La testimonianza di Annalisa: “La guarigione non è uno smart-box ‘2 giorni/3 notti in una capitale europea’”

Cara Claudileia, 


E’ da tempo che volevo scriverti questa lettera, ne approfitto in un momento di pausa del blog, sperando col cuore che la mia mail non si perda tra le centinaia che probabilmente riceverai ogni giorno, scritte da persone che forse hanno subìto un trauma peggiore del mio. Prima di venire al dunque però, vorrei dirti che leggendo i tuoi articoli, le tue traduzioni, i commenti di altri utenti sul blog (raramente son intervenuta in prima persona), ho pianto. Pianto tanto quanto ho pianto al fianco del mio ex abusante. Ho pianto per la generosità immensa con cui hai costruito quello spazio, pianto per la gratitudine di aver trovato una “mamma” in te, tante madri anzi, vittime anche loro e vicine al mio sentire e al mio dolore. Quando si incontrano per caso, digitando all’impazzata su google parole per comprendere e per sopravvivere, persone come te, guardi il Cielo e pensi che Dio, sì, esiste. E nonostante io fermamente creda nel libero arbitrio dato all’uomo, in qualche modo il suo aiuto ci arriva tramite della gente veramente buona e speciale. Grazie per tutto.

Io sono una danzatrice professionista (o meglio, sto provando a ridiventarlo dopo aver visto la mia vita totalmente distrutta dopo l’abbandono del mio ex, 15 mesi fa): vorrei costruirci un balletto intero, sulla gratitudine e la riconoscenza che certi aiuti mi hanno dato. Forse quando mi sarò ripresa, se ce la dovessi fare, lo realizzerò un giorno e chissà, forse mi vedrai danzare. Ti scriverò, te lo farò sapere, non mi dimenticherò mai delle giornate passate a leggere e rileggere, durante ogni crisi di astinenza, i tuoi articoli. Ma stasera non sono qui per parlarti della mia storia nello specifico, per sapere se il mio ex fosse narcisista, sono qui per condividere con te (e se vorrai anche sulla pagina) il dolore incredibile causato nella fase di recupero, dagli errori, dalla superficialità, dall’ignoranza delle persone, in larga misura anche esperti del settore. Persone con le quali in questi mesi mi sono barcamenata, spendendo centinaia di euro, provando approcci differenti, sentendomene dire infine di ogni colore.

Ho impiegato tempo a trovare il coraggio di scriverti in privato, temendo mi succedesse nuovamente quello che mi è successo tante volte con terapeuti, counselors, anche ex vittime purtroppo: incontrare l’altra faccia. ​Persone che nei video online si rendono gradevoli, gentili, affabili, esperte, comprensive, altruiste… Ma che a volte, contattate in privato, si rivelano approssimative, sgarbate, giudicanti, oltre che spesso, terribilmente costose. Persone che usano Youtube come piattaforma per promuovere le loro sessioni private, e mi fa orrore che curarsi dall’abuso narcisistico possa essere un lusso esclusivo per chi ha la tasca piena. Persone che spesso hanno 300 commenti al di sotto del video, dopo appena una settimana dalla pubblicazione, ma non rispondono a nessuna domanda che viene posta, perché non hanno tempo di farlo gratis. In parte lo capisco, in parte non riesco ad accettarlo, forse perché faccio un lavoro in cui per 8 ore di sbattimenti fisici, e spesso in nero, magari mi restano 500, 600 euro al mese; forse perché son innamorata del mio lavoro, forse perché per me in Italia ci sono categorie professionali intere che vivono sulle spalle di chi non può permettersi di curarsi. In questi 15 mesi di no contact, mi sveglio ancora ogni giorno pensando al mio ex, ho ricadute via via meno frequenti, ma spesso ricado nella dissonanza cognitiva, nella “nuvola rosa”, nella crisi di astinenza. Sono stata martoriata verbalmente per questo, lo sono stata in famiglia, lo sono stata con amici che non ci son passati, lo sono stata anche da professionisti (cambiavo, cercavo un altro esperto, nella speranza di non sentirmi aggredita). Risultati:


“Non è un problema di dissonanza, dopo un anno e più non è possibile. Lui non c’è più, non ti cerca, quindi il problema è solo tuo. Non ti può manipolare a distanza, è tutto nella tua testa”

“Non ti impegni abbastanza: stai bene se vai a farti una vacanza e se ti tieni impegnata, ma tu devi stare bene stando sola e nei momenti difficili non ce la fai, devi fare di più, o non farai mai progressi.”

“Ci sono persone che hanno perso un figlio, che hanno un cancro, che hanno subìto uno stupro. Queste persone ce la hanno fatta, non ti sembra di esagerare?”

“Non sei riuscita a portarlo dal terapeuta, quindi non puoi sapere se fosse narcisista, si possono fare solo ipotesi, sicuramente hai un problema grave anche tu e devi lavorarci. Nei problemi di coppia la responsabilità è sempre di entrambi.”

“Lui ha sofferto almeno quanto te, le sue crisi di rabbia non erano normali, ho assistito in prima persona, era un uomo profondamente addolorato per il vostro rapporto contrastato.”

E potrei continuare all’infinito, scriverci un libro: mi riservo anche di farlo, forse sarebbe utile! Sono stata buttata sul letto e sul divano di casa non so quante ore, in piena depressione, senza dormire e senza mangiare, riprendendo a lavorare (e io faccio un lavoro precario di suo) dopo 9 mesi. Avevo smesso di prendere aerei per spostarmi e lavorare, perché avevo attacchi di ansia e panico, continuamente. Ho fatto una cura di antidepressivi che mi ha dato un effetto paradosso ed ha incrementato i pensieri suicidari. Se mi dovessi chiedere perché sono ancora viva, non ti so rispondere. Forse perché mi son illusa, studiando tanto, leggendo praticamente tutti i libri su questo argomento, che bastassero 21 giorni, poi 3 mesi, poi 9 mesi, poi un anno. Non è vero niente: se è vero, son cose estremamente soggettive. Forse ci vuole così poco per persone che hanno una vita in ordine, ma nel mondo di oggi, quante sono queste persone? Io avevo problemi di salute, di lavoro, in famiglia. Sia mia madre che mio padre hanno tratti manipolatori: non vengo da una storia di abusi ben visibili e distinti, ho avuto una infanzia molto più serena di altre, ma ero una bambina iperefficiente e plusdotata. La mia vita è stata pesante, piena di richieste e pretese, non ho mai soddisfatto pienamente nessuno, neanche quando eccellevo in tutto. Io ero così, quindi era normale e si dava per scontato. Oggi il mio perfezionismo delirante mi debilita molto, ma nell’arte è qualcosa che in parte hai già ed in parte peggiora per la disciplina ferrea che devi praticare. Vorrei rinascere frivola, e non sentirmi una vecchia disillusa a soli 30 anni. E volevo inondare di amore la persona che avevo accanto, come inondo il palcoscenico: ho fallito, non ci son riuscita, come tante altre donne (e uomini) non ho avuto neppure diritto ad una chiusura decente dopo anni di relazione intermittente, ma incredibilmente intensa. 


Vorrei dire alle persone di non credere a chi indora la pillola e presenta pacchetti di soluzioni pre-confezionati. La guarigione non è uno smart-box “2 giorni/3 notti in una capitale europea”, non è un pacchetto vacanza all-inclusive, non è neanche una certezza. Bisogna non solo applicarsi, avere una pazienza INFINITA, avere FORTUNA di trovare le persone giuste durante il percorso: bisogna faticare e combattere direi più che ogni santo giorno, ogni santa ora. Vorrei anche dire che non bisogna credere a chi propone tempi predefiniti, a chi dice che il no contact risolve tutto: ho applicato il no contact in maniera esemplare praticamente da principio dopo esser stata scartata. Eppure, questo non ha fatto magicamente sparire la mia ossessione: ci penso ogni giorno, più volte al giorno. L’unico motivo per cui non mi son mai vendicata, neanche alla lontana, è che lo amavo più di me stessa. E desideravo che fosse felice, con o senza di me. Ho rispettato la tortura che mi ha assestato, per settimane, poi mesi, di silenzio criptico, infine ormai più di un anno. Ho sopportato e sopporto le persone che, nei rari momenti in cui ancora cito quest’uomo,  mi dicono “Lui si sta facendo la sua vita, sta andando avanti, tu no, ancora ne parli?!” e mi trattano da stupida. Così come ho sopportato quelli che, quando ho deciso di aprire un mio blog personale in cui racconto le mie esperienze in modo ovviamente anonimo, mi hanno detto: “Sei ossessionata! Stai ancora a pensare a questi narcisisti”.

Ho sopportato quelli che, dopo essere riuscita a pesare nuovamente 40 kg (no, non sto scherzando), essere riuscita a conciarmi decentemente, curarmi i capelli, truccarmi, vestirmi per sentirmi bella, mi hanno fatto loro la diagnosi, con la laurea in psicologia: “Bè dai, da come ti curi e per il fatto che fai la ballerina è ovvio che sia narcisista anche tu, alla fine”. Che importa se dopo 6 mesi in cui non riuscivo a uscire di casa nella mia città, mi son trasferita a 200 km di distanza, cercando di riprendere a vivere? Che importa se ancora non riesco ad uscire quando torno da me, perché temo di incontrarlo? Che importa se, quando ho scoperto che la nuova lei è praticamente un mio clone dal punto di vista fisico ma soprattutto per ciò che concerne gli interessi, gli hobby, i valori morali, mi sia sentita dire persino “Tu vedi cose che non esistono! Non ti deve interessare se la porta negli stessi posti dove è stato con te e dove lo hai portato tu, magari ci son capitati per caso”. Tutto in questa società, giustifica, avvalla, questi esseri ed i loro comportamenti. Io sto sopravvivendo col conato di vomito. Ogni giorno. Ho conosciuto altri soggetti simili e li ho allontanati subito, son felicissima di avere imparato la lezione, ma non basta. Non si può stare bene solo con questo, con là fuori decine di persone che ti giudicano e ti ri-traumatizzano. Persone che dicono “Non puoi impedirmi di dirti quello che penso sulla tua relazione! Non è che sei tu che manipolavi, dato che non vuoi sentirti dire la verità?” Io devo vivere accettando punti di vista altrui, sennò sono talebana, io, che ho impiegato anni per comprendere io stessa che ero vittima di abuso. Io devo CONVINCERE gli altri del perché son stata e stia ancora, tremendamente, male. E quando dici con tristezza che sai che al 90% nella vita resterai sola, perché non ti racconti più certe fandonie sull’amore, perché hai messo paletti e via dicendo, eccole là le persone che ti dicono “Non è obbligatorio stare in coppia, tu hai uno stigma sociale, puoi essere felice anche senza un compagno e dei figli”. Tutti hanno da dirti cosa ti renderà felice, come devi vivere, persino quali devono essere i tuoi sogni. Tu non esisti. Mettiamolo in conto che l’inizio della guarigione è anche il principio di ulteriori guai, e che la consapevolezza si paga a carissimo prezzo! Diciamolo a gran voce che le persone non ti saranno poi così amiche come ti potevi aspettare. E’ molto più difficile di quanto vi raccontano: non bisogna spaventarsi, ma si deve essere attrezzati per evitare di subire ulteriori danni. La vita dopo questo trauma cambia per sempre, non si torna come prima, non è la fine di una relazione normale e non è neppure vero che per guarire bisogna per forza perdonare il carnefice. Siamo animali oltre che esseri umani, e neanche le amebe se prendono una scarica elettrica, rimangono lì a farsi uccidere, a farsi ferire! Si deve capire ciò che ci fa male e allontanarci. Io non auguro niente di buono al mio ex narcisista, non ci riesco perché il dubbio, i dubbi anzi, mi hanno divorata dentro e non so se fra 10 anni sarò diversa, se cambierò idea. 

A quelli che dicono che tutte le vittime sono patologiche, direi di fare ancora tanta terapia per sé stesse. Le vere vittime sono persone straordinarie, dotate di un cuore invidiabile, da trapiantare dentro quegli esseri immondi, sperando che ne attechisca un pezzo che non sia fatto di pietra. Io ero una persona diversa quando ho conosciuto il mio ex narcisista, ero piena di energia, mi piacevo, sapevo di piacere, viaggiavo, amavo la vita: se ti trovano bella resistente meglio ancora, ti abbattono come ha fatto l’ISIS con i resti maestosi e perfettamente mantenuti, di antiche civiltà. Sei una sfida, anziché la solita povera sofferente da soccorrere ed illudere con due moine. Spero che nei prossimi anni qualcuno faccia, come spero di riuscire a fare io, tanta divulgazione. TUTTI possono rimanere vittima di narcisismo. E se ci rimangono, nessuno ha diritto di farli sentire ancora più che all’inferno. Il narcisismo però lascia un grande dono: rivalutare il proprio sesto senso. Quando sentite che qualcosa non va su una pagina (soprattutto su questo argomento), con un terapeuta, fidatevi di voi stessi. Chi attacca, chi giudica, chi millanta facilismi, chi sminuisce, chi non sa confrontarsi nonostante si reputi vittima, non fa per voi e per la vostra guarigione. 


Torno da te Claudileia per salutarti e ringraziarti di questa lettura. Il mio blog è ancora in erba e sto soffrendo molto, essendo un lavoro molto autobiografico, nel costruirlo. Più in là magari mi sentirò di inviarti qualcosa, anche a fruizione degli utenti. Sto scrivendo la sceneggiatura e rinvenendo i fondi per uno spettacolo che parli davvero di narcisismo e di violenza psicologica, non so quanti anni ci metterò, ma lo devo a me stessa. Ti auguro di ricevere le onorificenze che meriti per il lavoro continuo che svolgi, anche se in Italia siamo arretratissimi sul campo, io confido che divenendo sempre di più a parlarne e ribellarci, le cose possano cambiare.

Anche se non ti conosco di persona, ti voglio bene: meriti ogni bene per ogni giorno futuro della tua vita.
Grazie.

Annalisa

68 pensieri su “La testimonianza di Annalisa: “La guarigione non è uno smart-box ‘2 giorni/3 notti in una capitale europea’”

    1. Cara Stella, ho chiesto ad Annalisa di farci sapere quando il suo blog sarà operativo. Scrivi benissimo e sa cosa si prova, come leggiamo in questa toccante lettera. Sarò la prima a pubblicizzarlo qui, credo che vada sostenuta e seguita da tutti noi. È ragazza una sensibile, empatica e piena di talenti. Abbraccio grande a te!

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  1. Buongiorno a tutti,
    non scrivo da parecchio ma oggi ho deciso di farlo per dirti Annalisa che ti sono vicina, più di quanto credi. Per dirti che “Annalisa” lo sono anch’io. Per dirti che su questa strada così dura ci sono anch’io, l’ho imboccata circa 3 anni fa: troppo tempo? chi può dirlo! Ma soprattutto chi se ne importa! Ho smesso di vergognarmi per questo.
    Per dirti che conosco quel dolore sordo. Conosco la paura, la vergogna e l’impotenza.
    Per dirti che seguirò il tuo blog quando ci sarà e il tuo spettacolo quando ballerai ancora.
    Per dirti che, anche se un po’ ammaccate, il mondo ha bisogno di anime come la tua.
    Un abbraccio, Mirò

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  2. Cara Annalisa,
    innanzitutto desidero complimentarmi con te per lo stile e la correttezza della tua scrittura, ho letto la tua lettera tutta d’un fiato e mi sono riconosciuta in tante delle cose che hai raccontato, in particolare sulla poca comprensione di chi si ha intorno. Avevo e ho un’amica molto cara che a un certo punto mi ha detto: “Ale, dai, ormai lo conosci, perchè continui a perdere tempo con uno così, stai diventando ridicola”. Ero nel pieno di una delle tante crisi di astinenza e le parole che avrei voluto sentirmi dire, da un’amica di lunga data poi, non erano certo queste… così ho iniziato a non parlarne più, nè con lei, nè con altri perchè capivo che l’argomento risultava noioso e pesante, oltre che incompreso. Ovviamente la colpa era mia che non riuscivo a mandarlo a quel paese e ad allontanarmi definitivamente da lui. Mi sono quindi via via chiusa in me stessa e il blog di Claudilela, a cui sono anch’io molto grata, è stato uno dei primi che mi ha davvero aiutata ad affrontare il grande dolore che stavo vivendo in solitudine e a capire che avevo a che fare con un soggetto malato.
    Non lo sento e non lo vedo ormai da parecchi mesi, ma mi capita ancora troppo spesso di guardare se è online oppure no (per fortuna non è nè su Fb nè su altri social). Sto molto meglio di un anno fa, quando mi ero ridotta male anch’io, ma non ne sono ancora fuori del tutto. Hai ragione nel dire che un’esperienza come questa ti cambia nel profondo, ti fa perdere la fiducia negli uomini e ti fa credere che non troverai un compagno, ma ti aiuta anche via via a migliorare la tua autostima, a contare su di te, le tue capacità e le tue forze. Quando ho cominciato a stare meglio mi sono buttata a capofitto nel mondo green (le piante sono una delle mie passioni) e sono riuscita ad aprire una piccola attività che affianco al mio lavoro principale. So che posso farcela, come puoi farcela anche tu, perchè sicuramente non inciamperemo più in certi esseri, li riconosceremo subito e questo ci consentirà di mantenere la libertà che con tanta fatica abbiamo conquistato.
    Ti abbraccio e ti auguro il meglio,
    Alessandra

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  3. Questo articolo mi ha toccato il cuore. Ti voglio ringraziare per questa testimonianza. Mi sento dire le stesse cose dopo due anni di no-contact. Ormai cerco di non parlarne faccio fatica a spiegare come mi sento. Posso solo dire

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  4. Questo articolo mi ha toccato il cuore. Ti voglio ringraziare per questa testimonianza. Mi sento dire le stesse cose dopo due anni di no-contact. Ormai cerco di non parlarne, faccio fatica a spiegare come mi sento. Posso solo dire che purtroppo il pensiero e fisso. Spero di poter vedere presto il tuo spettacolo

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  5. Vi ringrazio per aver trovato la pazienza di leggere il mio fiume di parole e grazie di nuovo a Claudileia per aver pubblicato questa lettera. Il fatto che vi sia arrivato mi commuove, fa sentire che il mio dolore ha avuto un senso. Sono arrivata al traguardo dei 18 mesi e la strada è ancora lunga… Volerla abbreviare è come voler correre una maratona con delle tartarughine. Ecco: noi in questo caso siamo le tartarughine.
    L’inizio di una relazione tossica è sempre un giocattolo meraviglioso che tutte noi abbiamo sognato di avere, che forse non abbiamo mai avuto. Quando capiamo che non era un bel giocattolo ma una granata colorata pronta a esplodere, quando ce ne liberiamo, non possiamo pretendere di non sentire esplosioni, di rimanere illese e che qualcun altro la disinneschi al posto nostro.
    Non cedete, non interrompete il No contact. Vi assicuro che è già dura applicandolo..! Ho impiegato molti mesi e molta rabbia prima di accettare che per un lungo periodo (presumibilmente anni) dovrò evitare certi posti, certe persone. Non ho altre soluzioni. Non ce ne sono, credo. Tirate avanti però, tirate avanti! perché a questo mondo c’è troppa sofferenza per buttar la propria empatia in un pozzo senza fondo. Noi abbiamo scelto di vivere con responsabilità… Non buttiamola via, onoriamola, a differenza loro!
    Un abbraccio a tutte/i 💗
    Annalisa

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    1. Cara Annalisa ;
      Ho letto la tua lettera con attenzione.
      Hai proprio ragione non esistono Smart box nè cure magiche stile vanna marchi .
      Esiste solo un lunghissimo percorso, la cui durata cambia in base ad una serie di variabili , ben poco prevedibili e molto personali.
      Mi sono personalmente ritrovato in moltissime delle cose che hai scritto.
      Ho sofferto di depressione pesantissima, di ossessione, di ansia, di attacchi di panico costanti , quando viaggiavo , e non …
      Per quanto mi riguarda sono passati 38 mesi, da quando ho chiuso la relazione.
      Una relazione durata una vita, oltre 8 anni, con una narci da manuale !
      I primi 3 mesi sono stati infernali, i primi 12 durissimi .
      Dai 12 ai 24 forti alti e bassi. Dai 24 ai 36 sempre alti e bassi ma sempre meglio.
      Mi sembra di essere un grafico di borsa :
      A volte crollo, per poi piano piano tornarne più su rispetto al livello pre crollo!
      Ho imparato a respingere il pensiero ossessivo della mia ex . Se una volta questo pensiero era invasivo e divorante, ora riesco a controllarlo molto bene. A volte ritorna ma emotivamente impatta sempre meno !
      Ho cambiato la mia vita in tutto!
      Ho alzato la mia autostima tantissimo.
      Sono migliorato nel lavoro.
      Sono migliorato nell’attività sportiva.
      Sono migliorato socialmente ed ho fatto tantissime amicizie nuove e preziose.
      Ho provato ad uscire con le ragazze più diverse , senza distinzioni e senza pregiudizi, proprio per rifarmi a modelli radicalmente diversi a quelli della narci .
      Sono quindi migliorato anche con le donne , anche se non quanto vorrei …
      Sono sicuro che questo può avvenire anche per te e per tutte le altre persone di questo blog .
      La sofferenza che abbiamo provato , la sappiamo solo noi. Gli altri non la capiranno mai.
      Non prendertela se non ti capiscono.
      Non hanno gli strumenti per capire …
      Gli esseri umani non capiscono ciò che non provano… questa esperienza non è un mal di testa , e per questa ragione la maggiore parte non può e non potrà mai comprenderla
      In questo blog, tutti ti capiscono benissimo.
      Tutti , hanno fatto un bel giretto all’inferno…
      Infine , vorrei dirti che sto lavorando duramente sull’ansia, che reputo il mio peggiore nemico..
      Post relazione malata, l’ansia è schizzata Alle stelle …. delle volte é incontrollabile …
      Vorrei capire se é una mia singolarità , oppure se colpisce anche altre vittime/ex vittime …
      Mi piacerebbe tanto leggere un’articolo sull’ansia dovuta a relazioni con narcisisti maligni, e a modalità per imparare a gestirla .
      Io consiglio la psicoterapia continuata, con professioniste serie ,e la meditazione.
      Ma mi piacerebbe apprendere altre modalità di gestione dell’ansia , e continuare così a migliorarmi.
      Annalisa , Ti mando un grande abbraccio, ed un’enorme imbocca al lupo, per una ripresa quanto più forte e quanto piu rapida !

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  6. Grazie Annalisa per questa tua bellissima condivisione, mi é sembrato di rileggermi tanti anni fa, quando pensavo che il mio era amore, quando ero convinta che ero io quella nel giusto, io l’empatica, io la responsabile, io la brava bambina sempre perfetta e puntuale… Tutto quello Annalisa non é mai stato amore, ma codipendenza. Codipendenza. Amore non é bisogno dell’altro, amore non é soffrire, non é lasciare che l’altro si o ci faccia del male, non é angoscia, né attacchi di panico. Finché non si trova il coraggio piú grande, quello di prendere in mano il proprio dolore, le proprie imperfezioni, di guardare in faccia la Veritá e cioé che eravamo dentro un vero e proprio delirio ossessivo che niente ha a che vedere con l’amore… fino ad allora ci daranno fastidio tutte quelle persone che in realtá ci vogliono bene veramente e che cercano di darci una mano perché vedono dove noi non vediamo, perché loro, al posto nostro, non avrebbero mai permesso a qualcuno di manipolarle o, a loro stesse, di togliere la libertá a qualcuno. C’é uno schifo profondo dentro di noi, fa malissimo ammazzare quella maledetta parte codipendente. Ma é l’unico modo per imparare ad amare veramente e risorgere come una stupenda, leggera fenice forte, vigorosa, libera. Coraggio a tutte, siamo in cammino, un caro abbraccio!

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  7. Sono passati tre anni e niente passa. Ti distruggono come uno schiacciasassi, non sarai mai più la stessa di prima. Se sono viva è per puro caso, non ci ho messo nessuna volontà, se non quella di volere fortemente il bene di mio figlio, ma trascurando completamente il mio corpo e le mie esigenze. Inizialmente anch’io scrivevo ma poi, quando sono arrivata a dover scrivere il dolore non ci sono più riuscita. Ho subito abusi che non riesco nemmeno a raccontare ad un foglio. Credo però che sia sbagliato etichettare quelle persone e mostruosizzarle. Credo che sia più utile informare le donne sul loro modo di sedurre, manipolare, distruggere. Non sono tutti uguali, come noi non siamo tutte uguali. Le modalità cambiano, profondamente. Ho avuto più di un’esperienza in questo senso e l’etichetta di “narcisisti” non mi piace, è troppo riduttiva. Sono perversi, disturbati, sociopatici, pericolosi, vuoti, emotivamente deficienti. Sono analfabeti sentimentali, squali travestiti da esseri umani. E’ vero che, a distanza di tempo, si diventa consapevoli di una forza che non pensavamo di avere. Ma coltivare di nuovo la leggerezza e la gioia, un tempo spontanee, adesso diventa un’impresa ardua. Anche giocare mi è difficile e devo farlo con concezione di causa. Non perdono nessuno, ma non voglio vendetta. Semplicemente queste persone e tutti i loro simili, devono stare molto, molto lontano da me.
    Grazie Annalisa per ciò che hai scritto, siamo sole, ma non siamo sole, siamo in tante, Claudileia ci sta dando una mano a trovarci. Ti stringo.

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    1. Grazie a te Mina. Il cammino è lungo e solitario ma hai ragione, siamo tante. E spero che saremo sempre di più, che un giorno saremo sostenute dalla legge.
      “Narcisista” sì, è una riduzione di ciò che sono. Quando capisci cosa sono, ti fanno anche un misto fra pena e tenerezza. Nella mia vita relazionale ho incontrato
      non solo narcisisti, ma dissociati, persone fortemente disturbate, manipolatori vari. 9 casi su 10 senza diagnosi perché non ne avevano mai chiesto una, e chi cercava di “curarsi” in realtà confondeva pure il terapeuta stesso. Io i mostri li ho visti tante volte… nella loro risata sadica davanti alla tua sofferenza, nel loro sguardo di ghiaccio, nell’indifferenza più totale alla centesima spiegazione che fornivi loro. Ho visto mostri, esseri umani deformati da un buco interiore insanabile. Non hanno spazio per l’amore. Nessuno ne ha scavato uno per loro a suo tempo, nel loro cuore, non lo so… L’unica cosa che so per certo è che io ho fatto tutto il possibile, poi ho perso tutto: me, lui, l’amore; so che lui come altri, sono esseri “inamabili”. Sono condannati a non credere nell’amore e a non saper praticare l’amore. Questa è l’unica motivazione che deve farci desistere, rinascere e farci sentire persone fortunate.

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  8. bentornati tutti spero abbiate trascorso un estate fantastica nonostate il covid. un abbraccio a tutti, in particolare a te Claudileia, ti leggo sempre carissima bentrovati a voi tutti

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  9. Ti ringrazio per il commento Lauren, io in realtà credo però di aver espresso un parere molto diverso… Per quanto mi riguarda (ma di persone come me ne ho conosciute tantissime) io non ho subìto nessun “delirio ossessivo” nei confronti del mio ex. In una relazione ad intermittenza di 4 anni, quando voleva andare, lui semplicemente era libero di andare. Non lo ho pedinato, stalkerizzato, né costretto mai a rimanere con me. Entrava, usciva sbattendo la porta ed aveva semplicemente le chiavi per rientrare nella mia esistenza come se fosse casa sua. Per 2 anni interi ho opposto una resistenza molto forte a tutto questo. Non sono nata codipendente e rifiuto con fermezza questa etichetta. Ci sono tantissime persone che stavano bene con loro stesse quando hanno incontrato il loro narcisista, non sono d’accordo a colpevolizzare ulteriormente le vittime criticando il loro sentimento… Ognuna sa di sé. Personalmente sono assolutamente certa di averlo amato. Io lo ho sempre lasciato andare, non lo ho mai controllato, non ho mai fatto scenate di gelosia. Quando ho scoperto che frequentava un’altra (parallelamente punzecchiava me perché mi rivoleva nella sua vita) ho cercato di capire cosa volesse realmente e quando mi son resa conto del fatto che preferiva l’altra situazione, ho detto “ok”.
    Ripeto: non tutte le vittime di narcisismo sono patologiche, non facciamo passare questo messaggio. Dentro di me l’unico schifo che avevo è quello che mi ha lasciato lui addosso. Ma è servito. E aggiungo: beata te se hai avuto sempre vicine persone che ti hanno capita e sostenuta, che hanno detto cose belle e giuste che tu non capivi per via di una tua “resistenza”. Le persone che mi volevano bene davvero, quando non capivano, ascoltavano, mi abbracciavano o semplicemente stavano lì con pazienza ed impotenti. Non mi hanno giudicata.
    Io credo che chiunque sia manipolabile da un narcisista. Chiunque sia empatico, chiunque sappia amare. Non sono d’accordo con chi pensa che i codipendenti non sappiano amare, ci sono molti dibattiti in merito e la maggior parte mi sembra che puntino sempre a rendere ancora più colpevoli le vittime…
    Pensare che altri individui non siano manipolabili significa credere nella magia… Il danno fatto da questo trauma risiede proprio nella possibilità di coinvolgere tutti. Basta avere buone conoscenze o amicizie per sapere che oggi ci son manipolatori ovunque: sul lavoro, in famiglia (parenti, genitori!!) e nelle amicizie. Sicura che le altre persone non lo avrebbero mai permesso…? Questo trauma insegna a fidarti solo di te stessa e del tuo intuito. Stop. Il resto sta fuori, per resto intendo tutto e tutti… Ed io, che ho un padre ed un fratello con forti tratti narcisistici, posso dirti “guai se non fosse così”, sarei totalmente in balia delle parole degli altri. Nel giro di pochi mesi ho fatto una pulizia spaventosa fra i miei contatti: non lo ho fatto perché facevo orecchie da mercante. Lo ho fatto perché non potevano capire, perché erano superficiali, perché mi sono resa conto che mi manipolavano/usavano pure loro. Ora la mia vita è più trasparente. Sono più sola, ma chi mi è rimasto vicino ha un cuore di colore simile al mio.
    Non so che percorso tu abbia fatto e stia facendo ma ho navigato in brutte acque anche online, ti dico quindi “attenzione, molte persone stanno facendo un business dell’abuso narcisistico”. E queste persone non vogliono la tua guarigione. Vogliono che tu continui a sentirti sbagliata e colpevole di qualcosa. Non lo sei.

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    1. “Ognuna sa di sé. Personalmente sono assolutamente certa di averlo amato. Io lo ho sempre lasciato andare…”
      Potrei dirlo anch’io…

      Io ho un’idea tutt’altro che romantica dell’amore. Non sono ossessiva e non sono una dipendente affettiva. Non credo nel principe azzurro. Non cerco qualcuno da salvare…

      Certo il mio amore era immaturo perché lo ero io sotto molti aspetti, lo sono tutt’ora, ma la saggezza è per tutti un fantastico ideale a cui ispirarsi. Non la possiede nessuno se non l’asceta…

      Sono rimasta su questo blog proprio perché lascia capire a tutti che “sarebbe potuto succedere a chiunque”… che abbiamo ferite identiche a quelle di altri, ferite che abbiamo scoperto nel peggiore dei modi possibili, ma che avremmo potuto conoscere e curare in infiniti modi diversi…

      Quel “esci e trovati qualcuno”, dopo 16 mesi dalla fuga, per fortuna comincia a pesarmi di meno…

      Leggerò il tuo blog e verrò al tuo spettacolo, ovunque sarà la prima…

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  10. Cara Annalisa….ti faccio i miei complimenti per la tua battaglia che vincerai sicuramente…io ho impiegato 40 anni per liberarmi dei preconcetti che mi hanno instillato i miei genitori e gli ultimi anni sono stati un calvario….mi ha aiutato molto la presa di coscienza del problema e di volerlo smantellare come si smantella un muro…pezzo per pezzo….ho trovato supporto su una terapista e su mia moglie e i miei figli e un cane ….un salutone a te e vedrai che ce la farai sicuramente….un abbraccio forte forte…..Ermes

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      1. Cara Annalisa, grazie per la tua testimonianza, mi sono permesso di portare anche la mia più sotto, collegandomi al tuo discorso sul percorso lungo e difficile che serve per venirne fuori.
        Dalla tua bella lettera traspare che hai tutte le capacità e le risorse per ” guarire” ( Mi sembra di capire che sei sulla buona strada). Un forte abbraccio.

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  11. Annalisa, vorrei avere la tua età. Vorrei avere le tue qualità, i tuoi interessi, i tuoi progetti. Vorrei avere davanti tutte quelle pagine bianche che aspettano di essere riempite con racconti nuovi, sani, adatti alla tua vita. Accadrà.
    Bentornata, Claudileia e bentrovati tutti. Vorrei solo esprimere il mio parere su quel concetto di codipendenza. E’ un termine che va bandito.Tu non lo usi mai ed è stata la prima consolazione qui dentro. Ognuno di noi quando sarà in grado si occuperà del proprio percorso e se dovrà lavorare anche su quell’aspetto lo farà. Dentro il dolore quel termine è umiliazione, l’ennesima. Siamo state erose, questa è la verità. In modo subdolo. Abbiamo avuto solo il torto di essere lì e alla fine siamo diventate il torto. Siamo vittime ma se codipendenti siamo colpevoli di esserlo state. Praticamente ce lo siamo meritato e se ce lo siamo meritato evidentemente non valevamo abbastanza. Se non ci ha finito la persona patologica con cui abbiamo diviso vita ci pensa qualcun altro. Ricompattare il proprio nucleo centrale è un’impresa gravosa, non ci sta dentro nient’altro, se non la comprensione e la compassione. Brava, Annalisa, la tua sofferenza sta lasciando il passo alla costruzione ma tu sei una ballerina e la danza è armonia ma anche disciplina. Buonanotte a tutti. Grazie Claudileia per lo spazio che ci lasci

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    1. “Praticamente ce lo siamo meritato e se ce lo siamo meritato evidentemente non valevamo abbastanza.”… hai centrato in pieno il mio sentire… l’umiliazione… e grazie a questo concetto di colpa, la vergogna che ti resta appiccicata addosso…

      Claudileia ci ha ripetuto a gran voce il diritto di sentirci fiere di noi stesse…

      Anche a 40 o 50 anni, abbiamo le nostre pagine bianche da riempire di ricordi magnifici… e troveremo i nostri talenti, anche se in alcuni momenti ci sembra di non avere più né una vita né la libertà per scoprirli ed il tempo per usarli…

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      1. Grazie a tutte dei messaggi, tutti molto interessanti. Mi dispiace se qualcuna abbia sentito nel termine codipendenza umiliazione o colpa, non era mia intenzione suscitare questo.
        Per me e per la mia storia, quello é stato l’inizio nonché un termine di svolta. Svolta che é avvenuta quando ho capito che ero un elemento co-creante di ció che avveniva. Svolta in cui ho capito che dare la mia felicitá in mano a qualcuno non avrebbe retto.
        Il libro “Donne che amano troppo” mi aiutó a capire molte di queste dinamiche. Non vivo in Italia da una mezza vita e ci sono approcci diversi a volte anche a seconda del Paese e della cultura in cui si vive. Mi sono stati utilissimi gruppi di aiuto e sostegno vicendevole basati sui 12 Passi (metodo Minnesota), in cui il lasciar andare significava d’altro canto prendere in mano la propria vita con responsabilitá e riprendersi la propria anima, raccontare di sé, concentrarsi sul proprio orticello, come mi pare stiamo facendo tutte. Auguro a tutte di seguire la strada della veritá che ci dice semplicemente che siamo tutti principi e principesse degne di rispetto e amore. Codipendenza é solo un modo, un pattern che si impara da piccoli, nel proprio nido familiare e che, se non viene sradicato, si tramanda di genitore in figlio. Per come sono fatta io in veritá, non riesco a perder molto tempo ad analizzare quanto una persona sia narcisista, tossica o meno, a portare rancore, a sentirmi arrabbiata. Ringrazio e vado avanti, ho la mia vita da vivere e ne ho una sola. Un abbraccio a tutte!

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    2. Cara Daniela il tuo commento mi ha colpito molto. Cosi come le parole di Annalisa. Verissimo…parlare di codipendenza sarebbe banalizzare le dinamiche che si innescano.
      Ed è vero anche per me…ho continuato a leggere in silenzio questo blog proprio perchè non si cerca mai di addossare una parte di responsabilità a chi è rimasto intrappolato in queste dinamiche. Prima di questo incontro mi è capitato di chiedermi come, per esempio, in casi di maltrattamenti durati anni le vittime di abusi restassero bloccate in queste realtà surreali. Me lo chiedevo anch’io perchè non lo avevo ancora vissuto. Ho imparato sulla mia pelle purtroppo quanto quella domanda: “ma perchè non l’ha lasciato prima? ” possa fare molto male perchè non me lo sapevo spiegare io per prima perchè rimanessi li a subire le sue crisi cercando di trovare soluzioni. Si è come paralizzate dopo un morso di serpente. Non c’è più nulla di razionale. E non si è più la stessa persona.
      Solo la conoscenza dei segnali di allarme puo salvarci da queste situazioni. Nel corso di questi mesi mi è capitato di incontrarne altri due, non sadici come il mio pero. Uno era il ragazzo di una mia amica…non ho potuto dire nulla altrimenti si passa per quelle ossessionate dall’argomento. Peccato che dopo una settimana è venuto fuori che questo ragazzo avesse una vera e propria doppia vita. Mi è dispiaciuto molto per la mia amica, ma ho avuto la sensazione di avere il “potere di scovarli”. Il che rimane una magra consolazione comunque.

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  12. Ciao a tutte. Io comprendo molto bene il trauma vissuto da Annalisa, ma non concordo del tutto con la sua analisi.
    Chiunque può incontrare un narcisista maligno e perverso, e qui si tratta certamente di sfortuna, ma le risonanze che si creano in noi sono molto differenti per intensità e qualità, e questo dipende principalmente dalle persone che siamo e non tanto dal narcisista che è quello che è (tutti usano le stesse tecniche manipolative, abbiamo detto tante volte qui sul blog che sembrano fatti con lo stampino…). Le nostre reazioni al contatto con np non sono sempre le stesse per tutti. C’è chi alle prime triangolazioni e svalutazioni di np si distacca emotivamente abbastanza rapidamente (e magari non approda nemmeno nei blog, perché non ne ha bisogno), c’è chi invece ha un incastro mentale che dura molto a lungo e raggiunge vette di disperazione che arrivano a minare la salute: questo non è frutto di casualità: sviliremmo noi stesse se ci percepissimo solo come passivi contenitori che np plasmano a loro completo piacimento. Non si tratta di stabilire se siamo malati o no, né di condividere le responsabilità di chi abusa: c’è una differenza abissale, in termini di responsabilità, tra chi abusa e chi è abusato, questo pare talmente evidente da non doverlo neanche sottolineare. Non si tratta di dare definizioni (codipendenti, dipendenti, etc.): ha poca importanza la classificazione rispetto alla descrizione di ciò che accade dentro di noi.
    Ma le risonanze che gli abusi e le manipolazioni di np hanno su di noi, dipendono molto anche dagli schemi maladattivi a cui siamo soggetti noi stessi, schemi che sono talmente inconsci da non risultare evidenti alla consapevolezza nemmeno delle persone più lucide e razionali. Spesso le persone che malauguratamente finiscono per essere più incastrate con np sono quelle che provengono da famiglie disfunzionali (non lo dico solo io, è un’idea scientifica precisa ed autorevole, sostanziata dall’esperienza psicoterapeutica): e per disfunzionali non si intende soltanto la macroscopica situazione di essere figli di genitori narcisisti patologici, ma di famiglie che pur senza cattiveria non hanno saputo valorizzare la specificità dei figli, che ad esempio hanno preteso che raggiungessero certi standard estranei alle loro inclinazioni, che non hanno saputo corrispondere una cura e un’attenzione adeguata alle loro caratteristiche: porto il mio caso: padre anaffettivo e autocentrato, incline a gratificare i figli nella misura in cui corrispondevano alle sue inclinazioni (nella fattispecie: prediligeva le personalità esuberanti ed estroverse, io che ero molto riflessiva ed introversa non corrispondevo a queste aspettative: non c’era la sua volontà di distruggermi ma – di fatto – io mi sentivo respinta e non gradita e anche di fatto lo ero), madre incapace (per mancanza di strumenti intellettuali, soprattutto) di compensare, di rendersi conto delle realtà interiori dei figli e di valorizzarle quali esse autenticamente si presentavano. Il risultato è stato una precarizzazione della mia autostima, una mia vergogna di fondo (inconscia) per come sono, una mia tendenza ad adeguarmi alle richieste esterne, un mio diventare forzatamente estroversa partendo da una natura fortemente timida ed introversa, un mio sviluppare la tendenza a occuparmi più degli altri (dei loro bisogni) che di me stessa per essere accettata, un allontanarmi dai miei bisogni reali, una personalità che ha sempre avuto difficoltà a mostrare le sue debolezze e fragilità (una schermatura forte in questo senso): tutto questo si è strutturato in tempi remoti, in zone profonde della psiche, non a livello conscio: in queste caratteristiche np ha trovato terreno favorevole per proliferare in me. E così, io sono una persona apparentemente molto autonoma, e anche realmente lo sono in molti aspetti della mia vita (ad esempio, non ho difficoltà a stare sola, senza rapporti sentimentali in atto), anche io non ho mai inseguito np, anche io l’ho lasciato libero di scegliere senza controllarlo, in virtù della mia capacità di schermatura ho anche assestato qualche colpo alla (vacillante e precaria) autostima del narcisista, cionondimeno però sono stata molto male, e a lungo, in un incastro mentale e in una sfida che è durata molto più a lungo della relazione diretta con lui.
    Certi schemi relazionali sono cioè inconsci, agiscono in noi al di là della nostra volontà e indipendentemente da alcuni aspetti esteriori della nostra personalità: possiamo essere apparentemente forti e ben strutturate, e anche esserlo in certe situazioni della nostra vita, ma avere comunque dei nuclei di fragilità interna emotiva che esistono e che agiscono come motori delle nostre “scelte” relazionali, dei nostri orientamenti e delle pericolose attrazioni che sentiamo: spesso le attrazioni verso questi soggetti (intendo soprattutto la difficoltà oggettiva a sganciarci praticamente o mentalmente da chi abusa e svaluta, non solo la capacità di scegliere di chiudere la relazione con loro), che sembrano fattori di incantamento quasi magici, si spiegano molto bene attraverso la “capacità” (o la “fortuna”) dei narcisisti di pigiare direttamente su certe ferite primigenie sepolte nella nostra psiche, ferite che sono nostre, non percepibili a livello conscio, ma che in noi esistono e risuonano fortemente: è spesso la fatale attrazione verso schemi a cui siamo abituati fin dai primi anni, è il desiderio struggente di dare un finale diverso a copioni molto antichi…
    Il lavoro per uscire da questi incastri è pertanto soprattutto un lavoro su noi stessi, perché spesso non basta mettere al bando np dalle nostre vite: lo scavo interiore, il mettere in luce le crepe del nostro cuore attraverso cui questi np si sono insinuati e infiltrati in noi stessi con una tale forza che non può essere comprensibile solo attraverso l’idea della sfortuna di essere venuti in contatto con loro e con le loro tecniche manipolative, affinché allontaniamo la possibilità di venire in relazione con altri disturbati in futuro e di patirli attraverso sofferenze indicibili. Attraverso una lunga psicoterapia io sono venuta in contatto con dei lati di me stessa che non sospettavo di avere (quelli che ho descritto prima) e che mi hanno anche reso più comprensibile il terribile e venefico incastro con np, a lungo protratto oltre la relazione in sé. Se c’è la sfortuna di imbattersi in psicoterapeuti incapaci o rapaci, questo non significa che siano tutti così: forse andrebbero scelti al di fuori dei blog che oggi proliferano sul narcisismo di cui ormai tutti parlano con molta facilità (fenomeno in certa misura di moda), dove è facile che si annidi la volontà di speculare. Sono molto utili i blog in cui si può dispiegare un dialogo senza alcuna dimensione economica, come questo dove stiamo scrivendo, per avere un confronto costruttivo con chi ci può capire per esperienza diretta, ma gli specialisti a cui affidarsi per una terapia è meglio cercarli altrove…
    Finisco con una citazione di Jung, che dedico a tutti: “La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore: chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia”.

    Un abbraccio

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    1. Blume, precisa ed efficace come sempre! Ci tenevo a dirti che ho seguito il tuo consiglio, a distanza di quasi un anno da quel primo novembre in cui – in preda alla disperazione più nera dopo l’ennesimo gioco del narcisista perverso con cui mi intrattengo da oltre 5 anni – ho deciso di scrivere sul blog per chiedere aiuto.
      Ho deciso di tornare in terapia, dopo sei anni, perché da sola non ce la faccio a liberarmi di lui. Fidarsi di qualcuno è un grande atto di umiltà, ritornare a fidarsi di qualcuno dopo essere state truffate emotivamente da un narcisista è un atto eroico. Io ho deciso di fidarmi di voi, ho deciso di ritornare a fidarmi del mio terapeuta che già mi ha aiutato in passato. Da qui riparto, non so dove mi porterà questo viaggio, ma io ora sono pronta. Un abbraccio a tutte voi, alla meravigliosa Claudileia e ad Annalisa, la cui luce risplende in ogni parola scritta!

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      1. Ciao Foxy, sono contenta che hai trovato la forza e il coraggio di ripartire da te stessa: ti auguro tutto il bene possibile!
        Un abbraccio forte

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    2. Grazie a Francesca e Daniela per i vostri commenti…
      Per Blume: personalmente, non ho cominciato la psicoterapia per un trauma da abuso narcisistico e di conseguenza i personaggi che ruotano adesso attorno a questo tema neanche li conoscevo, non esistevano. Ho cambiato 5 terapeuti di scuole e provenienze e città diverse. Come accennavo nella mia lettera, ho speso una quantità di denaro molto elevata. Vorrei aprire una lunga parentesi per spiegarti cosa non funzionava con ciascuno di loro, perlomeno in rapporto a me. Quello che posso dirti per certo, avendo conoscenze in questo ambito, è che terapeuti formati e specializzati in questo tipo di abuso ce ne sono, in Italia, troppo pochi. Gli psichiatri neanche li nomino: non sei neanche entrato dalla porta che subito hai in bocca il farmaco. La verità è che non esistono esami per diagnosticare un trauma simile: la sanità non si caricherà mai l’onere di fare risonanze a tappeto per verificare i danni riportati dal cervello a seguito di un abuso. E in ogni caso dovresti aver l’esame del “prima”, da confrontare.
      Sono felice se hai incontrato il terapeuta giusto per te! Io ho dovuto risolvere nel tempo, problemi alimentari, familiari, lavorativi. La terapia mi è stata di aiuto, ma non sono stata aiutata dopo la mia relazione tossica. Il disturbo me lo sono dovuta auto-diagnosticare. E ringrazio di averlo fatto, di aver avuto gli strumenti culturali per poterlo fare, la fortuna di aver trovato materiali come questi che Claudileia posta sul Blog.
      Sicuramente è vero tutto ciò che dici, pattern, schemi e disfunzionalità son presenti praticamente in ogni famiglia o quasi. Questo perché la gente, prima di riprodursi, non ci pensa mai a “risolversi”.
      Ci son condizioni che facilitano il radicamento di una relazione malata, io per esempio ne avevo un po’… Ma ciò non significa che questa sia la regola senza eccezioni, e di fatto non lo è. Il punto è che la relazione ha attecchito e bisogna estirparla, lavoro su di sé ce n’è da fare ma tu sai benissimo che se avessi incontrato una persona sana ed empatica, non avresti avuto gli stessi problemi. Le persone empatiche sono anche persone che fanno di tutto per spiegarsi, per arrivare a compromessi, per non buttare via tutto. Non è che tutte le empatiche sono codipendenti. Purtroppo sono persone che proiettano la loro coscienza su soggetti che praticamente non ne hanno una. O meglio, sanno scindersi dalla propria, ammesso che ogni tanto appaia.
      Scrivi che sono fatti con lo stampino… Anche su questo potremmo parlarne. Forse avranno lo stesso sapore, saranno tutti biscotti al burro, ma non sono fatti con lo stampino… Per niente. La differenza fra un narcisista overt e covert è quella fra una rosa di plastica e una fresca. Per anni ho conosciuto e tuttora incontro spesso personalità con tratti overt. C’hanno il display, quasi: “ehi, sono patologico baby!”
      Allora che fai? Te ne vai e alla svelta. Ma c’è una sfilza di categorizzazioni sui narcisisti, allucinante. E i covert sono maledetti, alcuni sono covertissimi. Mi dovresti spiegare quindi, se una passa un anno di idillio (finto) con un uomo adorabile, per quale motivo dovrebbe ritenersi “strana” lei o corresponsabile del vortice in cui verrà trascinata a breve. Nel mio caso, come nel caso di donne sposate da anni e ancora incerte sul da farsi, è tutto una goccia dopo l’altra… Non te ne accorgi nemmeno. Succede, è successo. Nella maggior parte dei casi i segnali sono troppo pochi per capire. E non c’è cultura di massa né scolastica su questi temi. Siamo indifese. Io la penso così. Quelle che riescono a scappare prima, o hanno avuto esperienze pessime in precedenza, oppure forse non erano così tanto empatiche… Le persone empatiche credono davvero nell’amore. Nell’amore e nelle bugie, forse perché non sanno dirle e arrivano da un altro pianeta.
      Questo naturalmente è un mio pensiero, non una analisi generale imponibile globalmente.

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  13. Grazie Blume, hai dato voce anche al mio pensiero, grazie ancora a tutte per questa bella occasione di scambio. Condivido questa storia che mi piace molto… Un giorno una persona salì sulla montagna dove si rifugiava una donna eremita che meditava, e le chiese:
    – “Cosa fai in tanta solitudine?”
    Al che lei rispose:
    – “Ho un sacco di lavoro da fare.”
    – “E come fai ad avere così tanto lavoro? …non vedo niente qui…”

    – “Devo allenare due falchi e due aquile, tranquillizzare due conigli, disciplinare un serpente, motivare un asino e domare un leone.”

    – “E dove sono? …non li vedo…”

    – “Li ho dentro.”

    – “I falchi si lanciano su tutto quello che mi viene presentato, buono o cattivo, devo allenarli a lanciarsi su cose buone. Sono i miei occhi.”

    – “Le due aquile con i loro artigli feriscono e distruggono, devo insegnare loro a non fare del male. Sono le mie mani.”

    – “I conigli vogliono andare dove vogliono, scappano dall’affrontare situazioni difficili, devo insegnare loro a stare tranquilli anche se c’è sofferenza o ostacoli. Sono i miei piedi.”

    – “L’asino è sempre stanco, è testardo, molto spesso non vuole portare il suo peso. È il mio corpo.”

    – “Il più difficile da domare è il serpente. Anche se è rinchiuso in una gabbia robusta, è sempre pronto a mordere e avvelenare chiunque sia vicino. Devo disciplinarlo. È la mia lingua.”

    – “Ho anche un leone. Oh… è fiero, vanitoso, crede di essere il re. Devo domarlo. È il mio ego.”

    – “Come vedi, amico, ho molto lavoro da fare. E tu? A cosa stai lavorando?”.

    (Antica leggenda Zen)

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  14. Sono d’accordo con Blume.

    Nel senso che se è vero che qualsiasi persona può subire la perversione di gente disturbata come i narci perversi, le persone con schemi identitari e adattivi deboli ne vanno più soggette ma soprattutto, secondo il mio parere, ne escono assai peggio. Fanno molta più fatica o ne ce la fanno proprio, a recuperare.

    Solo i fatti contano. Come ci si percepisce: molto meno.
    Lo sappiamo tutti, quanto sia facile chiamarci fuori per non esserci guardate a fondo dentro.

    Comunque: tutto ciò che Annalisa denuncia è sacrosanto e urla vendetta. La re-vittimizzazione è davvero il nemico che ti stronca la guerra dopo essere uscita moribonda da una battaglia persa.

    Un saluto a tutti, ciao Claudelia.

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  15. Grazie a tutte per i commenti ed i confronti… vorrei lasciarvi con questo pensiero, anzi una domanda: perché molti narcisisti, manipolatori ecc. si annidano nel volontariato, in generale nel sociale, perché la fanno sempre franca, perché riescono a farvi terra bruciata, a rigirarvi contro parenti, amici, genitori, fratelli..? Perché nessuno sospetta di loro? Perché in TV si sente sempre più spesso “non ci siamo mai accorti di nulla/era un bravo ragazzo/una persona per bene”? Perché ci sono casi conclamati e famosissimi di psicopatici che hanno condotto 2, 3 vite indisturbati?
    Carissime, leggo con piacere qui donne intelligenti, donne con una cultura e capacità di argomentazione sopra la media. Ma la media..? La media esiste, forse io e voi non vi apparteniamo, ma per quanto mi riguarda quella media va difesa quanto e più di noi. Per tutte quelle donne che non hanno gli strumenti per capire chi hanno davanti. Per tutte quelle che a disposizione hanno solo il proprio sesto senso, l’unica difesa residua ‘animalesca’ contro certe bestie emotive… E magari non riescono a darvi ascolto: noi dobbiamo avere rispetto, tenerezza e cura di queste persone. Perché loro sono la maggioranza… Non noi. Loro non ce la possono fare.
    Ricordatevi che non tutti i Np lasciano foglietti in giro per casa con su scritto “sospetta di me”. C’è gente là fuori che ha
    un alibi di ferro, io vi capisco in parte, ma non posso supportare questa visione. Mi sembra la visione, onestamente, di qualcuno che non ha fatto i conti per bene col gaslighting. Non tutte sono conscie di ciò che sta succedendo. Chi inizialmente lo era, dopo anni magari non lo è più.
    E ci si mette di mezzo il perdono, le lacrime, gli ormoni impazziti. Non conosco le vostre storie ma io i narcisisti li ho visti stare male, anche fisicamente. Si ammalano anche loro, anche loro sono drogati di voi. Solo che entrambi soffrite per la stessa persona: LUI.
    Trovatemi una persona empatica a cui non si spezzi il cuore a rifiutare una carezza a una persona che somatizza, piange, promette, che viene da una famiglia problematica. Io sto imparando a farlo, ma continuo a spezzarmi il cuore tutte le volte.
    Forse io non farò testo perché se stringo un pupazzo ho paura che senta dolore, ma onestamente dopo ciò che ho subíto non ho più voglia di giudicare chi ci cade… Come mi son promessa di non giudicare le donne che vengono picchiate e non se ne vanno di casa. Come non voglio giudicare coloro che subiscono traumi da una vita e finiscono nella rete di persone abili ed intelligenti quando cattive. Questo me lo insegna da anni il mio lavoro: allo spettatore non frega niente della mia vita privata, di cosa ho mangiato a pranzo o dei miei dolori ai piedi. Paga il biglietto e vuole la migliore performance, senza sconti. A nessuno interessa cosa c’è dietro, dietro le quinte, a nessuno dovrebbero interessare cosa ci sia dietro un abuso. La maggior parte delle vittime rimane vittima grazie al senso di colpa. Smettiamo noi per prime di farci sentire inadeguate perché “non abbiamo lavorato abbastanza su noi stesse”. Dopo il trauma da Narcisismo patologico non c’è nessun Io su cui lavorare, non ce ne sarà per molto tempo. È tutto macerato. Non c’è nessuno, andate in terapia e il terapeuta parla con la sedia, non con voi… Perciò credo sia utile farsi una ragione del fatto che per quanto ci siano speculazioni e studi di cui parlare, se trovo una donna in questa situazione, la tiro fuori, non le passo in rassegna l’albero genealogico della sua famiglia.
    Spero di esser stata esaustiva e di stimolare in voi una profonda riflessione su questo tema! Grazie

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    1. “Dopo il trauma da Narcisismo patologico non c’è nessun Io su cui lavorare, non ce ne sarà per molto tempo. È tutto macerato. Non c’è nessuno, andate in terapia e il terapeuta parla con la sedia, non con voi…”

      …già…

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  16. Sì, è vero, Annalisa, concordo: non tutti i narcisisti sono uguali. Sono persone che hanno la loro personalità, il loro temperamento, i loro gusti e orientamenti. Io, questo, sul blog, l’ho sempre sostenuto, a volte anche in disaccordo con chi tende a vederli come replicanti sotto tutti i profili. Ma io parlavo delle tecniche manipolative: le tecniche che usano per condizionare sono quelle, e tutti i manipolatori usano le stesse, perché sono le più efficaci: sono quelle che si possono ritrovare negli articoli anche qui sul blog e in tutti gli studi sul disturbo, e sono varie ma non di numero infinito: queste situazioni manipolative si ripetono pari pari (triangolazione, gaslighting, idealizzazione/svalutazione, rinforzo intermittente, associazione stimolo-risposta, dissonanza cognitiva, modalità passivo-aggressive, proiezione, trattamento del silenzio, etc.). In questo senso, np sono veramente identici: tutti possiamo riconoscere le stesse modalità relazionali attraverso cui hanno tentato di condizionarci. Anche il nodo di fondo del narcisismo patologico è lo stesso: il disturbo, in sé, è ben studiato ed esistono molte pubblicazioni corrette e chiare al riguardo, sia divulgative che specialistiche. Poi, però, ogni np ha una sua fisionomia che dipende anche dal vissuto personale, dal livello culturale, da elementi caratteriali, da propensioni di temperamento: molto spesso il dnp è in associazione con altri tratti disturbati (istrionici, paranoidi…), e personalmente io non penso neanche che esista una così netta demarcazione fra overt e covert: non solo due facce della stessa medaglia, ma lo stesso np può passare dall’una all’altra tipologia, dipende dalle situazioni, da chi hanno di fronte, dal momento particolare che stanno vivendo. L’overt non è sempre animato dalla baldanza, il covert non è sempre sotterraneo. Io ho avuto una relazione con un np che era sia l’uno che l’altro: poteva passare dalla fase grandiosa (in cui si sentiva in diritto di sospettare che l’altro volesse minare la sua preziosa e già raggiunta grandiosità: il senso di un diritto minacciato) alla fase depressa e ruminante (in cui sentiva che veniva ostacolato nell’aspirazione alla grandiosità a cui avrebbe avuto naturale diritto: il senso di un diritto negato). Non sono le classificazioni a rendere giustizia alla realtà quale essa è, che sempre è molto più complessa e sfaccettata dei profili forniti dai manuali diagnostici.
    Ma anche sugli empatici il discorso dovrebbe articolarsi meglio. Np ricerca gli empatici, ma non tutti gli empatici sono destinati ad essere prede malamente distrutte dal np: perché neanche tutti gli empatici sono identici. L’empatia è una predisposizione psicoemotiva, non un segno di debolezza (o di forza) in sé. L’empatia è la capacità di sentire l’altro, ma non necessariamente un empatico deve avere l’autostima bassa o sottovalutare i segnali che il np, anche se nascosto e mascherato, sempre ti manda, se non altro per testare il tuo livello di sopportazione e fin dove può spingersi per incartarti al meglio: il np sa benissimo che deve studiare bene il soggetto che ha di fronte, per colpire nei suoi punti più fragili (il np non insiste con tutti sugli stessi punti: uno stesso np può comportarsi molto diversamente a seconda di chi ha di fronte: sempre male e a fini distruttivi, ma diversamente: anche di questo ho personale e diretta esperienza). Negli articoli pubblicati anche qui sul blog e nelle nostre storie, per come ce le siamo raccontate qui, ricorre molto spesso nei nostri racconti la sensazione che qualcosa di strano c’era in questi soggetti fin da subito, qualche segnale che abbiamo sottovalutato, che non riuscivamo a mettere bene a fuoco, che non eravamo nella condizione di soppesare al meglio: piccoli segnali, certo, però è l’idea che il nostro istinto qualcosa di stonato lo avvertiva ma che lo abbiamo accantonato per soccorrere l’altro, per rispondere prioritariamente alle sue esigenze. Non lo abbiamo fatto solo per la grande empatia di base che pure ci contraddistingue e ci motiva, ma anche per la difficoltà a porre paletti e confini sani fra noi e l’altro: la disfunzionale idea che il benessere dell’altro debba venire sempre prima del nostro. L’empatia sana non è farsi invadere e lasciarsi fondere nell’altro, ma saper coniugare l’accoglienza dell’altro con il rispetto di noi stessi e dei nostri limiti invalicabili: c’è un’empatia che riguarda anche noi stessi verso noi stessi, ci sono dei paletti che devono essere posti in modo sano ed equilibrato: empatia non è lasciarsi travolgere da un altro fagocitante (che ci riversa addosso o la sua rabbia overt o il suo dolore covert). Riconoscere le nostre difficoltà e carenze sotto questo profilo non significa affatto sottoporsi a un giudizio o rimarcare nostre colpe: semmai, l’obiettivo è superare il nostro implacabile giudice interiore che ci spinge a doverci occupare dell’altro più che di noi stesse (le famose “donne che amano troppo”: di tutti i tipi e strati sociali e livelli culturali). Molto spesso, c’è da imparare soprattutto questo: stabilire confini sani nelle relazioni, lasciar andare il senso del dovere (aiutare per forza tutti, anche il np, e nonostante la nostra sofferenza) e rientrare in contatto con il principio del piacere (non fare cose che non ci fanno star bene). L’empatia, non c’entra poi molto con tutto questo.
    Non comprendo perciò perché si scambia l’invito a lavorare su se stessi come una volontà di giudicare e di instillare sensi di colpa. Non c’entra proprio nulla, qui c’è confusione. Lavorare sul narcisista patologico non si può (e il np va solo condannato per la sua intenzionalità malvagia), l’unica cosa che possiamo fare è ripartire da noi stesse: qui c’è senz’altro la possibilità del recupero, quale che sia la strada della risalita che c’è da fare, quale che sia il livello del pozzo nero in cui ci troviamo, quale che sia la nostra esperienza e il nostro vissuto particolare. Personalmente, il giudicare non mi appartiene affatto: sono stata su questo blog fittamente per almeno due anni, non ho mai giudicato nessuno, ho sempre offerto una mano e messo a disposizione tutte le mie risorse mentali ed esperienziali per accogliere al meglio chi si affacciava di nuovo, in qualunque situazione si trovasse e sempre rispettando le esperienze riportate, senza dare lezioni e senza far sentire nessuno inadeguato o in colpa, o per aiutare a comprendere il dnp (se ancora non lo si conosceva bene come fenomeno) o per dare consigli di comportamento (sulla base della mia esperienza individuale), cioè per dare una mano a chiunque nei limiti delle mie possibilità (non ho alcuna certezza di poter tirar fuori nessuno) e sempre nel rispetto delle condizioni individuali, compreso anche chi era molto lontano dalla mia personale esperienza psicologica e culturale, e senza alcuna pretesa di passare in rassegna l’albero genealogico di nessuno (anche perché non ho la presunzione di averne la competenza). Penso che le persone che sono qui sul blog da tempo, prima fra tutti Claudileia, possano testimoniarlo. Il mio consiglio è lavorare su se stessi e capire attraverso quali crepe del nostro animo np si sono infiltrati: capire cioè non quali sono le nostre colpe (perché non si tratta di colpe) ma individuare quali sono le nostre fragilità che ci hanno sovraesposte alla relazione disturbata, al fine di uscirne e di fortificarci per il futuro: riconoscerle proprio per perdonare a noi stesse queste fragilità, per uscire dai sensi di colpa o dalla rabbia verso noi stesse per aver subìto, per uscire appunto dallo status di eterne vittime. Se poi queste crepe non ci sono, se è stata solo sfortuna o il frutto automatico di manipolazioni eterodirette ed eteroprodotte, non so se dire tanto meglio o tanto peggio…

    PS: Anche io ho cambiato vari psicoterapeuti prima di trovarne uno adeguato, con ingente esborso economico, e anche io ho dovuto diagnosticare da sola il disturbo di chi mi trovavo di fronte. Sono arrivata comunque in psicoterapia triturata, e mi sono dovuta ricostruire pezzo per pezzo: non è stato per niente facile ma è stato un passaggio importante. Non tutti gli psicoterapeuti parlano solo con la sedia, non tutti sono inefficaci, e nemmeno proprio tutti gli psichiatri danno solo medicine…

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    1. Da quando sono diventata mamma, osservo accuratamente tutti i genitori, ascolto, leggo le chat… pochissime persone provengono da famiglie serene e pochissime si sono “risolte”, ancora meno si sono ben accompagnate… troppe vivono in relazioni più o meno disfunzionali… il lavoro, le malattie improvvise, i problemi aggravano il tutto…

      Tutti dovremmo rivolgerci a professionisti, anche quando non stiamo male. La psicoterapia, le letture, il farsi consigliare da professionisti, il mettersi in discussione dovrebbero essere presupposti di tutti gli essere umani indipendentemente dal vissuto e dal momento più o meno difficile che stanno attraversando…

      Essere genitore è complicato e non fare danni è praticamente impossibile, anche se sei sereno e vivi una vita che ti soddisfa… anche se ti fai domande e ti fai aiutare nelle risposte… siamo stati tutti bambini che ci siamo dovuti “mettere da parte” e tutti i bambini devono per forza di cose “mettersi da parte” e accettare quello che a loro non va… in tutte le generazioni.

      Questo è per dire che quando incontri un NP e ti lasci “incatenare” non sei né più fragile né più forte né più empatico né più sensibile o chissà cosa… è solo che non avevi gli strumenti cognitivi adeguati per prendere in considerazione che gli psicopatici esistono… come il vecchietto che lascia entrare in casa il malintenzionato ben vestito ed educato-gentile perché “sembra una bella persona”… poi i danni sono proporzionali alla consapevolezza del “vecchietto” sui pericoli… ci sono quelli che hanno soldi in casa e quelli che usano già il bancomat… quelli che hanno persone a cui chiedere aiuto e quelle che sono sole…

      Io non mi sento una “vittima”, ma il mio NP è riuscito a fare male e tanto perché non solo io e le mie “ferite”, ma tutti quelli che mi erano intorno sono stati “usati” contro di me grazie alla loro ignoranza e alla mia…

      La protagonista del romanzo di Claudileia è una donna gentile e capace… ha ferite come tutte… non distrugge la sua vita, né se stessa… fa da “facciata” a un NP e il suo calvario inizia proprio quando scopre che quel qualcosa che non quadra va molto al di là della “norma” e inizia ad indagare… una calvario che la porta alla sofferenza e le apre le porte per una vita più autentica… è una donna “normale”… certo, senza il suo NP, avrebbe avuto “altro” dalla vita, molto di più di quello che ha, ma capita a tante persone che non hanno incontrato psicopatici…

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      1. Carissima Francesca, sottoscrivo il tuo pensiero. Il lavoro di divulgazione che faccio qui è proprio per offrire qualche strumento in più a chi non ce l’ha. Purtroppo ci accorgiamo dell’esistenza di queste personalità solo quando il danno è fatto. Questo accade perché l’informazione manca. L’informazione non sostituisce la terapia, ma è uno strumento in più. Sostengo e sosterrò ogni blog senza scopo di lucro su questo tema perché è giusto diffondere la voce dell’esperienza. Un abbraccio grande a te e ai tuoi cuccioli!! Grazie per aver pensato al mio romanzo, che esprime esattamente il concetto che hai descritto: qualsiasi persona può cadere nella rete di un narcisista, anche quando ha vissuto un’infanzia non traumatica.

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      2. Il tuo romanzo lo farei leggere come si fa con i romanzi di “formazione”… aiuta a capire tante cose… per me è stato molto importante.
        Grazie grazie grazie e un abbraccio a te e alla tua famiglia!!!

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      3. Grazie infinite, cara Francesca! Sono molto felice di esserti arrivata nel cuore attraverso la Letteratura, l’arte che amo di più al mondo! Spiego sempre che mai pubblicherò un manuale o qualcosa del genere sugli argomenti che trattiamo qui, perché mi sembra altrettanto efficace “fotografare” dal punto di vista letterario la realtà all’interno di un rapporto tossico per portare chi non ha vissuto questo tipo di relazione a comprendere come restiamo invischiati in determinate dinamiche.

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  17. Blume, perdonami, ma non credo di aver alcuna confusione, anzi ritengo di essere molto lucida: semplicemente abbiamo punti di vista (ed evidentemente esperienze) diversi. La sensazione che ho leggendo le risposte che invii (pur essendo perfettamente scritte) è che parliamo due lingue differenti.
    Lungi da me voler convincerti di qualcosa in cui non credi… Ciò premesso: penso che i dibattiti sulle specificità del narcisismo patologico debbano essere lasciate a chi ha fatto a studi e ricerche profondi, per anni. Chi esercita la professione, chi vi ha dedicato molto tempo non solo in qualità di vittima. Ovviamente non so che lavoro tu faccia e se sia laureata in psicologia (da come scrivi, potrebbe essere), ma che io sappia (tutto ciò che scrivi io già lo conosco abbondantemente, comorbilità incluse) sono tutt’ora in corso studi e ricerche su questo disturbo e ci sono tanti pareri discordanti. Mi sembra che io e te ci troviamo su due terreni e schieramenti differenti, che non necessitano di farsi la guerra ma semplicemente di rispettarsi.
    Non ero ironica quando ho detto che son felice tu abbia trovato un terapeuta giusto: ciò non toglie che la maggior parte delle persone che ho conosciuto, e sono tante (nella vita reale, non sul blog) vittime di abuso, non sono riuscite a trovare un terapeuta idoneo. E non conosco eccezioni, a livello di consulenza nella psichiatria, che non siano state immediatamente indirizzate verso il farmaco. Ma questa, lo ho specificato, è la mia esperienza e delle persone che conosco, in tutta Italia. Se poi altrove succede altro, tanto meglio! Ho approfondito il discorso perché mi sembrava che avessi capito io mi fossi rivolta allo Youtuber del momento, per farmi aiutare. Sono anche contenta del fatto che qualcuna sia reattiva, abbia la forza di sedersi sulla sedia e parlare col suo terapeuta energicamente. Per me non è stato così (io sulla sedia ero trasparente), e non perché avessi presunte fragilità. C’erano aggravanti: malattia sopraggiunta, un intoppo lavorativo molto grosso, problemi familiari. Lo ho specificato nella mia lettera. Questo ha rafforzato la difficoltà a chiudere la relazione, ma sono tutte cose che possono capitare e si sa molto bene che un narcisista non si fa carico di una povera lagnosa. I problemi sopraggiunti non sono opera mia, son cose che succedono a me, a te, perché non abbiamo controllo su ogni cosa del mondo. Loro che fanno? Scartano… Fragilità o non fragilità. Anzi è proprio questo che non riesco a spiegare e far capire, ma forse perché proprio la vediamo in modo opposto: io non devo avere bisogno di lavorare sulle mie fragilità, per amare. Io amo in modo naturale, sicuramente con stereotipi culturali, cinematografici, fiabeschi imposti dalla nascita, ma so di saperlo fare. La mia fragilità è qualcosa di cui l’altro dovrebbe aver cura. Perché son certa che tu abbia avuto fin troppa cura della sua, a suo tempo. Tolta la patologia e la loro anaffettività, il problema della fragilità scompare. Mi piace molto quella citazione, che dice all’incirca “tu verrai amato il giorno in cui potrai manifestare le tue debolezze senza che l’altro se ne serva per imporre la sua forza”. Io sto imparando a mettere paletti, ma sono BEN FIERA della mia fragilità. Quando io facevo le cose per il mio Np (e per amici, colleghi, familiari) le facevo per piacere, non perché mi facevano stare male. È questo il punto. E non è vero che le persone con un’alta autostima non mettano prima l’altro. Anzi. In genere chi ha già risolto buona parte dei suoi conflitti, sa come tenere fuori il fango, aiuta, e con molto amore!
    Anche la ricerca delle persone empatiche da parte dei Np non è proprio così definita/definitiva. Io ho conosciuto, e si sente molto parlare di coppie di narcisisti o coppie Np (spesso lui) e Borderline (spesso lei). Non tutte le vittime sono empatiche allo stesso modo. Alcune posso dirti che in verità non lo erano/sono affatto. Son sensibili, fragili, ma non sono empatiche. Ho avuto ben 3 casi di amiche strette da cui mi son dovuta allontanare (e non mi pento)! Nessuna delle tre ha voluto cominciare un percorso di terapia seria (una ha iniziato e ha mollato), pur stando in relazione con esseri indegni.
    Una, dopo anni di relazione con un disturbato, somministrava silenzi punitivi a iosa… io stavo malissimo. Della serie “l’allieva che supera il maestro”. Cercavi di parlarle? Proiezioni a gogò, ero io che cercavo le amiche nel momento del bisogno. Un’altra è uscita da una relazione e non riusciva a star sola: ho cercato di dissuaderla e farla ragionare, col risultato che ero io quella gelosa e non condividevo la sua felicità “come facevano tutti”. L’ultima dopo quasi 3 anni si è squagliata nei ringraziamenti, pareva le avessi salvato la vita, poi ha trovato dopo pochi mesi un altro personaggio ed è sparita di nuovo. Arrivederci e grazie. Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che esistano “dipendenti affettivi narcisisti”. Io ci credo e penso proprio di averci trattato direttamente. Sono persone che riversano tutta la loro amorevolezza su una persona, pochi individui per volta, e tutto il resto del mondo viene momentaneamente chiuso a tripla mandata in un armadio. Quando serve, un ciao e si riparte daccapo. A me aiutare gli altri ha sempre fatto stare bene. Ne ho tratto gioia, soddisfazione, ed ecco perché sostengo che se queste sono fragilità, a me stanno bene. Sono parte della mia natura. Non amo fare sfoggio di cultura ma purtroppo questo dibattito ha preso una piega che mi sta portando a farlo, se hai letto o conosci Bauman, o se vorrai prenderlo in mano per farti un’idea, capirai cosa sto esprimendo. L’amore non ha mai da offrire una certezza. È sempre un mettersi nelle mani di un altro essere, sapendo che non lo controllerai. È per eccellenza un momento di umiltà, di fiducia e di rischio. Io lo faccio con responsabilità e vorrei vivere in un mondo di persone responsabili. Se non ci fossero Np non vedo quale sarebbe il problema di dedicarsi all’altro, con tutto il cuore e la propria fragilità. Di nuovo: dal tuo discorso io evinco una sorta di giudizio nella forma carina dell’invito, ma rimane un giudizio… “Così non hai bene, devi pensare a te stessa perché altrimenti verrai fregata di nuovo”.
    In questi 18 mesi lunghissimi ho incontrato sicuramente altre persone patologiche. Da alcune non volevo nulla: in pochi incontri ho capito che non mi avrebbero fatto stare bene ed ho chiuso. Ciò non toglie che mi son offerta di esser presente nelle loro vite, sul lavoro, come amica, come persona. Semplice persona. Per dare un affetto che forse non riescono a trovare. Ma alle mie condizioni, e senza scavalcare la decenza. Non è empatia sana? Forse viviamo in un mondo dove tutto ciò che non ci quadra è trattato come materiale usa e getta, ma io sulle persone tendo ancora ad avere un po’ di carità. Chiamala come vuoi… Non so definirla. Quando una donna è serena con sé stessa può lasciare la rabbia e occuparsi anche di persone problematiche…lasciandole andare nella RELAZIONE, non è necessario smettere di voler loro del bene. Se poi loro rifiutano perché vogliono una “schiava”, bè pazienza. Credo ci sia bisogno di persone risolte sulla Terra, persone che sappiano cosa significa impegno, senza confonderlo con un altare sacrificale. Io sto entrando in quella fase e devo dire che mi sento più utile verso gli altri e più matura con me stessa. Detto questo: quando ad inizio 2018 ho trovato questo blog, lo ho letto in lungo ed in largo. Non lo seguivo, non ho praticamente mai scritto, forse una sola volta mesi e mesi fa, con un altro pseudonimo, non ero nelle condizioni di farlo e una cosa che ho imparato è che quando hai ancora bisogno di aiuto TU, non puoi granché darne a terzi. A me non importa chi sta qui per cosa/da quanto e cosa abbia fatto nel frattempo. Non sono qui a dispensare sentenze, sostengo fermamente e con massima educazione la mia visione sull’argomento e basta. Ho accantonato l’idea di piacere a tutti e anche quella di avere la verità assoluta. Io conosco e promuovo la mia. Se qualcuno ha qualcosa di nuovo da dirmi, ben venga di confrontarci. Dalle posizioni che però mi son costruita con il sudore non mi smuovo più. Mi sembra di cogliere qualcosa come una “giustificazione” nelle tue parole, ma qui nessuno ha messo su una gara o una pagella sull’operato degli altri utenti. C’è una pagina di cui non farò il nome, per ovvi motivi, dove succedevano cose strane un anno fa: vittime che si accapigliavano e l’amministratrice che vietava qualunque tipo di commento dissonante rispetto al suo. “Qui si fa informazione e non accogliamo chi vuole fare sfoggio di sé”, diceva. “Se non siete d’accordo con la politica della pagina, apritevi la vostra”, diceva.
    Praticamente lo sfoggio lo poteva fare solo lei. Faceva questo perché la quantità di informazioni da lei possedute era arrivata, evidentemente, al top dei livelli. Non le interessavano fonti, spiegazioni, nulla. Se argomentavi, cambiava discorso. Da allora ho smesso di voler “manovrare” le opinioni altrui o di scrivere sulle pagine contenuti “scientifici” che conosco, ma che Claudileia e altri qui dentro sanno scrivere molto meglio (e molto prima) di me. Non ho mai voluto né nella lettera né dopo esprimere un giudizio negativo su di te, non ti conosco. Ti ripeto solo che non ritengo corretto dover lavorare su sé stesse perché ci si è fatte abusare (in qualsivoglia modo) al posto del perché siamo state abusate. Dare, donarsi, sono regali della natura e della vita. Tutti dovremmo viverli in piena libertà senza dover alzare muraglie. Tutti dovremmo averli. Forse sbaglio io ché sono idealista. Ma a me vado bene come sono, probabilmente conoscerai le persone PAS e in generale chi utilizza il pensiero ramificato al posto di quello sequenziale. Io sono una di quelle persone, lo sbaglio che c’è in noi è solo quello di essere una minoranza statistica, non di valore…

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    1. Sei riuscita ad esprimere meglio di quanto io avrei mai potuto tutto quello che penso…

      Se avessi un blog lo pubblicherei per farlo leggere a tutti…

      “La mia fragilità è qualcosa di cui l’altro dovrebbe aver cura. Perché son certa che tu abbia avuto fin troppa cura della sua, a suo tempo. Tolta la patologia e la loro anaffettività, il problema della fragilità scompare. Mi piace molto quella citazione, che dice all’incirca “tu verrai amato il giorno in cui potrai manifestare le tue debolezze senza che l’altro se ne serva per imporre la sua forza”…”

      “non ritengo corretto dover lavorare su sé stesse perché ci si è fatte abusare (in qualsivoglia modo)”…

      Esattamente…

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    2. Da parte mia, Annalisa, nessuno sfoggio di cultura e nessuna gara con te (e per questo non ti rispondo su Bauman, PAS, pensiero ramificato e sequenziale…) e, men che meno, nessuna certezza salvifica. Ma: siamo su un blog dedicato all’arte di salvarsi dai rapporti disturbati con i np, è normale che dibattiamo anche sulle caratteristiche del disturbo e ci scambiamo idee e informazioni su quel che sappiamo su di esso: non per invadere il campo degli specialisti né per fornire nuove illuminanti teorie che non ci competono, ma perché la conoscenza il più possibile corretta e precisa del dnp è una tappa obbligata per comprendere la natura delle relazioni in cui siamo state invischiate: altrimenti, che senso avrebbe stare su un blog che ha pubblicato decine e decine di articoli sui caratteri del disturbo promuovendo dibattito articolo per articolo? Che senso avrebbe tutto il lavoro di divulgazione di Claudileia sul disturbo?
      Mi sono permessa solo di esprimere un punto di vista diverso dal tuo: sia su np overt e covert (categorie che hai introdotto tu, non io) sia sulla questione dell’empatia e dello status di vittime. Se hai seguito i dibattiti passati sul blog, avrai forse visto anche la lunga discussione sulla “questione delle vittime”: questo è un punto cruciale di estrema rilevanza (perché qui non si tratta di capire il dnp ma noi stessi, cosa ben più importante e anche più difficile): io personalmente ritengo che nei rapporti disturbati che si protraggono molto a lungo con i np anche dopo aver realizzato che sono affetti dal disturbo e con incastri mentali anche molto più lunghi delle relazioni dirette in sé, entrino in gioco incastri e risonanze di sofferenze/carenze che si rispecchiano reciprocamente e che non derivano solo dagli effetti automatici delle capacità manipolatorie di np su una natura empatica: per dirla con le parole di Lucia Bennet, che molto più velocemente di me ha saputo ben sintetizzare: “qualsiasi persona può subire la perversione di gente disturbata come i narci perversi, le persone con schemi identitari e adattivi deboli ne vanno più soggette ma soprattutto, secondo il mio parere, ne escono assai peggio. Fanno molta più fatica o non ce la fanno proprio, a recuperare”. Tutto qui, “semplicemente”. Ci sono persone che per caso malaugurato incontrano un solo np nella loro vita e soffrono molto, ma ce ne sono tantissime altre (molte di quelle approdate sul blog, ad esempio) per le quali la vita sentimentale è stata contrassegnata da una sequenza impressionante di disturbati: secondo me, data la ricorrenza, la casualità o il destino degli empatici non possono essere la spiegazione di questo fenomeno. Ci sono persone che a lungo (a volte per anni dopo la conclusione del rapporto con np) rimangono incastrate in una rabbia verso se stessi, in uno stallo emotivo che non si scioglie e che non fa vivere, che non permette di riaprirsi alla vita: anche questo, secondo me, non può essere spiegabile solo con l’effetto venefico di np (che certamente accende le micce): secondo me, qui c’è qualcosa di inconscio, in noi, che non sta promuovendo il nostro benessere interiore, qualcosa che ci allontana dalla ripresa, c’è qualcosa che ostacola l’elaborazione dell’esperienza, che impedisce la resilienza. Per me, è questo qualcosa che vale la pena di indagare, di focalizzare: per uscire dall’impasse.
      Ripeto: comprendere le nostre fragilità non significa individuare colpe né sottrarre valore alle persone, ma raggiungere metacognizione dei propri stati emotivi (e delle loro cause) e delle proprie carenze, quali che siano: capire la nostra parte attiva e reattiva in certi incastri, quale che sia stata: non per giudicare, ma per capire e, possibilmente, riprendersi. La confusione che, in generale, individuo spesso nel dibattito su questo punto cruciale è questa: scambiare l’invito a lavorare su se stessi con una volontà di giudizio sul valore (o, peggio, di affermazione di pari responsabilità fra abusante e abusato). Si può avere un’idea diversa circa la condizione di chi ha subìto un np o sulla strada da seguire per salvarsi (che, peraltro, può essere differente per ognuno di noi), ma non mi appare corretto che si attribuiscano intenzioni e idee di questo tipo a chi non ne ha affatto. Si possono avere idee diverse e non essere d’accordo, ma bisogna comprendere bene il punto di vista altrui, cioè la sostanza di quello che viene realmente espresso: promuovere l’equazione fra chi sostiene la necessità del lavoro su se stessi e chi vuole criminalizzare le vittime degli abusi non solo è ingenerosa, ma proprio non è corrispondente a verità. Su questo punto cruciale, mi sento sempre di intervenire nel dibattito (non scrivo più sul blog da parecchio, ma lo seguo): anche in questo caso, non per entrare in competizione con te o con chicchessia ma per testimoniare un punto di vista in cui credo fermamente (ognuno ha legittimamente le sue convinzioni, non vedo nulla di male a esprimere i propri punti di vista) su un punto-chiave: non per esprimere teorie sul dnp ma nell’ottica di uscire dalle relazioni malate e per tutelarsi, nel futuro, da altri agganci con soggetti squilibrati. Si può non essere d’accordo sull’idea della necessità di promuovere una nostra autoanalisi interiore che focalizzi gli inneschi malati per quel che riguarda noi stessi (smettendo di ragionare solo sul np), e anche pensare che le psicoterapie non servano a niente altro che a far guadagnare gli psicoterapeuti (non sono d’accordo con questa idea e lo dico, ma è un’idea chiara in sé), ma non attribuire idee e intenzioni che non sono state espresse e che nelle tue risposte mi hai di fatto attribuito. Neanche io voglio convincerti della validità delle mie idee, ma chiedere almeno di comprenderle e rispettarle con correttezza per quello che esattamente esprimono e vogliono significare penso sia una necessità basilare per una comunicazione sana, trasparente e corretta, senza fraintendimenti. Le interpretazioni di ciascuno di noi sulle idee espresse da un altro possono essere infinite, tante quante le nostre teste, ma non sono per questo illimitate: il limite è costituito dalla materialità oggettiva dei contenuti espressi. Non si tratta dunque di parlare lingue diverse (solo con i disturbati penso che i codici comunicativi siano veramente differenti e addirittura opposti), ma di intendersi bene sul significato di quello che viene detto.

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      1. Carissima Blume, in effetti riflettevo su questo aspetto. Come ho ribadito più volte ogni terapia, per quanto riguarda il trattamento delle persone che hanno vissuto un legame traumatico o altamente tossico, è del tutto sperimentale. Nessuno ha una formula che garantisca la guarigione al 100%. I professionisti più seri sono unanimi nell’affermare una cosa: soltanto chi ha vissuto uno pseudo rapporto con soggetti altamente disturbati, come narcisisti perversi, psicopatici o personalità limiti SA identificare le sottigliezze di queste relazioni molto meglio di un professionista. Il professionista cerca, con l’ascolto o le tecniche adatte alla persona, di lenire l’angoscia del percorso di guarigione, ma non può in alcun modo sapere al 100% – a meno che non abbia vissuto un rapporto simile – cosa prova il paziente che si sottopone alle sue cure. Io, da molto, lascio parlare gli articoli che traduco e mi astengo dai commenti troppo accademici, non perché la discussione non mi interessi, ma perché credo nel percorso individuale di ognuno: ci sono articoli che aprono una finestra sulla mente delle persone, così come ci sono commenti salvifici, e il mio obiettivo di divulgazione è proprio questo. Subisco spesso attacchi di chi fa affari sulla sofferenza degli altri, ma a me importa ben poco delle loro polemiche, intrighi e veleni: è gente arrabbiata che odia il fatto che io porti qui gli autori mondialmente più conosciuti e autorevoli. Hanno paura di perdere qualcosa, nonostante io dica e spieghi che la terapia mi ha aiutato e consigli A CHI PUO’ PERMETTERSI di farla. Del resto, come ho sempre sottolineato, questo spazio è di auto aiuto. La solidarietà e l’assenza di giudizio è d’obbligo. Tempo fa ho pubblicato la testimonianza di una donna innamorata dell’altra (narcisista perversa) e non potete immaginare i messaggi che mi sono arrivati, i commenti cattivi che ho dovuto filtrare per risparmiarvi l’odio dei due gatti che mi hanno scritto, sottolineando che l’omosessualità fosse una “malattia psichiatrica”. Sono teorie che per me non hanno alcun senso e diffondono solo odio e pregiudizi contro chi sta soffrendo, quindi continuo sulla mia strada. Un’altra cosa: l’empatico non è un santo, perché la sua empatia può essere data anche a gente perversa quando è sotto forte condizionamento. Il punto è che soltanto l’empatico può arrivare alla conoscenza piena di sé, per questo aiutarlo a ritrovarsi è sempre molto gratificante per me. Un abbraccio forte, cara!

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      2. Cara Blume,

        gli incastri tra un NP e la sua preda hanno secondo me una componente di casualità o con-causalità che non rende così determinante il legame tra le ferite o fragilità che ci caratterizzano e l’abuso.

        Io non credo di essere particolarmente empatica. Provengo da una famiglia sicuramente disfunzionale e ho perso mio padre in una fase cruciale della vita… ok, ma se non avessi conosciuto un perverso la mia vita, esattamente come quella di Gloria, la protagonista del romanzo di Claudileia, non avrebbe avuto chissà quali risvolti da “romanzo”…

        Una delle mie più care amiche è invischiata da ormai tre anni in una relazione con un uomo fortemente disturbato, forse NP, separato e con un figlio… il suo primo terapeuta l’ha aiutata a “tornare” con lo psicopatico dopo che questi era “momentaneamente” tornato a vivere dalla moglie, la sua preda numero uno… ora ha una nuova terapeuta che spero riesca a comprendere la perversione insita nel loro rapporto e l’aiuti a chiudere definitivamente…
        …ma il lavoro dovrà farlo lei, perché molti psicoterapeuti sbagliano.

        Uno dei miei migliori amici dell’università era ipocondriaco… dopo un intervento chirurgico andato male ha iniziato a prendere psicofarmaci su prescrizione di uno psichiatra in ospedale (depressione e attacchi di panico)… attualmente è seguito da psichiatra e psicoterapeuta, ma è ormai dipendente da farmaci…
        …anch’io penso che gli psichiatri prescrivano medicine con troppa facilità (ho troppe conoscenze che hanno psicofarmaci nell’armadio come me la Nutella nella credenza).

        Una delle mie amiche storiche è sposata con un micromachista… ha lasciato il lavoro e non è più in sé… eppure non ci sono psicopatici nella sua vita… ma solo maleducati e ignoranti… due figli e tante, troppe, regole inutili…
        …anche le persone “normali” soffrono e hanno “nodi” su cui dovrebbero lavorare.

        Siamo tutti diversi ed ognuno ha la sua parte triste di storia da raccontare… nessuno è esente da rischi nella vita… non ho qualcosa su cui “lavorare” perché mi sono fatta abusare… è qui la differenza sostanziale tra il tuo pensiero e quello di Annalisa…

        Nessuno ha “paletti” sani ben ancorati nell’anima… e molte delle persone che non si farebbero mai abusare sono abusanti… e noi stesse in preda alla dissonanza cognitiva siamo state corresponsabili di abusi…

        Uno psicologo mi ha detto “certo che lei è stata…ingenua!” lasciando intendere stupida e credulona… e così mi sono sentita per mesi e mesi… ma a me non viene in mente che un padre quarantenne che torna spessissimo alle 21 (quando i bimbi dormono) dicendo che ha avuto una complicata riunione a lavoro o va in trasferta nei weekend, possa rimorchiare una prostituta sulla statale o fumare erba e fare sesso nel parcheggio con una collega, o essere chissà dove con chissà chi invece che in ufficio… eppure queste e molte altre sono le cose che ha fatto il mio ex, mentre raccontava bugie su di me, la mia incapacità di vivere lontano dalla mia famiglia d’origine, la mia ipotetica depressione, la mia indolenza nel trovare un lavoro, la mia incapacità di relazione con gli altri e tanto tanto altro… inutile dire che avevo amici, ero economicamente indipendente, piena di progetti e felice seppure sempre terribilmente stanca…

        Si incontrano mostri. Alcuni possono violentarti nel corpo. Altri possono violentarti nell’anima. Nessuna delle due prede ha colpa e deve essere curata per la sua “disponibilità” o “ingenuità” o “empatia” o qualsivoglia difetto…

        Dobbiamo lavorare su noi stesse, e su questo sono perfettamente d’accordo con te, per avere la vita che meritiamo. Affidarci ad un professionista se ne troviamo uno “giusto per noi”. Continuare a cercarlo finché non ne abbiamo trovato uno se ne sentiamo il bisogno. Alcuni sono bravi ed il mio a suo tempo mi ha “salvata”…

        Dobbiamo leggere e capire che alcune persone hanno “il cuore altrove” e l’etica di un nematode parassita…

        Ma sono perfettamente d’accordo con Annalisa: non ho bisogno d’aiuto perché sono stata abusata… ho solo bisogno di rispetto e amore e tanta tanta attenzione perché devo rimettermi “insieme” e starò male finché da sola non avrò fatto tutto il lavoro che è descritto nelle pagina di auto-aiuto e guarigione di questo blog… lavoro, che anche con accanto un professionista, dovrò fare comunque io perché arriverò da lui completamente distrutta ed io e soltanto io so cosa è giusto per me e i danni che il nematode ha causato in me e alla mia vita… perché come dici tu ogni NP è diverso e diversa è la sua preda…diversi i danni e diverso il recupero… ed anche diversa è la persona che voglio diventare alla fine di questo lungo percorso…

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      3. Ho la sensazione che questo sia un confronto senza via di uscita, in cui “intendersi bene” è un verbo molto delicato e il concetto di “bene” debba esser in una certa misura imposto o forzatamente condiviso. Mi ritrovo in tutte le parole che ha scritto Francesca, ma non mi ritrovo nelle tue Blume, e non credo di essere un soggetto così disturbato da non riuscire ad esprimermi ribadendo gli stessi concetti. Le persone possono non intendersi per culture, livello di istruzione, credenze varie, non solo se sono “disturbate”. A seguito di anni di Gaslighting, in particolare, il mio livello di allerta impenna vertiginosamente nel momento in cui una persona (per giunta che non conosco) scrive o lascia intendere che io sia “confusa”. In quello che ho scritto non ritengo ci fosse nessuna confusione, e te lo ho voluto specificare proprio per la stessa correttezza che tu desideri per te. Se il messaggio che ti è arrivato da parte mia è stato offensivo, evidentemente non mi sono espressa in modo efficace (per quanto Francesca abbia capito e riespresso i miei stessi ideali con parole diverse) e/o tu stessa non sei nella disposizione d’animo, magari, per comprenderlo. Mi scuso con te se sono passati messaggi sbagliati, ma:
        Scrivi: “Si può non essere d’accordo sull’idea della necessità di promuovere una nostra autoanalisi interiore che focalizzi gli inneschi malati per quel che riguarda noi stessi (smettendo di ragionare solo sul np), e anche pensare che le psicoterapie non servano a niente altro che a far guadagnare gli psicoterapeuti (non sono d’accordo con questa idea e lo dico, ma è un’idea chiara in sé)…. Ho mai scritto che non è necessario lavorare su sé stesse? Ho avuto 15/16 mesi di crisi di astinenza, sto respirando aria nuova da appena 2 mesi, sarebbe un controsenso affermare questo, dopo la fatica che ho fatto e sto facendo. Io ho scritto che è necessario lavorar su di sé DOPO il trauma, A SEGUITO del trauma per la natura stessa di esso, senza scavare eccessivamente su concause ed inneschi che TEORICAMENTE potrebbero averlo (con)causato. Non finirò mai di lavorare su me stessa, e infatti ti ho scritto che su alcune cose soltanto non mi smuoverò più, ma sulle altre sono sempre una donna apertissima. Non ho mai affermato che si debba ragionare solo sul NP, né in terapia, né da sole in fase di ruminazione, perché naturalmente E’ sbagliato e continuerebbe a decentrarci. Però sapere se si è avuto a che fare con una personalità tossica/manipolatrice è un primo fondamentale passo per abbandonare il senso di colpa: molti terapeuti non sono in grado di dare risposte. Non ho neanche detto che la terapia serva solo a farli guadagnare, anzi, ben venga se guadagnano facendo bene il loro lavoro… Molti coach, mediatori, counselors si stanno tuttavia facendo strada attraverso la mancanza di formazione specifica di molti psicologi e psichiatri. Io personalmente ho tratto grande beneficio dalle terapie fatte e non potrei che consigliare di intraprenderne una, e di cambiare dottore nel momento in cui una non dovesse funzionare.
        Hai ragione quando dici che si devono scambiare le informazioni sul disturbo (non avrei citato la pagina facebook dove l’amministratrice seminava discordia e giudizi ovunque), il punto è che io ho scritto una testimonianza che di scientifico conteneva davvero poco, essendo un semplice sfogo. Se avessi voluto cimentarmi in un articolo lo avrei proposto, ma lo avrei fatto con una bibliografia ecc., in modo più ordinato insomma, senza quel fiume di parole tipico di una fase di profonda rabbia e frustrazione che penso anche tu abbia vissuto. Poiché tu hai commentato, fin da principio, dicendo che non sei d’accordo del tutto con la mia analisi, ecco: la mia non è che fosse proprio un’analisi… Da lì sono state fatte moltissime precisazioni, che hanno stimolato in me delle risposte altrettanto precise. Hai affermato in un commento, che i narcisisti siano fatti con lo stampino e che le tecniche di manipolazione siano sempre le medesime. Ho parlato di narcisismo covert ed overt solamente per la suddetta ragione, ed ho fatto degli esempi, ai quali tu hai ribattuto spiegando che il tuo NP fosse l’uno e l’altro. A me non è mai capitato di conoscere NP “un po’ ed un po’”, ma se il tuo Np è stato/era così, io non sono nessuno per controbattere ancora ed ancora o generare inutili dubbi/confusioni in merito. Si potrebbe aprire una bella discussione (in termini realmente positivi) in merito: per mia cultura personale ed esperienza i NP overt corrispondono spesso al profilo di quelli somatici, e i covert a quelli cerebrali, ma sicuramente esistono sottotipi vari che hanno appunto tratti di altri disturbi. Comunque tutto ciò sarebbe fuori tema, nel senso che il mio sfogo era diretto “contro” chi non comprende, chi non si sforza di farlo, chi è superficiale nell’averci liquidato mentre stavamo male. Era un modo per ribadire che siamo sole, niente più; un modo per dire che siamo spesso ri-traumatizzate… e visto che anche tu ti sei dovuta auto-diagnosticare il disturbo, bè, almeno su qualcosa dovremmo intenderci, credo.
        Ancora: scrivi in un commento precedente, che ci svaluteremmo da sole se ci definissimo totalmente plasmabili dal NP. Invece è proprio il contrario a mio avviso! Perché loro hanno qualcosa, chiamalo essere furbi, cattivi… che noi non abbiamo. Quindi sì, possono plasmarci in modo molto lieve e subdolo senza che ce ne rendiamo conto e per tanto tempo. Io ho sentito storie di persone che hanno avuto Love bombing per mesi, per un anno intero, sempre felici. Sospetti pochi, anzi, pochissimi. La società è complice nel camuffare quei primi segnali comuni di cui tu parli (giustamente, direi, ma che da soli non bastano a far allontanare): a volte i primi segnali si perdono in una miriade di “vabbè ma che ti frega se ha parlato della ex, lo fanno tutti/vabbè ma è un maschio dai/vabbè, pensa che il mio mi ha fatto blablabla, non ci pensare!”
        In buona sostanza, se anche ti accorgi di qualcosa, ci pensano gli ALTRI ad avvallare la tua incertezza. Perché in Italia c’è un maschilismo dilagante, in forte peggioramento. Che rende difficile allontanarsi subito… In parole povere: sicuramente i conflitti interni, i traumi familiari ed i modelli di attaccamento son da comprendere e variare laddove ci sia una componente patologica. Ma questo rischia di essere un modo per far sentire l’altro doppiamente infelice e sbagliato. Fare terapia a volte ti espone ad un mondo orribile che prima di allora non sapevi potesse esserci, dentro di te. Succede che far terapia dopo un NP, tiri fuori anche altri NP della tua famiglia, tra le tue amicizie, sul lavoro. Impari a riconoscerli ed a difenderti, piano piano. Impari che esistono, ma non dovresti imparare che esistono perché “a te ha fatto comodo non guardarti dentro/deresponsabilizzarti”.
        Non ho mai pensato che ci fosse un’equazione da parte tua, fra abusanti ed abusati, fra chi promuove l’autoanalisi (cosa che faccio costantemente con chiunque conosca) e chi vuole ri-traumatizzare. Però su una vittima alcune frasi hanno l’effetto di una sentenza di morte (Francesca ha capito le stesse cose che ho capito io ed ha fatto esempi molto calzanti al riguardo): dovremmo, noi ex vittime, fare molta attenzione quando esprimiamo un parere del genere. Che le vittime di Np siano iperallarmate, in tensione, sulla difensiva, che interpretino… è normale e risaputo. In virtù di ciò ti dico che occorre metter un freno a certe “sparate” (non mi riferisco a te, ma a cose che ho riportato già nella mia testimonianza). Il dibattito è cominciato con una mia risposta a Lauren, che dal mio punto di vista asseriva cose in antitesi con le mie (non per questo indegne di esser lette o commentate). E’ proseguito e sta terminando con visioni comunque “sperimentali”, da parte di tutte noi. In generale però, io in prima persona e molte altre donne, abbiamo subìto eccessivamente il giudizio altrui, e per guarire bisogna respirare aria nuova e positiva. Magari diventare più flessibili con sé stesse: credo che tutte noi alla fine di una relazione con Np dobbiamo essere più gentili. Quelle che son scappate subito, certe cose non possono capirle perché non son state neppure “agganciate”. E non è da trascurare che molte non vengono agganciate perché molti Np sono pigri, stanno sempre a caccia, si distraggono facilmente, quindi per fattore “casualità”. Quelle che invece vengono agganciate e poi ne escono, devono fare secondo me fronte comune: forse più che usare il termine “lavora su te stessa per poterti difendere”, che trovo gravoso e in una certa misura un equivalente di “aiutati che Dio t’aiuta”, potremmo usare un blando “impara a difenderti da queste persone”?
        Uscire da una relazione con un Np è entrare in un altro inferno nuovo e lungo, pieno di verità scomode. Trovo orrendo che ad una vittima venga detto che deve imparare ad amare sé stessa, altrimenti nessun altro potrà amarla. Non è stata amata perché aveva a che fare con un disturbato, non perché non sapesse amarsi lei: non necessariamente. La maggior parte delle vittime son donne con molti interessi, passioni, hobby, amici ecc. Stranamente e praticamente, tutte loro li perdono strada facendo, accanto ad un Np. Gente che ha amici, passioni, carriera, interessi, non è mica detto che non sappia “amarsi”… non più di una persona comune che troviamo per strada. Anzi, dato che i Np cercano luce di cui risplendere, direi che moltissime di noi siano bocconcini che inizialmente hanno ben chiare le proprie priorità, i propri desideri. E non ci si deve sentire in colpa per un sogno d’amore distrutto da questi villani. Finiamo tutte per farlo…
        Una vittima ha appena perso l’amore della sua vita (lei lo crede tale) e la gente le dice che in verità non amava né lui, né sé stessa… Praticamente è una fallita, poco ci manca: deve cominciare tutto daccapo. Credo che le vittime siano come… bambini: non devono fare niente per meritare di essere amate o per amarsi. Loro, nel cercare di rimediare agli intoppi di una relazione impossibile, cercavano di essere felici, non di auto-infliggersi delle penitenze. Ecco, magari continuerai a non esser d’accordo con me, spero solo ciò che ho scritto risulti comprensibile e ripeto che non è necessario una delle due si sposti dal suo pensiero!

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    3. Carissima Annalisa, il lavoro su noi stessi c’è sempre, a prescindere se ci imbattiamo in un narcisista oppure no. Questo perché non siamo perfette e irreprensibili e la vita ci insegna che per raggiungere i nostri obiettivi, in qualsiasi ambito, con meno fatica e più gioia, è necessario imparare sempre dagli altri, con gli altri e attraverso gli altri. Osservare, sentire, ascoltare, leggere le migliore strategie per lenire gli impatti negativi delle situazioni avverse, fa parte di questo processo di apprendimento continuo che hai iniziato a fare prima di approdare qui. Premesso che noi non ci siamo “fatte abusare”: semplicemente il nostro cervello non era preparato per affrontare l’impatto devastante delle tecniche utilizzate da personalità disturbate per destabilizzarlo, di modo che abbiamo fatto uso delle armi che avevamo per difenderci. E’ un dato di fatto. Nessuno nasce sapendo cosa fare. Il lavoro che dobbiamo fare su di noi riguarda il ripristino del nostro sé traumatizzato, il che non significa appiopparsi l’etichetta del ‘malato’, del dipendente affettivo, del colluso o qualsiasi altra. I legami traumatici generano dipendenza anche in personalità che non tendono ad esserlo e non sono mai state. Questo perché i messaggi paradossali sono troppi, continui e difficilmente decifrabili quando sei immersa fino al collo nella relazione tossica. Come ho scritto a Blume, la rete è piena di persone, professioniste oppure no, che adorano maltrattare gli altri. Il tentativo di silenziare chi ha subito maltrattamenti per anni non è una novità nella nostra società. Se questo tentativo viene fatto da professionisti del settore è il caso di lasciarli parlando da soli, tra di loro o preferibilmente con il loro stesso Ego. Donarsi è una bellissima cosa e nessuno te lo sta dicendo che sia sbagliato, o di cambiare il tuo modo incondizionato di amare perché il mondo è cattivo e ti bastonerà. Siamo qui per aiutarti, con le armi che abbiamo, quelle dell’esperienza e della conoscenza e, se possibile, darti una mano in questo percorso verso una vita molto più leggera, nella quale le tue risorse energetiche possano essere direzionate pienamente ai tuoi talenti. Spero che la nostra solidarietà ti sia arrivata con forza! Abbraccio forte a te e grazie per la bellissima testimonianza che mi hai permesso di condividere qui! Le tue parole mi hanno commosso nel profondo.

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  18. Grazie Claudileia, per tutto.
    Gli studi più recenti ed accreditati ci dicono che 18-24 mesi è il periodo di guarigione minimo, e già così è un’eternità di tempo… io posso confermare che al 18° mese, poco a poco, sto tornando a fare una vita più normale, ho reazioni meno impulsive, mi sto aprendo a raccontarmi, al fare, al creare. Tenete duro perché la strada è lunga. Quando tu dici “il paziente guarisce da solo”… sante parole: il cervello deve proprio riprogrammarsi. Non esiste alcuna magia…

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  19. PER CLAUDILEIA

    Cara Claudileia, piacere di sentirti!

    Sì, certo, solo chi conosce il fenomeno dei disturbi di personalità e gli aspetti profondi del legame traumatico può cogliere la condizione degli abusati in tutte le sue sfaccettature e tutte le sottigliezze degli abusi subìti, spesso come sappiamo sottilissime e sotterranee: questo vale anche per i professionisti del settore, anche se, essendo il fenomeno in aumento di visibilità (noto che si sente parlare spesso anche in TV di narcisisti patologici che maltrattano e uccidono: si usa proprio questa definizione, io prima non la sentivo mai usare… anche la nostra Claudileia è stata ospite di una trasmissione che parlava proprio delle dinamiche abusanti), spero che questo si traduca in una maggiore attenzione scientifica anche verso la dimensione psicologica dell’abusato. Questo non significa certo però che nessuno psicoterapeuta possa essere di aiuto: a parte la psicoterapia metacognitiva interpersonale che lavora sugli schemi maladattivi, di supporto possono essere anche gli psicoterapeuti che lavorano sul piano dell’inconscio (io, personalmente, dopo averne provate di vario tipo, ho trovato benefici soprattutto con una terapia junghiana, ma ovviamente è solo la mia esperienza). Ma certo, ognuno sperimenta ciò che ritiene utile per sé e, senz’altro, ciò che può permettersi economicamente (perché i costi sono sempre elevati). Il sistema sanitario pubblico è purtroppo da anni e anni smantellato pezzo a pezzo e spesso non garantisce più le psicoterapie gratuite che un tempo esistevano (tutto è sempre intramoenia e i costi delle ASL non sono differenti da quelli dei privati).

    Come sai, anche io credo fortemente nella dimensione personale e individuale del percorso del recupero: ho sempre sostenuto qui sul blog che non esistono ricette salvifiche universalmente valide ma solo esperienze soggettive da mettere in condivisione con gli altri (voglio ricordare solo il dibattito sul no contact, tanto per dirne uno fra molti). Anche io, come tu sai, sono perciò profondamente convinta della immensa validità dei gruppi di autoaiuto: in particolare, ricordo con grande gratitudine (per le energie positive che si mettevano in moto) il dibattito che, la scorsa estate, nel 2019, si animò qui sul blog, un confronto quotidiano serrato e molto partecipato in cui ciascuna (parlo al femminile, perché eravamo tutte donne) ha messo a disposizione delle altre, nel dettaglio, le proprie esperienze, vissuti, ricordi, impressioni, sensazioni, pensieri, idee, percorsi di liberazione, avanzamenti e peggioramenti, difficoltà e punti di forza, impedimenti e risorse, incentrandoci soprattutto sulle vie per riflettere su noi stesse e per intraprendere strade di liberazione concrete (soggettivamente valide) dall’aggancio mentale con questi soggetti, senza alcun giudizio verso nessuno e con piena solidarietà verso la condizione di ognuna, quale che fosse: fu un serrato e appassionato dibattito che in quel momento ci aiutò tutte, pur nelle varie differenze di situazioni, condizioni e anche di convinzioni sul fenomeno del dnp. Mi sembra di ricordare anche che tutto questo contribuì ad aumentare pure l’attenzione di alcuni professionisti sul blog, che era certo già conosciuto come uno dei più validi sul tema, con grande soddisfazione di noi tutte: non per protagonismo ma perché benvenga ogni attenzione ulteriore su un fenomeno di cui ancora oggi in fondo poco si è studiato.
    Non finirò dunque mai di ringraziarti, Claudileia, per lo spazio virtuale messo a disposizione di chiunque abbia bisogno di un confronto e per il supporto fornito, il resto dobbiamo farlo soprattutto noi nell’esplicazione di un confronto che sia valido, senza pregiudizi, per un concreto aiuto reciproco. Io, oggi come oggi, non mi sento più di parteciparvi quotidianamente: il mio percorso di liberazione da np è andato fortunatamente molto avanti e mi sono molto rafforzata interiormente, ma mi piace ancora visitare il blog, perché ad esso devo molto, e se posso dare una mano lo faccio sempre volentieri.

    Un abbraccio

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  20. PER ANNALISA

    “Intendersi bene” per me, in questo caso, non comporta una forzata condivisione (se vuoi intendere l’essere per forza d’accordo su qualcosa), ma significa soltanto attenersi alle cose che vengono dette senza trarne implicazioni ulteriori non espresse o attribuire ad esse una valenza che non esiste nelle intenzioni dell’altro, o cercare di difendersi da accuse che non sono state in alcun modo mosse. Questo si può senz’altro fare, senza necessariamente dover concordare sulle idee e pure in presenza di dimensioni culturali e livelli di istruzione differenti.
    Mi spiace se, involontariamente, ho attivato vertiginosamente i tuoi livelli di allerta (a seguito di anni di gaslighting), ma anche i miei livelli si attivano energicamente (per le tue stesse identiche ragioni) quando mi sento attribuire intenzioni e implicazioni di pensiero che non mi appartengono e, soprattutto, che non ho affatto espresso: quando, dopo un mio intervento con l’invito a lavorare su noi stesse (sulle nostre carenze e fragilità), tu dici: “Forse io non farò testo perché se stringo un pupazzo ho paura che senta dolore, ma onestamente dopo ciò che ho subíto non ho più voglia di giudicare chi ci cade… […] La maggior parte delle vittime rimane vittima grazie al senso di colpa. Smettiamo noi per prime di farci sentire inadeguate perché “non abbiamo lavorato abbastanza su noi stesse””: qui, di fatto, mi stai attribuendo un pensiero e una volontà di giudizio di valore (l’essere inadeguate) che non io ho per nulla espresso e una tendenza ad agire sul tasto dei sensi di colpa (di chi è stato abusato) che non mi appartiene in alcun modo: qui, abbi pazienza, mi sento davvero confusa con qualcun altro che non sono io e con intenzioni che non sono le mie. Di qui, il mio invito a “intendersi bene” e a evitare confusioni: non ho mai detto che sei una persona in sé confusa (non ti conosco), ma solo di non fare confusione, qui ed ora, nell’interpretazione delle mie parole espresse, sempre qui ed ora, nel mio intervento specifico sul blog, di non sovrainterpretarle. Forse non mi sono espressa bene (benché Lucia Bennet abbia ben compreso il mio intervento e lo abbia ribadito con altre parole), ma ho cercato di farlo a più riprese e di declinare dettagliatamente il mio pensiero, proprio per evitare equivoci.

    Anche io non mi ritrovo con ciò che dici: rispetto la tua esperienza e il tuo pensiero, credo di avere compreso correttamente quello che vuoi dire, però non solo essi non corrispondono ai miei, ma pure resto convinta (è legittimo, no? per te come per me) che non siano l’approccio più utile per affrontare le conseguenze psicologiche degli abusi subìti, in special modo intendo nei casi (molti), più dolorosamente gravi, in cui si è avuta molta difficoltà a sganciarsi da np pur avendo raggiunto la consapevolezza del suo disturbo o pur essendo riusciti anche a chiudere la relazione personale diretta (ma non riuscendo a chiudere la dipendenza mentale e non riuscendo a ritornare a vivere, anche dopo anni e anche per molto più tempo di quanto è durata la relazione con np in sé): secondo me, in questi casi specialmente, la spiegazione attraverso il solo condizionamento mentale eterodiretto (da np), benché potentissimo come sappiamo, risulta comunque insufficiente a spiegare incastri così potenti e così durevoli. Secondo me, invece, in questi casi esistono delle fragilità interne nostre e delle dinamiche di azioni-reazioni che inneschiamo inconsciamente anche noi nelle relazioni insane (sfide varie, volontà di essere riconosciute a tutti i costi da parte di chi ci svaluta e soprattutto non ci merita, e disperazione per non esserlo, volontà ostinate di salvarli e salvare noi stesse dando finali diversi a copioni molto più antichi, ricerca disperata e disperante di acqua in pozzi prosciugati…), su cui np prolificano (e che con soggetti normali non sarebbero certo attivate in tal modo). E’ su questo che non siamo d’accordo, Annalisa: sul ruolo (INCONSCIO e INCOLPEVOLE, ribadisco) che le prede di np possono avere nelle dinamiche disturbate, perché np fanno possibilmente leva sulle più profonde ferite originarie dell’altro (e da questo pigiare escono fuori reazioni, azioni, dolori, tentativi…), e dai e dai le trovano, e quando le trovano gli effetti sono amplificati e devastanti: secondo me spesso succede questo, negli incastri lunghissimi con np, quindi il mio invito è a riflettere su se stessi in questo senso e non genericamente: non è “aiutati che dio ti aiuta”. Tu non sei d’accordo: certo non dici che l’autoriflessione non sia necessaria (né io te l’ho attribuito, questo), ma non condividi questo approccio che vede un ruolo non solo passivo delle vittime (che non significa colpa, né “arrangiati”, né altro di questo genere, né tantomeno corresponsabilità negli abusi: spero sia a questo punto chiaro).
    Non credo dunque di stare a maleinterpretarti: ho espresso solo un’idea differente dalla tua sul tema specifico, idea su cui non intendo convincerti ma che vorrei che fosse presa per quello che realmente vuole esprimere, senza suscitare reazioni di ipersensibilità autodifensiva come se io volessi colpevolizzare le persone di essere state preda di np e intrappolate nelle maglie dei suoi abusi: io, Annalisa, lo ricordo qui anche se non ce ne sarebbe bisogno, non sono una narcisista patologica e anche io sono stata una vittima di abusi, esattamente come te e tutte le altre su questo blog.

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  21. Buongiorno.
    In questo blog la maggior parte delle testimonianze é di donne sopravvissute a partner narcisisti. Da figlio di narcisista, posso dire che i danni che un padre del genere può infliggere a un figlio sono altrettanto, se non più gravi, visto che l’aggressione é diretta a un individuo in crescita con un cervello in formazione ( d’altra parte mi sembra di capire che tali danni trovano un loro corrispettivo in vere e proprie alterazioni neuroanatomiche e funzionali a livello cerebrale, per cui ripristinare un funzionamento normale é molto difficile).
    La storia della mia vita sarebbe un po’ lunga, posso sintetizzarla dicendo che quando mi affacciai alla vita nell’adolescenza ero una persona estremamente timida e insicura. Pur essendo un bel ragazzo, avevo enormi difficoltà nell’approccio con l’altro sesso: la ricerca dell’invisibiltà ( da parte mia ) faceva sì che le ragazze non sapessero con chi relazionarsi ( ma d’altra parte non lo sapevo nemmeno io…). Isolamento, solitudine, depressione e idee suicide, questa é stata, purtroppo, la mia gioventù. L’agognata indipendenza economica, avvenuta dopo un lungo corso di studi, mi permise di affrancarmi da un ambiente familiare tossico ed iniziare un percorso di psicoterapia che però non diede i risultati sperati se non solo in parte ( sul perché ciò avvenne occorrerebbe una riflessione a parte).
    In età ormai non più giovane conobbi quella che sarebbe poi diventata mia moglie. Fortunatamente persona non narcisista, con una grande energia, che riesce a ” contagiarmi” positivamente con la sua vitalità e la sua spontaneità. Ho intrapreso da circa otto mesi un nuovo percorso psicoterapeutico, che questa volta ha messo subito a fuoco le mie problematiche ( con il precedente terapeuta, la parola ” narcisista” non era stata nemmeno pronunciata…). Ho ancora i miei momenti di tristezza e depressione, ma riesco ad affrontarli molto meglio di una volta. Credo che avere a che fare con certi soggetti lasci segni indelebili e ferite difficili da rimarginare, ma spero di essere smentito dai fatti, con il progredire della psicoterapia.
    Una scena mi é rimasta impressa, anche se sono passati tanti anni. Camminavo in una piazza della mia città, una bella ragazza portava con il passeggino un bambino molto piccolo. Ricordo ancora il profondo odio con cui si rivolgeva a quel povero esserino indifeso, chissà cosa ne sarà di lui adesso… Forse oltre alla patente per guidare le auto dovrebbero dare anche quella per fare il genitore. Utopia? Chissà…
    Un abbraccio a tutti gli utenti di questo bel blog.

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    1. Caro Tony,

      per quello che ho vissuto io, la parte peggiore dei narcisisti perversi è che oltre il danno diretto, svalutazioni e pretese senza senso, attivano il danno collaterale (io lo chiamo così)… manipolano le situazioni e le persone per ottenere consenso e ammirazione a discapito di chiunque… figli compresi… ovvero ti arrivano “aggressioni indirette” da amici e parenti manipolati…
      Quando il papà dei miei figli parla con le insegnanti e le mamme dei compagni di scuola, io temo quello che racconta e quello che possono comprendere.
      So sulla mia pelle che la presentazione di noi e della nostra “realtà” condizionerà pesantemente l’atteggiamento che le persone avranno nei nostri confronti e inevitabilmente condizionerà noi…
      Alcune persone spariranno dalle nostre vite perché scopriranno segreti che non vorranno rivelarci… o verranno loro riferite cose mai dette o mai avvenute…
      Finiranno su di noi colpe per cose che non abbiamo commesso…
      Da figlio significa vivere in una realtà confusa e sospesa… totalmente fuori controllo…
      La maggior parte delle persone sono totalmente ignare dell’esistenza del dnp, ignorano la possibilità che le persone possano deliberatamente mentire o consapevolmente distruggere… ascoltano e osservano sulla base del sentire comune e del comune agire e spesso questo atteggiamento lo si ritrova negli stessi terapeuti, forse perché noi stessi non siamo in grado di fornire loro le giuste informazioni…

      Una genitore NP prenderebbe la patente per fare il genitore senza problemi… perché tra quello che appaiono e quello che sono c’è una fredda e calcolata differenza… possono fingersi chiunque… anche il migliore dei padri o la più amorevole delle madri per poi aggredire e distruggere nel silenzio delle quattro mura domestiche…

      So che è una domanda piuttosto impegnativa, ma…
      Avere una mamma consapevole del disturbo di tuo padre ti avrebbe aiutato?
      Se qualcuno durante la tua crescita ti avesse detto “quello che senti è del tutto normale perché tuo padre è un NP e tu non puoi farci niente… meriteresti tutto l’amore del mondo ed è lui che non è capace di dartelo e non tu a non meritarlo”… avrebbe fatto la differenza?
      Cosa avrebbe potuto fare la differenza?

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      1. Ciao Francesca
        Ti sintetizzo la risposta ( anche se non ne ho ovviamente la certezza assoluta ): se mia madre fosse stata consapevole del disturbo di mio padre non l’avrebbe sposato, e io non sarei qui a dare la mia testimonianza. Aggiungo che tanta é stata la sofferenza psicologica che ho sperimentato, da far sì che io mi sia certe volte chiesto, durante la mia vita, se non sarebbe stato meglio così.
        Cosa avrebbe potuto fare la differenza? Credo che l’unica cosa che sarebbe potuta servire, sarebbe stato allontanarmi fin da tenera età dall’ambiente familiare tossico, la qual cosa fu quasi sul punto di realizzarsi…
        Mia madre, settentrionale, conobbe mio padre, meridionale trasferitosi al nord per lavoro, e dopo circa tre anni lo sposò, senza conviverci ( parliamo di tanti anni fa ). Parlando con lei, mi disse che fece questo passo pur non essendo profondamente innamorata, senza esserne convinta fino in fondo e sentendo che ” qualcosa non andava”; non escludo che, sulla sua decisione, abbia influito il bisogno di ” sistemarsi” ( tra l’altro mio padre aveva una posizione sociale di tutto rispetto). Dopo la nascita mia e del mio primo fratello, mio padre decise unilateralmente, e senza comunicarle niente ( se non a fatto compiuto), di trasferirsi al sud. Mia madre a quel punto, di fronte alla cosa, comunicò a mia nonna materna che non si sarebbe trasferita con lui, ma si trovò di fronte all’opposizione di mia nonna ( donna molto autoritaria) che le disse ” ora che l’hai sposato lo devi seguire”. Al che non le restò altro che subire la decisione di mio padre, visto che di rimanere da sola con due figli a carico e con un lavoro come il suo non se ne parlava proprio.
        Ancora adesso mia madre, quando parla di mio padre, dice che era ” buono ma con un cattivo carattere” ( sarà per non ammettere, anche di fronte a sé stessa, di aver fallito e di aver sposato un uomo che non voleva bene a nessuno?).
        Io credo che mi avrebbe potuto salvare solo qualcuno che, durante la mia infanzia, avesse preso le mie parti, e portato via da casa mia dicendomi ” tu per il tuo bene qui non puoi crescere”. Ma la cosa non avvenne, e io mi allontanai solo dopo avere raggiunto l’indipendenza economica ( cosa che cercai disperatamente di raggiungere).
        Dico anche che, rispetto alle storie che leggo qui, mio padre non era nemmeno dei peggiori. Per quello che mi risulta, era fedele, e incapace di manipolazioni psicologiche diaboliche e raffinate. Era semplicemente un individuo, per il suo egoismo e per la sua anaffettività, del tutto inadatto a mettere al mondo dei figli; oltre ad essere una persona aggressiva ( nei momenti di rabbia era capace di spaccare tutti i piatti, di fronte a noi ancora bambini), e per la quale le opinioni ( e le esigenze ) degli altri valevano meno di zero.
        Posso solo aggiungere che, anche se mio padre non era dei peggiori, l’ho pagata molto cara. Ma posso anche testimoniare che un supporto qualificato ti può aiutare molto ( anche se trovarlo, spesso, é questione di fortuna); per la mia esperienza, comunque, si tratta di un percorso di anni, lungo e doloroso, e che non tutti si possono permettere. E, alla fine, per sentire che ” quello che sentivo era del tutto normale”, ho dovuto aspettare che me lo dicesse la mia psicoterapeuta, da cui ho imparato anche che quel bambino, solo e impaurito, aveva più buon senso dei suoi genitori…

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  22. Cara Francesca e Tony,

    mi permetto di fare una riflessione sulla domanda posta qui sopra, di Francesca, “ispirata” alla versione del figlio di un genitore narci, ovvero Tony, che ci ha riferito la sua testimonianza.
    Io sono sia figlia di una madre narci (non maligna, ma che non ha saputo proteggermi né fare a meno di manipolarmi), e per pochi anni (dopo un lungo matrimonio normale) sono stata la compagna di un narci maligno e influente. Abbiamo una figlia, che ha compiuto quattordici anni.
    La faccio breve: Tony avrebbe tratto giovamento dall’avere almeno un genitore su due consapevole della patologia dell’altro, (e magari anche di se stessi)?

    La mia risposta di figlia e di madre è: assolutamente sì.

    Infatti io, da figlia, bambina e ragazza “mai vista” da mia madre, e con un padre a lei succube, ho avuto (ho quasi 49 anni) una vita travagliatissima. Tutto succedeva, e io sono sempre stata sola con i miei demoni, sempre di più mano a mano che crescevo.

    Invece mia figlia ha avuto un genitore, la sottoscritta, che aveva già fatto un percorso personale rispetto alla relazione tossica, a suo padre come personalità pian piano sempre più chiara, e io con i miei vizi e virtù da elaborare, consapevolizzare con eterno lavoro. E quando è arrivato il turno suo, di mia figlia intendo, di accorgersi – a dieci anni – che qualcosa era strano nella dinamica con suo padre, e poi a quasi undici anni, di confessarmi qualcosa di brutto accaduto con lui due anni prima, non ha certo trovato un genitore cieco e sordo ai suoi sintomi psico-somatici e alla sua sofferenza, sempre più palpabile. Ha trovato una madre che sapeva perfettamente che quanto rivelato dalla bimba, corrispondeva al vero. Da quell’istante, con mille fatiche, abbiamo potuto iniziare a vivere in modo meno condizionato.

    La realtà umana per me è questa: se un genitore è certamente un sadico perverso narci maligno, non sentirsi in colpa tutta la vita perché l’altro genitore non ti ha protetto, creduto, difeso, può essere psichicamente la mazzata finale, per il figlio. Che o per mimesi diverrà la fotocopia del suo manipolatore, o rischierà una vita da fragile, insicuro, con identità poco o per nulla strutturata.

    La realtà legale invece è tutt’altra cosa. E Francesca, se hai a che fare davvero con un co-padre narci maligno, è bene che ti informi su come funziona il sistema degli affidi in caso di separazione giudiziaria, o di “conflitto” tra genitori, o di rifiuto da parte del minore di uno dei due genitori. Anzi, non è bene. E’ necessario.

    @Tony Non mollare mai, noi figli un po’ così diciamo, possiamo davvero imparare a essere. Essere noi stessi. Dopo ogni inevitabile caduta, noi sappiamo che possiamo rialzarci. E sai perché? Perché conosciamo un tipo di sofferenza talmente costante, che ci accompagna da tutta la nostra esistenza, che dobbiamo a un certo punto divenire consci del fatto che noi, proprio noi che appariamo al mondo i fragili, gli iper-sensibili etc, siamo quelli che hanno le palle più toste di moltissimi altri, perché noi quella sofferenza psico-fisica la conosciamo assai meglio di coloro che, sempre apparentemente, hanno un funzionamento migliore del nostro. Noi non ci nascondiamo, tentiamo di curarci, falliamo, ogni tanto qualche respiro; e nel quadro grande delle cose, io credo sia molto più vitale – e costruttivo, ai fini di modelli familiari e generazionali tossici da interrompere – essere così.

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    1. Io sono già fuggita a 700 km di distanza sfruttando la sua indolenza e il suo “idillio amoroso” con una collega sposata…
      L’accordo prevede 2 weekend al mese che i bimbi trascorrono con lui a casa dei nonni…una settimana a Natale, due l’estate…
      Non dormo serena comunque…

      Come l’ho scoperto io, lo ha smascherato anche il capo ed ha perso il lavoro… ora si spera che non si svegli anche la nuova vittima… perché gli sta crollando addosso il suo castello di sabbia e quando ha paura di “perdere” diventa cattivo…

      “Sarà sempre la tua parola contro la mia!!!”
      Me lo ha detto con quel ghigno perverso… più volte… anche quando ho trovato una enorme busta di erba nel suo armadio…

      Ci sarà un modo per far uscire la verità…
      … tu ci sei riuscita e dai racconti il tuo np non era certo pigro e mediocre come il mio, ma forte e influente… ma tu eri allenata a combattere… ed avvezza al dolore…

      Hai scritto: “Noi non ci nascondiamo, tentiamo di curarci, falliamo, ogni tanto qualche respiro; e nel quadro grande delle cose, io credo sia molto più vitale – e costruttivo, ai fini di modelli familiari e generazionali tossici da interrompere – essere così.”
      Già…in casa meglio un po’ di disordine in giro che vivere con l’immondizia nascosta sotto un bel tappeto persiano…

      Grazie Lucia😘

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      1. Francesca,
        esatto, la polvere sotto i tappeti è concausa di quel modo di essere e operare, il terreno di coltura della perversione.

        “Ci sarà un modo per fare uscire la verità”, quasi implori pregando.
        E io ti capisco, non sai quanto, ci sono stati, e tuttora ci sono, dei momenti durissimi.
        Ma il modo legale per farlo passa per un percorso a ostacoli che definire kafkiano è un eufemismo. Tanti rischi, e bisogna intraprendere la guerra (perché questa sarà, con padri simili) ASSOLUTAMENTE conoscendo sin dal principio come muoversi in modo tutelante nei confronti dei minori senza risultare, agli occhi di CTU e giudici, una madre ostativa. Se incappi nell’accusa che oggi, a 14 anni dalla riforma della legge in materia di diritto di famiglia del 2006, viene strumentalmente utilizzata da padri malevoli per toglierti i figli, o almeno portare te al disfacimento esistenziale, economico, psico-fisico grazie alle lungaggini del nostro sistema legale. Io sono più di 11 anni in questa situazione. Al primo round, esitato con classico affido ai Servizi, ero totalmente impreparata, poco strutturata, ancora confusa e stremata dalla relazione tossica; anche perché all’epoca, in Italia, non si parlava di narcisismo maligno come oggi: ho dovuto iniziare da zero da sola a dipanare la matassa, poi qualche anno fa ho iniziato a capire davvero, poi ancora a studiare strategie difensive adeguate alla peculiare situazione in cui una madre intende difendere la prole in Tribunale e spesso si ritrova a doversi difendere dall’accusa di aver manipolato i figli.

        Ci sono tante cose da considerare, dobbiamo sempre stare calme o siamo fregate in partenza, a volte valutare il male minore per i figli, confrontarsi con altre madri che stanno passando per le tue stesse forche caudine, fidarsi di chi ne sa più di te sull’argomento, vuoi perché ci è passato, vuoi perché ha strumenti professionali, vuoi per entrambi (vedi Claudelia, che può testimoniare come in molti momenti, nonostante ormai sapessi molte cose, mi sentivo comunque senza speranza. Ringrazierò sempre Claudelia per alcune competenti e pertinenti dritte che mi diede non troppo tempo fa).

        In sostanza, prima di qualsiasi passo legale, SPECIE all’inizio del contenzioso (momento cruciale, chi dei due parte con denunce – strumentali o autentiche che siano -, chi dei due chiede cosa in giudizio rispetto all’affido, e a moltissimo altro). Appena sospetti che dal punto di vista legale qualcosa inizia a muoversi (su tuo impulso o della controparte), o appena sospetti che i minori siano non solo poco tutelati durante le frequentazioni con il padre, ma anche in qualche tipo di pericolo, abuso, disagio (per cui, da madre tutelante, dovrai essere tu a muoverti in qualche modo), confrontati con dati e fatti alla mano qui sopra, e con associazioni e forum dedicati alle madri che stanno lottando per riavere con loro figli allontanati per una conflittualità presunta tra genitori, conflittualità che il nostro sistema legale fatica molto a recepire come violenza e non conflittualità QUANDO in presenza di padri davvero disturbati. Per iniziare a impostare un discorso sulla tua posizione, servono dati e date, età dei minori e disamina dei trascorsi. E tanto altro.

        Naturalmente, puoi anche scrivermi in privato a LUCIABENNET@TUTANOTA.COM
        Io non ne sono ancora fuori, ma a buon punto. Venerdì ho avuto un’udienza in TO positiva, a luglio ho avuto riscontro positivo in TM. Ora attendo un secondo Decreto (dopo il primo del 2011) da parte della Giudice togata in TM. Quindi sono ancora pienamente coinvolta, e il giudizio di chi è coinvolto, sappiamo, a volte può non essere utile. Quando sarò e sentirò di avere chiuso con questo lungo capitolo della mia vita, e di quello di mia figlia, racconterò pubblicamente la nostra vicenda, qui sopra in primis, perché questo blog ha aiutato moltissime persone con una generosità, competenza e onestà da parte dell’ospite di casa, che io fatico a trovare altrove.

        Termino con un: non farti intimidire da nessuna vicenda riportata, la mia inclusa, che ha avuto delle specifiche un po’ particolari, a partire, come dici tu, dalla differenza di indole e operato tra i nostri aguzzini.
        Ogni caso è a sé, MA va valutato con studio, serietà, scaltrezza, e possibilmente un avvocato che non stia nella lista nera dei professionisti della PAS (Parental Alianation Syndrom).

        Ultima cosa: ai genitori in ascolto. Vi prego di non sottovalutare mai e poi mai i rischi che bambini e ragazzi corrono con alcuni soggetti np. Dalla mole di letteratura sciroppatami negli anni, una cosa ho ben chiara: che gli abusi (di tutti i tipi ovviamente, ma attenzione a quello sessuale in tutte le sue forme, dalla più subdola alla più eclatante) sui minori sono molto, ma molto, ma molto più frequenti di quanto
        pensiamo. Di quanto io stessa pensassi.

        Bacio a te Francesca

        PS:. Io sono abituata a combattere e avvezza al dolore, questo è sicuro. Solo che fino a poco tempo fa non lo sapevo Francesca, per niente. Non ero consapevole. Credevo all’immagine di me che tutti mi hanno sempre rimandato: una bella e fragile oca un po’ matta e molto incapace in tutto. Ora il mio auto-esame di realtà è ben diverso: conosco i miei limiti e le mie virtù. Prima no.
        E sto iniziando, o meglio portando avanti più seriamente che in passato, un percorso spirituale con una persona, una nuova amica e socia, con cui ci sono affinità e sensibilità che si incastrano virtuosamente per entrambe.

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      2. Come si capisce se tuo figlio subisce abusi sessuali? Quali sono i segnali? Quelli psicologici ne ho una vaga idea perchè ho imparato a riconscerli…mi basta vedere mio figlio quando torna ed è cupo, irritato e negativo in tutto ..ma poi dopo mezza giornata con me e la mia famiglia ritorna ad essere se stesso.

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      3. Cara Rosa, è essenziale cercare un aiuto terapeutico. Interrogare il bambino peggiora le cose e potresti essere accusata di inserire idee fuorvianti nella sua mente per allontanarlo dal padre. Urge, quindi, cercare un terapista infantile per capire come mai il tuo bimbo ritorna sconvolto ogni volta che si vede con il padre. L’argomento è di una delicatezza unica, ma soltanto un aiuto professionista senza forzature può togliere ogni dubbio. Di solito i bambini preferiscono raccontare tutto a terze persone perché si sentono colpevoli. Difficilmente i figli di genitori separati raccontano cosa fanno mentre sono in compagnia di uno dei due. Hanno una terribile paura di ferire i genitori e quindi si chiudono a riccio. Per questo ti consiglio urgentemente (se i dubbi sono così forti) di cercare un aiuto esterno. Un abbraccio grande e aggiornaci, ok?

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      4. Grazie, Lucia,
        leggerò più volte entrambe le risposte finché non le avrò fatte mie e osserverò…
        Ho già salvato la mail… grazie…
        Devo trovare la forza di essere serena e di vedere e ascoltare senza ansia… non è facile…
        Anche la mia polpetta è più determinata di me… ma è anche dolce e fragile… spero metta fuori la stessa forza della tua, perché a prescindere dal tipo di abuso, mentire e manipolare la realtà per il proprio interesse come fa il “migliore” degli NP è sempre un abuso… far mentire e nascondere la verità è comunque un abuso…
        Grazie e un bacio a te!

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    2. Cara Lucia
      Tua figlia é fortunata. L’unica cosa che può salvare la salute mentale dei figli ( e della moglie ) in queste situazioni, é che la moglie se ne vada e lasci il narcisista da solo con i suoi demoni interiori, da cui é sopraffatto e che gli impediscono anche di chiedere aiuto. Ma perché ciò accada, occorre che la donna prenda conapevolezza del problema, mentre mia madre, ancora a distanza di tanti anni, lo nega ( il che porta il figlio a pensare: ma sono io il pazzo che non ha una giusta percezione della realtà?).
      Poi sul fatto di essere più tosti… Io posso solo dirti che, se penso al mio contesto familiare, mi chiedo come non sono finito in Psichiatria… Ma pur ammettendo di essere tosto, ti confesso che comunque il lavoro di demolizione continua e sistematica della mia autostima, il suo scopo comunque l’ha raggiunto, e riprendersi é durissima. Come dissi una volta alla mia psicoterapeuta, mi sento come un pugile a cui per tutta l’infanzia e l’adolescenza le hanno suonate, perché era impossibilitato a difendersi, e che poco a poco si deve riprendere dalla batosta, e a cui, nonostante la forte fibra, i colpi hanno fatto molto male, e lasciato dei segni ( spero non indelebili)…

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  23. Cara Annalisa, mi chiamo Marina, sono una scrittrice e sono stata vittima di abusi narcisistici. Mi piacerebbe mettere nero su bianco le nostre emozioni (anche in forma anonima), scrivere gli abusi che abbiamo subito, il dolore che abbiamo provato, le ingiustizie, le umiliazioni, la prosopopea di chi dal di fuori credeva di poterci giudicare. Ti piacerebbe? A me molto. Fammi sapere rispondendo a questo mio commento. Per ora, ti abbraccio e sappi che anche io devo la vita a Claudileia.
    Marina

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  24. Rosa, Francesca,

    ciò che dice Claudelia è prezioso: mai interrogare direttamente un bambino. Per molte ragioni. E comunque non porterà a nulla, o a nulla di buono.

    Posso illustrare il mio caso: è stata la bambina, dapprima a parlarne con l’amichetta del cuore in quarta elementare, poi, raggiunti i quasi undici anni, l’ha detto a me, e io l’ho subito portata da una terapeuta, cui ha ribadito tutto; infine la testimonianza davanti al giudice, a 13 anni.

    Partire dai sintomi (intestino irritabile, infezioni alle parti intime, disturbi alimentari, comportamenti inusuali, tic nervosi, emicranie, stato generale di salute non compatibile con le complessità di vita del bimbo a voi note, etc.), per indagare sulle cause; con aiuto terapeutico.

    PS:. Mi duole però aggiungere, ma per amore di verità non posso sottrarmici, che rivolgersi a un professionista PUO” non essere affatto risolutivo, o neppure di aiuto. Nel mio caso, e in tanti altri che conosco, SE mia figlia non si fosse predisposta internamente lei stessa per prima, a raccontare, a rompere il silenzio, a uscire dall’omertà, ad accusare suo padre con fare ben circostanziato, io dubito che le cose avrebbero potuto andare come stanno andando. Nel mio caso la vera tutela è partita dalla bambina stessa, che così agendo, si è di fatto salvata da sola (certo, io ho pensato a tutto il resto, come normale). Ma altre tutele, in teoria fattuali e puntuali, presso terapeuti e altri professionisti dell’affido, ne ho trovate? NI. Perché nei fatti sono vaghe, fumose, a volte chiaramente insufficienti e causa di frustrazione per mia figlia. Insomma, ai bambini è ancora difficile credere: così ragionano ancora molti adulti, terapeuti, Servizi e giudici inclusi. Quindi non crediate sia una bacchetta magica, rivolgersi a professionisti; quello che potete fare è di sicuro porvi sempre in modalità dialettica con vostro figlio, che deve avere la fiducia necessario per potervi dire ciò che lo fa star male. A una certa età, diciamo verso la fine delle primarie, è possibile per un minore parlare e sentire per se stesso. Poi è chiaro che dipende anche dall’indole del minore: più tende all’obbedienza, alla sottomissione e alla timidezza, meno possibilità ci sono che vinca la paura del ricatto (c’è sempre un ricatto: non dire, non parlare ecc). Più tende all’autonomia, ma direi anche alla sfacciataggine, al rischio e alla sfida pur di ottenere lo scopo (ovvero: non dover più sottostare alle imposizioni di un genitore nocivo), più ci sono possibilità che se ne freghi dell’immagine, delle reazioni di mamma e papà, del casino che ne seguirà. A questo tipo di bambino qui (come mia figlia) interessa andare al sodo, quindi a liberarsi (appena ci è riuscita, certo non a 8 anni) di ciò che non la fare star bene o non la fa respirare, paradossalmente può andare meglio, in situazioni “estreme”. Invece in situazioni quotidiane vi assicuro che è una bella lotta: è più forte e strutturata di me (almeno lei lo crede, come tutti gli adolescenti; ma io pure credo ci sia del vero: del resto ha metà patrimonio genetico del padre maligno, ha tratti di quel tipo che mi facevano e tuttora talvolta mi fanno arrabbiare molto, e tenerle testa a volte richiede una centratura notevole da parte mia, perché so che appena mi vede fragile, lei si sente superiore e in diritto di qualsiasi cosa. Quindi per avere presa su di lei, io devo stare sempre tranquilla ma decisa, auterevole al limite dell’autoritario – se solo sapessi come si fa :-). Ma quando riconosce in me un’autorità, e insieme si riesce a comprenderci a vicenda, magari sviscerando l’episodio appena accaduto, io so che lei, pur essendo una tipa ‘tosta’ diversissima da me, è solo questo: diversa da me, non un sotto-prodotto del padre).
    Purtroppo viviamo ancora in una società adultocentrica, come la definisce l’Avv. Coffari nel saggio “Rompere il silenzio. Le bugie sui bambini che gli adulti si raccontano”. Laurana Editore. Società in cui ci illudiamo che oggi i minori abbiano diritti inalienabili confronto al passato, ai greci, a Sant’ Agostino, ai tempi della miseria e della povertà. Invece i minori continuano a essere soggetti senza reale dignità e diritti, valvole di sfogo dei peggior perversi e di chi si gira dall’altra parte.

    Scusate il fervore, è un argomento che mi sta molto a cuore per più di un motivo, purtroppo.

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  25. Torno a scrivere sul tuo blog dopo mesi di assenza in cui ho vissuto la paura, la sofferenza acuta quella che senti nella carne. Il dolore incredibile causato nella fase di recupero, dagli errori, dalla superficialità, dall’ignoranza delle persone citati….li ho vissuti tutti. Anche l’inconsapevolezza degli esperti del settore.

    Ho scoperto questo blog come molte delle persone qui dopo aver scoperto di avere a che fare con una persona con disturbo della personalità. Ho attraversato tutte le fasi, una ad una. Dalla luna di miele, alla distruzione fatta di insulti e di dissonanza cognitiva. Dalle ricadute al sentirmi incompresa da tutti. Dalla speranza di svegliarmi dall’incubo alle fasi di astinenza. La mia ultima ricaduta a febbraio si è terminata in minacce di morte e di sfigurarmi con l’acido, di farmi morire con la bocca aperta.
    Non lo auguro a nessuno questo inferno. La vergogna di ritrovarmi a provare astinenza per una persona che una volta caduta la maschera aveva poco di umano.
    Il primo lock down l’ho vissuto con una paura profonda. Mi sono messa in contatto con un’associazione che mi ha guidato passo passo. Sono stati capaci di anticipare ogni sua azione. Fino all’ultima. Mi è stato spiegato che questi personaggi nella fase di rottura tendono ad invertire i ruoli. Vogliono farsi passare per vittime. Per fortuna l’associazione mi aveva preparata a questa eventualità. A febbraio ho cambiato casa e quindi non sapeva più dove fossi. Dopo un mese di silenzio ricevo un messaggio in cui mi dice: se non smetti di mandarmi messaggi da narcisista perversa vado in questura a denunciarti. Se non avessi avuto l’appoggio dell’associazione avrei reagito a quest’assurdita visto che non ho mai provato a contattarlo.
    Da allora non ho più notizie. Mi hanno spiegato che avrà sicuramente trovato un’altra vittima.
    Per motivi di lavoro a settembre mi sono trasferita nella sua città. Non esco mai di casa e quando lo faccio cerco sempre di farlo in compagnia. Quando esco da sola ho paura per strada. Paura di incontrarlo.
    Tenevo d’occhio il suo profilo wzp avendolo pero bloccato. In una prima fase pubblicava delle foto che io avevo scattato di lui. In questi giorni ha iniziato a pubblicare delle frasi o citazioni che pubblicava quando eravamo insieme soprattuto nella fasi in cui tentava di riagganciarmi. Ho dedotto che è nella fase di separazione con la nuova preda. E io mi ritrovo quasi a vivere in parallelo la sua vita. Come se la mia si fosse fermata. Se prima controllavo solo per tranquilizzarmi che non ci fossero minacce nei miei confronti prima di uscire di casa adesso mi trovo a verificare a che punto è con la sua nuova relazione. Mi viene nostalgia. Quasi invidia per questa nuova preda. Poi vengo invasa vergogna per questo stato d’animo. . La cosa è cosi insensata e ne sono consapevole che vivo in uno stato di malessere continuo. Inutile dire che con il Covid incontrare persone nuove o fare cose è impossibile.

    Vorrei tanto ricominciare a vivere serena, ma nonostante sia riuscita ad allontanarlo questo incubo mi sembra non finire mai.

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  26. Le storie di vampiri si somigliano tutte. Storie di puro orrore in cui alla fine vincono i cattivi. Oppure perdono tutti, vai un po’ a capire. Anche la mia storia è così. Per quanto ne abbia sgomitolato più volte nella testa i capitoli cercando di isolare l’eccezione, il momento preciso, quel quid che – volesse il cielo – avrebbe potuto fare la differenza nel piccolo inferno privato in cui mi è toccato sprofondare, alla fine ho dovuto arrendermi all’evidenza e constatare quanto anche la mia vicenda si configurasse in quel tristo canone di racconti gemelli con protagonisti i succhiasangue.
    Riassumo a seguire l’evolversi dei fatti, sperando di non annoiare il lettore: scrittore di qualche fama sulla soglia dei 50, atletico, giovanile, un paio di lunghe storie d’amore alle spalle e confinato per scelta in una dimensione di provincia rotta non di rado dai viaggi per la promozione, vengo contattato da una giovane attrice locale in cerca di sbocchi per la carriera. Propone dei corsi di sceneggiatura da tenere in concerto, profittando sfrontatamente della risonanza del mio nome per ampliare l’eventuale platea di interessati. Accetto di buon grado, lusingato dall’interesse e francamente colpito dall’avvenenza della fanciulla (ha 35 anni, ma ne mostra molti meno; anche, lo scoprirò a mie spese, dal punto di vista emotivo).
    Dopo un paio di piacevoli incontri davanti a una tazza di tè, la coinvolgo in qualità di lettrice in una presentazione dei miei libri, così, tanto per affiatarci e un po’ per farle il filo. Intanto predispongo la questione dei corsi, che mi pare giusta e praticabile. Lei sembra entusiasta: è colta, arguta, volenterosa. Ciò che cerco in una compagna. Gli incontri culturali cui prendiamo parte si moltiplicano in fretta, e i viaggi in auto per raggiungere assieme librerie ospiti e festival di letteratura sono forieri di un’intesa intellettuale crescente; le faccio conoscere un divo rock assai famoso, un paio di scrittori di una certa rilevanza, un bel po’ di organizzatori di eventi nel circondario e partecipiamo in coppia a un programma sulla radio nazionale. Intanto la faccenda dei corsi monta, facendosi seria: ci vorranno dei mesi per concretizzare, ma pensiamo ad altri progetti da sviluppare in duo (video, drammaturgie teatrali, altre letture: tutti eventi rigorosamente frutto di miei contatti). Siamo abbastanza intimi quando le dico che le ho organizzato un provino nella società di audiolibri con cui collaboro, e lei è al settimo cielo: in quei giorni viene spesso a mangiare da me, passiamo un sacco di tempo assieme e, senza ombra di dubbio, siamo complici. Solo, ho notato con non poco fastidio, che a volte ci mette ore, se non giorni, a rispondere ai miei messaggi. E un paio di volte mi ha dato buca senza preavviso. Anzi, proprio senza riguardo. Ho deciso però di fare il superiore. Non voglio rincorrerla: conosco i suoi trascorsi sentimentali per ciò che ha voluto raccontarmi (il suo ex era «un barbaro» che «le ha rovinato la vita») e so che ora, dopo una serie di “amorazzi platonici”, è single da qualche anno (come me, d’altronde). Avverto però una sensazione sempre più stridente quando sono in sua compagnia. La desidero, ma ne sono anche inquietato. Una strana distanza, estranea al mio vissuto sociale, mi avviluppa quando stiamo assieme: come se, a dispetto delle profonde confessioni private che abbiamo imparato a farci, lei non fosse sempre presente. E non ama farsi toccare.
    Una sera, mentre siamo in un pub, le spiattello senza giri di parole i miei sentimenti. Lei ne resta turbata, a naso meno di quanto voglia lasciar intendere. Poi un evento esterno (lo scattare dell’allarme di casa dei suoi genitori, con cui ancora vive, le viene segnalato dallo smartphone) ci separa. La mattina dopo le scrivo che lo slancio nei suoi confronti è per me un fatto inaspettato, qualcosa che non avevo previsto ma che mi sembra normale tra due persone che si frequentano. Lei mi risponde frapponendo una certa distanza. Precisa di non aver mai dato adito a fraintendimenti e che quello che prova verso di me è solo una gigantesca stima. Malgrado il malessere, incasso senza drammi. Si affretta però a sottolineare che, pur comprendendo se ora vorrò allontanarmi, le spiace «perdere tutto ciò che di bello avremmo potuto fare assieme». Io faccio finta di nulla, arrendermi adesso non è contemplato. Più tardi la tranquillizzerò con un sms circa i nostri progetti comuni: il corso è ancora in piedi, per il resto decideremo volta per volta.
    Dovessi identificare il quid, ammesso faccia differenza, è esattamente in questo punto della storia che lo segnalerei.
    Assenze e silenzi diventano routine: risponde ai miei messaggi con sempre minore prontezza, si sottrae prendendosi i suoi tempi: io faccio buon viso e mi gioco la carta dell’indifferenza, ma la cosa mi punge, e mi costringe a pensarla tutto il giorno. Diventa un chiodo fisso, e ho il sospetto lo sappia bene. Frattanto rinuncia al provino con gli audiolibri (“non è pronta”, afferma), lamentandosi però per come va la sua carriera e mostrando senza remore un livore rabbioso per le conoscenti che avanzano nel suo stesso campo. Io mi trattengo dal farmi presente come vorrei, ma soffro terribilmente i suoi andirivieni. Ogni fuga è una gran pena, ma pure un’immensa gioia quando, a sorpresa, ella fa ritorno: è come se sentisse che io sto qua, quieto, ad aspettare il suo prodigioso rimanifestarsi. A fasi alterne tempesta di like i miei post sui social, dove testimonio i frequenti viaggi in giro per l’Italia per parlare della mia opera. Mi fa sentire gasato – e meno solo – sapere che lei è lì a seguirmi: ma ho preso la cattiva abitudine di controllare chi altri apprezza, con chi interagisce: segue su Instagram quasi solo gente famosa: attori, registi e fotografi di grido, sotto i profili dei quali rilascia sovente commenti confidenziali, quasi facesse parte della loro vita. Ma non li conosce. Non conosce nessuno. I pochi amici che ha nell’ambiente sono un paio di giovani teatranti in erba, con cui capisco sentirsi di frequente. Me, mi contatta ormai solo quando è in crisi, e, scopro, in crisi lo è spesso: mi usa per rinvigorirsi l’animo, per tornare a sentirsi importante e per parlare di grandiosi progetti che la vedono protagonista oppure di viaggi che sta per fare, strepitose tournee in giro per il mondo che presto, molto presto, le hanno assicurato sarà chiamata a tenere. Io non oso disilluderla. Mi sento un po’ manipolato ma, mi secca ammetterlo, esserci per lei non mi dispiace.
    L’idea del corso è ancora in piedi, e a conti fatti pare essere l’unica cosa fattibile cui le convenga confidare. Ho qualche conoscenza nel cinema, cerco allora di attivarmi per procurarle delle audizioni, ma la bocciano sempre. È bella, anche brava, volendo, ma troppo giovane o troppo vecchia per le parti. Sospetto c’entri il carattere, ma ricaccio altrove questo pensiero. Mi rivela di essersi rivolta a uno psicologo per le sue ricorrenti depressioni ma dopo poche sedute, insoddisfatta dell’andazzo, ha mollato. Ora prende dei farmaci, dice, ma non le piace si sappia in giro. Mi rivela questo segreto come un tesoro da custodire.
    Per il mio compleanno mi promette una cena: naturalmente mi tira il bidone rifilandomi l’ennesimo inspiegabile silenzio. Credo ormai di amarla ma mi sta facendo impazzire. Per una settimana la lascio stare, e quando finalmente si rifà viva, la rimprovero con veemenza. Mi merito per questo di nuovo la sordina: zero contatti, zero segnali, daccapo uccel di bosco. Giorni dopo tocca a me rifarmi vivo, è necessario: l’ente che finanzierà il corso ha dato il beneplacito e quindi dobbiamo vederci per organizzare. Faccio solo qualche accenno all’assurda mancanza di rispetto per la cena fallita, mi ribatte come niente fosse che per farsi perdonare sta registrando per me una lettura di brani col nuovo microfono appena comprato (un regalo che, manco a dirlo, non riceverò mai).
    Tra alti e bassi, telefonate e sparizioni, pacchi di libri offerti in regalo per tenerle desta l’ispirazione e suoi auguri di pasqua coi gattini, arriva il tempo di attivare il corso. Gli iscritti sono parecchi e siamo entrambi infervorati ma, come una maledizione divina, il Covid rimanda tutto a data da destinarsi. Torniamo quindi prigionieri dei nostri riti: ci seguiamo sui social, ogni tanto messaggini spiritosi, altre volte il nulla, lei tenta la stesura di un romanzo e me lo sottopone via mail, io passo due giorni a correggerle la bozza e a prepararle una scheda tecnica ottenendo in risposta nessun grazie ma invece un bel silenzio che romperà solo un mese più tardi, quando si riaffaccerà in cerca di speranze, sostegno e affetto a costo zero.
    L’estate arriva puntuale. La vita sembra rinascere e in paese ci sono le elezioni. Mi chiamano a sostenere una coalizione, decido di far entrare anche lei nello staff per passarci altro tempo assieme e per farla appassionare a una cosa nuova – i reading letterari, pur tornati in auge con il bel tempo, di botto non riscuotono più il suo interesse. Lei sembra finalmente riprendersi dalla nuvola di noia che ho scoperto assediarla con pervicacia e ora si dà da fare per organizzare col gruppo le attività di propaganda. Poi succede l’inaspettato. Un produttore musicale dagli antichi fasti è tornato al paesello per proporsi come assessore alla cultura proprio nella coalizione per la quale ci stiamo impegnando. Ha quasi il doppio dei suoi anni ed è sposato ma ha un curriculum di tutto rispetto, un pacco di soldoni da sperperare e uno tra i più blasonati cognomi dell’aristocrazia locale in dote: quando lei lo vede sembra accendersi, vibrare della stessa energia luminosa con la quale l’avevo vista alimentare la propria favella all’inizio del nostro rapporto. Anche lui naturalmente la vede, la riconosce nella folla e la punta. Sa perfettamente che “sta” con me, ma visto che lei sembra corrisponderlo non si fa troppi scrupoli a fare il pavone e a cominciare a orbitarle attorno. Le offre subito una parte nell’ultimo video musicale che sta producendo e, mentre io schiumo, lei in adorazione accetta seduta stante.
    Nell’arco di pochi giorni io e il figuro siamo in rotta su tutto: lo accuso di non aver nessun programma per la città e di essere solo un vanesio giunto a vendere a noialtri bifolchi la sua fuffa musicale, lui si scalmana e con un vero numero da primadonna se ne va con il partito avversario sbattendo la porta e promettendo vendetta. Lei in tutto questo gongola. Sa che è (anche) per la sua attenzione che stiamo lottando, e sembra goderne da matti. Si creano fazioni in paese, molti seguiranno il produttore e le fumisterie dei suoi contatti nel mondo del pop (ha promesso ospiti ed eventi di rilievo per la stagione a venire) mentre io e un gruppo di intellettuali del posto proviamo – con qualche fumosa pretenziosità – a definire una serie di tappe per il domani culturale della città.
    Lei intanto, solito suo, si dilegua. Al che sono corroso dalla gelosia. La chiamo; dapprima non risponde, poi mi scrive che ha bisogno di qualche tempo per sé a causa di un problema di famiglia. Non ci credo: nemmeno un secondo per parlarmi. Davvero la mia dignità è ormai per lei (e me stesso) valuta così scadente? Provo a tranquillizzarmi: ok, ha un problema familiare e devo rispettarla.
    Quattro lunghissimi giorni dopo, giorni di scorno e desiderio, l’incontro in un bar: è seduta a un tavolino, proprio con il produttore. Mi sale il sangue al cervello: vado da loro e faccio il pazzo. Insulto lei e zittisco lui lasciandoli esterrefatti a guardarmi andare via stizzito e disperato. Dieci minuti dipoi sono in auto a vaneggiare quando mi chiama per urlarmi: «come ti sei permesso? Io faccio quello che voglio, noi non siamo fidanzati!».
    Io avevo passato gli ultimi mesi a fare brandelli della mia autostima: il suo perenne sfuggirmi mi aveva riempito la testa di fantasmi adolescenziali: l’età, il mio aspetto fisico, la mia intera carriera erano fonte di dubbi e di vergogna. Niente di ciò che ero stato prima d’incontrarla sembrava più appartenermi ma non riuscivo a sganciarla, in qualche modo lei tornava sempre a stanarmi e io, cavalier servente, ci ricascavo. Vederla dare corda a un sessantacinquenne panzuto in virtù di sulfuree promesse di lavoro nel mondo dello spettacolo era stata la mazzata finale: ribatto definendola una manipolatrice, un’opportunista, le dico che sfrutta la gente e che non le importa un fico secco dei sentimenti altrui. Concludo avvisandola anche che – corso o non corso – non voglio saperne più niente di lei. A tal sortita l’altro capo del telefono tace. Poi, a sorpresa, riprende chiedendomi di vederci un’ora più tardi a casa mia.
    Al mio appartamento giunge furente, ma di una furia asciutta, artefatta, che sgamo all’istante. Ci sediamo, fa un caldo boia. Le parlo con calma di reciprocità e di rispetto, di chiarezza d’intenti e volontà di capirsi. Le dico che i rapporti vanno curati, manotenuti, si tratti d’amore oppure di amicizia, e che non possono esserci parti che perdono e parti che vincono. Se intende avere una storia col produttore forse dovrei saperlo. E comunque rifilarmi il silenzio con una scusa subdola come i problemi familiari era meschino e immotivato dato che il tempo per vedersi col produttore l’aveva trovato, eccome.
    Lei mi tranquillizza, dice che l’uomo non le piace sotto quel punto di vista, tutt’altro, ma sembra che la mia foga al riguardo la riempia di soddisfazione, quasi ottenesse un ristoro perverso da quelle mie reazioni esasperate. Assicura che è per il video che si sono incontrati, e che per lei si tratta solo di lavoro, niente altro che lavoro (intanto però le è stato chiesto di fare una parte gratis, per cui ha accettato senza venir pagata). Ad ogni modo ci tiene a precisare che il bailamme politico la sta logorando e che si farà da parte per dedicarsi alla recitazione. Io sono basito. Lieto di sentirmi di nuovo in sintonia con lei ma al tempo stesso incerto sul da farsi, stordito dalle mille possibilità che si prospettano. So già che la carriera cui sta pensando coincide col produttore, anche se mi sembra folle visto che questi si occupa di musica, eppure non posso obbligarla a desistere, non posso imporre alcun veto, siamo amici, credo, per quanto io l’ami, o almeno di questo sono convinto a giudicare dall’ossessione che ho maturato per lei. Stiamo ore tra le soffocanti mura della mia abitazione, a fumare, parlare piano e bere caffè, sinché siamo entrambi stanchi e mediamente rilassati. Sulla porta mi invita a non preoccuparmi, c’è ancora il corso da tenere, io le chiedo di abbracciarmi e finalmente ci tocchiamo, siamo uniti, una cosa sola. Non faccio in tempo a percepire sul mio petto il peso morbido delle sue rotondità che la sento proferire a voce bassissima: «questa cosa fa schifo». Non ho la forza d’indagare a cosa si riferisca. Mi slaccio da lei e la lascio andare giù per le scale sino a vederla scomparire nella canicola agostana.
    I giorni dopo sono un inferno: per le strade della città girano il video, e lei è la protagonista principale. La gente mi ferma in piazza riferendo di averla vista con troupe e produttore al seguito quasi mi aggiornassero su un adulterio, io devo precisare di continuo, mordendo amaro, che non stiamo assieme, che è solo un’amica. A un certo punto un giornale locale pubblica una intervista del produttore in cui, oltre a vendere come una grande occasione per la comunità il videoclip in corso di realizzazione, si sbeffeggia neanche troppo velatamente la mia persona e le pretese di riforma culturale della fazione cui faccio parte. Allude alla fuffa di cui l’ho tacciato. Ci fa passare per primitivi con l’anello al naso, gente del tutto inadatta ad accogliere il nuovo e il futuro (che dovrebbe essere lui: un artista in disarmo arrivato a consumare giù al paesello natio il proprio viale del tramonto). Lei è ovviamente presissima a fare la diva mentre in molti nella coalizione vengono a chiedermi lumi sul perché abbia lasciato di botto la battaglia e sia passata al nemico; perché, si chiedono in soldoni, ha rinnegato come niente settimane di impegno con la coalizione per andare a intrupparsi con un traditore borioso che non si è fatto alcuna remora a infangare il loro buon nome? Io non so come giustificarla, non voglio farla passare per una profittatrice o una voltagabbana, ma i fatti mi remano contro e in tanti si fanno di lei esattamente quest’idea.
    La sera provo a sentirla, sono pieno di rabbia e frustrazione, ma anche di tenerezza, mi pare di capirne i moti interiori ma anche di non sopportare il passo che le sue scelte stanno imprimendo agli eventi. Lei ribadisce schernendosi che è solo lavoro e che è stanchissima di parlare (intanto però le pagine social del produttore ora sono zeppe dei suoi like e dei suoi commenti come una volta erano le mie). Le dico che non mi piacciono i doppiogiochisti, minaccio di sostituirla con un’altra attrice per il corso perché questa malcelata triangolazione ha minato la mia fiducia e non sono più a mio agio. Lei strepita, ruggisce, mi chiude il telefono in faccia. Poi si rifà viva e promette rispetto, un nuovo inizio. Ci vediamo il giorno dopo di nuovo a casa mia. Ancora urla, ancora rabbonimenti repentini. Se provo a farle capire che non può girare le spalle agli impegni presi con la coalizione lei ribalta l’accusa colpevolizzandomi per minuzie passate, per gelosie apparentemente digerite e per vecchie discussioni che credevo sepolte. Sposta l’attenzione di continuo, ed è sempre e solo responsabilità mia, ogni cosa che non gira nella mia e nella sua vita è frutto del mio preponderante, litigioso, insopportabile Ego.
    Il corso intanto è alle porte. La mia fazione vince le elezioni. Il produttore sbraita ma si organizza facendo venire alcuni pezzi grossi dello showbiz a supportare le sue sublimi “visioni per la città”. Giornali locali e opposizione si animano indicandolo come la vera, unica risorsa per una nuova visibilità della città su scala nazionale. Io ricevo intanto un premio per i miei libri, mi citano nell’enciclopedia e firmo per la traduzione in Cina di un mio romanzo, ma sono tutt’altro che felice: rimugino di continuo, non dormo, una nube tossica pare strozzare ogni attimo delle mie giornate e lei è sempre nei miei pensieri. Capisco che sente me e sente in contemporanea l’altro, ma sono certo non abbia mai smesso di flirtare anche con gli amici teatranti, e chissà con quanta gente di cui non conosco l’esistenza s’intrattiene durante le sue interminabili assenze: talvolta chiude improvvisamente i suoi profili o li rende inaccessibili ad estranei, è sempre molto parca di informazioni su di sé nei suoi post e nei commenti ma in qualche maniera manda messaggi personalizzati, come i mafiosi: chi deve capire capisce, e osservandola da fuori desumo con sempre maggiore consapevolezza che il suo modus operandi consiste nel frammentare le proprie attenzioni, vampirizzando alla bisogna chi le sta attorno: vittime studiate con calcolo meticoloso, persone cui dedica il giusto tempo per succhiare da esse quella linfa vitale necessaria a superare il vuoto incredibile che, ora ne ho contezza, pare non darle tregua.
    Pur nella tensione insopportabile che ormai mi sprigiona lo starle accanto (una condizione dolorosa che però non smetto di anelare!) arriviamo alla settimana prima del corso: tra noi è ormai tutto uno stratificarsi di frasi rattenute e accuse rimandate, eppure dobbiamo frequentarci per confezionare le lezioni. Miracolosamente le giornate assieme, a casa mia, rinfocolano l’intesa. Collaboriamo fruttuosamente, scherziamo, siamo amabili l’uno con l’altro. Io casso deliberatamente i riferimenti al produttore e lei si sforza di rimanere sintonizzata sui miei bisogni: è scaltra, la sua vivida intelligenza me la rende daccapo adorabile e lavorare con lei è sempre un piacere. Il primo giorno di corso si rivela davvero una leonessa con gli alunni: ci mette così tanta passione nell’insegnamento che io finisco per dover fare il poliziotto buono, quasi la macchietta, quello che stempera i toni. Lei è una locomotiva, pretende (e dà) tantissimo dai frequentanti, per ore e ore, senza staccare un secondo (il corso dura due giorni). Torniamo a casa esausti ma felici, pronti alla seconda tappa l’indomani. Sembriamo di nuovo quelli dell’inizio, due complici pieni d’iniziativa, due cuori alleati pronti a varcare sottobraccio l’orizzonte.
    La mattina dopo la trovo presto ad attendermi nel parcheggio, dinanzi alla mia auto. Lo stesso giorno il produttore ha organizzato una parata in città, una specie di festa musicale in movimento in cui alcuni beniamini dello spettacolo da lui allertati sfileranno tra le palpitanti acclamazioni del popolo. Io e lei per fortuna abbiamo il corso, che si svolge in una cittadina limitrofa e quindi lontana dal vespaio. Ma sin dal primo istante capisco che l’umore è diverso, oggi. Sembra piccata e, pur parlando con entusiasmo della lezione che ci apprestiamo a concludere, comprendo la sua intenzione di farmi pagare salata la gioia degli ultimi giorni. Infatti a metà strada mi rivela che ha deciso di restare a dormire da un amico, uno dei due teatranti con cui è in contatto e che possiede un appartamento proprio nella cittadina in cui stiamo dirigendoci. Io cerco di non mostrarmi ferito ma lei ormai sa perfettamente come annichilirmi. Passo le ore finali del corso col magone, a tratti non riuscendo a impedire all’avvilimento di stravolgermi l’espressione. Quando finalmente chiudiamo salutando gli alunni, lei è raggiante, piena di brio. Continua a interrogarmi sul perché mi porto in giro quel muso imbronciato mentre il suo amico viene a prenderla e io adduco goffamente alla stanchezza il mio rannuvolamento, ma in cuor mio so bene che lo sa, lei sa tutto alla perfezione, perché è evidente che il suo ennesimo sottrarsi è figlio della troppa serenità sfoggiata da me fino a poche ore prima. Odia vedermi felice. Odia pensare che io mi sia impadronito, anche solo per un istante, dell’illusione di possedere con lei un rapporto sano. La sua totale mancanza di empatia l’ha resa un mostro in grado di cibarsi solo di emozioni estreme, emozioni che provoca perché non riesce a produrre di suo. Pretende amore e venerazione, oppure odio e disperazione, qualsiasi cosa purché in cambio di nulla. Da quando l’ho conosciuta non ho mai ricevuto un grazie, né uno scusa. Mai un buffetto, un come stai? Tutto sembra esserle dovuto, ogni sforzo sacrificato sull’altare del suo illusorio sogno di grandezza, un lago mistico in cui nessuno è mai abbastanza, nessuno è alla sua altezza, nemmeno, questo è il paradosso, ella stessa.
    Li lascio infilandomi in macchina mentre la sento ridere di grana grossa. La scruto nel retrovisore mentre se la fila a piedi al fianco del teatrante – ma sempre a dovuta distanza, guai a concedere a chicchessia neppure un grado minimo di vicinanza umana. Non so se a lui si concederà, stanotte. Non so dire nemmeno se mai si sia concessa a qualcuno. Immaginarla in intimità, disposta a permettere al tocco bramoso di un uomo che la ama di sfiorarla mi sembra in questo momento la più implausibile delle possibilità. Eppure non escludo niente, perché ho capito che non cambierà mai e che è disposta a tutto pur di ferire, colpire, azzannare. Qualsiasi cosa pur di non pagare l’obolo, di non sentire lo strazio dell’urlo sordo che riecheggia senza fine in quel suo nero cuore di granito. Il giorno dopo mi scarterà con un messaggio breve cui non mi concederà risposta. Depennarla da tutti i miei contatti social, telefono, email e persino agendina cartacea sarà l’unico paracadute a me concesso.
    So che si accompagna al produttore, adesso, ma dubito che gli starà a lungo appresso.
    Convivo permanentemente col terrore che ritorni.
    Oppure che non lo faccia mai più.

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    1. Ciao Ruvido,
      devo dire che dopo aver letto con attenzione il tuo commento, sono stata assalita da un’incredibile curiosità rispetto alle persone di cui parli e al luogo dove si sono svolti i fatti. Mi scuso se questo mio commento risulta superficiale e se passo oltre le motivazioni dolorose che ti hanno spinto a scrivere.
      Passato il primo lockdown, ho cambiato città e mi sono ritrovata per caso a conoscere e frequentare un gruppo di persone variegato che raggruppava alcuni scrittori, musicisti, produttori, artisti ed ex-laqualunque. Devo dire che in quell’ambiente ho potuto passare un’estate sicuramente divertente e stimolante sotto tanti punti di vista, non solo intellettuale. Complice però il fatto che già molti mesi prima avevo iniziato a consultare materiale sul tema del narcisismo, ho avuto l’impressione di essere finita nel Rotary Narci Club.
      Io che sono una buona ascoltatrice, che adoro conoscere e condividere episodi di vita avventurosi, ero diventata l’interlocutrice ideale per quelle persone che non facevano altro che parlare di loro stesse, senza minimamente interessarsi a chi avessero di fronte. Uno dopo l’altro, il copione era lo stesso. Ma é stato bello finché é durato. Intenso e fugace come quelle anime perse.
      Intorno ai vent’anni ho avuto modo di frequentare il mondo musicale indipendente nelle sue retrovie e avevo già notato questa tendenza all’autoreferenzialità e chiusura che un po’ mi attirava e un po’ m’infastidiva. Certo allora non avevo mai sentito la parola narcisismo e non ero nemmeno cosciente di certi meccanismi. Notavo solo un certo maschilismo e compiacimento da parte di musicisti che credevano di aver meritato per chissà quali doti di far parte di quel movimento musicale carbonaro e guardavano il resto del mondo dall’alto in basso.
      Credo che per la natura stessa di certe professioni, soprattutto in ambito artistico, non sia casuale la presenza massiccia di persone narcisiste. Con questo non voglio fare di tutta l’erba un fascio come si usa dire, ma credo che sia abbastanza all’ordine del giorno che le persone non si facciano problemi a fare qualsiasi cosa pur di ottenere visibilità o mettersi in mostra. In un paese dove a scalare i gradini delle professioni sono ancora prevalentemente gli uomini, non mi sembra così inusuale che uomini maturi vengano sedotti da donne molto più giovani che vogliono raggiungere notorietà e li sfruttano a tal proposito.

      Detto questo mi dispiace per la tua storia e per i sentimenti calpestati che queste persone rispediscono al mittente. Spero che tu riesca letteralmente a voltare pagina a quel romanzo, anche se capisco benissimo quanto sia intrigante da sfogliare!

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      1. Cara Alice, anzitutto grazie per aver trovato la voglia e il tempo di leggere questo mio interminabile «papiello». Ovviamente non ti rivelerò il teatro delle vicende perché ci tengo a tutelare la mia identità ma soprattutto quella degli altri attori in gioco (in questa triste storia ne abbiamo esposti sin troppi, di sentimenti, in pubblico!). Condivido con te pienamente l’idea che l’ambiente artistico sia un incubatoio ottimale per i narcisisti, anche se ho sempre pensato che una certa empatia e una discreta dose di pragmatismo fossero un talismano contro la tossicità. Mi sbagliavo, evidentemente.

        Abuso ancora della tua pazienza provando ad aggiornarti su come sta andando il resto: intanto il mio no-contact è rimasto in questi mesi ferreo, imperturbabile e granitico: anche se adesso, per incanto, lei la incontro quasi ogni giorno (ma so che anche questo è parte di un pattern: me la ritrovo sotto casa che non mi guarda nemmeno, tira dritto e fa la sostenuta, soprattutto quando è in compagnia del produttore, io però, pur con le gambe che tremano, faccio decisamente lo stesso: Il paese è piccolo, immagino lei si faccia dei giri più o meno consapevolmente per controllare la sua vittima; personalmente non ho mai neanche lontanamente pensato di ricontattarla, e sono certo che lei non lo farà più perché un mio rifiuto sarebbe scontato e per lei insostenibile).

        Credo inoltre di aver messo da parte la rabbia per lo scarto, anche se è stata durissima da superare (ma non ti nego di aver provato un piacere sottilissimo nell’immaginarla mentre si mangia le mani quando i giornali locali hanno dato la notizia che io ora sto lavorando a un film con uno dei suoi registi preferiti). Lei ha partecipato a un paio di altri video con il vecchio produttore ma le cose, è abbastanza evidente, non sono andate esattamente come forse s’immaginava (produzioni siffatte, seppur di buon livello, ce ne sono a iosa in giro su YouTube e la visibilità che ti offre una cosa del genere è davvero minima, soprattutto se ormai non sei più una ragazzina) per cui ho l’impressione che resti attaccata a lui più per disperazione che altro, finché non trova di meglio. Mi sforzo comunque di non preoccuparmene, grazie a Dio non sono più affari miei: ho realizzato senza infingimenti il genere di sogno proiettivo in cui sono caduto e, seppur a fatica, sto celebrando senza troppi ripensamenti il funerale di un amore agito tutto nella mia testa (ho anche cominciato a fare terapia nel tentativo di identificare la mia, di ferita narcisistica, ma questa è una storia diversa, meno irta di colpi di scena). Certo è dura, e complicata, ma avverto picchi notevoli di adrenalina verso me stesso durante la giornata, la qual cosa mi dice che sto riprendendo interamente possesso del mio amor proprio e che presto mi sentirò guarito.

        Però sto attento, tengo duro: non guardo i social, né m’informo in giro. So bene che sinché avverto – e lo avverto – il desiderio di agitarmi e recriminare, di sciorinarle in faccia quanto è stata spietata, di come sia sbagliato e difettivo il suo approccio alla vita, ebbene so che in realtà sono vulnerabile e altrettanto difettivo anch’io. Quindi niente, per ora mi accudisco, continuando a lavorare e cercando, se possibile, di amarmi come non mi sono amato. Un caro abbraccio, e a presto.

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  27. Sono virus.
    Una malattia – ma nel loro sistema inerziale, per sé, “sono”, semplicemente – e fanno ciò che un virus fa, normalmente e naturalmente.
    Usano cellule sane per replicare sé stessi, per la loro sopravvivenza, utilizzando come recettori quelle stesse vie che consentono diversamente l’unione tra elementi e la creazione di organismi virtuosi, vitali.
    Si trasmettono attraverso i sentimenti, con i medesimi protocolli e le medesime codifiche apprese, rubate ad altre cellule e tramandate con l’esperienza e l’evoluzione.

    Sono una malattia, ma sarebbe più corretto dire che ne sono la causa, pur mantenendosi perfettamente in salute e anzi, nutrendosi degli esiti nefasti delle loro replicazioni.
    Quindi noi, io, tu, ci siamo ammalati, per un mese, un anno, poco importa, perché il ciclo dell’infezione, dell’affezione, della risoluzione sono gli stessi, per quanto tempo sia richiesto.
    E la richiesta è “guarire”.
    Consentire al nostro sistema immunitario di riguadagnare l’equilibrio, di cancellare dal nostro corpo e dalla nostra mente quel parassita.
    Ed è indispensabile, possibile, conseguibile.

    Perciò mi auguro che in questi mesi tu abbia riguadagnato te stessa, Annalisa, libera e ricostituita, senza più dolore.
    E danzare.

    Ti abbraccio.

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