Il prezzo della superbia: l’ansia narcisistica e l’impossibilità di una vita appagata

Fonte: Vaknin, S. (2008, November 6). Can the Narcissist Have a Meaningful Life?, HealthyPlace. Retrieved on 2019, October 7 from https://www.healthyplace.com/personality-disorders/malignant-self-love/can-the-narcissist-have-a-meaningful-life
Trad. C. Lemes Dias

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Tutti noi abbiamo uno scenario della nostra vita. Inventiamo, adottiamo, siamo guidati da e ci misuriamo con le nostre narrazioni personali. Queste sono, normalmente, commisurate alle nostre storie personali, le nostre predilezioni, le nostre capacità, i nostri limiti e le nostre qualità. Non siamo in grado di inventare una narrazione che è totalmente sprovvista di sincronia con noi stessi.

Raramente ci giudichiamo con base in una storia che non è in qualche modo correlata a ciò che possiamo ragionevolmente aspettarci di ottenere. In altre parole, non siamo in grado di frustrare e punire noi stessi consapevolmente. Con l’avanzare dell’età la nostra narrativa cambia. Parti di quel che volevamo l’abbiamo realizzato e questo aumenta la nostra fiducia in noi stessi, il senso di autostima e di sé, il che ci fa sentire soddisfatti, appagati e in pace con noi stessi.

Un narcisista si differenzia dalle persone normali in quanto la sua è una narrazione personale altamente irrealistica. Questa scelta potrebbe essere imposta e inculcata da un sadico e odioso Oggetto Primario (una madre narcisistica e dominante, per esempio) – o potrebbe essere il prodotto della psiche torturata del narcisista stesso. Invece di aspettative realistiche su se stesso, il narcisista ha fantasie grandiose. Queste ultime non possono essere perseguite in modo efficace. Sono obiettivi sfuggenti e sempre più irrealistici.

Questo costante fallimento (il grandiosity gap) porta a disforie (attacchi di tristezza) e al senso di fallimento. Osservato dall’esterno il narcisista viene percepito come strano, incline all’illusione e alla delusione di sé e, quindi, privo della capacità di giudizio.

Le disforie – i frutti amari delle richieste impossibili del narcisista a se stesso – sono dolorose. A poco a poco egli impara ad evitarle sfuggendo del tutto a una narrazione strutturata.

Le delusioni e le battute d’arresto della vita lo condizionano a capire che il suo specifico “marchio”, cioè, la narrazione irrealistica della sua vita, porta inevitabilmente alla frustrazione, alla tristezza e all’angoscia ed è una forma di auto-punizione (inflittagli dal suo sadico e rigido Superego).

Questa punizione incessante serve ad un altro scopo: sostenere e confermare il giudizio negativo espresso dai suoi Oggetti Primari (di solito, dai suoi genitori o da chi si prende cura di lui) nella sua prima infanzia (ora parte inseparabile del suo Superego).

La madre del narcisista, ad esempio, può aver costantemente insistito sul fatto che è cattivo, brutto o inutile. Sicuramente non poteva sbagliarsi, afferma il dialogo interno del narcisista. Anche considerare la possibilità che lei possa essersi sbagliata dimostra che lui ha ragione su questo aspetto e che quindi deve correre ai ripari per convalidare il verdetto materno, trasformandosi nella persona brutta, cattiva e inutile. È come un dovere.

Eppure, nessun essere umano – per quanto disturbato – può vivere senza una narrazione. Il narcisista sviluppa “storie di vita” circolari, ad hoc, circostanziali e fantastiche (le narrazioni contingenti). Il loro ruolo è quello di evitare il confronto con la realtà (spesso deludente e piatta). Riduce così il numero di disforie e la loro forza, anche se di solito non riesce ad evitare il Ciclo Narcisistico. (vide FAQ 43).

Il narcisista paga un prezzo pesante per accogliere le sue narrazioni disfunzionali:

Vuoto, solitudine esistenziale (non condivide alcun terreno psichico comune con altri umani), tristezza, deriva, assenza emotiva, banalità emotiva, meccanizzazione/robotizzazione (mancanza di anima, excess persona[1] nei termini di Jung) e insignificanza. Questo alimenta la sua invidia e la rabbia che ne risulta, amplificando le MPCE (misure di prevenzione del coinvolgimento emotivo) – vide Chapter Eight of the Essay.

Il narcisista sviluppa la sindrome “Zu Leicht – Zu Schwer” (“Troppo facile – Troppo difficile”):

Da un lato la vita del narcisista è insopportabilmente difficile. I pochi risultati reali che ha ottenuto avrebbero dovuto normalmente attenuare questa durezza percepita. Ma, per preservare il suo senso di onnipotenza, è costretto a “declassare” questi risultati etichettandoli come “troppo facili”.

Il narcisista non può ammettere di aver faticato per ottenere qualcosa e, con questa confessione, frantumare il suo grandioso Falso Sé. Deve sminuire ogni sua conquista e farla sembrare una banalità di routine. Questo ha lo scopo di sostenere la qualità onirica della sua personalità frammentata, tuttavia gli impedisce anche di trarre i benefici psicologici che di solito portano al raggiungimento dell’obiettivo: un aumento della fiducia in se stessi, un’autovalutazione più realistica delle proprie capacità e abilità, un rafforzamento del senso di autostima.

Il narcisista è destinato a vagare in un labirinto circolare. Quando ottiene qualcosa lo dimostra per aumentare il proprio senso di onnipotenza, perfezione e brillantezza. Quando fallisce, non osa affrontare la realtà. Egli fugge nella terra di nessun racconto, dove la vita non è altro che un deserto desolato e privo di senso.

È così che il narcisista si perde la vita.

MA COM’È ESSERE NARCISISTA?

Il narcisista è spesso ansioso. Di solito è inconscio, come un dolore assillante, fisso, come essere immerso in un liquido gelatinoso, intrappolato e indifeso, oppure, come dice il DSM, il narcisismo è “onnipervasivo”. Eppure, queste ansie non sono mai diffuse. Il narcisista si preoccupa di persone specifiche, o eventi possibili, o scenari più o meno plausibili. Sembra evocare costantemente un motivo o l’altro di essere preoccupato o offeso.

Esperienze positive del passato non migliorano questa preoccupazione.

Un narcisista crede che il mondo sia ostile, un luogo crudelmente arbitrario, minacciosamente contrario, artificiosamente astuto e indifferentemente schiacciante. Semplicemente “sa” che finirà male e senza ragione, che la vita è troppo bella per essere vera o troppo brutta per durare. La civiltà è un ideale e le deviazioni da essa sono quelle che noi chiamiamo “storia”. Resta incurabilmente pessimista: un ignorante per scelta e incorruttibilmente cieco a qualsiasi prova contraria.

Sotto tutto questo, c’è un’ansia generalizzata. Egli teme la vita e ciò che le persone fanno l’un l’altra. Teme la sua paura e quello che gli fa. Sa di partecipare ad un gioco di cui non padroneggerà mai le regole e in cui è in gioco la sua stessa esistenza. Non si fida di nessuno, non crede in nulla e conosce solo due certezze: il male esiste e la vita non ha senso.

Ed è convinto che a nessuno importa un bel niente.

Questa angoscia esistenziale che permea ogni sua cellula è atavica e irrazionale. Non ha nome o somiglianza. È come i mostri nella camera da letto di un bambino quando le luci si spengono. Ma essendo creature razionalizzanti e intellettualizzanti, i narcisisti cerebrali, ad esempio, etichettano immediatamente questo disagio, lo spiegano, lo analizzano e tentano di predire il suo insorgere.

Attribuiscono questa presenza velenosa a qualche causa esterna. Lo collocano in uno schema, lo inseriscono in un contesto, lo trasformano in un anello della grande catena dell’essere. Trasformano quindi l’ansia diffusa in preoccupazioni focalizzate. Le preoccupazioni sono elementi noti e misurabili. Hanno ragioni che possono essere affrontate ed eliminate. Hanno un inizio e una fine. Sono legati ai nomi, ai luoghi, all’ambiente, ai volti e alle persone. Le preoccupazioni sono umane.

Così, il narcisista trasforma i suoi demoni in annotazioni compulsive nel suo diario reale o mentale: controllare, fare questo, applicare misure preventive, non permettere, perseguire, attaccare, evitare. Il narcisista ritualizza sia il suo disagio che i suoi tentativi di affrontarlo.

Ma tale preoccupazione eccessiva – il cui unico intento è quello di convertire l’ansia irrazionale in quella terrena e tangibile – è roba della paranoia.

Che cos’è la paranoia se non l’attribuzione della disintegrazione interiore alle persecuzioni esterne, l’assegnazione di agenti malevoli dall’esterno ai fantasmi che tormentano l’interno? Il paranoico cerca di alleviare il proprio vuoto aggrappandosi irrazionalmente alla razionalità. Le cose vanno così male, dice, soprattutto a se stesso, perché sono una vittima, perché “loro” mi inseguono e sono braccato dallo Stato, o dai massoni, o dagli ebrei, o dal bibliotecario di quartiere. Questo è il percorso che conduce dalla nuvola dell’ansia, attraverso i lampioni della preoccupazione, fino alle tenebre consumatrici della paranoia.

La paranoia è una difesa contro l’ansia e contro l’aggressività. Nello stato paranoide, il paranoico proietta verso l’esterno, su altri immaginari, gli strumenti della propria crocifissione.

L’ansia è anche una difesa contro gli impulsi aggressivi. Quindi, l’ansia e la paranoia sono sorelle, essendo la seconda soltanto una forma focalizzata della prima. I disturbati mentali si difendono dalle proprie propensioni aggressive, tanto essendo ansiosi quanto diventando paranoici.

Tuttavia, l’aggressività ha numerose forme, non solo ansia e paranoia. Uno dei suoi travestimenti preferiti è la noia. Come la sua relazione, la depressione, la noia è l’aggressività diretta verso l’interno. Essa minaccia di affogare la persona annoiata in una zuppa primordiale di inazione e di esaurimento dell’energia. È anedonica (priva del piacere) e disforica (porta alla tristezza profonda). Ma è anche minacciosa, forse perché ricorda così tanto la morte.

Non a caso, il narcisista è più preoccupato quando si annoia. Allora diventa aggressivo. Egli incanala la sua aggressività e la interiorizza. Sperimenta la sua ira travestita di noia.

Quando il narcisista si annoia, si sente minacciato dalla noia in modo vago e misterioso. Ne consegue l’ansia. Si precipita a costruire un edificio intellettuale per accogliere tutte queste emozioni primitive e le loro transustanziazioni. Individua ragioni, cause, effetti e possibilità nel mondo esterno. Costruisce scenari. Scrive la sceneggiatura. Di conseguenza, non prova più ansia. Ha identificato il nemico (o almeno così pensa). E ora, invece di essere ansioso, è semplicemente preoccupato. O paranoico.

Il narcisista spesso considera la gente troppo “rilassata” – o, meno caritatevolmente: pigra, parassitaria, viziata e auto indulgente. Ma, come al solito con i narcisisti, le apparenze ingannano. I narcisisti o sono spinti ossessivamente verso il raggiungimento di risultati sopra la media o restano cronicamente sotto fino al fallimento totale. La maggior parte di loro non riesce a sfruttare al meglio e in modo produttivo il proprio potenziale e le capacità. Molti evitano anche i percorsi ormai standard di un diploma accademico, di una carriera o della vita familiare.

La disparità tra le conquiste del narcisista, le sue grandiose fantasie e la sua immagine di sé gonfiata – il grandiosity gap – è sconcertante e, alla lunga, insostenibile. Impone onerose esigenze alla comprensione della realtà del narcisista e alle sue scarse capacità sociali. Lo spinge alla reclusione o alla frenesia delle “acquisizioni” – auto, donne, ricchezza, potere.

Eppure, per quanto il narcisista abbia successo – molti di loro finiscono per essere collezionisti di fallimenti – il grandiosity gap non potrà mai essere colmato. Il Falso Sé del narcisista è così irrealistico e il suo Superego così sadico che non c’è nulla che possa fare per liberarsi dal processo kafkiano che è la sua vita.

Il narcisista è schiavo della propria inerzia. Alcuni narcisisti accelerano tutta la vita verso vette sempre più alte e pascoli sempre più verdi. Altri soccombono all’intorpidimento della routine, al minimo dispendio di energia e alla caccia di persone sempre più vulnerabili. Ma in ogni caso, la vita del narcisista è fuori controllo, in balia di spietate voci interiori e forze interne.

I narcisisti sono macchine che vanno in senso unico, programmate per estrarre l’approvvigionamento narcisistico dagli altri. Per farlo, sviluppano presto una serie di rituali immutabili. Questa propensione alla ripetizione, l’incapacità di cambiare e la rigidità limitano queste persone, ostacolano il loro sviluppo e confinano i loro orizzonti. Aggiungete a questo un senso di diritto travolgente, la paura viscerale del fallimento, il bisogno immutabile di sentirsi unici e di essere percepiti come tale – e spesso si finisce con una ricetta per l’inazione.

Il narcisista che non riesce a vincere le sfide, sfugge ai test, evita la concorrenza, aggira le aspettative, scappa alle responsabilità come la peste, sfugge all’autorità – perché ha paura di fallire e perché fare qualcosa come tutti gli altri mette in pericolo il suo senso di unicità. Da qui l’apparente “pigrizia” e “parassitismo” del narcisista. Il suo senso di diritto – senza risultati o investimenti commisurati – irrita il suo ambiente sociale. La gente tende a considerarli come “mocciosi viziati”.

Al contrario, il narcisista che supera le aspettative cerca sfide e rischi, provoca la concorrenza, edulcora le conquiste, si offre in modo aggressivo per le responsabilità e l’autorità e sembra essere posseduto da un’inquietante fiducia in se stesso. Le persone tendono a considerare tali esempi come “imprenditoriali”, “audaci”, “visionari” o “tirannici”. Eppure, anche questi narcisisti sono mortificati da un potenziale fallimento, spinti da un forte senso di diritto. Questo perché si sforzano di essere unici e di essere percepiti come tali.

La loro iperattività è solo il lato opposto dell’inattività dell’altro sottotipo: è fallace, vuota e destinata all’aborto spontaneo e alla disgrazia. Spesso è sterile o illusoria, tutta nebbia e specchi piuttosto che sostanza. Le precarie “conquiste” di questi narcisisti si dipanano invariabilmente. Spesso agiscono al di fuori della legge o delle norme sociali. La loro operosità, workaholism, ambizione e dedizione hanno lo scopo di mascherare la loro essenziale incapacità di produrre e costruire. Il loro è un fischio nell’oscurità, una pretesa, una vita da Potemkin, tutta fumo e niente arrosto.

UN COMMENTO FILOSOFICO SULLA VERGOGNA

Il grandiosity gap è la differenza tra l’immagine di sé – il modo in cui il narcisista percepisce se stesso – e il contravvenire agli spunti della realtà. Più grande è il conflitto tra grandiosità e realtà, maggiore è il divario e maggiori sono i sentimenti di vergogna e colpa del narcisista.

Ci sono due varietà di vergogna:

  1. Vergogna narcisistica – che è l’esperienza del grandiosity gap di un narcisista (e dei suoi correlati affettivi). Soggettivamente è vissuta come una sensazione pervasiva di inutilità (la regolazione disfunzionale dell’autostima è il fulcro del narcisismo patologico), “invisibilità” e ridicolaggine. Il paziente si sente patetico e sciocco, meritevole di scherno e umiliazione.

I narcisisti adottano ogni tipo di difesa per contrastare la vergogna narcisistica. Sviluppano comportamenti ossessivi, spericolati o impulsivi. Si negano, si ritirano, si infuriano, o si impegnano nella ricerca compulsiva di qualche tipo di perfezione (irraggiungibile, naturalmente). Essi mostrano alterigia ed esibizionismo e così via. Tutte queste difese sono primitive e implicano scissione, proiezione, identificazione proiettiva e intellettualizzazione.

  1. Il secondo tipo di vergogna è la narrativa di sé. È il risultato del divario tra il grandioso Ideale dell’Io del narcisista e il suo Sé o Ego. Si tratta di un concetto ben noto di vergogna ed è stato ampiamente esplorato nelle opere di Freud [1914], Reich [1960], Jacobson [1964], Kohut [1977], Kingston [1983], Spero [1984] e Morrison [1989].

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[1] Per Jung la persona può essere eccessiva, cioè può suggerire una personalità che non ha nulla di naturale ma è pura finzione. (n.d.T)

21 pensieri su “Il prezzo della superbia: l’ansia narcisistica e l’impossibilità di una vita appagata

  1. Sono perfettamente d’accordo con questo articolo. Ho visto, sperimentato e patito queste pulsioni di np. Sono convinta che l’essenza dell’intera vita di un np sia la regolazione continua della propria precaria autostima, il vivere perennemente come se si fosse sotto attacco da parte del mondo interno, la ferocia del proprio giudice interiore, l’essere irrealistici e perennemente inappagati, il terrore di confrontarsi con l’altro: una vita più di rinuncia che di successo.

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    1. La fotografia è perfetta. Non c’è appagamento MAI. Tutto è fugace e transitorio. Possono andare avanti tronfi, convinti che la vita sia sminuire gli altri per meglio emergere ma, quando calano i riflettori, il vuoto e il caos interiore trionfano su ogni parvenza di successo. Molte persone credono che vanno avanti alla grande dopo averle depredate ma la realtà è molto più complessa quando si tratta di individui disturbati. Abbracci a te!

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    2. Volevo dire: come se si fosse sotto attacco da parte del mondo “esterno”, anche se hanno un giudice interiore tremendo e quindi l’attacco verso loro stessi più propriamente in realtà parte da loro stessi, dal loro mondo interno, però np non lo percepiscono così e si comportano come se fossero sotto attacco altrui.

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      1. Concordo! Hanno bisogno di credere in un mondo ostile che sorveglia i loro passi, un mondo che mette sempre il bastone tra le loro ruote, impedendoli di concludere i loro progetti grandiosi. Solo così riescono a giustificare le loro scelte sbagliate e il loro modo di fare sconclusionato. Preservano così la loro megalomania e grandiosità.

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  2. Sì, infatti, quando calano le luci del palcoscenico si afflosciano: vuoto e caos interiore affiorano senz’altro, e tutta una serie di pulsioni negative che non è detto che np riconoscano col loro nome, ma che comunque producono i loro effetti: non è che se non riconosci e non sai dare il nome a una cosa che ti abita, essa non esiste. Magari fosse così facile…
    Abbracci

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    1. Oramai sappiamo, cara Blume, che per riconoscerle ci vuole una coscienza, una certa capacità di introspezione… Quando il livello di narcisismo è troppo alto la coscienza viene fatta a pezzi e la capacità di introspezione segue la sua sorte. Del resto l’unica cosa che sanno è etichettare gli altri: chi grassa, chi impotente, chi incompetente, chi perdente, chi pazza, chi depressa, chi poveraccia, chi disgraziata, ecc., ecc. E’ più facile fare questo che identificare il proprio sentire per smettere (finalmente!) di fare del male agli altri.

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  3. Questo è uno degli articoli migliori che io abbia mai letto, quanto a esattezza terminologica e profondità. Però in alcuni passi mi ha parlato più di me che della np per la quale frequento questo forum salvifico (che non ringrazierò mai abbastanza per le informazioni, ma neanche per lo scambio di esperienze e la vicinanza). Il fatto è che anche io vivo schiacciato da una sorta di senso d’inferiorità e mosso da una certa bizzarra grandiosità, che mi ha spesso instradato in imprese utopiche: laureato su uno degli scrittori più complessi di tutti i tempi, da anni continuo un saggio che non vedrà mai la parola fine – pubblicato a stralci su riviste specializzate; non contento, ho studiato e praticato uno strumento musicale astruso e ci ho pure basato la mia vita professionale, che quindi include solo ruoli per certi versi legati alla megalomania: fino ad ora sono stato scrittore, critico, traduttore, fotografo, compositore, cantante, attore, con tutte le ovvie conseguenze del confronto con mondi concorrenziali e legati all’idea di pubblico. Da una parte sono umile e perfezionista, dall’altra mi capita di sentirmi svalutato e quasi perseguitato (specie di fronte ai facili consensi riscossi da altri, specie la np, diciamolo). Non solo, ma sul fatto che la vita sia lotta destinata alla sconfitta, che ci sia poco da aspettarsi dai più in termini di compassione e comprensione… be’, sono d’accordo. La differenza, secondo me, sta nell’empatia, che so di avere e che mi permette di avere rapporti sociali non soltanto sani, ma anche soddisfacenti e di grande intimità e complicità, sebbene con un numero al momento ristretto di persone, almeno rispetto al passato. La np di cui racconto spesso non mi pareva avere problemi di autoaffermazione lavorativa, né grossa tensione di scalata sociale, anche per via della modalità covert. Trai due, io ero il pessimista e spesso anche il nichilista (ma sempre attivo, anche nei momenti più prossimi alla depressione); viceversa lei era governata da una sorta di pensiero magico, tanto che la penultima volta che le ho parlato (l’ultima, grazie a tutti voi, è stata quella in cui non ho raccolto provocazioni né nostalgia e mi sono dimostrato distaccato e quasi annoiato: ha funzionato!), mi chiedeva come andassero i miei denti del giudizio e alla mia risposta: sono contento di avere ancora i denti, ha replicato che sono negativo, che richiamo su di me le disgrazie e che si sarebbe disintossicata da tutto ciò. Infatti, dopo il travestimento iniziale, si era rivelata impermeabile a ironia e paradosso, infastidita dal black humor e irritata ogni qualvolta il mondo non veniva descritto come un film Disney, cosa che la portava anche a preferire l’intrattenimento bieco all’arte. Quindi in queste righe la ritrovo e insieme devo un poco forzare la prospettiva… e ritrovo una parte di me stesso che però considero sana: la disfatta finale, l’inutilità generale, l’amoralità del destino non mi paiono essere convinzioni più “negative” (nel senso etimologico) che non le sue posizioni da complottista no-vax, da imprenditrice di se stessa, da ottimista infantile, soprattutto se raffrontate alla mancanza di pietas, al cinismo opportunistico, all’egoismo solipsostico e a mille atteggiamenti di facciata, falsi come il sorriso, tra l’ebete e il crudele, che non riesco a dimenticare. In altre parole, qui ci confrontiamo con un lato umano di un mostro disumano e con un aspetto ferito di noi, ma noi tutti: chi può considerare serenamente, senza slanci di autoconvincimento, l’esistenza come un’ascensione e non come una caduta? Per il resto, lontano da lei mi sembra di stare meglio: ho le stesse ansie, le stesse preoccupazioni, le stesse frustrazioni, ma non si frappongono fra me e la possibilità di fumare una sigaretta seduto al sole, in una domenica pomeriggio. E la mia creatività sta benissimo: lavoro a quattro dischi insieme e so anche che almeno due sono davvero di nicchia, ma mi lascio appagare dalla gioia di farli e di collaborare con musicisti bravissimi, che ammiro profondamente, anche se non c’è possibilità di raggiungere un gran pubblico. Diciamo che spero di più negli altri due… nel frattempo, i miei denti stanno bene, anche se non ho ancora messo giudizio.

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    1. S.w.a. ho trovato davvero interessante il tuo intervento e tocca secondo me dei punti fondamentali proprio sulla natura del genere umano e sulle peculiarità della vita stessa.

      Anch’ io non mi fido di chi non comprende il black humor, è allergico all’ ironia e si prende sempre troppo sul serio. E preferisco senz’ altro chi si astiene da scelte che appartengono più ad uno standard sociale che non al proprio autentico sentire, perchè diversamente i danni sarebbero ingenti.

      Non ha molta importanza se la tua musica raggiunge o meno il grande pubblico. Quello che conta davvero è riuscire a trasmettere emozioni indimenticabili al pubblico che ti ritrovi ( modesto e piccolo che sia ) e condividere con chi ti ascolta una sinergia speciale.

      Un caro saluto.

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    2. Ma, infatti, S.w.a., trovo normale che tu ti possa riconoscere in passi dell’articolo. Anche io mi ci sono riconosciuta. Non è raro né mistero che i primi ad essere a rischio di cadere nella rete di np sono proprio coloro che mostrano a loro volta tratti narcisistici: un senso di inferiorità unito a un bizzarro senso di grandezza e anche di superiorità, un senso di eccezionalità o specialità che orienta a scelte di nicchia o iper-specialistiche, all’interno di minoranze, un senso di non avere i riconoscimenti che meriteremmo…sono dimensioni psicologiche di tipo narcisistico, o almeno che hanno anche quelli affetti da dnp. Poi, dici benissimo: la differenza la fa la capacità empatica, l’impossibilità di approfittare del prossimo, l’incapacità di ingannarlo, che noi non abbiamo ed np sì. Punto e basta.

      Per il resto,anche io lontano da np ritrovo energie creative (perché il contatto con loro, non c’è niente da fare, te le prosciuga); anche per me funziona con np il non raccogliere le provocazioni né mostrare nostalgia ma anzi mostrarmi annoiata di fronte alla ripetitività dei suoi copioni. E anche il mio np complottista convinto no-vax, non lo vedo neanche come un caso.

      Sull’interpretazione della vita come una possibile sempiterna caduta, qui non mi pronuncio. Qui, dipende dal proprio livello personale di nichilismo e non c’è un convincerci a vicenda che valga.

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  4. Confermo l’analisi di Blume e confermo che ho riscontrato in entrambi gli np da me conosciuti queste caratteristiche.
    Il primo Np soffriva di un profondissimo senso di inadeguatezza che ha cercato in ogni modo di superare attraverso l’ossessione nel primeggiare ad altri livelli nello sport, cosa che in effetti gli è riuscita ma che poi non ha saputo portare avanti perchè il suo unico scopo era avere finalmente visibilità nel suo entourage locale (leggi: maggior possibilità di attirare donne)…una volta ottenuto lo scopo e avendo capito che certi risultati per essere mantenuti comportano fatica e impegno, ha lasciato stare tutto.
    Per loro abbandonare qualcosa quando sono al massimo del risultato è molto tipico, lo fanno anche nelle relazioni e in qualunque altra cosa intraprendano, non sono mai soddisfatti appieno e devono cercare altri interessi/persone/situazioni che posssano stimolarli per sopperire al loro vuoto pneumatico.
    Stessa cosa per la sua seconda passione: la moto. Ci ha messo anni a customizzare la sua Harley con pezzi vari anche molto costosi, una volta finito il lavoro, l’ha venduta per averne una più potente…altra ottima metafora di come si comportano anche nei rapporti: magari corteggiano una a lungo, la considerano una strafiga pazzesca che tutti gli invidierebbero se solo potessero averla al fianco, ma appena la conquistano, perdono interesse perchè ce ne sarò sempre una (o uno, in caso di donne narcisiste) più bella/o, più interessante, più desiderabile.
    Chiaramente questo costrutto di personalità porta inevitabilmente ad una perenne insoddisfazione esistenziale che si riflette su chi sta loro a fianco. Ricordo ad esempio Alice che parlava della negatività perenne del suo capo narcisista.
    Possono essere insoddisfatti anche in un resort alle Maldive con Miss Universo, per dire, è qualcosa che è presente in loro a prescindere da quello che hanno.
    Anche l’aspetto paranoide era evidente in entrambi (il primo np era convinto che tutti lo invidiassero, ma era solo la proiezione all’incontrario della sua invidia cronica per il gli altri, in particolare verso il fratello, che aveva un lavoro migliore del suo, una bella moglie e due bei bambini), anche se ho notato maggiormente questo aspetto nel secondo Np , che era effettivamente in preda ad ansia cronica e paura di essere “scoperto” ma ciononostante non poteva fare a meno di ricercare compulsivamente trasgressione e situazioni a rischio, salvo poi prenderne le distanze per recuperare la “facciata” necessaria alla sua sopravvivenza sociale.
    Dinamiche ormai più che chiare, evidenti e comuni a tutti gli Np, con le sfumature di ogni specifico caso (anche se sono diversi tra loro, ma sempre irrimediabilmente malati), ovvero c’è quello in apparenza più “stabile” e quello più agitato, ma dipende da come riescono a gestire la loro vita finta…nel momento in cui uno o più pilastri crollano (ad esempio vengono scoperti, sputtanati o abbandonati da una risorsa primaria) entrano in un vortice autodistruttivo che possono fermare solo trovando un’altra vitttima o un nuovo luogo di lavoro/interesse in cui riciclarsi e fare i loro danni indisturbati.

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  5. È un quadro impressionista, un dipinto.
    Il mio ex era talmente grandioso che si era convinto che gli altri lo invidiassero. Il suo orto era il migliore, i medici e le cliniche sempre top, conoscenze solo altolocate, il suo lavoro er mejio!
    Una narrazione surreale. Se qualcosa fosse stata al di sotto … la colpa era degli altri invidiosi!
    Viveva in trincea sempre pronto alla lite. Un cane rabbioso.
    Accumulava solo successi! Ma quando mai! Mai visto un successo in otto anni. Ora lo vedo per quello che è, con un lavoro mediocre, fallito nella professione, fallito in famiglia, fallito … uno sche scappa, che evita. L’unica introspezione è quella di raccontarsi balle per sopravvivere al vuoto interiore.
    È un mezzo uomo, oramai arrivato al capolinea che tenta di stare a galla con i suoi mezzucci.
    Io ora so che caduto il piedistallo il re è soltanto un misero verme.

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  6. grazie mille Claudileia carissima per questo illuminante articolo di SAM VAKNIN. io ti vorrei chiedere di pubblicare molto piu spesso questi meravigliosi ed incisivi articoli di SAM VAKNIN , li adoro in particolare. e poi ti ringrazio come sempre per i tuoi commenti e le tue splendide parole che ci illuminano in cui mi rispecchio e prendo sempre molti spunti interessanti grazie infinite cara ed un saluto per tutti a BLUME, GIANNI, SPIRITO LIBERO, SWA, Ecc… siamo una grande famiglia riunita in un grande dolore anche a te OLIVER CARO

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  7. grazie a voi ragazzi non smettete mai di commentare, mi riempite il cuore di gioia e mi rivedo nelle vostre parole, dolce notte e mi raccomando avanti tutta NO CONTACT a vita grazie SARETTA mi rivedo proprio in cio che dici, incisiva l ultima frase

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  8. Non c’è nulla in te. C’è solo il vuoto. Ora finalmente ti vedo, completamente, esattamente per quello che sei: una strana, ridicola maschera. Il mondo per te è solo un palcoscenico cigolante, e le altre persone per te sono solo buffe marionette che presenziano al tuo teatrino. Tutti i tuoi pomposi discorsi su questo o quel principio e tutte le avvincenti narrazioni delle tue imprese servivano solo a dare una parvenza di quello che non sarai mai: un cuore vivo e pulsante. Tutte le tue sbeffeggianti prese in giro erano il goffo maldestro tentativo di coprire la tua immensa inadeguatezza, perchè non saprai mai entrare in connessione con nessuno, e non SENTIRAI mai la vita. Sei diversamente vivente. Sei come uno zoppo che partecipa alla maratona di New York ( anche se l’ esistenza non è una continua competizione e questo tu non lo capirai mai ).

    Si, eri riuscito a togliermi la voglia di amare e di vivere, la fiducia nelle persone, la capacità di “rischiare” e di aprirmi ancora per andare incontro al domani. Ma alla fine hai perso. Sono rinata. Completamente. Non porterò il tuo marchio per sempre, hai fallito. Sono di nuovo qui, viva e pronta. Non sarò più quella di un tempo, di prima di incontrarti. Ma sarò “migliore”, più consapevole. Perchè oltre che aver riscoperto me stessa e ritrovato la mia luce, adesso ho trovato anche il modo di difenderla da quelli come te. La vostra ombra non potrà più contaminarmi e infettarmi. Ora ne ho la piena certezza.

    Addio ( E STAVOLTA PER SEMPRE ) principe oscuro, mostro, bastardo. Resta negli abissi del niente.

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