La dinamica della violenza psicologica e il mito dell’amore romantico – Parte 1

Fonte: MANUAL DE ATENCIÓN PSICOLÓGICA A VÍCTIMAS DE MALTRATO MACHISTA
Autrici: Mariángeles Álvarez García, Ana Mª Sánchez Alías, Pepa Bojó Ballester
Trad. C. Lemes Dias

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Il ciclo e l’impotenza appresa rendono difficile far emergere e nominare la violenza psicologica e, successivamente, interrompere la relazione con un maltrattante.

Ci sono altri fattori che possono influenzare la difficoltà di abbandonare questo tipo di relazione. Secondo Morillas, Patró e Aguilar (2011) possiamo considerare:

  • Il sistema di credenze tradizionale sui ruoli di genere.
  • La normalizzazione dell’uso della violenza all’interno della famiglia.
  • La dipendenza economica nella coppia e la mancanza di sostegno sociale.
  • Fattori legati alla dinamica e al ciclo del maltrattamento.
  • Colpevolizzazioni sulla causa del maltrattamento.
  • Impegno o responsabilità personale nella cessazione della violenza.
  • Credere nel potere dell’amore (mito dell’amore romantico).
  • Trauma cronico e ridotta capacità di coping.
  • Paura di molestie e rappresaglie dell’aggressore.

IL MITO DELL’AMORE ROMANTICO

Parlare d’amore è parlare di un sentimento che consideriamo universale e che, tuttavia, è soggetto all’apprendimento culturale e al condizionamento sociale. Mitizzato nelle canzoni, nei film, nei romanzi, ecc., la donna ha tradizionalmente inteso l’amore come una resa totale, traendo dall’amante i fondamenti della sua esistenza, adattandosi a lui, perdonandolo e giustificandolo, ossia, sacrificando se stessa “per amore”. L’amore come progetto prioritario e sostanziale rimane fondamentale per molte donne che senza di esso ritengono che la loro esistenza sia insignificante. Nonostante gli indiscutibili cambiamenti che sono avvenuti negli ultimi decenni (almeno nelle società occidentali), tutto ciò che implica l’amore (credenze, miti, …) continua ad apparire con particolare forza nel loro ambiente sociale, diventando la spina dorsale e il progetto vitale prioritario (Altable, 1998; Ferreira, 1995; Lagarde, 2005; Sanpedro, 2005).

L’amore all’interno della coppia entra nel nostro immaginario permeato da miti che, come spille da balia, tengono saldamente, costruendo la rete di aspettative, illusioni, fantasie, paure, insicurezze, ecc. che prima o poi diventa frustrazione, giacché la realtà si allontana sempre di più dall’ideale.

L’educazione amorosa diventa un elemento importante se viviamo in una società in cui le relazioni amorose restano fermamente ancorate nell’ideale dell’amore romantico. Questo modello e i miti che ne derivano aumentano la vulnerabilità alla violenza di genere nella coppia, perché se l’amore è ciò che dà senso alla vita, spezzare la coppia è un enorme fallimento (Bosch, Ferrer , García, Ramis, Mas, Navarro, Torrens, 2007). Secondo questo ideale, per le donne, tradizionalmente e secondo il modello di identità acquisito, l’amore diventa uno degli obiettivi fondamentali della vita.

In questo senso formare una coppia, sposarsi, creare una famiglia e avere figli diventano obiettivi vitali.

Belén Nogueiras (2005) avverte che la sensazione di essere incompleta se non si ha un partner comporta una serie di esigenze personali, come la rinuncia ai propri interessi e la totale resa “per amore”. Secondo lei, le donne educate a fare dell’amore il centro della propria vita cercheranno un principe azzurro che le salvi, le protegga e soddisfi i loro bisogni. Tutto questo mentre la responsabilità di prendersi cura e mantenere le relazioni viene assegnata sopratutto alle donne, il che genera sentimenti di colpa nei momenti conflittuali della coppia o alla chiusura delle relazioni. Questi miti, fantasie e credenze consentono anche al ciclo della violenza di avere potere, poiché il rinforzo intermittente accompagnato dal pentimento porta le donne a giustificare le aggressioni pur sempre convinte che “il mio amore lo cambierà”. Si aggrappano all’idea del perdono per non perdere un progetto affettivo che ritengono vitale.

Indubbiamente il mito dell’amore romantico offre nuove opportunità al maltrattante e  genera false aspettative basate sul fatto che “l’amore può trasformare tutto”. Per Luz Esteban (Esteban e Távora, 2008; Esteban, 2011), “l’amore in generale e quello di una coppia in particolare, poiché costruito e vissuto sulla base dei precetti della nostra società, è diventato un pilastro centrale della subordinazione sociale delle donne. L’amore ci fa avere uno status diverso, il che è decisivo in un sistema di genere in cui gli spazi sono differenziati l’uno per l’altro, in cui ci vengono assegnate posizioni poco eque di potere e in cui le donne sono specificamente descritte come esseri emotivi”. Quando le donne valutano l’abbandono dell’aggressore, sanno che devono ricostruire la loro nuova biografia in un contesto estraneo alle loro tradizioni e abbandonare un luogo in cui si sono comportate come mogli e madri amorevoli. Si tratta dell’abbandono di un progetto di vita e non solo di un uomo.

La rinuncia all’amore è vissuta come il fallimento assoluto delle loro vite. Le donne continuano a interpretare la disgregazione del matrimonio come un problema individuale, come una situazione stressante e anomala. Se l’interpretazione è questa, allora il matrimonio diventa un modello di disuguaglianza, pieno di stereotipi, subalternità di genere, aspettative, ecc., che riproducono le relazioni dominio/sottomissione e generano un cerchio perverso: credere che l’appagamento per una donna ci sarà soltanto al raggiungimento di un ideale d’amore che le toglie la capacità di decidere da sola e che “promette” maggiore pienezza quanto maggiore saranno le sue rinunce.

L’EMPOWERMENT NELLA PRATICA PSICOLOGICA

Tutte le terapie psicologiche aspirano a comprendere e spiegare l’essere umano e, con le loro teorie e strumenti, ad aiutarlo a sentirsi meglio, più pieno, più sano e più equilibrato, più autosufficiente, più autentico, più libero. L’empowerment personale implica la connessione della persona con il suo potere e le sue capacità, riconoscere le disuguaglianze e trasformarle. È un processo che si verifica singolarmente e internamente, per passare poi alle relazioni e a livello sociale e collettivo.

L’empowerment non è solo:

  • Aumentare l’autostima e la fiducia in se stessi.
  • Conoscere se stessi.
  • Sviluppare capacità di comunicazione sociale, risoluzione dei conflitti e processo decisionale.

Ma dovrebbe anche favorire:

  • La consapevolezza delle relazioni di genere, dominio/sottomissione.
  • Il cambiamento delle credenze sessiste.
  • La comprensione di come abbiamo imparato ad essere donne e quali aspetti dell’identità di genere hanno cercato di indebolire.
  • La trasformazione delle relazioni, il cambiamento delle posizioni, il miglioramento della nostra autonomia e la generazione di rapporti paritari.

INDICATORI DELL’EMPOWERMENT PERSONALE E RELAZIONALE

La creazione di indicatori mira a focalizzare la valutazione su aspetti che possono essere osservabili e determinati.

Indicatori dell’empowerment personale:

  • Informazioni, conoscenza.
  • Formazione e addestramento.
  • Responsabilità.
  • Revisione e consapevolezza dei ruoli di genere, identità e relazioni di genere.
  • Connessione con il vostro Io interiore, la vostra individualità.
  • Autostima, concetto di sé.
  • Capacità di prendersi cura di sé.
  • Auto affermazione, fiducia in se stessi.
  • Definizione della vostra personale agenda, con le vostre esigenze e priorità.
  • Capacità di scegliere e prendere decisioni.
  • Competenze sociali, assertività e risoluzione dei conflitti.
  • Possibilità di impostare limiti
  • Capacità di negoziare e raggiungere accordi.

CONTINUA…

5 pensieri su “La dinamica della violenza psicologica e il mito dell’amore romantico – Parte 1

  1. Salve a tutti.
    Grazie Cla, come sempre ci proponi mattincini di consapevolezza. Un ottimo articolo. Mi permetto di aggiungere alle prime righe che oltre al ciclo e all’impotenza appresa vi è anche una mancanza di educazione al rispetto di se stessi e alla propria identità.
    Viene spesso impartita una sorta di educazione a non valutare le sopraffazioni ricevute per dimostrare una certa superiorità di maturità …. ma ciò è l’inizio di un vortice che ci porta a subire decenni di umiliazioni.
    Un abbraccio a tutti.

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    1. Hai assolutamente ragione, cara Mary. Ci diciamo: “Ok, lui è soltanto un po’ immaturo MENTRE io sono una persona adulta e intelligente abbastanza da comprendere che tutti possono commettere degli errori, che nessuno è perfetto e…”. Piano piano queste giustificazioni cominciano a coprire fatti sempre più gravi ma a quel punto non ci rendiamo conto del quantitativo di limiti che abbiamo spostato pur di sentirci forti e mature abbastanza da portare sulla retta via il “bambino”. Abbracci a te!

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  2. Credo che per molte donne risulti difficile applicare nella realtà pratica i punti indicati nell’ elenco dell’ empowerment personale perchè questo significa automaticamente rinunciare alla maggior parte delle potenziali relazioni che si dipanano davanti a loro. Sappiamo bene quanto – sopratutto in paesi come l’ Italia – ci sia ancora una forte cultura sessista e che una donna razionale e poco emotiva viene giudicata fredda e insensibile ( e quindi presumibilmente inadatta a una storia d’ amore ) non solo dalla maggior parte degli uomini ma anche dalle altre donne. Questa mentalità diffusa induce molte ad “aggiustare il tiro” e ad adeguarsi alle richieste dell’ altro e ai modelli imperanti per apparire più mansuete e più “gestibili”, con il rischio appunto di ritrovarsi in relazioni disastrose. Penso che le donne vadano “rieducate” a non dipendere dall’ opinione che gli altri hanno di loro, ad esprimere liberamente il loro punto di vista senza condizionamenti di sorta e a perseguire i loro obiettivi e desideri anche se questi si scontrano con la visuale di chi sta loro intorno. E’ chiaro che così facendo si perderanno molte “amicizie”, qualche ammiratore si tirerà indietro e qualche rapporto familiare si inasprirà. Ma è l’ unico modo per raggiungere la piena realizzazione di se stesse ( e non parlo di successo economico o professionale ). Vedo invece nella maggior parte delle donne un “auto reprimersi” per non apparire troppo indisponenti e “scandalose”. Bacetti zuccherini e cuoricini, insomma.. Con buona pace di un sano urlo graffiante.

    Penso che un uomo che ci ama davvero apprezza la nostra forza, la nostra indipendenza, la nostra determinazione e anche la nostra “spudoratezza intellettuale”, non le vede come una minaccia, e non si aspetta che facciamo sempre e solo come vuole lui o che facciamo quello che “fanno tutti gli altri”. Quindi consiglierei di concentrarsi solo su questo genere di uomini. Anche perchè alla lunga i maschilisti e i narcisisti sono così noiosi banali e ripetitivi..

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