La testimonianza di Anna Maria: “Si deve imparare, per forza, l’arte di salvarsi”

Leggendo le storie che sono state pubblicate ed i commenti ai vari articoli si parla spesso di dipendenza dai mostri, i narcisisti perversi. Ho pensato che questo blog avrebbe potuto chiamarsi ‘Storie di dipendenza dagli psicopatici’, ma non si chiama così.

Mi spiego meglio: sembrerebbe che ogni volta che una persona sta con un narcisista maligno ha una parte di responsabilità nell’essersi fatta trattare in un certo modo, senza reagire, o reagendo tardi e male.

Gli stessi terapeuti quando vengono consultati parlano di complementarietà e dipendenza come se fosse necessariamente presente se sei incappata in un mostro.

A mio avviso mai o quasi mai si tratta l’argomento in modo corretto.

La dipendenza ed il narcisismo maligno sono due cose separate, può esserci il secondo senza che la preda sia una dipendente o complementare.

Nella mia esperienza, non ho mai rinnegato il fatto che tutti noi abbiamo bisogno di amare ed essere amati e di avere, come tutti, delle ferite narcisistiche, ma questo non significa che si è predestinate.

Le persone normali sono normalmente empatiche, normalmente generose in amore ed amano in modo assoluto, altrimenti non sarebbe amore.

Ma quando si scopre la verità, cioè che abbiamo incontrato un mostro, (ed a volte ci vogliono anni per capirlo, perché nessuno ti aiuta ed il mostro è bravissimo a travestirsi), si deve mandarlo via come se fosse un ladro che si è introdotto in casa tua e vuole ucciderti.

Si deve imparare, per forza, l’arte di salvarsi.

Io non sono mai stata dipendente ma ci ho messo anni per capire, per elaborare un piano che lo ha fatto scappare, evitando di essere uccisa o di diventare pazza.

La lucidità mi ha salvato e mi fa rabbia ogni volta che qualcuno, soprattutto le donne, permettono a qualcuno di calpestarle. Sarebbe come offrire da bere a chi si è introdotto con la forza in casa nostra, per torturarci e derubarci.

La mia storia è quella di chi si sposa con un mostro, senza capirlo, avendo solo dei momenti in cui sente che qualcosa non va. Poi figli, casa e mille cose da pensare, e così passano gli anni, e la casa, i soldi, tutto diventa comune. Poi mi arriva una malattia: il cancro. E con le cure l’invalidità conseguente.

Per altri sette anni non potevo scappare.

MA OGNI GIORNO, DI QUEI SETTE ANNI, ELABORAVO IL MIO PIANO NONOSTANTE LA PRIGIONIA.

Voleva farmi uccidere, il mostro, farmi dichiarare pazza per portarmi via casa, soldi e figlie.

Tutti ci stavano per cascare, anche i miei familiari.

Ma ho vinto io.

Mi sono rialzata e l’ho spinto in mille modi a scappare via.

Non l’ho lasciato io, o mi avrebbe uccisa.

Mi auguro che le donne riescano a non essere delle complementari, ma vittime che reagiscono, salvando se stesse ed i propri figli.

Trad. Tabula rasa, Bjork

Siamo tutti pieni/ Di nascondere le nostre cose/ Mettiamo tutto a tavola/ Buttiamo fuori tutto/ È arrivata l’ora/ Non sarà lui a rubare la nostra luce/ Piatto pulito/ Tabula rasa per i miei figli/ Piatto pulito/ Senza ripetere gli errori dei genitori/ Il mio desiderio più profondo è che tu/ Resti immersa nella grazia e nella dignità/ Dovrai affrontare alcuni problemi a breve termine/ Speravo darti un quantitativo di bagaglio minore/ Tu hai il diritto di commettere degli errori da capo/ E di non ripetere le faglie degli altri/ Piatto pulito/ Tabula rasa per i miei figli/ Mettiamoci a pulire/ Rompere la catena degli errori dei genitori/ È arrivata l’ora/ Per noi donne di svegliarci, e non solo accettare/ È arrivata l’ora/ Il mondo ci ascolta/ Oh, come io ti amo/ Mi vergogno di tramandarti questo caos/ Lui però conduceva due vite/ Pensavo che la nostra fosse l’unica/ Tu sei forte/ Tu sei forte/ Tu sei forte/ Tu sei forte

16 pensieri su “La testimonianza di Anna Maria: “Si deve imparare, per forza, l’arte di salvarsi”

  1. È esattamente così.
    Questa la giusta umana via di essere liberi nella mente e nel cuore
    Per fortuna è aquisita piena consapevolezza io personalmente sono naturalmente così.
    Grazie Claudileia per ciò che sei e fai.
    Francesco

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  2. Buonasera a tutti/e e benvenuti i nuovi.

    Può darsi che uno incappi in un np del tutto per caso, mentre prima ci si è sempre trovati con persone normali intorno. E può darsi anche che si rimanga intrappolati per tanto tempo, senza capire dove si è capitati.
    Ma, più spesso, accade che la vita sia costellata da np o disturbati vari. Lo vediamo anche qui sul blog, nelle nostre esperienze.
    Non porsi qualche domanda su questa dinamica copionale che riguarda noi (e non np), quando esiste (ed esiste spesso), è un errore.

    Secondo me, lo sbaglio è soprattutto nella confusione fra dipendenza (o co-dipendenza) e narcisismo patologico in termini di responsabilità e colpa.
    Il tema della responsabilità non riguarda la colpa, va disgiunto da essa.
    La colpa è riferibile all’intenzione di fare del male. In questo senso, l’unico reo è np, nella misura in cui sceglie di far del male. A volte non sa di farlo (questo si dice), in quanto non empatico né capace di leggere gli stati mentali altrui e propri, ma è sempre adulto e vaccinato, quindi, in sé, dotato di libero arbitrio come qualsiasi altro essere umano. Più spesso, secondo me, accade che np possiedono le categorie del bene e del male, ma esse non costituiscono mai il criterio per l’orientamento delle proprie azioni. Cioè, quello di cui difettano, è la dimensione precisamente etica. In questo senso, la responsabilità dell’abuso verso l’altro è tutta a loro carico: qui c’è la colpa, nel senso del dolo: sanno di far male agli altri, ma non se ne curano, perché le istanze egoistiche sono la loro unica bussola.
    La responsabilità della “preda” è invece di tutt’altra natura. Innanzitutto, è verso se stessa e non riguarda azioni criminose verso gli altri (e già questo fa una grande differenza). E’ la responsabilità di non prendersi cura del proprio benessere, di perdurare in una situazione di abuso e maltrattamento sopportando di tutto e di più, magari scusando in mille modi np, o riprendendolo indietro dopo mille tradimenti, non volendo ammettere a lungo di stare in una condizione insopportabile. E’ la responsabilità di non occuparsi della propria scarsa autostima, di non curare le proprie ferite, di non voler vedere le crepe dell’anima attraverso cui np si è infiltrato in noi profondamente, di non sentirsi nel profondo degni di amore sano. E’ la responsabilità di non amare se stessi al punto da avere la consapevolezza istintiva di meritare il bene per se stessi e verso di esso orientarsi. La colpa non è dunque la stessa fra noi ed np: è la differenza che passa, metaforicamente (e a volte purtroppo pure letteralmente), tra un omicidio e un suicidio.
    Poi, può ben essere che una persona, pure con queste difficoltà, se per caso non incappa in np, se ha la fortuna di incontrare persone sane e normali a cui legarsi, non sia predestinata a essere maciullata da questi soggetti, ma l’esperienza ci insegna che np si orientano non a caso verso persone che alcune caratteristiche di specifiche fragilità ce l’hanno eccome. Np non vanno a caso o non vanno a segno a caso. Senza empatia, senza capacità metacognitive e senza propensione alla riflessione, come gli insetti con le antenne hanno però la capacità di orientarsi e soprattutto di far breccia su persone di cui avvertono capacità empatica, energia, altruismo, onestà, ingenuità, buona predisposizione verso gli altri e, soprattutto, capacità di dedizione, pulsioni da salvatori e salvatrici (che spesso nascondono problemi di autostima). Spesso si orientano verso persone più mature di età (giocando sul fatto che, a una certa età, magari pensi di non avere più tante possibilità di scelta), o molto più giovani (senza esperienza), o desiderose di essere in coppia (non autonome nella dimensione da single). Non sanno nulla delle problematiche profonde umane, non conoscono il cuore umano, né lo vogliono conoscere, ma sanno che le persone con certe caratteristiche hanno più possibilità di rimanere incastrate nella loro ragnatela e quando le incontrano ci si buttano a pesce.

    Quindi, la nostra responsabilità è esattamente quella che indica Anna Maria alla fine: si deve imparare, per forza, l’arte di salvarsi, perché nessuno è predestinato proprio a niente, ma questo percorso di salvezza va costruito, illuminato, coscienziato: questa via tanto spesso passa attraverso la presa di coscienza dei nostri tratti disfunzionali che hanno consentito il pieno aggancio venefico con np: l’incapacità di staccarsene, la tendenza a rimanerne affascinati e soggiogati nonostante tutto, il desiderio di migliorare np a dispetto della realtà (che vanno solo peggiorando, qualsiasi cosa si faccia), l’idea ostinata di salvare qualcuno che non lo vuole, il pensiero che non riesce a modificarsi e si accartoccia su se stesso, la sottomissione a false autorità interiori che ci impongono di attribuirci colpe che non abbiamo e di autolesionarci, i sensi di colpa che irragionevolmente ci invadono, l’idea pervasiva (e falsa) che np siano grandi uomini (o donne) affascinanti, la paura di rimanere soli, l’ansia di non farcela, di non meritare di meglio… Cioè, tutte quelle sensazioni/emozioni che, più o meno consciamente, e spesso del tutto inconsciamente, costellano le nostre esperienze nel fantastico mondo di np. Quelle pulsioni che, spesso, riconosciamo soltanto a posteriori nella loro vera natura di dipendenza affettiva.

    Un abbraccio corale

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  3. Ecco, se sto imparando qualcosa, dalla mia vicenda esistenziale, legale e dallo scambio con altre donne che attraversano lo stesso incubo, è che spesso (purtroppo) ci si salva, noi e i figli, grazie a furbizia, strategia, sangue freddo.
    Perché affrontare muscolarmente prima l’aguzzino, poi Servizi e giustizia, ti si può ritorcere contro. Si dice di denunciare sempre, ma poi accade che quella denuncia venga impugnata a tuo sfavore dalla controparte, quando non direttamente archiviata.

    Ogni caso è a sé, davvero, e Anna Maria per me è un’eroina, per quello che ha passato e per quello che (immagino con quanta pazienza e dolore) è riuscita a fare: evitare di farsi ammazzare, lucida e consapevole dell’estremo pericolo. Far desistere lui per non incappare nella sua vendetta. Niente muro contro muro, ché alla fine è la nostra gelida determinazione a non nutrire questi individui di un tubo di niente – né lacrime né sorrisi -, a fare la differenza. Solo quando capiscono che dal bozzolo è uscita una farfalla vera, e non il lombrichino che da sempre presumono di poter schiacciare, solo allora si sganciano. Solo allora.
    Ogni testimonianza è uno spaccato di forza nella debolezza, di coraggio oltre la paura, di intelligenza contro l’ottusità del male.

    Dobbiamo per forza imparare, sì.
    Grazie Anna Maria.
    Sono commossa: sapere di dovere attendere anni e anni, a causa di grave malattia, per mettere in atto un piano chissà quante volte messo a punto nella propria testa! Senza impazzire. Tutto ciò rasenta il martirio, per fortuna scongiurato grazie a sensibilità, cuore e testa fuori dal comune, ne sono più che certa.

    Grazie Claudelia, i rilanci da parte di altri siti dimostrano una volta di più, semmai ce ne fosse bisogno, quanto il lavoro da te intrapreso sia di alto valore.

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  4. Vorrei anche dire qualcosa sul concetto di dipendenza affettiva.
    Riporto la mia esperienza, come esempio di quel che voglio intendere con essa (la dipendenza, ovviamente).
    Io non mi sono mai percepita una dipendente. Tutt’altro. Non sono mai stata schiava del modello della coppia tradizionale. Sono stata sposata per 13 anni (non con un np, una persona fondamentalmente buona, capace di sentimenti ma, significativamente, con difficoltà a esprimere le emozioni), non sono giovanissima, per il resto sono stata anche single, pur se mai in stato monacale. Pur essendo una che si annoia facilmente, mi è sempre sembrato di saper stare da sola: basta che mi immerga in attività, pure solitarie (studio e scrittura, soprattutto) che mi appassionano, e passo d’incanto le ore (anche se può capitare che lasci stare dopo un po’ l’argomento e abbia la necessità di passare ad un altro). Sono capace di lavoro intellettuale indefesso, per ore; ma sono anche capace di provare stati un po’ depressivi, deprivati, mi fermo anche a letto di giorno. Profondo la mia energia, senza risparmiarla, in relazioni e attività che mi esaltano, ma anche sono una che si annoia facilmente. Non mi sono mai sottomessa a un uomo, anche se, a parte il mio ex marito (persona molto intelligente, che ho amato) e np (per i motivi che potete immaginare), ho avuto la tendenza a legarmi a persone che erano più coinvolte di quanto lo fossi io (pur senza fare del male). Sono sempre stata capace di difendermi: ho precisamente delle difese di tipo narcisistico piuttosto marcate (intellettualizzazione, distacco dalle emozioni, non riconoscimento dei miei veri bisogni, propensione strategica, capacità manipolativa…), senza ovviamente essere né patologica né maligna. Sono pigra ma non ignava: mi sono sempre schierata, e quasi sempre dalla parte delle minoranze (qualunque terreno attraversassi, da quello politico a quello professionale, a quello umano), riuscendo anche a parlare in pubblico. Non sono timida, anche se ho un nucleo originario di timidezza che pur sempre esiste. Per questo, sono sensibile sia alle adulazioni sia alla vergogna. Posso arrossire. Ho una natura riflessiva, da osservatrice, ma tendo anche ad essere reattiva, soprattutto quando avverto il versante del giudizio. Tendo a considerarmi speciale, in grado di capire sempre: ho superbia intellettuale, ma sto sempre attenta a stare sull’oggetto di cui si parla, non mi metto mai ad usare il mio intelletto per tenere in inferiorità gli altri e sono sempre stata attenta a non essere relazionale e basta (quando si discute di qualcosa ma in verità si stabiliscono solo rapporti di forza, intendo). Sono capace di grandi slanci di vitalità, come di risacche interne.

    In apparenza, dunque, per nulla dipendente, se per dipendente intendiamo una persona palesemente sottomessa a un tiranno, timida, dai modi fragili, incapace di reazione.

    Ma mi sono riconosciuta anche come dipendente affettiva. In cosa? Non tanto negli atti volti all’esterno, ma soprattutto in quelli direzionati all’interno: a parte il vortice che mi prende alle volte per gli studi o per le attività energetiche, conosco un senso di vuoto interno che non so ben spiegare, come se non avessi un motore interno di energia in grado di darmi il senso pieno di me stessa. Spesso, non vedo la mia energia. Mi animo soprattutto nel campo delle relazioni: cioè, quando posso specchiarmi in un Altro-da-Me (possono essere amici/amiche o relazioni sentimentali). Non sono sempre contenta di me stessa, e questo è pure normale, ma questo avviene soprattutto quando non ho conferme esterne, dalle altre persone. Per sentirmi viva, ho la necessità di essere importante per gli altri. Al punto da volerli anche cambiare, o salvare, in virtù del mio essere speciale. Tendo a concentrarmi sull’altro più che su me stessa, quando la relazione mi intriga. Tendo a scollegarmi dai miei bisogni profondi: senza che neanche io me ne accorga, comincio a sintonizzarmi sui bisogni dell’altro e su come l’altro si immagina che io sia o debba essere, tendendo di fatto ad auto-condizionarmi, in un processo che non è così cosciente, ma che è – di fatto – camaleontico.

    Queste mie caratteristiche mi rendono – di fatto – dipendente dalle relazioni affettive, non solo con np.

    Quando poi ho incontrato np, l’intreccio fra i suoi bisogni egoici ed egoistici e quelle mie caratteristiche, ha prodotto un incastro mostruoso e malato. Da parte di entrambi, anche se lui è colpevole e io resto sempre e solo responsabile, nel senso che dicevo nell’altro post.

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  5. Cara Blume, complimenti per la tua capacità autoriflessiva, che ho già notato altre volte. Anch’io sono un tipo che tende a intellettualizzare molto, a voler capire le cose, sia per difesa dalle emozioni, sia, anche, perchè capire, dare un senso, mi aiuta e mi ha aiutato a trovare delle vie di uscita da situazioni altrimenti disperanti. Capire è importante.. trovare un filo nelle cose, un perchè.. un proprio perchè sensanto.. una rinarrazione degli eventi significativa.. non basta ma è importante.

    A questo punto mi permetto di chiederti, io che non ho mai avuto grandi relazioni sentimentali né lunghe né significative, che sono uscita, o sto continuando a uscire, da relazioni primarie attraverso cui sono venuta al mondo ai limiti della follia, ma che per contro non ho sviluppato la propensione a mettermi in rapporti di coppia patologici, ma semmai a fuggirli, vuoi perchè sono cresciuta senza un padre, vuoi perchè ho vissuto da sola con una madre simbiotica e patologica, da cui ho messo una vita a distanziarmi senza non morire.. mi chiedo.. io che desidererei solo qualcuno che mi voglia bene.. dentro relazioni simmetriche, di reciprocità.. perchè non si riesce a mandare avanti una relazioni di coppia che pure tu dici, con il tuo ex marito, essere stata bella e di amore.. perchè non si riesce ad avere capacità di tenuta? Perchè tutto finisce e l’amore eterno è solo nelle favole e io credo ancora alle favole..? Forse è così.. Ma dal di fuori.. io che mi contenterei anche di poco.. di molto meno.. forse.. 13 anni di vita insieme, con un uomo sano anche se con i suoi limiti, mi sembrano una così bella cosa, così desiderabile , che mi spiace tanto che non siano potuti durare.

    Permettimi la domanda intima, ma a volte vedo anche tra gli amici, rapporti che saltano, che potrebbero, ai miei occhi, salvaguardarsi ed essere riparati anche con non moltissimo.. rispetto a quello che poi la vita ti chiede comunque.. e mi dispiace sinceramente.. Mi dispiace perchè ci si è voluti comunque bene, a me sembra. Scusa, magari io parlo dalla mia poca esperienza e non so di che parlo.

    Un caro abbraccio e grazie sempre dei tuoi spunti

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  6. Carissima Alessandra, che dirti…perché i rapporti non durano, perché il mio non è durato…
    Una banalità: perché l’amore davvero finisce, se non sai coltivarlo.
    Tra me e mio marito è successo questo. Partiti da un amore da togliere il respiro e da far male per quanto era forte, poi… poi non siamo riusciti a trasformarlo in amore adulto. Perché? Per come siamo fatto noi due, in primo luogo. Anche lui è uno che ha qualche problema con l’espressione delle emozioni, come me del resto, una sorta di infantilismo emotivo che porta a ricercare sempre le grandi emozioni, che, sappiamo, con il passare del tempo in una coppia si affievoliscono. Pur rimanendo insieme, non abbiamo più saputo progettare il nostro futuro, e ognuno di noi due ha ripiegato verso se stesso, verso il suo interno. E’ finita la spinta propulsiva di energia, durata 4 o 5 anni, non abbiamo saputo convertirla in altro oltre l’innamoramento. Per quanto mi riguarda, le stesse caratteristiche che mi avevano spinto verso di lui (la sua grande intelligenza, la sua autocentratura, lui mi ha insegnato e dato molto, io sono diventata una persona migliore attraverso di lui, e oggi credo anche lui attraverso di me), poi in fase di allontanamento sono state motivo di frustrazione: essendo molto autocentrato, si è chiuso anche lui in se stesso immergendosi nelle sue cose (è un tipo curioso del mondo, segue attività che lo assorbono, tende all’intellettualizzazione pure lui), e io mi chiusa nelle mie attività, ma mi sono evidentemente sentita ferita, non accettata, disconfermata, e ho accumulato frustrazione: poiché sono una dipendente affettiva, si sono aperte ferite nell’ego, che io, anche trovandomi sfortunatamente di fronte a un uomo poco espansivo, poco accogliente (perché a disagio con le sue stesse emozioni, magari un uomo più diretto sarebbe stato meglio con una come me), dicevo che queste ferite io le ho affrontate narcisisticamente, cioè chiudendomi in me stessa, rimarcando autonomia da lui, reprimendo le mie stesse emozioni (di frustrazione, di paura), perdendo io stessa il contatto con me stessa. Si è creato così un solco di separazione emotiva che si è allargato negli anni, fino a diventare irrecuperabile. Quando io, come svegliandomi da un torpore, da un sonno, mi sono resa conto lucidamente di quanto stava accadendo, era troppo tardi. La lucidità si è accompagnata a una marea montante di emozioni represse (anche pianto, io che non piangevo mai, vere e proprie crisi), mi sono sentita improvvisamente fragilissima e debolissima, di fronte allo spettacolo di quelle macerie del nostro amore, mi sono scoperta nella mia nudità emotiva, sentivo e temevo di non avere più importanza per lui, ho fatto uscire tutto questo (anzi, tutto questo è uscito da me come un torrente in piena, quasi al di là della mia volontà) e avevo l’aspettativa che lui mi accogliesse, mi cullasse, mi rassicurasse, invece lui…non ha retto la situazione., tendeva a non riconoscermi, a respingermi, era anche spaventato dal mio incalzare. Dopo aver tentato entrambi, ognuno a suo modo, di riprendersi (in totale 1 anno e 1/2; in questo periodo,comunque, ci si è messo anche il “casino” del tango, che ne frattempo avevamo entrambi intrapreso), ci siamo separati. Ha deciso lui, io non ce l’avrei fatta, ma a posteriori dico che è l’unica cosa che potessimo fare.
    Aggiungo anche che nella lunga fase dell’allontanamento l’uno dall’altro (7 anni circa, se facciamo i conti) , io non ero capace di avere pieno accesso ai miei stati mentali né esatta comprensione di essi, tutto quello che ho detto prima al proposito l’ho capito dopo, nella fase di lucidità.
    Quando ci siamo lasciati (io stavo malissimo), ci siamo detti reciprocamente della stranezza di non aver fatto niente nessuno dei due per mantenere e alimentare questo amore che era stato bellissimo. Così ci siamo persi. Questa la nostra storia, non so se è emblematica dei rapporti lunghi che finiscono.

    Riguardo all’intellettualizzazione a cui fai riferimento ad inizio intervento, tendenza che anche io ho, è vero che è necessaria per dare un senso al vissuto, una narrazione soddisfacente a ciò che è stato, però stiamo attente: anche io ho questa necessità, ma ho il sospetto che, in dosi esagerate, produce incartamento: la caparbietà di voler far rientrare tutto in un sistema che spieghi tutto, senza contraddizioni, per “darci pace” a volte può essere la contorsione mentale che ci spinge ad affossarci dentro le cose senza uscirne invece di aiutarci a elaborare l’uscita dall’impasse relazionale.
    Anche io ho sempre pensato che spiegare le cose serve a superarle, ma devo stare attenta: nel caso del rapporto con np, ad esempio, la mia smania di sapere, il mio documentarmi certosino, anche ben aldilà della fine della relazione con il soggetto (che peraltro ancora incontro nelle sale da ballo), il fatto stesso di continuare a stare stabilmente su questo blog (meraviglioso, lo sottolineo), è anche indice di una pastoia oltre che di passi di salvazione. E anche tutto il rapporto stesso con np è stato un paradosso della razionalità: se non è paradossale interpretare, discutere, parlare, spiegare a np, per tanto tempo, a np anche quando ormai si conosce come funziona… Non c’è nulla di più irrazionale che praticare la razionalità con una persona affetta da DNP, e pure l’ho fatto per tanto tempo, in modo scientifico. Perché?
    Voglio dire che io che ho questa tendenza, dovrei imparare piuttosto anche a lasciar correre, a lasciar andare, a non dover sempre spiegare tutto, e contemplare anche l’esistenza della contraddizione.

    Un abbraccio

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    1. Cara Blume,
      perché non riesci a lasciare andare… non l’hai chiesto a me ma azzardo lo stesso una risposta… potrebbe essere che questo ‘gioco’ ti rassicura?
      Da una parte, in qualche modo, riesci a gestirlo dall’altra ti tiene lontana da una relazione vera con inevitabili alti e bassi e piatta normalità?

      Hai una grande capacità introspettiva, hai consapevolezza non comune eppure… chiunque può dirti banali frasi su quanto valore dai a te stessa per sprecarti con un simile articolo, che si accompagna a una signora di 70 anni, per inciso detta signora ha tutta la mia ammirazione e mi fa ben sperare per il mio futuro, visto che invece delle sale bingo frequenta le sale da ballo e può permettersi un toy boy di 20 anni più giovane :o).

      La differenza fondamentale tra te e la nuova/anziana fiamma non è il grado di coinvolgimento del narci ma di opportunità che hai tu, fuori dalla milonga nella vita reale hai e lo sai bene. Opportunità di trovare un partner, un amico e non solo un amante.
      Credo che per lei davvero, alla sua età, tutto quello che capita è un regalo pure un narcisista perverso, maligno, deficiente e un filo necrofilo…
      Potrebbe essere che queste opportunità ti facciano paura, alla luce della fine di un grande amore che nulla ha potuto evitare?
      Per vincere, se usiamo la metafora sportiva, bisogna allenarsi, faticare, misurarsi con i propri limiti, invece rimani nelle retrovie a vegliare un cadavere e perdi tempo… l’unica risorsa veramente non rinnovabile che andrebbe sempre e solo investito e mai sprecato e anche un singolo minuto con un narci è un minuto sprecato.
      Last but not least non capisco perché gli consenti di metterti le mani addosso lasciando che balli il tango con te, davvero non so come fai.
      Un abbraccio sincero
      Babi.

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  7. Cara Annamaria,
    sono totalmente d’accordo con quanto scrivi, sottoscrivo ogni parola.
    La tua testimonianza è la prova vivente che, al netto di tutte le peculiarità che ogni storia inevitabilmente presenta, la differenza la fa la determinazione a tirarsene fuori di coloro che hanno la sventura di incappare in soggetti simili.
    Inutile rimarcare quanto ti ammiro e quanto, a mio parere, la tua esperienza sia preziosa soprattutto per chi è ancora nelle grinfie di tali mostri.
    Si può, anzi come dici si deve, trovare la lucidità e soprattutto la volontà di svincolarsi, costi quel che costi.
    Avevo letto qualche altro dei tuoi commenti e mi aveva colpita la tua forza, quelli bravi direbbero resilienza 🙂 , ricordo che avevi fatto cenno a problemi di deambulazione conseguenti la malattia ma che appoggiandoti alle pareti, alle figlie, al carrellino ti muovevi comunque.
    Immensa.
    Babi.

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  8. PER BABI.

    Ciao Babi, che io abbia delle disfunzionalità, che io cioè agisca sulla base di copioni disfunzionali, quindi che io abbia la tendenza a legarmi ad uomini difficili, anaffettivi, per questo anche pericolosi, è un fatto, di cui sono pienamente cosciente. Anche il mio ex marito, pur non essendo un np, ha alcune caratteristiche di questo tipo. E, come raccontavo, a lungo andare l’incastro non è stato dei migliori.
    I motivi per cui questo accade, piano piano, li sto tirando fuori (molto devo a una psicoterapia di tipo junghiano, che su di me sta funzionando bene in termini di consapevolezze, ricarica dell’autostima e capacità di trasformazione), e questi motivi sono molteplici.
    Tra i vari, c’è sicuramente anche quello che dici tu: non riesco a lasciar andare perché certi “giochi” mi rassicurano, giacché gli schemi copionali sono sempre rassicuranti: è quello che conosciamo, da sempre, fin da piccoli. A piccoli passi, sto cercando di affrancarmi da questi copioni: non è semplice, trattandosi della nostra struttura interiore profondamente sedimentata, ma è il lavoro che sto facendo. Confido di farcela, se non oggi domani, e i frutti li sto già vedendo: nel mio modo di pormi con gli altri e con me stessa, nel mio non più spaventarmi delle mie voragini, nel mio pacificarmi con me stessa, nel dar tregua al mio terribile giudice interiore che da sempre mi costringe alla perfezione e alla condanna delle mie debolezze e all’affossamento delle mie emozioni e dei miei bisogni. Ecco, piano piano sto scoprendo quali sono i miei reali bisogni, cerco di non dimenticarli, di rimanere agganciata ad essi, di rifiutare ciò che non mi corrisponde; sto dando un nome ad emozioni che non riconoscevo ma che sono mie. Tutto questo processo di trasformazione mi orienta in direzioni diverse da np, per forza. Certo, pagherei per avere un’altra vita a disposizione, ma – come dire – meglio tardi che mai.
    Per quanto riguarda np, pur se è vero come dici tu che riesco a “gestirlo” (o tenerlo a bada, diciamo così, in realtà si tratta proprio di un progressivo allontanamento emotivo), la mia energia non è più puntata su di lui, non tento la riconquista, non veglio nemmeno il cadavere. Mi sento aperta alle altre possibilità. Va bene così, anche perché non sono più disponibile a vergognarmi di me stessa e di non essere immediatamente perfetta e vincente.

    Circa la signora di 70 anni, c’è un equivoco, perché lei non riguarda np (che,oggi come oggi, tende semmai a legarsi a ragazze piuttosto giovani e inesperte).
    La vicenda della fidanzata 70enne di cui ho raccontato sul blog riguarda un altro uomo che questo inverno avevo conosciuto e che mi era piaciuto parecchio: sempre una persona complicata, con difficoltà emotive, ma non un np, per niente. Semmai, il profilo di un dipendente affettivo uomo che è sempre stato in posizione down con le donne e che, a 50 anni, decide a tavolino di non legarsi più in rapporti che lo coinvolgano troppo e che quindi, dopo un inizio piuttosto travolgente con me, decide letteralmente di fuggire e di rifugiarsi nel rapporto asimmetrico (a suo vantaggio, finalmente!, dopo tante relazioni che lo hanno fatto sentire inadeguato) con una donna che non ama ma che è rassicurante come una mamma e con cui, soprattutto, non rischia di soffrire.

    Un abbraccio anche a te

    PS: dissento, un np maligno non è davvero un regalo per nessuno, neanche per una 70enne e, forse, ancora di più per una donna avanzata di età che rischia concretamente di non avere più molte altre opportunità, o di percepire di non averne, perché il mondo è crudele ancora una volta di più con le donne, a cui non si perdona neanche di invecchiare…

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    1. Blume cara,
      sono felice, davvero, di leggerti, mi fa piacere non solo per quella forma di stima, affetto e sorellanza che nasce tra vittime ma anche perché nella tua storia ci sono frammenti di universalità che sono speranza per tutt*
      Il tempo che serve è necessario, utile, i passi che stai facendo sono nella giusta direzione.
      Sono fiera di te (scioccamente forse perché neppure ti ho mai vista) talvolta – probabilmente per aver letto non sempre, non tutti i tuoi post – mi è sembrato di rilevare tra le righe che la co-dipendenza fosse una condanna senza appello, che potesse costituire un’ alibi a rimanere in condizione di sudditanza da NP et similia, sia per te sia per chi si riconosce nella tua situazione.
      Se mi sono sbagliata meglio, meglio così, anzi perdonami per aver confuso i due disturbati.
      Mi dispiace anche se tra quanto ti ho scritto possa essere trapelato un giudizio negativo nei confronti delle donne, a cui (scrivi) non è concesso di invecchiare.
      Non era un riferimento di genere, anche un uomo di 70 anni che si accompagna ad una donna con 20 anni di meno corre gli stessi rischi, anche se socialmente potrebbe essere meglio digerito.
      Sono convinta che una eccessiva differenza d’età tra partner non sia foriera di positività e che non servano doti speciali per capire che ci si espone a un grave rischio, poi che si decida di correrlo è tutta un’altra storia.
      Agli esseri umani (maschi e femmine) è consentito invecchiare, possibilmente con garbo e rispetto di se stessi, come in ogni altra fase della vita.
      Un abbraccio,
      B.

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  9. “Nella mia esperienza, non ho mai rinnegato il fatto che tutti noi abbiamo bisogno di amare ed essere amati e di avere, come tutti, delle ferite narcisistiche, ma questo non significa che si è predestinate.
    Le persone normali sono normalmente empatiche, normalmente generose in amore ed amano in modo assoluto, altrimenti non sarebbe amore.”

    Ne convengo. Non credo ci si debba sentire necessariamente delle complementari o delle dipendenti affettive se si cade vittime di questi manipolatori, che sono tali proprio perchè riescono a mettere nel sacco anche persone indipendenti, forti e strutturate.

    Se ci si innamora di qualcuno, per le persone normali è del tutto scontato voler condividere con lui/lei la propria intimità e anche le proprie fragilità. Questo non significa essere “sbagliati”, “deboli” e inadeguati.

    La differenza secondo me sta nel fatto che una volta che sei temprato da questo tipo di esperienze, ai primi segnali di allarme stavolta te ne scappi e non resti lì a indugiare pensando che magari hai capito male tu, o sperando che l’ altro migliorerà in virtù del tuo grande amore e della tua dedizione ( una leggenda metropolitana che ci è stata abilmente inculcata fin da ragazzini ).

    E’ anche vero che molti confondono l’ empatia con l’ emotività e la suscettibilità. Essere empatici non significa necessariamente essere molto emotivi. Tutt’ altro: difficilmente un vero empatico andrà in escandescenze per opinioni o posizioni diverse dalle sue e difficilmente si metterà in competizione. Quindi è probabile che in certi casi il narcisista e lo psicopatico scelgano la sua vittima sulla base del carburante emozionale che questa può fornire in virtù della sua “innescabilità”, più che per una vera e propria capacità empatica della vittima.

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