Personalità psicopatiche – Hugo Marietan (Parte II)

Fonte: http://www.marietan.com/material_psicopatia/personalidades_psicopaticas.htm

Traduzione: C. Lemes Dias

DAL PUNTO DI VISTA PSICOANALITICO: OTTO KERNBERG

Otto Kernberg afferma che è necessario differenziare la condotta antisociale dalla struttura della personalità antisociale. Inoltre, ritiene sia molto importante saper dividere la condotta antisociale dalla criminalità. La criminalità è un concetto giuridico, mentre la condotta antisociale è un concetto clinico psichiatrico.

Kernberg muove una critica al DSM III, poiché la definizione di ‘personalità antisociale’ è stata fatta con base nella condotta criminale.

Per quanto riguarda la denominazione, Kernberg ricorda che il termine iniziale del tema che stiamo trattando era di ‘persona psicopatica’. Soltanto dopo si è parlato di ‘reazione antisociale’.

Il termine usato oggi è ‘personalità antisociale’.

Per questo autore la personalità antisociale possiede una struttura della personalità del tipo narcisistica. Kernberg afferma che le fondamenta di questa personalità sono: l’eccessiva autoreferenzialità, la grandiosità, la tendenza alla superiorità esibizionista, la dipendenza eccessiva dell’ammirazione altrui, la superficialità emotiva, le crisi d’insicurezza alternate a un senso di grandiosità costante. Di conseguenza all’interno delle relazioni oggettuali (con gli altri) abbiamo un’intensa invidia cosciente e incosciente, la messa in atto di meccanismi per combattere l’invidia, una speciale tendenza allo sfruttamento, un’incapacità di dipendere dagli altri, la mancanza di empatia e l’incapacità di coinvolgimento profondo nei rapporti.

Nei suoi studi Kernberg discorre anche sulle forme lievi di patologia del Super-io all’interno delle strutture narcisistiche, trovandone: l’incapacità di arrivare a un livello profondo di depressione, la tendenza ad alternare stati d’animi opposti, la tendenza a essere governato dalla vergogna anziché dalla colpa e la messa in atto di azioni antisociali. In questo senso, è la paura di essere scoperti che fa da freno a queste persone, che non hanno un sentimento di morale interna. Si tratta di un sistema sprovvisto dal valore etico di un adulto. Cioè, per Kernberg, i valori di questo tipo di personalità sono infantili.

La persona narcisista vuole essere ammirata perché è la più ricca, perché possiede di più, perché è la più bella, perché si veste meglio degli altri. Sono compensazioni mentali, poiché non riescono a farsi ammirare a causa della mancanza di valori più adulti.

Per Kernberg costituiscono la sindrome del narcisismo maligno le gravi patologie del Super-io. Ecco le sue caratteristiche: condotta antisociale, aggressioni egosintoniche dirette agli altri in forma di sadismo o dirette verso se stessi in forma di tendenze auto mutilanti o suicide, senza che ci sia una depressione in atto o un orientamento paranoide.

Nella struttura antisociale propriamente detta abbiamo una condotta antisociale che può essere osservata sin dall’infanzia (mentire, rubare, falsificare assegni, prostituirsi, rapinare, commettere dei furti, uccidere, rapinare a mano armata), inoltre si osserva un’autentica assenza di sensi di colpa e di rimorsi. Si tratta di un dato importante perché lo psicopatico, una volta in carcere (non prima), può affermare di provare rimorsi di coscienza e cercare di dimostrare sensi di colpa e profondo pentimento, tuttavia sappiamo che lo fanno semplicemente per ottenere un’attenuazione della pena.

L’altra caratteristica è la totale incapacità di portare avanti un rapporto affettivo con gli altri, ma soltanto relazioni del tipo parassitario. Per esempio, afferma il Dott. Kernberg, un paziente può vantare di avere un eccellente rapporto con la zia, ma alla fine ci risulta che la usi come un distributore automatico di soldi, trattandosi dell’unica persona con la quale riesce a mantenere in piede una relazione apparentemente affettiva.

Un’altra caratteristica è l’incapacità di provare un dolore autentico, con tristezza e malinconia. Al posto di questi sentimenti subentrano la rabbia e l’impotenza per aver perso qualcosa oppure per essere stati smascherati.

Sono pazienti incapaci di innamorarsi o di mantenere una relazione amorosa con i loro partner sessuali. I rapporti sessuali che per loro contano sono quelli sprovvisti di ogni sorta di tenerezza.

Osserviamo anche l’assenza di piani per il futuro. Molte volte l’individuo agisce – anche quando intelligente – come se non valutasse le conseguenze di un comportamento dannoso per se stesso. C’è un’indifferenza per il futuro a lungo termine. Kernberg concorda (come altri autori classici) che vi è una mancanza di capacità di apprendimento e che non riuscendo a imparare dagli errori sono condannati alla ripetizione eterna degli stessi modelli di condotta.

Un altro elemento degno di nota è l’incapacità di identificarsi con i valori morali. A volte l’antisociale è un esperto nel leggere le reazioni degli altri, nell’indovinare ciò di cui hanno bisogno o cosa faranno dopo, anche se non riesce a identificare la dimensione etica della persona.

Per Otto Kernberg  è evidente che il narcisismo patologico è una componente della psicopatia I suoi studi aggiunsero elementi psicodinamici per la diagnosi della psicopatia. Il narcisismo non patologico è una conseguenza dell’evoluzione dell’Io, è l’accettazione della realtà per far sì che essa possa essere diretta al soddisfacimento dei bisogni (libido), diretta verso l’esterno e verso l’oggetto. Gli individui che non hanno potuto completare bene la loro formazione, l’ideale dell’Io, perché non hanno interiorizzato sufficientemente l’amore e la stima ricevuta dall’esterno hanno difese narcisistiche molto forti. Per questa ragione non riescono a dirigere la loro libido verso oggetti esteriori e, di conseguenza, avviene una chiusura in se stessi con il rifiuto di ricevere precisamente ciò che loro manca.

Otto Kernberg racconta un fatto molto interessante, ci offre un esempio capitato in prima persona:

 Avevo uno psichiatra in formazione dedito ai furti, eppure non me ne ero accorto. Subito dopo aver finito lo stage mi aveva chiesto alcune lettere di raccomandazione. Ne ho scritti due, in differenti  occasioni. Qualche tempo dopo, purtroppo, ho ricevuto una lettera infuriata dal direttore del secondo istituto, nella quale mi chiedeva come aveva potuto una persona come me raccomandare un individuo che rubava di modo costante e smisurato. Dopo aver ricevuto la lettera, il giovane psichiatra è venuto da me con la richiesta di una terza lettera di raccomandazione.  Evidentemente l’ho affrontato con base nelle informazioni fornite dai direttori degli istituti. La sua reazione è stata “ah, certo, sì, immaginavo che mi avrebbero perseguitato”. Cioè, era preoccupato perché l’avrebbero inseguito, ma non lo preoccupava la mia delusione nei suoi confronti. Quando gli domandai cosa pensava della mia reazione per quanto riguardava la situazione che si era creata, si era limitato a dire “Immagino che Lei è arrabbiato con me perché l’ho ingannata. Non darmi la lettera, se non vuole scriverla”. Ossia, era un uomo incapace di rendersene conto della mia tristezza per la perdita di un rapporto personale con lui, eppure lo ritenevo una persona molto intelligente che, come vi ho detto, era stata seguita professionalmente da me per un certo periodo. Quindi voi mi potete domandare: com’è possibile che lei non abbia diagnosticato nulla in questa persona? Perché è estremamente difficile, come vedremo più avanti, fare una diagnosi al di fuori di una situazione clinica chiaramente definita. Per questo socialmente commettiamo gli errori peggiori con questo tipo di struttura della personalità, almeno nel breve termine.

Otto Kernberg fa una diagnosi differenziale con base in tre tipi di struttura:

1) la sindrome del narcisismo maligno;

2) la struttura sociale propriamente detta e

3) la personalità narcisistica con condotta antisociale.

Nella sindrome del narcisismo maligno abbiamo una condotta antisociale, la struttura narcisistica e il narcisismo maligno. Sono individui che non hanno la capacità di entrare in relazione con gli altri senza l’elemento dello sfruttamento, che non hanno la capacità di identificarsi con i valori morali né di impegnarsi seriamente con gli altri, oltre a ciò, non provano alcun senso di colpa.

Nella struttura antisociale propriamente detta troviamo le condotte antisociali, la struttura narcisistica con esclusione del narcisismo maligno, ma con le stesse modalità di sfruttamento nei rapporti, l’incapacità di identificazione con i valori morali, l’incapacità di impegnarsi con gli altri e l’incapacità di provare sensi di colpa.

Per quanto riguarda le personalità narcisistiche con condotte antisociali, oltre la condotta antisociale abbiamo una struttura narcisistica con esclusione del narcisismo maligno, anch’essa incapace di intraprendere rapporti diversi dallo sfruttamento, incapace di identificarsi con i valori morali della società, incapace di impegnarsi con gli altri, ma possono provare dei sensi di colpa.

Attinente a quest’ultima personalità – benché escluda il narcisismo maligno – essendo dotata di personalità narcisistica con condotta antisociale troviamo individui con condotta del tipo passivo-parassitario.

Henderson ha classificato gli psicopatici in aggressivi, passivi e creativi. Kernberg discorda della categoria ‘creativi’, perché afferma che nella condotta permanentemente aggressiva (rapina a mano armata, rapina in generale, aggressione fisica), c’è la sindrome del narcisismo maligno e che quando le tendenze antisociali sono passive l’aggressività è rimpiazzata dalla bugia cronica, dal furto passivo e dallo sfruttamento parassitario.

La pseudologia fantastica (n.d.t mitomania o bugia patologica) corrisponde al sintomo che porta il paziente a inventare di sana pianta episodi fantasiosi, narrando il tutto come se fosse veritiero e capitato alla sua persona. Sono consapevoli del valore della realtà, del peso che può essere attribuito alle loro fantasie ma, a volte, e per periodi di durata variabile, possono arrivare a credere alle proprie storie inventate, vivendo in un mondo irreale. Questo aspetto è ben descritto nel Trattato di Psichiatria di E. Bleuler.

Kernberg è convinto che in tutti gli individui narcisisti vadano ricercate le tendenze antisociali. Ci porta l’esempio concreto di un professore universitario di struttura narcisista al quale aveva domandato, nel corso di un’intervista, “Ha mai avuto problemi con la legge o l’impulso di vivere situazioni che potrebbero creargli problemi con la legge, il desiderio di rubare, ad esempio?”  “Come fa a sapere?” l’uomo aveva chiesto. In effetti, risultava che il professore commetteva dei furti nelle librerie d’Arte perché la sua specialità era l’Arte e sentiva di poter apprezzare molto meglio certi libri dagli altri. Per lui rubare i libri che non poteva pagare era un suo diritto.

Discorrendo, invece, sui casi in cui c’è una struttura nevrotica della personalità con tendenze antisociali non narcisistiche, ci racconta di un medico che commetteva dei furti nel bar dell’ospedale in cui lavorava, essendo stato sorpreso dagli addetti. A un certo punto volevano mandarlo via dall’ospedale, invitandolo prima a farsi visitare dal reparto di psichiatria. Racconta Kernberg di averlo visitato e di aver costatato la sua struttura della personalità: era ossessiva e con tendenza antisociale provocatoria, in buona sostanza l’uomo voleva essere sorpreso. Soltanto uno stupido poteva arrivare a commettere dei furti nel bar de lavoro, essendo lui un medico dell’ospedale. Avere una simile condotta presso lo stesso ospedale in cui lavorava era una chiara provocazione. Dopo alcuni anni di trattamento il medico smise con la condotta antisociale descritta.

IL DSM IV

Manca quindi trattare il tema con base nel DSM IV.

Nel DSM IV abbiamo una categoria denominata disturbi della personalità.

Abbiamo definito la personalità come un modo di essere. Diciamo che lo psicopatico “è”, cioè, non “ha” una psicopatia nel senso di chi potrebbe avere la tubercolosi o qualcosa di transitorio o mutevole, ma che “è” uno psicopatico. Se la psicopatia è un modo di essere nel mondo, urge una domanda: la personalità può essere disturbata? Io credo che non abbia senso parlare di disturbo della personalità con base in questo ragionamento. Credo che il termine disturbo o disordine non sia adeguato. Una personalità è qualcosa di stabile, ha il suo modo di essere, quindi, come potrebbe risultare disturbata? Come potrebbe ‘disordinarsi’? Penso che la terminologia sia totalmente inadeguata. Presumo che si tratta di un tentativo di non parlare della psicopatia, questo perché il termine ‘psicopatia’ è anche molto abusato, essendo diventato nel tempo peggiorativo. Qualcuno commette un atto violento dal nulla, il cognato, per esempio, e subito è classificato come psicopatico; Leo Kaner ironizza: “Uno psicopatico è qualcuno di sgradevole”. Per arrivare alla conclusione che la psicopatia è un disturbo della personalità c’è di mezzo il mare. Un altro tema interessante è quello delle trasformazioni della personalità dovute a un noxa cerebrale (traumatismo della corteccia orbitaria anteriore, tumori, ecc.). Tuttavia, qui la personalità era di un modo prima del noxa e soltanto dopo l’evento traumatico si è verificato un cambio notevole nella condotta abituale. Per questo motivo preferiamo usare per certi quadri clinici il nome di pseudopsicopatie. Nella psicopatia abbiamo una continuità nella condotta, una costanza. Nella pseudopsicopatia possiamo distinguere un prima, il noxa e il dopo.

 DSM IV: DISTURBI DELLA PERSONALITÀ

1.      Il disturbo paranoide della personalità si caratterizza per la diffidenza e il sospetto che porta la persona affetta a interpretare con malizia le intenzioni degli altri;

2.      Il disturbo schizoide della personalità si caratterizza per la mancanza di connessione nei rapporti sociali e di restrizione dell’espressione emozionale;

3.      Il disturbo schizotipico della personalità ha come elementi il grave disagio nei rapporti personali, con delle distorsioni ed eccentricità comportamentali cognitive e percettive;

4.      Nel disturbo antisociale della personalità abbiamo il disprezzo e la violazione dei diritti altrui;

5.      Il disturbo borderline della personalità è caratterizzato dall’instabilità nei rapporti interpersonali, nell’immagine di sé e degli affetti, con notevole impulsività;

6.      Nel disturbo istrionico della personalità abbiamo un’eccessiva emotività e richiesta di attenzione;

7.      Il disturbo narcisistico della personalità è caratterizzato da grandiosità, bisogno di ammirazione e mancanza di empatia;

8.      Il disturbo della personalità evitante è caratterizzato da inibizione sociale, sensazione di incompetenza e ipersensibilità alle critiche negative;

9.      Il disturbo della personalità dipendente è configurato da un comportamento sottomesso e morboso, collegato a un eccessivo bisogno di cura;

10.  Il disturbo ossessivo-compulsivo della personalità ha per elementi fondamentali la preoccupazione per l’ordine, il perfezionismo e il controllo.

I disturbi della personalità sono riuniti in tre gruppi sulla base delle caratteristiche simili. Il gruppo A include il disturbo paranoide, schizoide e schizotipico della personalità. I soggetti con questi disturbi spesso sono particolari, eccentrici. Il gruppo B include il disturbo antisociale, borderline, istrionico e narcisista: i soggetti con questi disturbi sono spesso melodrammatici, emotivi o instabili. Il gruppo C include i disturbi evitante, dipendente e ossessivo compulsivo della personalità: i soggetti con questi disturbi sono spesso molto ansiosi e impauriti. C’è da dire che questo sistema divisorio, sebbene utile per quanto riguarda la ricerca e la didattica, impone dei limiti importanti, non essendo stato convalidato all’unanimità. Inoltre, gli individui presentano con una certa frequenza alcune caratteristiche della personalità appartenenti a gruppi distinti contemporaneamente.

 CARATTERISTICHE DIAGNOSTICHE

 I tratti della personalità sono caratteristiche persistenti nel modo di percepire, rapportarsi e pensare il mondo che ci circonda e noi stessi. Sono tratti che si riflettono in una vasta gamma di contesti sociali e personali. Le caratteristiche della personalità possono essere ritenute disturbi della personalità quando sono inflessibili, disadattative e responsabili del deterioramento funzionale significativo o del malessere soggettivo dell’individuo. La caratteristica principale di un disturbo della personalità è il modello permanente dell’esperienza interna e comportamentale, un modello che si discosta notevolmente dalle attese della cultura del soggetto e che si manifesta in almeno due delle seguenti aree: cognitiva, affettiva, dell’attività interpersonale o del controllo degli impulsi (Criterio A). La struttura persistente è inflessibile e si estende a un ampio raggio di situazioni personali e sociali (Criterio B), inoltre provoca malessere clinico significativo o deterioro sociale, lavorativo o in altre aree importanti dell’attività dell’ individuo (Criterio C). La struttura è stabile e di lunga durata e possiamo costatare il suo inizio: spesso con l’ingresso all’età adolescenziale o quantomeno all’inizio dell’età adulta (Criterio D). La struttura non è attribuibile a una manifestazione occasionale neppure può essere configurata come una conseguenza di un altro disturbo mentale (criterio E), tanto meno è dovuta agli effetti fisiologici causati da una sostanza (per esempio una droga, una medicina o l’esposizione a una sostanza tossica) né a un’infermità medica (per esempio, un trauma cranico) (Criterio F). Sono anche previsti criteri diagnostici specifici per ogni disturbo della personalità incluso in questa sezione. Gli elementi essenziali di ogni gruppo, per ogni disturbo specifico della personalità, sono elencati in ordine decrescente di importanza e sulla base dei dati rilevanti per l’efficienza della diagnosi (ove disponibili).

La diagnosi dei disturbi della personalità richiede la valutazione dello standard comportamentale del soggetto a lungo termine e le caratteristiche particolari della personalità devono essere presenti sin dall’inizio dell’età adulta. I tratti della personalità che definiscono questi disturbi devono anche differenziarsi dalle caratteristiche che sorgono come risposte stressanti a situazioni specifiche o dagli stadi mentali transitori (per esempio: uno stato d’animo turbato, l’ansia, l’uso di sostanze). Il clinico deve valutare i tratti della personalità nel corso del tempo e in diverse situazioni. La valutazione può anche risultare complessa giacché le caratteristiche che definiscono un disturbo della personalità a volte non sono considerate un problema per il soggetto (per esempio, le caratteristiche sono spesso considerate egosintoniche). Per riuscire ad andare oltre questa difficoltà, è utile l’informazione portata da altri osservatori.

 GRUPPO A: IL PARANOIDE

 Abbiamo deciso di portare l’esempio del paranoide per come viene illustrato nel DSM IV. Vi renderete conto che l’essenza del paranoide è la mancanza di fiducia e di fede. La fede è la credenza ingenua, non giudicabile, in un precetto, in una dottrina. Quando facciamo ricorso alla fede come fondamenta nulla può essere discusso. Di solito la fede è uno strumento per muoverci nella vita. Crediamo che le cose andranno bene oppure che tutto si ripeterà tale e quale ieri, oppure prima, proseguendo una proiezione simile, crediamo che entreremo a casa e non ci sarà un ladro all’interno per rubarci, che mai incontreremo un nostro familiare morto, che una bomba non cadrà a Buenos Aires, insomma, c’è un’intera serie di credenze che ci aiutano a vivere tranquillamente.

Con il paranoide si produce una rottura di questa fede, di questa fiducia elementare. Un paranoide può affermare “Devo razionalizzare ciò che mi sta capitando” cioè, egli non vive spontaneamente le circostanze della vita, ma utilizza sempre una ferramenta: la razionalizzazione. Questo meccanismo fa sorgere il dubbio, distrugge la fede, per questo il paranoide è una persona sempre all’erta, in attesa, in lotta contro la possibilità che qualcuno lo aggredisca. Ci rendiamo conto che il paranoide è una persona insicura e che l’essenza del paranoide è la paura. Perché ci difendiamo? Ci difendiamo quando abbiamo paura. Paura di essere feriti, aggrediti. Il paranoide è un individuo sulla difensiva. E quando una persona è sulla difensiva non è spontanea, ma sempre tesa. Quando c’è una lotta interna, il godimento viene sempre a mancare. Appena ci rilassiamo impariamo a gioire, altrimenti restiamo in attesa, ipervigili, per osservare da dove partirà il colpo. È la paura a soggiacere il soggetto. Una volta che abbiamo capito il meccanismo, rapidamente comprendiamo altre cose, per esempio la questione del sospetto, dell’eterna ricerca delle chiavi “Lui ha detto una cosa, ma cosa voleva dirmi esattamente?“. Quando il paranoide è in gruppo, potrebbe pensare “Quelli là che stanno chiacchierando, scommetto che stanno a parlare male di me“. Ecco che arriva l’autoreferenzialità, la suscettibilità, pensata come un leggero segnale che può suscitare una grande reazione. I paranoidi sono iper-razionali, ma si tratta di un tipo di razionalizzazione deduttiva, cioè, di un modo di razionalizzare che parte da un concetto generale per poi essere adottato ai casi particolari. In altre parole, i paranoidi covano dei pregiudizi. Ossia, partono da un giudizio previo che poi cercano di confermare con base nel vissuto del momento. Un esempio veloce: partono dal pregiudizio “Ho un partner infedele” e poi vanno alla ricerca degli elementi, dei particolari che possano confermare il pensiero iniziale, cioè, l’idea di essere ingannati dal partner. Non partono da un ragionamento del  tipo induttivo, dell’osservazione dei fatti nel dettaglio per poi, facendo i conti, arrivare a una conclusione generale. Per esempio, se una moglie arriva tarde, con i vestiti sgualciti e con dei succhiotti sulla pelle, ecc. un marito può razionalizzare per induzione che lei lo stia tradendo. Sono i dettagli a indurlo a pensare così.

Questo eccesso di razionalizzazione ha i suoi pro e i suoi contro perché dà al paranoide un’aria di superiorità. Di solito sono persone intelligenti, con un bel bagaglio creativo e che credono di aver sempre ragione. Sono molto critici, anticonformisti, ma manca sempre qualcosa che li rende eternamente insoddisfatti. Chi non ha mai udito la frase “Sì, però io avrei fatto così“. Il paranoide svaluta sempre.

L’altra caratteristica è il rispetto delle gerarchie, sono persone che quando provano rispetto per il proprio capo sanno essere molto collaborative e possono arrivare persino alla sottomissione, anche quando si sopravalutano. Possono farsi schiavizzare dal capo tiranno e alla loro volta fare i tiranni con i subordinati o la famiglia. Hanno una gestione particolare dell’umore, con gli amici possono essere allegri, ottimi accompagnatori, ma dentro casa diventano amari e aridi.

Quando leggiamo i criteri descritti nel DSM IV, come in questo caso in cui descriviamo il paranoide, arriviamo alla conclusione che conosciamo tantissimi in ambito lavorativo o tra i nostri familiari, magari noi stessi ci riconosciamo nella descrizione. Vuol dire che molte persone potrebbero essere considerate paranoidi secondo il DSM. Resta evidente lo sconcerto provocato dal concetto di Schneider, secondo il quale gli psicopatici sono in pochi. Credo che il DSM IV descriva un elenco delle tipologie, uno studio sulle varietà della condotta, ma non offre un concetto su cosa sia la psicopatia, salvo classificarla come un disturbo della personalità antisociale.

HARE

Nel 1976, con base nelle ricerche di Cleckley, Hare, Hart e Harpur, hanno proposto dieci criteri per identificare il disturbo della personalità psicopatica (1991). Eccoli:

1. Loquacità e fascino superficiale;

2. Autovalutazione esageratamente alta/arroganza;

3. Assenza totale di rimorsi;

4. Assenza di empatia nei rapporti personali;

5. Manipolazione altrui con ricorso frequente all’inganno;

6. Problemi di condotta nell’infanzia;

7. Condotta antisociale in età adulta;

8. Impulsività;

9. Assenza di autocontrollo;

10. Irresponsabilità.

Per fare la diagnosi del disturbo antisociale della personalità il paziente deve avere un’età minima di 18 anni, dovendo presentare alterazioni di condotta prima dei 15 anni. Tra gli elementi più comuni dei disturbi della condotta prima dell’età di 15 anni abbiamo il fallimento del percorso scolastico, l’assenteismo, la falsificazione dei voti, l’espulsione dalla scuola, le fughe da casa, i comportamenti violenti, gli atti vandalici, la crudeltà con le persone e con gli animali, le bugie e i furti reiterati, la promiscuità sessuale precoce, il contatto prematuro con l’alcol e con le droghe, ecc. Il comune denominatore di tutti questi fattori è la trasgressione delle norme di condotta dell’ambiente e nei confronti della società.

(Psychopathy checklist reviset (PCL-R) Hare 1991 – per ulteriori informazioni sull’utilizzo della scala e l’ottenimento di altri materiali di ricerca, visitare il sito: www.hare.org)

IL COMPLEMENTARE DELLO PSICOPATICO

Quando una persona si trova coinvolta in una relazione con uno psicopatico, quando soffre e si chiede cosa fare per uscirne e sopravvivere alla relazione dopo, la prima domanda che poniamo al paziente è: com’è entrato nella relazione con lo psicopatico e perché.

Avevo una paziente che era l’ex moglie di un professionista di successo. Dopo la separazione l’uomo viveva nella Capitale, mentre lei nella zona sud. Ciò che si ripeteva nel modello di condotta dell’ex coppia era il seguente, con alcune varianti: alle due di notte lei lo chiamava per annunciare “Ho bevuto 6 bottiglie di Lexotanil e a casa non c’è nessuno, volevo solo dirti addio“. L’uomo si precipitava fino alla zona sud e di solito avvenivano gli stessi fatti: l’uomo saliva su per le scale verso la stanza da letto (convinto che l’ex moglie aveva inghiottito dosi elevate di medicina), la afferrava per i vestiti, la prendeva per i capelli (vivevano in un attico e superattico), e poi la trascinava per le scale. Arrivati nella zona lavanderia, l’ex marito le metteva il dito in gola per farla vomitare, il tutto sotto le botte. Dopodiché la portava nell’ospedale di zona perché le facessero una lavanda gastrica. Quando arrivava per la visita la donna indossava sempre un paio di occhiali scuri, sembrava disorientata. Quando le domandavo cos’era successo, rispondeva: “No, niente, ho preso qualche pasticca e tizio mi ha fatto vomitare. Capita, a volte, che io lo provochi“. Quando affrontavamo la questione della violenza e chiedevamo se aveva l’intenzione di denunciare l’ex, la donna minimizzava. Dopo tutto ciò che aveva passato, ci appariva tranquilla, non piangeva né si angosciava. Quando porgevo delle domande all’uomo, lui mi diceva “Che voi che faccia, che la lasci morire? Devo farla vomitare, ma lei non vuole.” Ho seguito la paziente per 6-7 mesi. In 5 o 6 occasioni la storia si ripeté. Certe volte non arrivavano nemmeno all’ospedale, perché lui aveva ‘risolto’. Vi sembra un rapporto normale? Né lei né lui riuscivano a uscire dal circuito innescato. Erano invischiati in un gioco pericolosissimo. Un gioco che continuavano a ripetere all’infinito. Una foto, come affermato da Bumke. Ricordiamo la regola d’oro del circuito psicopatico, cioè, quando chiediamo perché non riescono a porre fine a tutto, il complementare ci risponde “Dottore, io con lui sto male, ma senza sto peggio”, ecco perché il circuito si perpetua. “Se non c’è lui provo angoscia, voglio che venga a qualsiasi costo“. L’esempio che ho scelto di raccontare è un caso di psicopatie complementari. Ci sono casi in cui la persona mette in atto un’azione complementare con caratteristiche psicopatiche. Soltanto dopo che il vincolo comincia ad afflosciarsi è che il complementare avverte il bisogno di scappare dallo psicopatico.

Ogni sistema si mantiene perché c’è un accordo tacito tra i membri del sistema, ossia, quando ci troviamo di fronte a una donna che è picchiata e le domandiamo da quanto tempo il suo partner la picchia e lei ci risponde ‘da cinque anni’, siamo di fronte a un accordo tacito di violenza. Una persona può essere colpita a sorpresa una volta, ma non per un anno di seguito.

Quando il complementare è 100% agganciato allo psicopatico, c’è ben poco da fare per il professionista. Possiamo agire quando l’ancoraggio viene a mancare perché soltanto in questo momento la persona che è con lo psicopatico ci consulta, altrimenti resta agganciata. Potrebbe anche venire da noi motivata da qualche patologia. Quando l’attaccamento è al 100%, come accade in alcune parafilie, nessuno viene da noi. Quando il legame viene a mancare oppure inizia a scemare è che la sofferenza diventa insopportabile (lo psicopatico è colui che fa soffrire). Se una persona è fortemente agganciata (per esempio sessualmente, il tipo di attaccamento più forte) e vi chiede un parere, cosa dite? Capirà che deve lasciare lo psicopatico?

Per uno psicopatico chi sono i complementari? Sono oggetti che gli appartengono oltre qualsiasi norma legale, sociale, o simile. Questo perché secondo i codici psicopatici le leggi non esistono. Non pensano minimamente di risparmiare l’altro perché di mezzo c’è un avvocato. Il sistema giuridico è irrilevante per loro perché la persona gli appartiene e basta. Perché? Perché è questa la loro volontà. Quindi riuscire a separare uno psicopatico dal complementare è un problema molto complesso. Come convincere il paziente a prendere le distanze quando continua a dire che prima vuole chiarire qualcosa con lui? In primo luogo dobbiamo lavorare sull’Io mortificato di questa persona. Perché lo psicopatico distrugge l’autostima del partner fino a farlo credere che grazie a lui è diventato qualcuno e che altrimenti seguirà essendo quello che è: una schifezza. La prima cosa da fare è elevare la sua autostima, fortificare il complementare e, in secondo luogo, spiegare didatticamente, fare molta pedagogia su cosa consiste la personalità di uno psicopatico. Dobbiamo essere creativi, rinforzare la sua autostima con tutti i mezzi a nostra disposizione. Sono casi molto particolari e speciali e non sempre le norme standard sull’utilizzo delle tecniche psichiatriche sono all’altezza della situazione. Come parte integrante del problema abbiamo una persona con dei codici propri, quindi non possiamo fare uso delle tecniche terapeutiche che abbiano dato un risultato con delle persone comuni e tanto meno afferrarci ciecamente ai soliti libri. Rinforzare l’Io, sostenerlo, elevare l’autostima del complementare. Dopodiché, quando l’obiettivo è raggiunto e abbiamo fatto una vera attività di insegnamento, valutiamo se qualche elemento della famiglia del complementare può darci una mano, qualcuno che rappresenti un punto fermo per il paziente. Vi renderete conto, quando avrete un caso in mano, che a volte abbiamo bisogno di una terza persona per dare supporto al lavoro fatto. Dunque valutiamo la logistica, cioè, cerchiamo di comprendere la fattibilità per la persona, come può nella vita quotidiana portare avanti le indicazioni date. Dobbiamo agire così, altrimenti stiamo soltanto fantasticando e generando utopie. Lo psichiatra, afferma Henry Ey, è un ambasciatore della realtà. Dobbiamo pensare ai mezzi di mantenimento della donna, soprattutto se dipende economicamente dallo psicopatico: dove andrà, con chi resterà, chi potrà prendersi cura dei suoi figli e tutte queste cose che da un punto di vista classico non sono compiti dello psichiatra, eppure in questi casi sono molto importanti perché da questo dipende l’esito del lavoro che facciamo.

La scala della psicopatia di Hare (PCL) (Adattamento di H. Marietan)

F 2 1 0
1 Loquacità
1 Fascino superficiale
1 Grande senso di autostima
1 Bugie patologiche
1 Leadership
1 Manipolazione
1 Assenza di rimorsi e sensi di colpa
1 Scarsa profondità negli affetti
1 Instabilità
1 Mancanza di empatia
1 Incapacità di ammissione della propria responsabilità nelle azioni
2 Necessità di stimoli
2 Tendenza alla noia
2 Stile di vita parassitario
2 Scarso controllo della propria condotta
2 Problemi comportamentali di vecchia data
2 Mancanza di progetti realistici di lunga durata
2 Impulsività
2 Irresponsabilità
2 Delinquenza giovanile e inosservanza della libertà vigilata
Totale

Punteggio:

F1= Caratteristica essenziale della psicopatia.

F2= Caratteristiche instabili

Totale:

Valutazione:

– 2 Punti: quando la condotta del soggetto è consistente e si aggiusta alla qualità o l’intenzione del criterio elencato.

– 1 Punto: il criterio si aggiusta fino a un certo punto, ma non nel grado richiesto per attribuire un punteggio 2. Ci sono dubbi, conflitti nell’informazione che non possono risolversi in favore di un punteggio 2, né tanto meno 0.

– 0 Punti: il criterio non si adegua. Il soggetto dimostra non avere la caratteristica  o la condotta descritta nel criterio

Conclusione:

0-20: normali.
21-30: gruppo medio.
31 o più: psicopatico.

Una volta che abbiamo lavorato sull’autostima, spiegato didatticamente, compreso la logistica attorno possiamo programmare ‘il salto’. Ossia, stabilire la distanza dallo psicopatico. Con base nella mia esperienza è l’unica cosa a essere fatta, con totale e assoluta durezza. Dovette istruire il paziente a essere inflessibile e a non fare concezioni di alcun tipo perché non venga mai più cercata. Il tipo di contatto che deve avere con lo psicopatico da questo momento in poi è lo zero. Non dovrà né direttamente né indirettamente svolgere alcun tipo di relazione con lo psicopatico. Badate alla durezza e alla posizione estrema di cui vi parlo. Perché? Perché appena “B” vede “C”, ricomincia il circuito, c’è un retrocesso.

Il contatto zero difficilmente può essere messo in atto la prima volta perché la donna vuole parlare, vuole chiarire le cose con lo psicopatico che, appena la vede e ha la possibilità di dire due o tre cose fa abbastanza danni. Si tratta di una suggestione animalesca sulla complementare, lontana dalla logica.

Domanda: In presenza dei figli che si fa?

Marietan: Certi psicopatici hanno paura della polizia. Quindi la prima indicazione che diamo alla persona che ha subito un’azione aggressiva è quella di denunciare e far sapere allo psicopatico di averlo fatto. Ovviamente questa decisione può far aumentare la sua aggressività, tuttavia, contemporaneamente, egli cercherà di trattenersi. Concentriamoci quindi sul tema dei figli. I figli generalmente sono lasciati alla madre, lo psicopatico passa a prenderli, esce con loro e subito li lascia nuovamente alla madre, mantenendo il contatto zero (sempre sotto la minaccia di una denuncia alla polizia nel caso in cui tornasse ad aggredire la donna). A volte bisogna fare due o tre denunce, di modo che la polizia convochi lo psicopatico. Spesso parlando con lui cercano di farlo smettere di continuare ad aggredire la donna. Ho seguito alcuni casi in cui la paziente arrivava piangendo, raccontandomi di aver fatto la denuncia e che lo psicopatico era stato convocato in questura assieme a loro. Dopo 15 minuti, però, affermavano di aver sentito delle risate tra gli uomini e che subito dopo lo psicopatico veniva rilasciato. Si sentivano idiote. Tenete sempre presente la dimensione del fascino dello psicopatico.

Il contatto zero né sempre ha il successo che ci aspettiamo, però bisogna cercare di impiantarlo soprattutto quando il legame non è ancora molto forte. Nei casi più gravi ci vogliono gli antidepressivi e gli ansiolitici perché l’angoscia nel complementare, quando sta attraversando questa fase, è molto forte, spesso a causa dell’intensa attrazione, quasi animalesca. Il complementare soffre quando è con lui e prova angoscia quando non è con lui. Bisogna lavorarci molto, essere pedagogici. Le molestie dello psicopatico esercitano una grande pressione nel complementare. A volte abbiamo bisogno di una terza persona che lo protegga, che gli faccia da scudo perché da solo non riesce a gestire le molestie telefoniche o di persona fatte a qualsiasi ora; inoltre, quando esce dal lavoro lo psicopatico è lì che lo aspetta perché vuole nuovamente il possesso del suo oggetto.

 CONTINUA….

 

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