Marco Prato e gli altri. I 6 indizi del delitto psicopatico – Di Enrico Maria Secci

Questi delitti presentano analogie specifiche e terribili, a cominciare dall’apparenza dei killer. In tutti i casi si tratta di giovani insospettabili e incensurati, ragazzi come tanti dal profilo su Facebook tempestato di foto posate e frasi preconfezionate.
Il militare Ruotolo, il pr dei locali trasgressivi Marco Prato e Gabriele Defilippi ci appaiano sulla stampa come cloni inquietanti: hanno la stessa espressione ombrosa e arrogante, lo sguardo cristallizzato in un perenne selfie. Aiutati dalla maschera seducente da bravi e bei ragazzi hanno ingannato le loro vittime per poi ucciderle selvaggiamente.
Certo, le loro storie sono differenti e non si intende equipararle nei contenuti in alcun modo, ma cogliere attraverso quanto trapela dalla stampa i processi e le modalità psicologiche che le accomunano, perché sembrano appartenere a una trama di morte unitaria, implacabile, intrisa di insensata crudeltà.
Ricatto e manipolazione. Dopo la semplice attiguità dell’immagine pubblica degli assassini, la manipolazione e il ricatto sono il secondo elemento che collega i delitti sul piano psicologico. Dalle indagini emerge che Giosuè Ruotolo ha cercato di distruggere la relazione sentimentale del collega e, una volta scoperto, ha ucciso Trifone e la sua fidanzata per evitare la denuncia.
È noto che il movente di Gabriele Defilippi e del suo complice sia stata un’altra manipolazione fallita: l’insegnante sedotta e raggirata è stata strangolata e gettata in un pozzo perché, ormai disincantata, chiedeva indietro i suoi soldi.
Infine, Luca Varani è stato attirato con la promessa di 120 euro nell’agguato mortale di Marco Prato e Manuel Foffo che lo hanno seviziato con un martello e pugnalato a morte con l’insopportabile movente di voler vedere che “effetto faccia” togliere la vita a qualcuno.
Mancanza di senso morale. Il terzo denominatore comune di questi killer è l’assenza o, quantomeno, la massiccia distorsione del senso morale, evidenziate dalla spregiudicatezza con cui gli assassini si rapportano alle accuse degli inquirenti.
Ruotolo tenta in ogni modo di inquinare prove. Defilippi si destreggia nell’arte di negare l’evidenza e infine incolpa il complice del delitto. Prato e Foffo giocano a rimpallarsi la responsabilità di chi avrebbe inferto la ferita mortale.
Nessuno di loro, stando alle cronache, ha espresso senso di colpa, pentimento, compassione per le vittime. Tra gli orrori delle tre tragedie questa omissione è forse la cosa più aberrante, il dato distintivo della psicopatia.
Il legame affettivo e/o sessuale. Ma c’è un quarto elemento che collega i delitti: il legame con la vittima è connotato affettivamente e/o sessualmente. Le tre vittime sono state in qualche modo intime coi loro carnefici e questa condizione di confidenza è decisiva nel motivare la loro eliminazione.
Le cronache riportano che Ruotolo coltivasse un’autentica ossessione verso Trifone, che l’insegnante piemontese nutrisse sentimenti d’amore per Defilippi e, infine, che Luca Varani e Marco Prato avessero avuto incontri sessuali in altre occasioni.
E’ difficile credere che i responsabili di questi delitti siano stati mossi dalla paura del ricatto o della denuncia delle vittime o, come nel caso romano, da stati crepuscolari indotti dall’abuso di cocaina e altre sostanze.
In una prospettiva psicologica, queste motivazioni appaiono esili ed inaccettabili e si collocano in coda al tetro corteo dei sintomi della psicopatia, soprattutto per quanto riguarda Marco Prato, Manuel Foffo e Gabriele De Filippi.
Nel complesso, invece, le ridondanze riportate dalle cronache dei tre omicidi e gli elementi trapelati dalle indagini conducono all’abisso del disturbo di personalità grave dei killer almeno per sei ragioni:
1) la capacità di apparire normali, anzi, più che normali, desiderabili;
2) l’attitudine alla manipolazione e al ricatto;
3) la marcata distorsione del senso morale e la mancanza di empatia;
4) l’ambivalenza dell’identità sessuale e l’ambiguità nelle relazioni intime;
5) la propensione alla dissimulazione, priva di sensi di colpa e di rimorsi dopo le uccisioni;
6) aver assassinato qualcuno con cui avessero instaurato un legame di natura affettiva e/o sessuale.
Marco Prato e gli altri, quindi, non sarebbero ragazzi comuni finiti su una cattiva strada, ma probabilmente soggetti psichicamente sofferenti da tempo che nella società del narcisismo, la nostra, hanno potuto mimetizzarsi e precipitare nella follia trascinando con sé persone incolpevoli.
Tuttavia, è importante sottolineare che di fronte all’efferatezza di omicidi come questi il rischio maggiore è quello di accusare frettolosamente qualcosa o qualcuno, demonizzare una cultura, incolpare le famiglie, andare alla guerra contro i social-network e, addirittura, incriminare sommariamente i giovani “nativi digitali”. Non servirà gridare alla perdita dei “valori”, se non a tamponare appena l’orrore, l’indignazione e il disorientamento creati da crimini così assurdi.
La psicopatia esiste da sempre e il narcisismo maligno, la manipolazione e l’istinto di morte sono una delle sue declinazioni più eclatanti. Perciò bisognerebbe riflettere non solo su ciò che causa in alcuni individui deviazioni e comportamenti distruttivi e concentrarsi su come evitare che altre persone scivolino nei meccanismi di fascinazione e manipolazione affettiva procurandosi traumi psicologici profondissimi, sino a mettere in pericolo la vita stessa.
In effetti il livello di alfabetizzazione emotiva nel nostro Paese è scarsissimo, così come l’educazione alle competenze relazionali ed affettive che, più o meno come secoli fa, sono ingenuamente e sconsideratamente lasciate al caso. Il risultato è quello di abbandonare moltitudini di bambini, adolescenti e adulti al corso “spontaneo” del proprio sviluppo, e di esporre troppi alla fatale ingenuità di scambiare lupi per agnelli.
L’approfondimento nelle sedi opportune dei tre delitti durerà anni e, forse, avremo alla fine una visione chiara non solo degli avvenimenti che hanno portato ai massacri, ma soprattutto saranno acquisiti elementi di rilevanza psicologica e clinica che possano condurre a un quadro realistico e profondo dei meccanismi e delle dinamiche scatenanti la furia e la follia.
Nel frattempo, anziché esorcizzare i mostri con sbrigativi giudizi di infermità mentale, dovremmo interrogarci sulla leggerezza con cui a livello sociale sottostimiamo chi è vittima di una relazione malata, mentre sovrastimiamo il carisma di individui potenzialmente nocivi e perversi sino a che non molestano, violentano o uccidono.

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Fonte: http://lifestyle.tiscali.it/socialnews/salute/Secci/17106/articoli/Marco-Prato-e-gli-altri-I-6-indizi-del-delitto-psicopatico.html

Un pensiero su “Marco Prato e gli altri. I 6 indizi del delitto psicopatico – Di Enrico Maria Secci

  1. VAMPIRO

    VIVO NELLA FISSITA’ DEL TEMPO POICHE’ DA INFANTE UCCISERO OGNI MIO ANELITO DI VITA.
    VAGO BRAMOSO PER CORRIDOI, AFFOLLATI INDOSSANDO UNA MASCHERA DI INATTACCABILE MORALITA’ .I MIEI OCCHI SI POSANO SU COLORO NEI QUALI PERCEPISCO LA VITA. NE RUBO L’ARDORE ,OGNI UMANA PULSIONE PERCHE’ POSSANO SCALDARE QUEL GELO MORTALE CHE MI HA INGHIOTTITO.
    RIDUCO A BRANDELLI ANIME VIVE E,DETURPATELE, LE LASCIO ESANGUI O FOLLI.
    SONO STIMATO,ADORATO,TEMUTO .PER MESTIERE SI AFFIDANO A ME LE PERSONE ED IO MI AGGIRO PER LE STRADE CERCANDO IL PLAUSO DI UN PUBBLICO CHE MI VEDE QUASI DIO,ISTUPIDITO E CONFUSO DALLE MIE PAROLE.
    SUONO UN FLAUTO MAGICO A DONNE FATTE DI CARNE E SANGUE CHE RENDO PAZZE E SCHIAVE E ADORANTI.
    ONNIPOTENTE,NON TEMO NULLA SE NON UNO SPECCHIO CHE RIFLETTA L’ASSENZA DEL MIO VOLTO,LA BRUTTEZZA DEL NULLA E UN BACIO D’AMORE ,CALDO E VIVO CHE MI RENDEREBBE FURIOSO GIACCHE’ RIFUGGO LA VITA ,LA INSEGUO E LA FUGGO,CONGELATO IN UNA MASCHERA SENZA VOLTO.
    DIO ,SI SONO DIO,CONDANNATO AD UNA ETERNA DISTANZA DALL’UMANITA’ SENZA CUI NON VIVO MA CON LA QUALE NON POSSO PIU’ CONDIVEDERE IL CALORE .
    NELL’ASSORDANTE SOLITUDINE DELLA MORTE MI FINGO VIVO PER POTER PARALIZZARE ED INCANTARE STOLTE CREATURE DI INGENUA BELLEZZA E SUCCHIARE SENZA PIETA’, SENZA GIOIA LA LINFA VITALE CHE ALMENO COMPONE LA GROTTESCA MASCHERA CHE INDOSSO PER APPARIR DI SEMBIANZA UMANA.
    INCHIODATO A META’ ALLA CROCE DEL MIO DESTINO IMMUTABILE ,TRASCINO L’UNICO BRACCIO SFUGGITO AI CHIODI DEL NULLA ED AFFERRO CARNE FRESCA ,STRAPPO BACI VERI ,BEVO IL SANGUE DI CHI, SAPENDO SORRIDERE, MI SI AVVICINA E CADE AI PIEDI DEL LEGNO CHE SORREGGE L’INVOLUCRO PUTRIDO DEL MIO ESSERE MORTO.
    l’ho scritta quando ancora non sapevo cosa fosse il narcisismo patologico o la psicopatia ma avevo lui come partner…

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