Partiamo dai corpi: l’approccio terapeutico di Bessel van der Kolk per il Disturbo Post Traumatico da Stress

Fonte: https://www.nytimes.com/2014/05/25/magazine/a-revolutionary-approach-to-treating-ptsd.html
Trad. C. Lemes Dias

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Bessel van der Kolk si siede a gambe incrociate su un cuscino di grandi dimensioni al centro di una piccola stanza che si affaccia sull’Oceano Pacifico a Big Sur. Indossa pantaloni color kaki, un maglione in pile blu e occhiali quadrati con l’armatura in metallo. I suoi piedi sono nudi. È il terzo giorno del suo seminario “Trauma – Memory and Recovery of the Self”. Ci sono circa una trentina di partecipanti al workshop – tutti vittime del trauma o terapisti del trauma – che fiancheggiano il perimetro della stanza. Anche loro sono seduti a piedi nudi su morbidi cuscini, osservando van der Kolk, con i quaderni in mano. Per due giorni hanno ascoltato le sue lezioni sulla storia sociale, la neurobiologia e le realtà cliniche del Disturbo Post Traumatico da Stress e del suo fratello meno conosciuto, il Trauma Complesso. Ora, finalmente, sta per dimostrare una vera tecnica terapeutica, e il suo sguardo si fissa sul soggetto che si è offerto al suo esperimento: un veterano della guerra in Iraq di 36 anni di nome Eugene, seduto immediatamente di fronte a lui. Ha l’apparenza triste, ed è come in attesa.

Van der Kolk inizia come spesso fa, con un racconto personale. «Mia madre era molto grezza e poco amorevole», dice. «Ma ho un ricordo chiaro e so perfettamente cosa significhi essere amati e nutriti da lei.». Questo perché, ci spiega, aveva fatto lo stesso esercizio che stavamo per provare su Eugene. Ecco come avrebbe funzionato: Eugene avrebbe ricreato il trauma che lo perseguitava maggiormente invitando le persone nella stanza a recitare determinati ruoli. Avrebbe affrontato quelle persone – con la sua rabbia, dispiacere, rimorso e confusione – e loro gli avrebbero risposto conseguentemente, scusandosi, perdonando o convalidando i suoi sentimenti secondo la necessità. Proiettando il suo “mondo interiore” nello spazio tridimensionale, Eugene sarebbe in grado di riscrivere la sua storia travagliata più a fondo di quanto altre forme di terapia con giochi di ruolo potrebbero arrivare. Se l’esperimento avesse avuto successo, i brutti ricordi sarebbero integrati con una narrativa alternativa, capace di fornire sentimenti di accettazione, perdono e amore.

L’esercizio, che van der Kolk chiama “struttura”, è anche conosciuto come terapia psicomotoria, ed è stato sviluppato da Albert Pesso, un danzatore che ha studiato con Martha Graham. È stato lui a insegnarlo a van der Kolk circa due decenni prima. Sebbene non sia mai stato testato in una ricerca controllata, van der Kolk afferma di aver avuto un certo successo con esso in convegni simili. Gli piace provarlo ogni volta che ha un piccolo gruppo e un volontario.

Con una leggera spinta da parte di van der Kolk, Eugene ci racconta di come è salito di grado nell’esercito degli Stati Uniti, di come ha trascorso un anno intero a Mosul, la più grande città del nord dell’Iraq, e di come il suo lavoro consistesse nello smaltimento di bombe e esplosivi. «È stato un anno di cadaveri», disse. Vide, toccò, annusò e calpestò più corpi di quanti ne potesse contare. Alcuni di loro erano bambini. Aveva solo 26 anni. Le persone si trasformano in grasso quando esplodono, ci disse, perché le loro cellule adipose si aprono. Ha assistito a numerosi attentati suicidi. Una volta calpestò per caso un cadavere esploso; solo le gambe erano ancora riconoscibili come appartenenti a un essere umano. Un’altra volta, vide una cucina piena di donne martoriate: stavano preparando il couscous quando una bomba è scoppiata e le finestre esplosero in mille fendenti. Gli hanno sparato una volta, ha una ferita alla testa. È stato anche ferito da un ordigno esplosivo che montava. Ma nessuna di quelle esperienze lo perseguitava tanto quanto questa: diversi mesi dopo il suo tour della morte, per una faglia nell’operazione di sicurezza, Eugene uccise un uomo innocente e assistete alla scena della madre che scopriva il corpo del figlio.

«Dicci di più a riguardo», chiede van der Kolk. «Che cosa è successo?».

La fragile compostezza di Eugene interruppe la domanda. Chiuse gli occhi, si coprì il viso e pianse.

«I testimoni possono capire quanto sei angosciato e il dolore che stai provando», dice van der Kolk. Riconoscere e riflettere le emozioni del protagonista in questo modo – ciò che van der Kolk chiama “testimoniare” – è una parte centrale dell’esercizio, inteso a infondere un senso di convalida e sicurezza nel paziente.

Eugene aveva già invitato alcuni membri del gruppo a recitare determinati ruoli nella sua storia. Kresta, un istruttore di yoga con base a San Francisco, fungeva da “persona di contatto”, una guida che aiuta il protagonista a sopportare il dolore che il trauma evoca, di solito sedendosi vicino e offrendo una mano da tenere o una spalla su cui appoggiarsi. Dave, un sopravvissuto agli abusi sui minori e proprietario di una piccola impresa nel sud della California, interpreta il “padre ideale” di Eugene, un personaggio il cui ruolo è quello di dire tutte le cose che Eugene avrebbe voluto che il suo vero padre avesse detto ma che non ha mai fatto. Si sedevano su entrambi i lati di Eugene, toccandogli le spalle. Successivamente, van der Kolk chiede a Eugene chi avrebbe voluto che interpretasse l’uomo che ha ucciso. Eugene sceglie Sagar, cabarettista e consulente finanziario part-time di Brooklyn. Alla fine, van der Kolk, chiede: «E chi dovrebbe interpretare la madre dell’uomo?»

Eugene mi indicò. «Riesci a farlo?» chiese.

Mi sono comportata come avevano fatto gli altri, dicendo: «Mi ingaggio come la madre dell’uomo che hai ucciso». Poi spostai il mio cuscino al centro della stanza, di fronte a Eugene, vicino a Van der Kolk.

«Ok, » disse van der Kolk. «Raccontaci di più su quel giorno. Dicci cosa è successo.»

La terapia psicomotoria non è né ampiamente praticata né supportata da studi clinici. In effetti, la maggior parte degli psichiatri probabilmente non ci darebbe una seconda occhiata. Suona troppo sentimentale. E poi è stata sviluppata da un danzatore. Ma van der Kolk crede fermamente che i danzatori – i musicisti e gli attori – possano avere qualcosa da insegnare agli psichiatri sulla guarigione dal trauma e che persino ciò che suona fin troppo emotivo è degno della nostra attenzione. Ha trascorso quattro decenni a studiare e cercare di curare gli effetti delle peggiori atrocità che ci infliggono: guerre, stupri, incesti, torture e abusi fisici e mentali. Ha scritto più di 100 articoli peer-reviewed[1] sul trauma psicologico. Formatosi come psichiatra, tratta più di una dozzina di pazienti a settimana in uno studio privato – alcuni vanno da lui ormai da molti anni – e supervisiona una clinica senza scopo di lucro a Boston, il Trauma Center, che ne cura altre centinaia. Se c’è una cosa di cui è certo, è che i trattamenti standard non funzionano. I pazienti continuano a soffrire, così come le loro famiglie, e che dobbiamo fare di meglio.

Van der Kolk prende in particolare considerazione due delle tecniche più ampiamente utilizzate nel trattamento del trauma: la Terapia Cognitivo Comportamentale e la terapia dell’esposizione. La terapia dell’esposizione comporta il confronto ripetuto dei pazienti con ciò che li perseguita, fino a quando non diventano desensibilizzati ad esso. Van der Kolk colloca la tecnica “tra i peggiori trattamenti possibili” per il trauma. Funziona meno della metà delle volte, dice, e anche allora non fornisce un vero sollievo; la desensibilizzazione non significa guarigione. Ha una visione simile della terapia cognitivo comportamentale, o T.C.C., che cerca di alterare il comportamento attraverso una sorta di dialogo socratico che aiuta i pazienti a riconoscere le connessioni disadattive tra i loro pensieri e le loro emozioni. «Il trauma non ha nulla a che fare con la cognizione», afferma. «Ha a che fare con il ripristino del tuo corpo, che interpreta il mondo come un luogo pericoloso». Tale ripristino inizia nei recessi profondi del cervello con le sue strutture più primitive, regioni alle quali, a suo dire, nessuna terapia cognitiva può accedere. «Non è qualcosa di cui puoi parlare da solo

Questa visione lo pone ai margini del mainstream psichiatrico.

Non è la prima volta che Van der Kolk è stato messo ai margini. All’inizio degli anni ’90, è stato uno dei principali difensori della terapia della memoria repressa, che lo psicologo di Harvard Richard McNally ha in seguito definito «la peggiore catastrofe che si è verificata nel campo della salute mentale dall’era della lobotomia». Van der Kolk è stato testimone esperto in una serie di casi di abuso sessuale di alto profilo incentrati sul recupero di memorie represse, a testimonianza che era possibile – comune, persino – per le vittime di traumi sessuali estremi o ripetuti sopprimere tutta la memoria di quel trauma e poi ricordarlo anni dopo in terapia. Aveva visto diversi casi simili nei suoi pazienti, affermava, e avrebbe potuto citare altri casi tratti dalla letteratura medica risalente ad almeno 100 anni prima.

Negli anni ’80 e ’90, persone provenienti da tutto il paese hanno presentato decine di cause accusando genitori, sacerdoti e curanti di orribili crimini sessuali, che hanno affermato di aver appena ricordato con l’aiuto di un terapista. Per un certo periodo, i giudici e le giurie furono persuasi dalla testimonianza di van der Kolk e di altri. Per loro la mente trovava un modo di proteggersi da esperienze così profondamente traumatiche. Ma man mano che le affermazioni si facevano più stravaganti – rapimenti alieni e culti satanici segreti – il supporto al concetto scemò. La maggior parte degli psicologi ricercatori affermò che era molto più probabile che i cosiddetti ricordi repressi fossero stati impiantati da suggestivi interrogativi da parte di medici e terapisti troppo invadenti piuttosto che essere affiorati spontaneamente. Col tempo, divenne chiaro che persone innocenti erano state perseguitate ingiustamente. Famiglie, carriere e, in alcuni casi, intere vite furono distrutte.

Dopo che la polvere si depositò in quelle che furono chiamate “le guerre della memoria”, van der Kolk si ritrovò tra le vittime. Alla fine del decennio, il suo laboratorio al Massachusetts General Hospital fu chiuso e perse la sua affiliazione con la Harvard Medical School. La ragione ufficiale era la mancanza di finanziamenti, ma van der Kolk e i suoi alleati credevano che i veri motivi fossero politici.

Van der Kolk ha piegato la sua clinica in una più grande organizzazione no profit. Ha iniziato a sollecitare donazioni filantropiche e ha affinato le sue opinioni sulla memoria traumatica e sulla terapia del trauma. Credeva ancora che i ricordi repressi fossero una caratteristica comune dello stress traumatico. Le esperienze traumatiche non venivano trasformate in ricordi, ragionava, ma in qualche modo rimanevano “bloccate nella macchina” e poi espresse attraverso il corpo. Molti dei suoi colleghi del mainstream psichiatrico hanno respinto queste idee, ma ha trovato un altro pubblico più ricettivo: terapisti orientati al corpo che non solo hanno abbracciato il suo messaggio ma lo hanno anche introdotto a una serie di pratiche alternative. Ha iniziato a utilizzare alcune di queste pratiche con i propri pazienti e poi a testarle in studi su piccola scala. In poco tempo, aveva costruito una nuova rete di ricercatori, terapisti del corpo e colleghi leali che la pensavano allo stesso modo dai suoi giorni ad Harvard.

Il gruppo si è avvicinato a un’idea potente nella sua semplicità. Il modo di trattare il trauma psicologico non era attraverso la mente ma attraverso il corpo. In così tanti casi, erano stati i corpi dei pazienti ad essere stati gravemente violati, ed erano i loro corpi che li avevano traditi – le gambe non avevano funzionato abbastanza velocemente, le braccia non avevano spinto abbastanza forte, le voci non avevano urlato abbastanza forte da sfuggire al disastro. Ed erano i loro corpi che ora si accartocciavano sotto il minimo stress: si mettevano al riparo da ogni allarme dell’auto o vedevano ogni estraneo come un aggressore in attesa. Come potrebbero le loro menti guarire trovando i corpi che le racchiudevano così insopportabili? «Il nucleo del problema, quello più importante per le persone traumatizzate, è fidarsi nuovamente dei loro corpi», afferma van der Kolk. «Sfortunatamente, la maggior parte degli psichiatri non presta alcuna attenzione alle sensazioni. Semplicemente non sono d’accordo sul fatto che sia importante.»

Il fatto che van der Kolk pensi che sia importante gli ha fatto guadagnare una base di fan impressionante e diversificata. «È davvero un eroe», dice Stephen Porges, professore di psichiatria alla University of North Carolina, Chapel Hill. «È stato straordinariamente coraggioso nell’affrontare la sua professione e nell’insistere sul fatto che non consideriamo i sintomi corporei delle persone traumatizzate, perché pensiamo a qualcosa che è “solo nella loro testa”».

In questi giorni, il calendario di van der Kolk è pieno di conferenze, da Boston ad Amsterdam ad Abu Dhabi. Questa primavera l’ho seguito lungo la costa orientale e in tutto il Paese. Ad ogni tappa, il suo pubblico comprendeva l’intero spettro della comunità terapeutica: psichiatri, psicologi, assistenti sociali, terapisti dell’arte, terapisti dello yoga, persino life coach. Formavano lunghe file per presentarsi durante le pause caffè e si aggiravano intorno al suo tavolo all’ora di pranzo, sperando di parlare con lui. Alcuni tiravano fuori i loro cellulari e chiedevano di fare dei selfies. La maggior parte di loro ha espresso sentimenti simili:

«Grazie mille per quello che ha detto su questo trattamento, quella terapia, quegli studi.»

«Le sue ricerche sul cutting, gli abusi sessuali sui bambini, le violenze familiari confermano quello che ho visto nei miei pazienti, o che ho sperimentato io stesso, per decenni.»

«Può aiutarmi?»

Tutta la vita di Van der Kolk è stata uno studio sul trauma umano. È nato all’Aia nell’estate del 1943, tre anni dopo l’occupazione tedesca dei Paesi Bassi e un anno prima della grande carestia olandese, quando un blocco militare ha boicottato le spedizioni di cibo e carburante verso le province occidentali del Paese e più di 20.000 persone sono morte di fame. Suo padre fu imprigionato in un campo di concentramento nazista. Secondo la tradizione della famiglia van der Kolk, sua madre dovette andare in bicicletta all’ospedale quando entrò in travaglio di parto, e la sua prima torta di compleanno era fatta di bulbi di tulipano perché non c’era quasi più farina.

Era un ragazzo debole e magro, ma audace. Chiedetegli della sua infanzia e lui vi racconterà di aver giocato tra le rovine bombardate della sua città natale. Quasi tutti intorno a lui erano profondamente traumatizzati. I suoi vicini di casa erano sopravvissuti all’Olocausto. Sua madre non amava la maternità; a 14 anni è stata ritirata da scuola per occuparsi del padre e poi si è allontanata da una carriera soddisfacente per assumere i suoi doveri di moglie. Quando Bessel, il suo figlio di mezzo, era abbastanza grande da conoscerla, scoprì una donna amara e fredda. Suo padre era un dirigente della Royal Dutch Shell, e nonostante fosse un devoto protestante e un pacifista, soffriva di violenti scatti d’ira, sfogandosi suoi figli. Nel suo nuovo libro, “The body keeps the score[2]“, che esce questo autunno, van der Kolk parla di essere stato rinchiuso in cantina da bambino per quelli che descrive come “normali reati di 3 anni” e di odiare se stesso per essere troppo debole per reagire.

Da adolescente, ha iniziato a viaggiare da solo. Gli piaceva fare l’autostop in Francia. Durante uno di questi viaggi, passando davanti a un monastero, sentì il canto dei monaci e rimase così preso dalla musica che chiese all’autista di farlo scendere. Trascorse il resto di quell’estate, le successive vacanze pasquali e l’estate successiva al monastero a contemplare la vita dei monaci. L’abate si affezionò a lui e promise che se si fosse unito all’ordine, lo avrebbe mandato a Ginevra per studiare medicina. «Ci ho pensato seriamente», mi disse. Ma alla fine, la sete di avventura giovanile ha battuto ogni desiderio di meditazione tranquilla, e ha scelto invece l’Università delle Hawaii. «Bado ancora alla mia spiritualità», afferma «Credo che tutte le cose siano collegate. Ma le religioni, per come sono strutturate, mi fanno venire i brividi».

E così, nel 1962, arriva negli Stati Uniti e si fa strada dall’Università delle Hawaii all’Università di Chicago e poi alla Harvard Medical School, dove ha posto alla scienza e alla medicina le sue tante domande sugli orrori della natura umana e sui miracoli della resilienza umana. «La specie umana è inguaiata», dice. «Facciamo sempre gli stessi errori, e sono profondamente curioso di sapere perché. Perché continuiamo a fare cose che sappiamo essere orribili e che avranno conseguenze terribili?»

Uno dei primi lavori di van der Kolk fuori dalla scuola fu come psichiatra del personale della clinica Veterans Affairs di Boston; vi arrivò nel 1978, in tempo per l’afflusso dei veterani del Vietnam. «La lista d’attesa per vedere un medico era lunga un chilometro e mezzo», racconta. «E le pareti della clinica erano piene di impronte di pugni».

La prima cosa che van der Kolk ha notato dei suoi nuovi pazienti è stato quanto fossero completamente bloccati nel passato. Anche i veterani più anziani della Seconda Guerra Mondiale sembravano vacillare tra uno dei due stati: l’immersione nelle loro esperienze di guerra o il disinteresse verso la vita. Nei test di Rorschach, ogni macchia d’inchiostro era un bambino morto, un compagno caduto oppure niente. Era come se la guerra avesse rotto il proiettore della loro immaginazione e le loro uniche opzioni erano rivedere il film più e più volte o spegnere del tutto il proiettore.

La seconda cosa che colpì van der Kolk fu il modo in cui gli uomini riuscivano a gestire la loro condizione. Quasi tutti loro sostenevano che i comportamenti altamente rischiosi erano in grado di trascinarli nel presente in un modo che nessuna forma di terapia avrebbe potuto fare (un paziente, per esempio, guidava la sua Harley ad alta velocità ogni volta che si sentiva travolgere dalla rabbia o si disconnetteva da ciò che lo circondava). Il trattamento di Van der Kolk – l’unica cosa che gli era stata insegnata alla scuola di medicina – consisteva nel far parlare gli uomini. Sia nelle sedute di gruppo che in quelle individuali, chiedeva loro di parlare dei loro orribili ricordi, incubi e problemi a casa. Ma parlare non sembrava essere d’aiuto; in alcuni casi, pensava, peggiorava le cose.

Van der Kolk passò a frugare ancor di più nella biblioteca medica della clinica alla ricerca di libri sullo shock da bombardamento e la stanchezza da combattimento – qualsiasi cosa che potesse aiutarlo a capire meglio ciò che vedeva o dargli qualche indizio su come curarlo. Il Disturbo Post Traumatico da Stress non era ancora una condizione riconosciuta. A quel punto si imbatté in un libro della biblioteca medica Francis A. Countway di Harvard, “The Traumatic Neurosis of War“. Era stato pubblicato nel 1941, poco prima del ritorno dei veterani americani traumatizzati dalla seconda guerra mondiale. Nelle sue pagine, van der Kolk trovò i primi semi di un’idea che alla fine avrebbe dato forma alla sua carriera: Il nucleo della nevrosi è la fisioneurosi. In altre parole, pensò, la radice di quello che alla fine sarebbe stato chiamato DPTS giaceva nel nostro corpo.

Questo si adattava perfettamente a ciò che van der Kolk vedeva nei suoi pazienti. Oltre agli incubi e alle allucinazioni, molti di loro avevano una serie di disturbi fisici, tra cui mal di testa, stanchezza, disturbi digestivi e insonnia. Quando cercava di accedere ai loro traumi durante la terapia, spesso diventavano nervosi, si agitavano, sudavano freddo o si ammutolivano. Il libro, diceva van der Kolk, non offriva alcun suggerimento per il trattamento, ma gli dava un punto di partenza. Nei due decenni che seguirono, fece un attento studio di tutti i sintomi fisiologici dei suoi pazienti e nel 1994, non molto tempo prima che il suo laboratorio di Harvard fosse chiuso, scrisse un articolo su The Harvard Review of Psychiatry che riassumeva tutto ciò che aveva imparato. Lo stress traumatico, a quanto pare, scatenava una cascata di catastrofi fisiologiche che colpivano quasi tutti i principali sistemi del corpo.

Eugene era in congedo militare a San Francisco, circa a metà del suo turno di servizio, quando si rese conto che qualcosa non andava. La baia era fresca e ventilata; la gente andava in giro con parka e felpe con il cappuccio, ma lui sudava copiosamente. Pensava che i suoi mesi nel deserto avessero forse attivato qualche strano gene del sudore che aveva bisogno di tempo per spegnersi. Pensava che alla fine sarebbe passato. Ma non è successo. Quando tornò a casa in via definitiva, il sudore era l’ultimo dei suoi problemi. Vedeva cadaveri sul ciglio della strada e non riusciva a smettere di andare in bagno. Al suo primo lavoro post-militare negli uffici aziendali di una grande banca, andava in bagno così spesso che era sicuro che i suoi colleghi si chiedessero cosa non andasse in lui.

I militari avevano poco da offrirgli. «Non cercano nemmeno di aiutare», diceva ad amici e parenti. «Se uno dice: “Ho una tremenda diarrea e non riesco a smettere di andare in bagno”. Loro dicono: “Smettila di andare in bagno”, oppure se uno dice “Mi sento male in metropolitana; il rumore mi terrorizza”, ti dicono: “Be’, New York è piuttosto rumorosa”.» Un medico gli aveva prescritto un farmaco ansiolitico, ma era così forte che Eugene camminava aggrappandosi ai muri. Provò la terapia della parola e la terapia di gruppo, ma nulla alleviò lo scomodo dolore alla colonna vertebrale o la costante sensazione che stesse per essere attaccato alle spalle.

Era già da quasi un decennio in questa guerra privata quando venne a sedersi di fronte a van der Kolk nella stanza con vista sul Pacifico e a raccontare a un gruppo di estranei come aveva ucciso un uomo innocente.

Mosul ha ricordato a Eugene un film, raccontò: un vecchio western in cui i cattivi si impadroniscono di una piccola città e tutti i cittadini si nascondono in casa mentre i colpi di Tumbleweed attraversano lo schermo. In questo film, però, i cattivi erano dei pazzi terroristi che non solo sparavano costantemente contro Eugene e la sua squadra, ma si legavano addosso degli esplosivi, si aggiravano per le zone residenziali e saltavano in aria.

Eugene era nella squadra di sicurezza di una pattuglia di bombardieri quando un uomo si è avvicinato in auto senza cedere all’ispezione. Eugene gli fece segno di fermarsi, ma l’uomo tenne il piede sull’acceleratore. Eugene fece un secondo segnale, e un terzo.

Fermati. Fermati. Si fermi.

L’uomo ha continuato a guidare. Quindi Eugene ha aperto il fuoco. La sua squadra ha perquisito l’auto senza trovare alcuna bomba. Quando Eugene si allontanò dalla scena vide la madre dell’uomo che correva verso l’auto, sconvolta.

Mentre raccontava Eugene fissava lo spazio vuoto tra lui e van der Kolk. Il suo viso era rosso e contorto ed era facile immaginare che non ricordasse tanto quello che era successo, ma che lo stesse rivivendo. Mi chiedevo quali tormenti lo avevano portato a sottomettersi a un tale esperimento. Mi chiedevo come potesse funzionare.

«Cosa vuoi che la madre sappia» chiese van der Kolk. Ancora una volta, Eugene si coprì il viso e scoppiò a piangere.

«Mi dispiace», disse. «Mi dispiace davvero tanto. Non ci sono parole per dire quanto mi dispiace…». Si seppellì di nuovo il viso tra le mani. «Vuoi guardarla?» chiese van der Kolk, ma Eugene non riusciva a parlare. Alzò la testa e strizzò uno degli occhi. Era troppo. Si infilò il mento nel petto, distrutto dal pianto.

«Il testimone vede quanto sei veramente dispiaciuto e quanto sei sconvolto», disse van der Kolk. Tenevo gli occhi fissi su Eugene, e così non ho visto il volto di van der Kolk. Ma Kresta più tardi mi disse che guardarlo era come osservare il lavoro di decodificazione di un computer superveloce. Poteva vederlo seguire le espressioni facciali di Eugene, il tono di voce e i cambiamenti di postura e rispondere a ciascuno in microsecondi, ponendo una domanda o sottolineando “il testimone vede”.

Van der Kolk mi ha istruito con voce bassa e ferma. «Digli che lo perdoni», disse. «Digli che capisci che è stato un momento di follia, e che sai che non voleva fare quello che ha fatto. Era molto giovane, e voi due eravate entrambi intrappolati nello stesso inferno. Digli che lo perdoni. E che ora stai bene». Ho ripetuto le parole. Ho cercato di farle sembrare genuine. Mi sono ritrovata a sperare, con fervore, che Eugene potesse sentirmi.

Per un uomo che parla a più di 15.000 persone all’anno, van der Kolk ha una sorprendente difficoltà a proiettare la sua voce. Il suo forte accento olandese è abbastanza facile da decifrare se sei seduto proprio accanto a lui, ma è difficile da penetrare anche a pochi metri di distanza. Come spesso accade, il primo commento del pubblico a una sua recente conferenza a Philadelphia è stato «Non riusciamo a sentirti!» Van der Kolk ha chiesto a un tecnico del suono di alzare il volume e ha promesso ai circa 200 partecipanti che avrebbe parlato più forte che poteva. Ci furono alcuni brontolii, anche da parte di persone in prima fila, che ancora non riuscivano a sentirlo. Ma van der Kolk è affascinante e, come al solito, è riuscito a conquistare rapidamente il gruppo.

«Ognuno di noi si china in avanti la schiena e abbassa la testa, così», ha detto, dimostrandoci. «Ora provate a dire: ‘Oh, mi sento benissimo! Oggi sono molto felice!». Il pubblico ha riso. «Vedete, è impossibile sentirsi felici in questa posizione!». Per portare a casa il punto, ci ha chiesto di fare il contrario: stare seduti o in piedi, assumere espressioni allegre e poi cercare di sentirsi male.

La mente segue il corpo, disse alla fine.

Le vittime di un trauma, ama dire van der Kolk, sono alienate dal loro corpo da una cascata di eventi che inizia nel profondo del cervello con una struttura a forma di mandorla nota come amigdala. Di fronte a una minaccia, l’amigdala scatena una reazione di lotta o di fuga, che include il rilascio di un flusso di ormoni. Questa risposta di solito persiste fino a quando la minaccia non viene sconfitta. Ma se la minaccia non viene sconfitta – se non possiamo combattere o fuggire – l’amigdala, che può essere considerata il rivelatore di fumo del corpo, continua a suonare l’allarme. Noi continuiamo a produrre ormoni dello stress, che a loro volta devastano il resto del nostro corpo. È simile a quanto accade nello stress cronico, ma nello stress traumatico, i ricordi dell’evento traumatico invadono i pensieri subcoscienti dei pazienti, rimandandoli in modalità “lotta o fuga” alla minima provocazione. I terapeuti e i pazienti si riferiscono a questo come a una “riattivazione”. A breve termine, i pazienti evitano il dolore che provoca “dissociandosi”. Cioè si congedano dal loro corpo, tanto che spesso non riescono a descrivere le proprie sensazioni fisiche. Questo accade spesso in terapia, afferma van der Kolk.

A lungo termine, diventano esperti nell’auto-intorpidimento. Usano il cibo, l’esercizio fisico, il lavoro – o peggio, le droghe e l’alcol – per soffocare il disagio fisico. Più a lungo lo fanno, più diventa difficile rimanere presenti in un dato momento. «Ecco perché un uomo alla fine del film ‘The Hurt Locker’ è così totalmente incapace di giocare con suo figlio.», dice van der Kolk.

L’obiettivo del trattamento dovrebbe essere quello di risolvere questa dissociazione. «Se riusciamo ad aiutare i nostri pazienti a tollerare le proprie sensazioni corporee, saranno in grado di elaborare il trauma da soli», dice. Nei suoi pazienti, in particolare in quelli che soffrono di DPTS resistente al trattamento, lo yoga si è dimostrato un modo particolarmente valido per farlo. Così come la tecnica della libertà emotiva, o il tapping. Con la guida di un terapeuta, il paziente tocca vari punti di digitopressione con la punta delle dita. Se fatto correttamente, può calmare il sistema nervoso simpatico ed evitare che il paziente venga gettato in modalità “lotta o fuga”. In definitiva, van der Kolk sostiene quasi tutte le terapie che implicano un’attenta attenzione agli stati fisiologici del paziente, come la terapia psicomotoria, o alzarsi e muoversi attraverso il teatro, la danza e persino il karate. Per i pazienti con DPTS acuto da ricordi traumatici isolati (si pensi agli incidenti d’auto o alle rapine a singolo episodio), van der Kolk è un fan della desensibilizzazione e della rielaborazione dei movimenti oculari, o E.M.D.R., in cui il terapeuta muove le dita avanti e indietro attraverso il campo visivo del paziente e il paziente segue le dita mentre “tiene a mente” il ricordo traumatico. I sostenitori affermano che la tecnica permette ai pazienti di elaborare i loro traumi in modo che passino nei ricordi e smettano di invadere il presente. A Van der Kolk piace sottolineare che è arrivato alla tecnica come scettico. «È uno strano trattamento», confessa. «Chiedi alla gente di ricordare cosa è successo, muovi il dito davanti ai loro occhi e glielo fai seguire. Pazzesco!». Più di 60.000 terapeuti in tutto il mondo sono stati certificati in E.M.D.R., anche se la pratica rimane controversa, con critici e sostenitori che discutono la validità di ogni nuovo studio. Van der Kolk ripone la sua fiducia in ciò che vede nei suoi pazienti, dice. Per loro, l’E.M.D.R. è stata una manna dal cielo.

I critici più accaniti di Van der Kolk tendono ad avere la stessa idea su di lui: esagera le sue scoperte. Ci sono molte meno prove per il tapping terapeutico, il teatro o la terapia del contatto che per la terapia cognitivo-comportamentale o anche per la terapia di esposizione. E mentre gli Istituti Nazionali della Salute e il Dipartimento della Difesa hanno iniziato a studiare i benefici dello yoga e dell’E.M.D.R., gli studi di van der Kolk sono stati criticati per la mancanza di rigore e le piccole dimensioni del campione; c’erano solo 88 persone nel suo studio dell’E.M.D.R. del 2007 e 64 persone nel suo studio dello yoga del 2014. «Chiunque dirà al proprio terapista che sta andando meglio se gli piace il suo terapista», dice Patricia Resick, psicologa clinica e ricercatrice nell’uso della T.C.C. per lo stress post-traumatico alla Duke University. «Hai bisogno di un controllore indipendente». C’è uno standard sul campo, dice Resick, parlando a grandi linee della sua metodologia. «Se vuole essere preso sul serio, deve fare studi all’altezza di questo standard». (Van der Kolk fa notare che i suoi studi di E.M.D.R. e yoga avevano entrambi rispettato gli standard)

Van der Kolk è stato anche incaricato di semplificare eccessivamente le neuroscienze per sostenere il suo lavoro clinico. Gli piace dividere il cervello in regioni distinte – razionali ed emotive. Afferma che le tecniche che predilige sono in grado di accedere al cervello emozionale, dove risiede l’amigdala, mentre la T.C.C, la terapia di esposizione e la talk therapy non sono necessariamente in grado di farlo. Van der Kolk ha decine di scansioni di fMRI che mostrano che di fronte a un trauma – o nel caso del DPTS, con una memoria traumatica – la corteccia prefrontale si attenua, il centro del linguaggio si attenua e l’amigdala diventa iperattiva. Ma la stragrande maggioranza dei neurobiologi dice che i cosiddetti cervelli razionali ed emotivi sono molto più integrati di quanto il suo modello suggerisca. In realtà, i due comunicano regolarmente attraverso una moltitudine di loop tortuosi che i ricercatori hanno appena iniziato a mappare. E le scansioni che van der Kolk utilizza offrono una visione a volo d’uccello del cervello – troppo ampia per giustificare deduzioni così dettagliate. «Ha un sacco di idee interessanti e importanti, ma la connessione relativamente debole con il cervello sminuisce il suo messaggio», dice Joseph LeDoux, un neuroscienziato della New York University. «Questo accade ora in molti campi. Tutti vogliono usare il cervello per giustificare certe cose. Ma a volte ciò che il cervello fa è più importante di come lo fa».

Alcuni dei colleghi più vicini a van der Kolk hanno suggerito che le sue esagerazioni sono frutto di un progetto. Non è tanto il fatto che aborrisca le terapie convenzionali o che pensi che i suoi stessi metodi siano a prova di bomba. È solo che sta cercando di convincere le persone ad essere più aperte. Infatti, quando gli ho pressato sulla T.C.C, ha riconosciuto che potrebbe avere qualche utilità, forse per l’ansia o per il disturbo ossessivo-compulsivo. E nonostante la sua affermazione che il Prozac sia meno efficace dell’E.M.D.R. nel trattamento del DPTS, non è contrario all’utilizzo di medicinali.

Ma c’è anche un problema più grande. «Testare una tecnica terapeutica non è come condurre una sperimentazione farmacologica», dice Frank Ochberg, professore alla Michigan State University e psichiatra clinico specializzato in DPTS. «Con una sperimentazione farmacologica, tutti ricevono la stessa pillola o lo stesso placebo. Con la terapia, non è possibile separare gli strumenti dalla persona che li utilizza. Non esiste una buona tecnica sperimentale per misurare la gentilezza, la saggezza o il giudizio di un terapeuta».

Da parte sua, van der Kolk dice che gli piacerebbe fare studi su larga scala confrontando alcuni dei suoi metodi di trattamento preferiti con approcci più comunemente accettati. Ma i finanziamenti sono quasi impossibili da ottenere per qualsiasi cosa al di fuori del mainstream. Sulla scia degli attacchi terroristici dell’11 settembre, dice, è stato invitato a far parte di una manciata di gruppi di esperti. Il denaro era stato destinato agli interventi terapeutici, e le persone incaricate di ripartirlo volevano sapere quali trattamenti sostenere. Per van der Kolk è stata un’occasione d’oro. Non sappiamo davvero cosa avrebbe aiutato di più le persone, avrebbe detto ai membri del panel. Perché non aprirlo e finanziare tutto, senza avere pregiudizi? Così potremmo studiare i risultati e imparare davvero qualcosa. Invece, i panel hanno raccomandato due forme di trattamento: la psicoanalisi e la terapia cognitivo-comportamentale. «Allora ci siamo seduti e abbiamo aspettato che tutti i pazienti si presentassero per la psicoanalisi e la T.C.C e quasi nessuno l’ha fatto». Spencer Eth, che all’epoca era il direttore medico dei servizi di salute comportamentale del St. Vincent’s Hospital di Manhattan, raccolse dati sulle cure psichiatriche fornite a più di 10.000 sopravvissuti dell’11 settembre. Il servizio di gran lunga più popolare era l’agopuntura. Anche lo yoga e i massaggi erano molto richiesti. «Nessuno guarda l’agopuntura in modo accademico», dice van der Kolk. «Ma qui ci sono tutte queste persone che dicono che li ha aiutati».

Van der Kolk valuta sempre le proprie esperienze cliniche alla ricerca di indizi su ciò che funziona meglio. «Forse avrei dovuto fare l’E.M.D.R. con Eugene invece di quella struttura», ha detto non molto tempo dopo il workshop in California. «Non sono sicuro di quanto possa essere utile».

Tornato al Trauma Center di Boston, van der Kolk e i suoi colleghi stanno lavorando su quello che lui vede come il prossimo passo: ridefinire il trauma stesso. «Abbiamo la tendenza a etichettare tutto come DPTS», dice. «Ma molto di ciò che vediamo è il risultato di abusi e trascuratezza cronici a lungo termine. E questo produce una condizione diversa da quella degli incidenti traumatici acuti e una tantum». Van der Kolk e i suoi colleghi chiamano questa forma cronica di stress traumatico “disturbo da trauma dello sviluppo”; nel 2010 hanno fatto pressione senza successo per farla inserire nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali come condizione separata dal DPTS. Sperano che con più dati possano finalmente prevalere. L’accettazione formale, dice van der Kolk, è la chiave per ottenere supporto.

«C’è una sovvenzione per dare più di 8 milioni di dollari per aiutare i sopravvissuti all’attentato alla maratona di Boston[3]», ha detto van der Kolk un pomeriggio. «È una cosa da psicotici. Sì, è stato orribile, e sì, quelle persone stanno soffrendo e meritano aiuto. Ma abbiamo decine di migliaia di bambini traumatizzati ogni giorno, proprio nella stessa città – un paio di milioni in tutto il Paese – e nessuno si offre di aiutarli». Gli ho chiesto perché pensava che fosse così. Mi ha parlato di Pierre Janet, uno psichiatra dell’ospedale di Salpêtrière, nella Parigi del XIX secolo. Janet pubblicò il primo libro su quella che allora si chiamava isteria, ma che oggi chiamiamo DPTS. Anche lui si è trovato coinvolto in una disputa con i suoi coetanei. Anche lui fu costretto a lasciare il suo laboratorio.

«C’è questo ciclo del sapere e dell’oblio», mi disse van der Kolk. «Scopriamo il trauma. E poi, quando vediamo quanto è orribile e scomodo, accettiamo il concetto e lo stacchiamo dai creatori». Janet studiò la prima e la seconda guerra mondiale, e spiegò come i militari sia in Europa che negli Stati Uniti stigmatizzassero lo shock da bombardamento e la stanchezza da combattimento per paura di minare lo sforzo bellico. Si tratta di amnesia intenzionale, afferma van der Kolk, e ha avuto molti esempi più recenti. Solo pochi anni fa, intervistò un gruppo di bambini in affidamento in un’udienza del Senato degli Stati Uniti sulle condizioni dell’affido. «Dopo, mi siedo con i bambini e un giudice ci passa davanti mentre esce dai suoi uffici: ‘State andando tutti alla grande! Guardate come siete tutti fantastici!’ E io dico: ‘Beh, no, perché non chiedi a loro come stanno?’ Erano bambini che avevano subito notevoli abusi e negligenze. Un paio di loro avevano tendenze suicide, problemi di abuso di sostanze. Una di loro si tagliava. Ma il giudice non voleva sentirne parlare più di quanto non vogliamo sentire noi cosa succede realmente ai soldati quando sono in guerra».

Prima di arruolarsi nell’esercito, Eugene si è laureato in storia dell’arte all’Università americana di Parigi. Ora è un mercante d’arte antica. Vive nel Queens con la moglie e la figlia di tre anni, ma spesso va a Manhattan per incontrare clienti e visitare gallerie. L’ho incontrato per un caffè nell’Upper East Side un paio di mesi dopo il workshop di van der Kolk. Volevo sapere come si sentiva a proposito dell’esercizio, ora che era passato un po’ di tempo. Pensava che avesse un qualche impatto sul suo DPTS?

Ciò che lo ha incuriosito di più, ha detto, è quanto abbia funzionato bene in quel momento. Qualunque sia l’incantesimo che van der Kolk ha usato, il giorno dopo, Eugene era passato a vedermi, una completa estranea, come l’oggetto della sua colpa. «Ero terrorizzato da te», mi disse. Solo il giorno seguente, quando van der Kolk mi ha fatto perdonarlo una seconda volta, l’incantesimo si è finalmente spezzato e ha potuto affrontarmi come un altra partecipante al workshop. «Mi ha ricordato il film ‘The Master’, con Philip Seymour Hoffman», ha detto. «Quando Amy Adams chiede a Joaquin Phoenix: ‘Di che colore sono i miei occhi?’ e lui risponde: ‘Verde’, e lei risponde: ‘Falli diventare blu’, e li vedi cambiare colore. Mi ha davvero ricordato questo.»

Almeno per un po’, disse, si sentì meglio. Ricordava di aver guidato lungo la costa del Pacifico con sua moglie il giorno della fine del workshop e di aver notato quanto fosse strano non sentirsi stressati. Per settimane è stato in grado di guidare e di usare la metropolitana senza problemi. «Sembrava che in qualche modo avesse riparato la mia percezione», ha detto. «Mi sentivo sempre paranoico – come se mi spaventasse andare dal mio medico perché c’erano guardie di sicurezza nella sala d’attesa – e per un po’ questa sensazione è scomparsa».

Ma alcuni di questi effetti stavano cominciando a svanire. Aveva di nuovo mal di testa e problemi di memoria, e cercava di capire cosa avesse scatenato la ricaduta. Pensava che avesse a che fare con un dipinto che aveva visto. All’inizio della settimana ha partecipato a una fiera d’arte asiatica e un mercante arabo vendeva alcuni dipinti contemporanei; la maggior parte erano di soldati, ma uno era di una donna. Mi assomigliava, diceva. Si ricordava di averla fissata e di essersi congelato. Il giorno dopo, a casa di un cliente, ha smarrito la sua valigetta. «Era come se l’avessi buttata dalla finestra», disse. Ha passato 20 minuti frenetici e imbarazzanti a perquisire la casa in un bagno di sudore, prima di trovarla, proprio dove l’aveva lasciata, vicino a una porta finestra.

Eppure, si sentiva fiducioso. Van der Kolk aveva suggerito altri possibili approcci alla fine del workshop. Aveva intenzione di provare il prossimo, l’E.M.D.R.

Gli ho chiesto come si sentiva seduto di fronte a me. Ha detto che doveva andare in bagno e che il suo viso sembrava intorpidito intorno a un occhio. Da quando ha fatto l’esercizio, la zona intorno all’occhio destro – quello che mi aveva strizzato – si intorpidisce ogni volta che si innervosisce. Diceva di non sapere esattamente il perché, ma era sicuro che avesse qualcosa a che fare con l’esercizio stesso. «Ho letto tutto quello su cui riuscivo a mettere le mani», disse «Sicuramente ha aiutato più di ogni altra cosa che ho provato finora. Ma ancora non ho idea di cosa mi abbia fatto…».

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[1] La peer review, in italiano “revisione alla pari”, è una procedura di selezione di articoli, proposti da membri della comunità scientifica, eseguita da specialisti nell’ambito in questione (i cosiddetti referee) che ne valuteranno il contenuto e stabiliranno se il lavoro a loro sottoposto è idoneo per la pubblicazione. Cosa significa “idoneo”? L’esperimento descritto deve seguire correttamente il metodo scientifico e vi deve essere coerenza tra premesse, svolgimento e risultato finale.
[2] In Italiano: Il corpo accusa il colpo, in vendita su https://www.amazon.it/s?k=van+der+kolk+il+corpo&__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&ref=nb_sb_noss
[3] L’attentato alla maratona di Boston è stato un attentato a scopo terroristico compiutosi il 15 aprile 2013 e verificatosi durante la maratona annuale di Boston, nel quale 3 persone sono rimaste uccise e oltre 200 ferite.

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