forza di volontà che io non mi riconosco (io spesso mi arrendo di fronte alle difficoltà) , e che per me è da ammirare….e anche questo oltre alla Dipendenza mi ha reso assai difficile staccarmene.
        Il secondo è molto intelligente, colto, laureato…se volesse potrebbe spaccare il mondo con quella testa e invece la usa per sottometerre sessualmente donne…ci ha provato anche con me ma non gli è riuscito e quindi ha mollato l’osso ma so di sue ex che per tenerselo hanno fatto cose incredibilmente degradanti, tipo una che ha accettato di farsi legare e imbavagliare e il resto lo lascio all’immaginazione…
        Ecco, purtroppo con loro si arriva sempre al punto di toccare un fondo oscuro, un nocciolo veramente perverso che non si può cambiare e che alla fine causa la fine di ogni relazione o il suo proseguimento in modalità sempre più svalutanti e tossiche.
        Tanti abbracci

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  11. Vorrei anche precisare un altro aspetto.
    Le vittime sono tutte uguali, è vero, perché sono state sottoposte a un processo tossico dello stesso tipo, è vero, mogli o amanti che siano, e quindi è del tutto sbagliato (e insensato) fare una sorta di classifica tra di esse. Ma non tutte le storie con np sono uguali. C’è differenza se si è stati 1 anno o 20 sotto un np. Se non altro, perché sappiamo bene che con loro è sempre una excalation al peggio. C’è differenza tra le dispute dialettiche, pur se continue,infinite, sfiancanti, violentissime e terribili (perché lì succede di tutto: le difese più strenue di np: proiezioni, scissione,collera, svalutazione,disprezzo…), dico c’è differenza fra questo e un maltrattamento non solo psichico ma anche fisico che dura tot anni,tanti anni.
    In questo caso, io credo che valga tutto, pienamente, l’appello di Gaia: questo bisognerebbe avere il coraggio di denunciarlo, dirlo, parlarlo. Per come sono fatta io (aver scelto la via diciamo etica nei confronti della nuova fidanzata di np, avvertendola pur non avendo l’impulso di farlo), credo che in questa condizione parlerei.
    Forse non ho incontrato un np particolarmente dotato per portarmi all’eccesso, o forse anche non è un caso che io non glielo abbia permesso (io credo che np vadano solo peggiorando e, se gli si apre il rubinetto, dilagano ovunque, in luoghi perversi inimmaginabili per noi, ho chiari indizi di questo circa il mio np: che di fronte a una donna precedente, fragilissima, il mio stesso np si sia inoltrato in atti di sadismo diretto che con me non ha mai mostrato in questo modo), comunque in ogni caso bisogna tener conto dello stato emotivo in cui può stare una persona dopo tanti anni di maltrattamento e di auto-annullamento (perché di questo si tratta sotto prolungato l’effetto di np, ti annulli come persona, perdi il senso di te stesso): se ti sei fortunatamente sganciato, se hai avuto la fortuna di percepirti come sopravvissuto e non sei morta, se non sei sola, è comprensibile che una pienezza tu la possa dinuovo raggiungere solo per gradi, e affrontare gli effetti legali della denuncia può essere un’impresa al di sopra delle proprie condizioni emotive,oppure può esserci un timore anche fisico di una eventuale vendetta di np, o la necessità di non vederlo più in un no-contact totale e assoluto, cioè tutte cose legittime da parte di una vittima. Va considerato anche questo.

    Un abbraccio a tutt*

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    1. Carissima Blume, hai ragione quando dici che si tratta di situazioni diverse stare pochi mesi a contatto con la mente sadica si un np e molti anni. Io quando ho detto che le vittime sno tutte uguali e hanno pari dignità non volevo sminuire nessuno a favore di un altro ma solo porre l’acconto sul dato che queste relazioni, che durino tanto i poco, sono comunque deleterie e dannose a prescindere…in tanti si noi qui hanno testimoniato che é bastato poco per avere conseguenze di anni e anni. Noi stesse, pur avendo avuto con i nostri np relazioni tutto sommato “combattive” siamo qui a parlarne ancora e ancora.
      Gaia ha cercato aiuto e ha trovato porte chiuse….tranne i carabinieri Persia fortuna che le hanno dato dignità nel saper riconoscere la subdola violenza psicologica….noi purtroppo sappiamo che l’unica cosa da fare è lasciarli al loro destino.
      Ti confesso che per me è sempre un dolore leggere certe storie perché é chiaro che nessuna si noi credeva ai danni che loro possono provocare, anche quando pensavamo di poter gestire le cose in qualche modo ma poi abbiamo visto che con la loro Tendenza inarrestabile all’autodistruttività e alla distruzione di ogni rappporto, purtroppo c’è ben poco, se non niente da fare.
      Sul discorso di avviare o meno le nuove vittime….purtroppo non funziona mai, e spesso é solo regalare al narciso la possibilità di una nuova triangolazione succulenta. Ecco perché io non l’ho fatto, non certo per egoismo ma per tutelare me stessa da certe dinamiche.
      Se qualcuna mi avesse avvisata per tempo dei due narcisi probabilmente con un orecchio avrei ascoltato ma poi sarei andata avanti comunque, per quel l’illusione che noi tutte abbiamo che con noi “sarà diverso”.
      Ma non lo è, purtroppo.
      Abbracci

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  12. Belllissimo il tuo intervento, Lucia Bennet, mi ci rispecchio in tutto (questione buoni=noiosi, stronzi=fichi). In questo senso,per me, l’incastro con il mio np è letale: perché è si stato fisico (sesso meraviglioso, sempre) ed emotivo, ma anche molto mentale: np debbo riconoscere che è un uomo che mi ha insegnato delle cose e questo ha un grande effetto su di me, imparare è positivo, mi piace: innanzitutto, attraverso la sua stessa patologia ho scoperto molte cose di me stessa che non sapevo, ma anche mi ha insegnato qualcosa ad esempio del pensiero orientale, che non conoscevo e che anche rifiutavo, ancorata alla mia struttura intellettuale prettamente occidentale,e che lui invece conosceva. Certo, lui fa uso anche di questa conoscenza nell’unico modo che sa (strumentale ai suoi fini), ma le cose le conosce. Queste conoscenze che ho appreso da lui sono stati input per accostarmi ad altre dimensioni filosofiche che oggi, nel mio percorso, mi stanno aiutando.

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    1. Pur di non perdere o trattenere una risorsa direbbero qualunque cosa per lusingarti…sono bravissimi in questo. Confermo anche io che quando gli si fa notare qualcosa in cui sbagliano (da una stretta che fa male a una cazzata che dicono), se sono covert, scatta in loro la vergogna. Cioè, da una parte non riescono a controllare parole e azioni e agiscono come bambini, ma se glielo fai notare, il loro “genitore interno” gli dà una mazzata. Questo per loro è intollerabile infatti le reazioni successive di solito sono una chiusura più o meno netta, o un vittimizzarsi. Sono proprio incapaci anche di sostenere un normale dialogo, hanno sempre reazioni esagerate, sia nell’immediato che a distanza di giorni o settimane. Magari lì per lì non dicono niente (questo l’ho notato nel secondo np) ma dopo un pò arriva il conto da pagare per averli “fatti sentire a disagio” con una tua osservazione.
      Anche questa è una cosa che , almeno per me, è un deterrente nel prosieguo ….non puoi mai dire quello che pensi davvero e devi stare attenta ad ogni parola che possa anche solo minimamente ferirli o far scattare la loro permalosità (a volte scherzavo con np1 sui suoi svarioni ortografici, facendone spesso anche io…ma non sia mai, per lui era come sentirsi dare dell’ignorante, sua ferita personale) , mentre loro non si fanno problemi ad essere pesantissimi quando gli gira e a non avere tatto o riguardo per la tua sensibilità, specie quando si tratta di triangolare, che è la loro attività preferita in assoluto, anche più del sesso (sono sempre più convinta che il sesso per loro non sia un piacere nemmeno a livello fisico ma un necessario scotto da pagare per creare dipendenza)…sempre due pesi e due misure.

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  13. Per Claudileia su Lucia Bennet.

    Buongiorno a tutti, non credo che Lucia Bennet intendesse dire che per essere contenta è necessario dipendere da un superuomo. Perlomeno, io non l’ho intesa così, negativamente.
    Io la intendo nel senso di aver piacere di stare accanto a un uomo che sa ANCHE insegnarti qualcosa, attraverso il quale io possa cioè aggiungere qualcosa alla mia conoscenza, per le cose che per me hanno rilevanza. Ma, ovviamente, il piacere, per quanto mi riguarda, deve essere reciproco: l’idea appagante, sarebbe quella di poter insegnare anche io qualcosa, nel senso di contribuire pure io alla sua crescita, in senso biunivoco (sono abbastanza presuntuosa da ritenere che il mio cervello valga qualcosa, e su di esso faccio affidamento, da sempre). Anche i miei migliori amici e amiche hanno avuto e hanno questa funzione. Ma, certo, con np questa reciprocità non è possibile. Infatti, se pure ti danno qualcosa in questo senso, non sono mai pronti a riconoscere il tuo valore. Questo è il problema, con loro, ciò che rende impossibile questa corrente alternata nei due sensi. Pretendono di essere essenziali ma non vogliono riconoscere l’essenzialità altrui. Se pure ogni tanto lo fanno, ecco che immediatamente devono fare marcia indietro in qualche modo e rimarcare la tua inutilità, è più forte di loro. Non possono riconoscere, in loro stessi, nessun bisogno di nessuno, neanche se è un bisogno positivo (voler stare con una persona per le cose importanti che oggettivamente dà), e anzi soprattutto quando il bisogno è positivo.

    Giorni fa np era in vena di complimenti, in sala da ballo: per la prima volta in vita sua mi ha detto che la relazione con me è stata intensa, di fisico e di testa. L’ho ringraziato, ma ho aggiunto: chissà quanto stabilmente in te risiederà questa idea; chissà cosa dovrai sottrarmi, in seguito, per avermi detto adesso ciò. Non ha fatto una piega nel volto e nelle parole, come non fosse cosa sua (“ma no, che dici, perché mai?). Ma non si è accorto che con la mano che mi poggiava sul braccio scavava e scavava, come scorticandomi. Quando gliel’ho fatto notare, un po’ ironicamente, ha avuto un sussulto, una defaillance: ho avuto la prova che quel gesto era fuori dal suo controllo, e si è vergognato. Senza illusioni, da parte mia: non ho ottenuto nulla di concreto, nessuna consapevolezza di nulla, naturalmente, ma bene così: un narcisista non sa sentire il senso di colpa per il male effettuato, ma alla vergogna di sé è sensibile (intollerabile, farsi cogliere davvero indifeso, può mostrarsi tale solo quando è un calcolo, una facciata di seduzione e di controllo), almeno dunque la provi, questa vergogna, nella relazione con un Altro-da-Sé, come forma di contrappasso, o anche per variare la monotonia di essere sempre un superuomo.

    Al di là di tutto questo, che lascia il tempo che trova ovviamente, il problema con loro è sempre questo: la realtà delle cose non c’entra mai nulla. Quello che dicono, pure se può anche corrispondere alla realtà, non viene mai detto per comunicare effettivamente qualcosa ma sempre come strategia, come convenienza, all’interno dell’eterno tira e molla, a seconda di dove sta l’elastico al momento. Il complimento espresso, quindi, non vale come tale, ma indica solo che in questo momento la patologia impone questo, per tentare di ripristinare i rapporti di forza. Il complimento verrà disconfermato presto da altre parole e altri atti svalutativi, a cominciare dalla sua stessa testa. L’unica indicazione oggettiva che mi dà, è che mi sente sfuggire, e per questo ha bisogno di recuperarmi con belle parole. E io, effettivamente, mi sottraggo, in questo sente bene. E va bene così.

    Un abbraccio a tutt*

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    1. @ Claudelia @Blume

      Risuono solo con versioni migliorata di me, dici, Claudelia.
      Mi fa una certa impressione questa constatazione, perché è ciò che mi ha sempre trasmesso mia madre (“ti ho concepito per avere una fotocopia più bella di me stessa”), e dunque forse quel condizionamento è ancora in atto.

      E’ anche vero che se in passato questo era esattamente ciò che cercavo (un mentore, una guida), ritenendomi priva di alcun valore, oggi dopo tanto lavoro mi piaccio, so quello che valgo sul piano di realtà – e che non è né fantastico come mi dettava l’inconscio fino a poco tempo fa, né penoso come l’ho sempre percepito nella mia vita -.
      Quindi, come dice Blume, intendo proprio qualcuno che aggiunga o almeno pareggi – per usare una metafora sportiva – il mio valore su ciò che interessa a me e, idealmente, a noi come coppia in uno scambio – che sarà a volte simmetrico, a volte inevitabilmente sperequato, perché siamo tutti diversi -. Altrimenti per me, il resto è noia. Ma intendo tenere duro e vedere dove mi porta una relazione sana e tranquilla. Magari scopro che, in effetti, e come dice mia figlia grande: “mamma, è tutta un’altra vita”. (Che meraviglia essere meno saggia di mia figlia, anzi di tutti e tre. Io alla loro età ero messa malissimo, e mi riempie il cuore vederli invece così determinati, autonomi e felici delle loro scelte di vita)

      Non so, continueremo a riflettere su questi aspetti ancora a lungo, temo.
      E porterò in terapia quanto discusso qui su questo tema. Quanti regali, quante lezioni dobbiamo apprendere dal male.

      Abbraccio a tutti e grazie.

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      1. Cara Lucia, non ho dubbi sulla programmazione materna in questo senso. Dico sempre che le mamme narcise vorrebbero quasi sempre figli maschi perché sanno di non sopportare altre donne oltre loro stesse. Dire una frase così pesante a una figlia implica sottoporla implicitamente a una pressione incredibile che la farà cercare inconsciamente qualcuno che riproduca questo familiare squilibrio di forze nella speranza di vincere l’amore di un soggetto irraggiungibile. La figlia per sentirsi piena, amata, accolta e desiderata, sente di dover conquistare qualcuno che rafforzi il suo valore e allo stesso tempo la rassicuri, compiti materni/paterni. Così come le loro madri vorrebbero un maschio (metaforicamente qualcuno che ha gli attributi che non hanno) le figlie tendono a portare avanti la ricerca di qualcuno che tendenzialmente potrebbero avere tutto ciò che la madre desidererebbe per sé. Le nostre figure primarie di accudimento hanno la loro parte nel condizionamento della libido di ognuno di noi, almeno così la vedo io. Abbracci a voi!

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  14. Vorrei ringraziare chi ha commentato il ‘nostro’ appello -e ovviamente Claudiléia, che mi/ci ha sostenute non solo pubblicandolo ma anche con una serie di mail in cui ha manifestato la sua sensibilità, il suo sostegno e la sua attenzione, come fa sempre.
    Non ho l’abitudine di scrivere in Internet, per mille motivi, ma qui mi pare doveroso.
    Tutti i commenti sono stati utilissimi, così come lo sono stati i commenti, la maggior parte dei quali di tono completamente diverso come notato, su La Repubblica: e ciò mostra bene il divario fra chi l’argomento lo conosce perché vissuto sulla propria pelle e ‘il resto della società’. Ma il resto della società fa capire anche la sofferenza delle vittime, che continuano a non essere comprese, a non essere ascoltate, ad essere condannate con facili assunti, rendendo loro ancor più complicato venir fuori dalla violenza: al gaslighting np si aggiunge il gaslighting della società e alla fine quello delle vittime stesse, che non sono più in grado di capire cosa provano e sono costrette in un senso che non è il loro.
    Caci dice: ‘le tue parole sono poco chiare, parli una lingua che capiamo in poche’. Anche Babi rimarca la difficoltà di un racconto che salta dalla prima alla seconda persona, e che usa degli asterischi, ‘poco patiti’ da S.w.a. Concordo. La mia ha voluto essere una lettera, non un articolo, e ha voluto riappropriarsi, attraverso uno stile, di un’identità che, per lungo tempo, non ho (più) avuto. È senz’altro una scelta, che, se può rendere meno facile il testo, sta anche dicendo che mi/ci/vi crede capaci di fare quello sforzo di comprensione, di confronto, lo sforzo intellettuale di seguire il filo del racconto, sforzo che comunque ognun* di noi che è qui ha già fatto, ed è importante se ne ricordi sempre. Sta chiedendo di ridare spessore a una vita oltre l’appiattimento che si è cercato di farne: non era np che accusava ‘non capisci niente! Sei davvero così stupida?’; che puntava alla superficialità senza approfondire? Una rivendicazione di identità, quindi, che forse in parte sacrifica la lettura immediata e veloce. Che chiede un attimo, un fermarsi in più. E anche un parlare a un ‘te’ quando diventa troppo difficile parlare a un ‘io’. Quante volte ho dovuto ragionare come se non fossi io, come se fossi un’altra, per riuscire a fare per un’altra me ciò che per me non avrei fatto! Ringrazio chi ha sollevato l’obiezione in maniera critica ma dialettica, come dovrebbe essere in ogni confronto, e come, invece, non sempre è stato nei commenti di Repubblica. Per quanto riguarda gli asterischi: non so se essi siano la soluzione, ma ormai io rifiuto il sessismo del linguaggio, che considero strumento di vessazione e di cancellazione dell’identità femminile. Io non voglio essere declinata al maschile. La difficoltà degli asterischi la leggo come difficoltà di superare un dominio maschile e di ridefinirsi anche al femminile. Una piccola precisazione, magari superflua, ma nei vari, indispensabili tagli la lettera si è persa qualche cosa, con conseguenti confusioni (ad esempio, tre puntini nella frase: “raccontargli che, bambina (la mia famiglia-bene, ‘qui sì’)… era irrilevante”). Una piccola nota per S.w.a: terapeuta è, sì, invariabile, ma al singolare, e non plurale, dove io ho messo l’asterisco ☺.
    S.w.a esprime la sua preoccupazione che storie come le nostre divengano una questione personale: è in effetti anche la mia preoccupazione. E, a ben pensarci, la questione personale è un’altra conseguenza del gaslighting/np (sto usando qui i termini in maniera quasi interscambiabile anche se non lo sono): perché il fine di tali violenze, e delle violenze in genere, è di distruggere le relazioni, i legami sociali, i gruppi, la coesione, la politica intesa come partecipazione alla vita collettiva, l’identità come condivisione di valori, fra cui il rispetto dell’alterità. Ecco perché credo non bisogna mai farne una questione personale, ma sempre ragionarne al plurale. Ed ecco perché ho scelto di denunciare: perché non è il mio problema, è un problema della società, ed è ricollocandolo nell’alveo sociale che potrò tornare a partecipare alla polis. Quindi, sì, come dice Ofelia, bisogna cercare un confronto in un gruppo alla pari, che non sia giusto un gruppo virtuale. Bisogna creare gruppi, reti, nuclei di vita sociale e di partecipazione, e forse questo blog potrebbe piano piano cominciare a costruirli. Sì, come dice Valentina, a cercare, trovare il modo di reclamare, chiedere a gran voce una legge sulla violenza psicologica, sul gaslighting come reato, interrogarsi sul vuoto normativo che l’incostituzionalità del reato di plagio ha determinato, e chiederlo tutte insieme, al plurale. No a che Melisenda debba andare unicamente dalla terapeuta per trovare conforto: no, accanto alla terapeuta, Melisenda deve (ri)costruire una rete di affetti e amicizie vere, leali, forti e gratuite, camminare nelle strade: seppur rarissime le persone capaci di crederti, esistono, e sono fondamentali, per me lo sono state. Poi Melisenda diventerà forte abbastanza da sostenere a sua volta, e far emergere il suo/nostro senso. Athenatcaulfield e Lucia Bennet: oh, quanto sarebbe importante si formasse un gruppo che, in tribunale, silenzioso, sia lì, con me, con voi, con noi, magari con le scarpe rosse! Quanto brutta è la solitudine di quei corridoi e di quelle aule! Che se ti giri hai appunto paura che si stia esattamente lì, ad accusarti di nuovo d’essere quella che si inventa le cose! A me, la sera prima dell’udienza, hanno telefonato le donne del CAV: e come è stata importante la loro telefonata! Non bisogna rimanere sole! Nell’attesa di donne che nei tribunali si facciano testimoni, che condividano anche le loro esperienze legali, chi di noi ha denunciato però continui a ragionare al plurale: non sta portando avanti la propria questione personale, sta portando avanti una rivoluzione. Come in ogni rivoluzione, all’inizio c’è sempre qualcun* che cade per mano di chi non ha capito ancora che i tempi sono cambiati. Ogni vittoria -ce lo insegna la Storia- è sempre conquistata con un impegno collettivo, e non si fa che riprendere il testimone da chi ha corso prima di noi, consegnandolo a chi corre dopo: anche quando ci sembra che noi non vedremo il traguardo, sappiamo che vi arriveremo. E: quando i nostri figli, le nostre figlie domani ci domanderanno ragione delle nostre scelte, noi potremo dir loro a testa alta che forse abbiamo perso la singola battaglia legale, ma non la battaglia per l’esistenza, per il rispetto. Che li abbiamo difes*, e non rinnegat*. Che siamo ‘l’anello della catena che spezza la maledizione verso la vita’. Che siamo quelle che hanno tracciato il solco dove cammineranno e vinceranno le altre. Quando domani i tempi saranno definitivamente cambiati, perché cambieranno, e si conterà chi stava da una parte o dall’altra, come si conta oggi chi stava da una parte o dall’altra nel nazifascismo, noi saremo contate dalla parte dove è(ra) giusto stare.
    Per quanto riguarda la distinzione fra ‘donna di serie a e di serie b’, ho cercato di evitarla: e, infatti, ho ritenuto di dover parlare di co-vittime. Mi è chiaro che siamo/eravamo sull’identico piano, indipendentemente da chi fosse la, apparente, principale compagna. Fra l’altro, nel mio caso, c’erano relazioni parallele di più donne convinte di essere l’unica (ma è una nota di colore che nulla mi toglie alla convinzione che siamo tutte, prioritariamente, co-vittime). Non ce n’è una che sia stata scelta per la sua identità, magari!: tutte scelte per la reificazione che di noi è stata possibile.
    Capisco bene cosa intenda Blume quando parla di un certo dovere etico di mettere in guardia l’altra donna. L’ho vissuto e lo vivo anche io. E ho passato anche io la fase in cui, se fossi stata messa in guardia (e, in effetti, lo sono stata, ma da amiche, non da co-vittime), avrei rifiutato l’avvertimento: fa parte della strategia di paralisi. Però, oggi, dopo tanto tempo, sono contenta che ci sia stata chi mi ha messa in guardia. Non sempre il tempo scorre per ognun* alla stessa velocità, ma, come per i figli e le figlie: meglio poter dire un giorno ‘io ho provato a difenderti’, ‘io ho saputo scegliere la parte dove stare’. Io, però, nel caso specifico, non cerco la ‘salvezza dell’altra donna’: ho imparato che nessun* si salva se non lo vuole. Le ‘altre’ le ho cercate per un mio bisogno di capire innanzitutto, di salvare me. Perché solo la lettura della mia storia alla luce delle loro mi ha consentito di comprendere la portata della violenza, e le loro cornette sbattute in faccia, che fanno indubbiamente parecchio male, sono la risposta. Il cercarle è stato il primo passo verso il plurale, dopo che mi era stato fatto credere a un mio irrinunciabile singolare irrimediabilmente sbagliato. E, dopo la comprensione, dopo la compassione, dopo la condivisione, è venuta la rabbia. Posso capire le fidanzate, le amiche, ma non quelle che lo odiano e se ne sono allontanate da un pezzo. E che, lo ripeto, hanno tutti gli strumenti per sapere cosa stanno tacendo.
    Per quanto riguarda le fidanzate e le ‘amiche’, bisognerebbe affrontare la riflessione sulle fragilità che le conducono a trovarsi e a rimanere in relazioni simili. E non ci sono solo le fragilità/criticità contingenti, come è stato anche per me (separazioni, problemi familiari, momenti fisiologici di crisi che tutt* abbiamo), ma c’è la fragilità più grande: il millenario condizionamento subìto dalle donne, il portare radicata in sé l’idea che senza un uomo non possono esistere. Che si sentono comunque fragili, comunque inferiori, comunque incapaci e deboli, comunque votate all’ascolto, al perdono, al parto nel dolore, al divario di stipendi, alle guance porte e riporte anche quando a forza di schiaffi le guance non ci sono più. Il gaslighting/np lavora su situazioni di deprivazione, tanto psicologiche quanto economiche. Ma la situazione di deprivazione più grande rimane l’atavica sensazione di subalternità della donna (che la società attuale mantiene). Per questo credo siamo difronte a violenza di genere (che, per quel contagio che tanto bene spiega Alice Miller, pure lei non so perché occultata dai circuiti di terapia&C., si sta trasformando in un fenomeno più ampio e ‘transgender’). Leggerei allora il silenzio non come ‘rivalità fra donne’, ma come rivalità fra vittime che hanno paura di perdere un beneficio immediato. Il meccanismo noto come ‘identificazione al nemico’ (lascio il maschile) per l’immediata sopravvivenza (la sopravvivenza del singolo a scapito però della collettività). Nella sua massima espressione, lo abbiamo trovato nei campi di concentramento co.i.lle Kapò.
    Poi, come anche dice Blume: perché non si parla di tali fenomeni in termini di dipendenza, di attivazione/spegnimento di aree cerebrali e di sostanze neurochimiche? Solo timidamente, oggi, ad esempio, si comincia a spiegare il bullismo come dipendenza. Il lavoro di psicoterapia (o di yoga, o di meditazione, o di preghiera, o di studio, o di maglia, o di ballo latinoamericano, fare quello che piace, ma fare qualcosa!) è importante, poiché rimettendo in moto il pensiero permette alle aree del cervello lese/spente di riattivarsi (anche questa è neurochimica!). Ma perché non si fa ricorso alle scoperte scientifiche, che tanto nuove non sono, visto che le neuroimmagini sono almeno 40 anni che esistono? Le neuroimmagini, come obiettano alcun*, sono un’ipotesi? Forse, ma la Medicina (e non parliamo del Diritto!) in sé è un’ipotesi. E, comunque, usiamo l’ipotesi per ragionare, visto che l’ipotesi c’è.
    Mi permetto di suggerire un libro, che ho già citato. Sandra Filippini, ‘Relazioni perverse. La violenza psicologica nella coppia’. Anche qui: non so perché Filippini non viene (quasi) mai citata nelle bibliografie. Si cita spesso, a ragione, M.-F. Hirigoyen, che ha scritto, con taglio divulgativo, uno dei migliori libri sull’argomento, ma Filippini è ignorata. Mistero. Il libro di Filippini (un po’ caretto, 18 euro, io me lo sono fatta prestare, e comunque c’è abbastanza on line da tracciarne il sunto) dovrebbe, credo, invece leggerlo ciascun* di noi. È più complicato, usa un linguaggio più tecnico, più scientifico, ma spiega in maniera preziosa la ‘melma’, la ‘vischiosità’: lei la ha saputa riconoscere come capace di inquinare anche il lavoro di terapia e l’ascolto suo stesso di terapeuta. E lì si apre un nodo: che non tutt* i.le terapeut*, gli.le specialist* sono format* a tale riflessione, a tale onestà intellettuale. Le collusioni e gli interessi economici di tutta la filiera, dice Lucia Bennet, e se ne dovrà parlare. Di tutta la filiera.
    Per quanto riguarda i commenti su La Repubblica, alcuni ingenerano in me lo stesso imbarazzo ingenerato in Lucia Bennet. Concita de Gregorio ha ricevuto le pagine e ha risposto immediatamente, chiedendo di riassumerle e riuscendo pure stare dietro alle altre mie mail, che come tutti i pensieri di una vittima di violenza erano pieni di esasperanti esitazioni. Una giornalista competente che ha colto al volo il quid del problema. E che ha scelto di dar voce. I cui commenti sono i commenti che hanno marchiato le nostre vite. Ma l’appello oggi è lì, su uno dei più importanti quotidiani del Paese, grazie a una giornalista che ha saputo in qualche modo raccoglierlo e pubblicarlo. Usatelo anche voi! De Gregorio sta offrendo una possibilità di far conoscere un fenomeno che, al di fuori di blog ‘di nicchia’ come questo di Claudiléia, non si conosce (peraltro, su Repubblica/D era già comparso il 24 aprile 2019 un articolo sul gaslighting a firma Daniela Uva, che nota: ‘di questo fenomeno si parla ancora troppo poco, eppure è più diffuso di quanto si pensi’ https://d.repubblica.it/life/2019/04/24/news/manipolazione_mentale_violenza_psicologica_fenomeno_gaslighting_donne_vittime_relazioni_rapporti_malati-4377492/). Anche voi: parlate. (Ri)prendetevi i vostri spazi al di fuori dello spazio protetto di questo blog! Uscite nelle strade, nelle piazze! (basterebbe trovare una frase ‘commentare’ in altre parole ‘me too’, basterebbe dire che ci vuole la legge irlandese in Italia!, basterebbe scrivere in privato a de Gregorio, per far sapere che, sì, il fenomeno è diffuso!). Io ho fatto una gran fatica a fornire a de Gregorio il mio nome e cognome veri, il nome del mio avvocato, e, però, a un certo punto, ho ‘saputo’ che per andare avanti dovevo ‘fidarmi’. Quando la lettera è stata pubblicata, sono stata malissimo (davanti al lavandino alle quattro di notte, riaffogata in toto nella vittimizzazione, mi domandavo: oddio, oddio, che ho fatto?). Ma, oggi, sebbene ancora braccata dal fantasma col dito puntato, ne ho tratto forza, come l’ho tratta dall’opportunità che mi ha dato Claudiléia e che mi date voi: ho fatto la cosa che bisognava fare. Grazie.
    E, poiché ho imparato che se si ha bisogno di aiuto bisogna saperlo chiedere, vi chiedo: aiutatemi a fare girare il mio appello. Deve arrivare a qualche migliaio di chilometri di distanza –voce di corridoio dei tribunali.
    Vorrei chiudere dicendo che vivo ogni paura di ognun* di voi: e non solo per l’insopportabile velata diffidenza di amiche e amici, ma che qualunque frase detta/scritta, compreso codesto commento, finisca, e usata contro di me, in bocca al.la magistrat* che giudicherà. È una paura impressionante, cui non riesco a mettere freno, e che ben dà la dimensione dei danni forse permanenti della violenza. Ma voglio sedermi davanti alla mia paura. Lucia Bennet, scrive: ‘il Magistrato che ti giudicherà’. Mi viene il dubbio che Lucia Bennet non si sia resa conto del suo lapsus. Non il magistrato che imparzialmente giudicherà, ma il Magistrato che ‘ti’ giudicherà. Lucia Bennet è straordinariamente riuscita a scrivere in sole due lettere la paura e la rabbia più forte. Che giudichino ‘te’, non ‘lui’. Che ci siamo già giudicate da sole. Grazie Lucia Bennet che in due lettere mi/ci metti davanti alla nostra millenaria paura. Ma oggi ci siamo davanti, ieri ci eravamo dietro. E domani, quando i tempi saranno definitivamente cambiati, sarà la paura a stare dietro, lontano da noi, e noi che stavamo, che saremo, dalla parte dove è(ra) giusto stare.
    Grazie,
    Gaia.

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    1. Cara, carissima Gaia,
      a volte per la brevità del commento si perde o si omette qualche aspetto fondamentale. Mi riferisco al mio di commento…. era un’osservazione che avrei potuto esplicitare meglio.
      Il tuo racconto, proprio per come redatto, anche se volutamente non credo sia studiato ma diretto e genuino, ed è la costruzione del messaggio quanto e forse più del contenuto mi hanno dato la sensazione nettissima, visiva quasi, di quello che hai passato, o meglio del risultato del male ricevuto… e se ci arrivo io che, forse, ho solo una sensibilità maggiore all’argomento, mi chiedo come fa un terapeuta, che in teoria si muove in territorio conosciuto, a non capirlo a non accorgersi dell’abuso a non rilevare il danno da DPDS. Per me è lampante…
      Volevo aggiungere una riflessione riguardante le co-vittime, quoto Caci, non tutt* se ne accorgono, è strabiliante ma è così, non tutt* hanno la capacità di leggere il fenomeno, la capacità di analisi e autoanalisi.
      Aggiungo che guardati dall’esterno la differenza tra abuso e normale dinamica di coppia può essere davvero sottile.
      Spesso non è evidente l’asimmetria della relazione, altrettanto spesso è troppo difficile da intercettare o se preferisci da accettare, non ci si può (vuole?) credere che possano esistere mostri del genere.
      Un abbraccio Gaia.
      Non ho capito dove il nostro appello dovrebbe arrivare (migliaio di km??) e come farlo.
      A parte la solidarietà che c’è totale.

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  15. Cara Gaia,
    leggendo la tua storia mi sono rivista allo specchio!
    La mia esperienza è stata difficile e lunga anche se non ha coinvolto, se non marginalmente e solo all’inizio, le forze dell’ordine.
    Come te, ho cercato aiuto e comprensione dalle altre vittime coinvolte per ritrovarmi sola e non creduta.
    Vorrei comunicarti la mia vicinanza ed il mio appoggio.
    So quanto sia difficile, per noi vittime di soggetti con Disturbo Narcisistico della Personalità, essere comprese o anche solo credute. 
    Il mio percorso in cerca di un aiuto ha comportato contatti con diversi professionisti ma anche fra di essi il DNP spesso non è stato pienamente capito. 
    Ti scrivo in modo che tu sappia di avere (se lo vorrai) un altro “punto di ascolto” che ti restituisca argomentazioni e concetti e non un vuoto eco.
    Chiedo anche a Claudileia se lo vorrai di comunicarti la mia mail per un contatto più diretto.

    Dance 

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