Intervista alla giornalista e saggista Daniela Finocchi: “Alla parola resilienza preferisco resistenza. Le donne sono più resistenti.”

C.L.D.: Daniela Finocchi, il Concorso Letterario Nazionale Lingua Madre compie 15 anni in questo 2020. Cosa ti ha spinta a ideare un Concorso Letterario che ha dato voce a oltre 8.000 donne e ricevuto innumerevoli riconoscimenti, tra i quali, uno dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella? Ti aspettavi questo risultato?

D.F.: Se l’emigrazione è solitudine, distacco, rottura, per tutte le donne straniere importante punto di incontro e di scambio rimangono le altre donne. Proprio in quest’ottica si pone il Concorso letterario nazionale Lingua Madre, che esalta il valore della relazione, della condivisione, dello scambio, della complicità fra donne incoraggiando la collaborazione nel raccontare e scrivere le proprie storie. La mia formazione femminista mi porta a riconoscermi nell’altra. Le donne – a qualsiasi cultura appartengano, da qualsiasi Paese provengano – hanno un modo assai simile di affrontare la vita e di viverne gli eventi. E in questo si riconoscono. Carla Lonzi diceva che le donne si riconoscono appartenere a una stessa specie (addirittura di “specie” lei parlava…!). Tutto questo mi ha convinto del fatto che fosse veramente necessario uno spazio per “dare voce”, dove le donne straniere, migranti, avrebbero avuto possibilità d’esprimersi direttamente e senza filtri, portando novità nel linguaggio, nell’interpretazione dei fatti, nella rappresentazione dell’immagine femminile. Per gli/le italiani/e rappresentava invece un’opportunità d’ascolto.

Decisi di realizzare il progetto nel 2005 quando ancora non esisteva nulla in ambito culturale espressamente dedicato ai migranti, tanto più se donne, e lo proposi a quelli che sono ancora i partner del Concorso. Il Salone Internazionale del Libro accettò subito la sfida e a questo seguì la Regione Piemonte con l’Assessorato alla Cultura. Il Concorso diventò quindi progetto permanente della Regione Piemonte e del Salone Internazionale del Libro di Torino. Sin dal primo anno l’adesione fu altissima e all’ultima edizione hanno partecipato oltre 300 donne e ragazze.

Il progetto è cresciuto facendo rete, credo nella relazione e credo nelle donne. L’entusiasmo, il riconoscimento da parte delle autrici, le collaborazioni e i legami – che non finiscono di nascere e proporsi – mi convincono di essere sulla strada giusta e che questo sia uno spazio importante da coltivare e proteggere (da “innaffiare come Manik doveva fare con i suoi figli. Doveva innaffiarli di speranza e gioia” come scrive Veronica Orfalian, una delle autrici del CLM, nel suo racconto). Uno spazio di testimonianza e nuovi immaginari, da cui promuovere ideali delle donne quali relazione, cura, amore, attenzione al pianeta e alle sue risorse.

C.L.D.: Quali sono le sezioni alle quali le donne possono partecipare?

D.F.: Al Concorso si possono inviare racconti e/o fotografie, la premiazione avviene nella giornata di chiusura del Salone Internazionale del Libro di Torino, le opere selezionate ogni anno sono pubblicate in un’antologia, edita da SEB27, e le immagini esposte in una mostra a cura di Filippo Maggia per la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

Non vengono messi limiti, né barriere, si può scrivere e fotografare a qualsiasi età e in qualsiasi condizione, che si sia una bambina delle elementari o una donna detenuta e si può partecipare da sole, con opere realizzate a quattro mani, ma anche in gruppo. Se l’italiano scritto non lo si padroneggia ancora, non importa, ci si può far aiutare da un’altra donna italiana: il bando del concorso non solo lo ammette ma lo incoraggia. Tutto questo nello spirito della valorizzazione dell’intreccio culturale che è prima di tutto intreccio relazionale: assistenza non è affatto perdita sul piano identitario, al contrario è proprio nella relazione che l’identità si afferma in modo positivo e non preclusivo.

C.L.D.: Hai concorso a fondare il Coordinamento contro la Violenza, il Telefono Rosa di Torino, il Centro Studi e Documentazione del Pensiero Femminile. Quando ho partecipato e vinto il Concorso circa 11 anni fa, mi ha colpito non solo la professionalità e la passione con la quale ti dedicavi ai tuoi progetti e ad ogni singola vincitrice, trattandoci alla pari di scrittrici già affermate, ma la tua profonda umanità. A quale caratteristica della tua personalità potresti attribuire questa tua fiducia nel prossimo, questa tua voglia di dare voce a chi non ce l’ha?

D.F.: Ti ringrazio, sei troppo generosa! E’ la passione, certo, che mi muove e penso non si debba mai rinunciare a tentare. Ma la fiducia e la passione del desiderare muovono in generale tutte le donne, non solo me.  Luisa Muraro lo spiega assai bene in un suo bellissimo libro che non a caso intitola “Al mercato della felicità – La forza irrinunciabile del desiderio”. “Cosa sarebbe la vita senza grandi desideri?”, si chiede la filosofa, scrivendo come ci siano tanti modi di viverla: contro la parzialità della ragione, a difesa dei sogni, superando il conformismo. Ma anche “con forza e intelligenza”, come scriveva Aida Ribero, femminista, saggista, indomita pensatrice, fondatrice e anima del Centro Studi Pensiero Femminile, donna estremamente generosa capace di donare e condividere saperi e cose.

C.L.D.: Tu hai un rapporto molto forte con la Natura e il territorio piemontese. Hai pubblicato diversi libri, guide e saggi su questi temi. Quanto conta per te l’essere connessi con la Natura? È giusto dire che quando si è connessi con la Natura si raggiunge un benessere psicofisico tale da tendere conseguentemente la mano al prossimo?

D.F.: La dominazione delle donne e della natura è collegata in molti sensi, storicamente, materialmente, culturalmente, concettualmente, non a caso da qui nasce e si declina l’ecofemminismo, grazie al quale la natura divenne una questione femminista. Il recente “Manifesto for the Gynecene – Sketch of a New Geological Era”, firmato dalle artiste romene Alexandra Pirici e Raluca Voinea, per esempio, sottolinea l’urgenza di dare avvio a una nuova era geologica (il Ginecene, appunto, contrapposto all’Antropocene). Il documento, getta ancora una volta una luce sulle modalità alternative che le donne adottano per vivere “il e nel” mondo. L’etica femminista ha tracciato la strada per il cambiamento e oggi è ancora più importante dare voce alle donne e alla loro esperienza. Le autrici di Lingua Madre testimoniano come l’oblio della nostra dipendenza dall’aria, dall’acqua, dalla natura e dall’amore ha origine nel disprezzo dell’opera femminile di mettere al mondo e di provvedere quotidianamente ai bisogni materiali e affettivi della vita. Faccio mio il pensiero della filosofa e teologa Ina Praetorius che suggerisce di guardare al mondo come a un ambiente domestico di cui prendersi cura, mettendo al centro le categorie della nascita, della relazionalità, della dipendenza. Una delle fotografie che mi è più cara è quella dove abbraccio un ulivo secolare. Sì, amare ed essere connessi con la natura rende felici, attente/i e rispettose/i verso tutto ciò che ci circonda: umani e non umani.

C.L.D.: Ho letto in una tua intervista sul Concorso Letterario Nazionale Lingua Madre, che per te si tratta di un Concorso che «fa scoprire l’armonia che si può ricreare con la sola forza della cultura. È un modo per riappropriarsi della propria libertà espressiva, sociale. Perché libertà femminile significa anche costruire un pensiero che si radichi». L’altruismo di queste parole ci scalda il cuore ed è merce molto rara. Quanto hanno contato i modelli femminili del tuo passato nello sviluppo di questa forza interiore che ti ha portata a diventare un punto di riferimento fondamentale nel panorama italiano e non solo per quanto riguarda la diffusione della voce femminile, tanto in termini di diritti, di cultura e di letteratura?

D.F.: Ho avuto molte madri oltre quella naturale. La mia è sempre stata una famiglia ‘matriarcale’, le mie figure di riferimento erano e sono femminili, a iniziare dalla nonna e poi le zie e mia madre. A mia madre devo l’amore nei confronti della natura e di tutto ciò che ci circonda, la passione, il riconoscimento dell’altra/o, la gioia e la tenacia, la fiducia e la forza, la coscienza e l’orgoglio di essere una femmina. Il mio orizzonte femminile si è perpetrato anche nella scuola. Alle medie inferiori vissi la mia prima, determinante crescita formativa grazie a un’insegnante: la professoressa Gina Portaleone. Fu lei ad aprirmi la mente e a far nascere in me l’interesse per i temi sociali, a farmi scoprire il femminismo e lo studio attraverso l’ottica della differenza. Da allora presi consapevolezza e iniziai ad essere quella che sono oggi. Dopo di lei tante altre madri simboliche. Nei gruppi di donne – pur nella loro diversità – ritrovavo la mia essenza, il mio nido caldo. I “femminismi” mi hanno nutrita e continuano a nutrirmi. Tanti i nomi delle scrittrici, filosofe e pensatrici che hanno accompagnato la mia crescita, tante le donne per me importanti che potrei citare, tra tutte Aida Ribero. Tutte hanno concorso alla formazione del mio sé femminile, mi hanno resa consapevole della mia differenza, mi hanno insegnato a pensarmi al di fuori degli stereotipi. Riconoscere il debito simbolico nei confronti delle madri rappresenta una fondamentale presa di coscienza di cui vado fiera.

C.L.D.: Cosa significa resilienza per te?

D.F.: Resilienza è una parola che non mi piace troppo, perché sottintende l’azione di assorbire più che quella di respingere. Preferisco resistenza. Le donne sono resistenti.

C.L.D.: Ti ringrazio per la tua disponibilità e l’umanità di queste parole che sono per chi ci sta leggendo una spinta in più a rompere le catene del silenzio grazie all’Arte, alla Cultura e alla passione di chi la promuove egregiamente come te.

D.F.: Grazie a te Claudileia: è grazie a donne come te che il progetto CLM è nato e continua a crescere. Il tuo esempio è forza e incoraggiamento per tutte! Un abbraccio.

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Daniela Finocchi: torinese, giornalista e saggista, laureata in Scienze Politiche, borsista di ricerca presso l’Università degli Studi di Torino – Dipartimento Studi Umanistici, si è sempre interessata ai temi inerenti il pensiero femminile e a quelli legati alla natura. Ha scritto libri, testi teatrali e realizzato programmi radio-televisivi. E’ consulente progettuale di festival letterari e culturali ed è componente della Società Italiana delle Letterate.
In ambito femminista, ha partecipato al Coordinamento Giornaliste del Piemonte, alla Casa delle Donne di Torino. Ha concorso a fondare il Coordinamento contro la Violenza, il Telefono Rosa di Torino, il Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile.
Tra le pubblicazioni più recenti: coautrice voci trattati CEDAM su Responsabilità civile, Nuovi danni, Diritto delle relazioni affettive e trattati UTET de Il Risarcimento del danno non patrimoniale; autrice di Piemontesi (Sonda), I fiori cambiano la vita (Sonda), Geo-grafie del silenzio (Mimesis); curatrice di L’alterità che ci abita – Donne migranti e percorsi di cambiamento (Seb27) e dal 2006 delle antologie Lingua Madre (Seb27).
Tra i suoi incarichi: Ambassador We Women for EXPO; parte del comitato promotore dell’Accademia del Silenzio e di Expoelette.
E’ ideatrice e responsabile del Concorso letterario nazionale Lingua Madre, nato nel 2005, destinato alle donne straniere residenti in Italia. Nel 2015 ha ricevuto il Premio Targa Presidente della Repubblica Italiana in occasione dei dieci anni del progetto.

5 pensieri su “Intervista alla giornalista e saggista Daniela Finocchi: “Alla parola resilienza preferisco resistenza. Le donne sono più resistenti.”

  1. Una bellissima intervista…
    La resilienza è una qualità importante, è quella che ci permette di affrontare le difficoltà della vita senza spezzarci, ma purtroppo nelle relazioni con narcisisti si rivela un’arma a doppio taglio. Loro sanno approfittare della grande resilienza delle vittime agli abusi, e questo purtroppo gioca a sfavore delle stesse.
    Ogni materiale, anche il più flessibile, ha un punto di rottura. Così accade alla nostra psiche dopo anni di abusi e manipolazioni.
    Arrivare a quel punto significa aver esaurito ogni forza ed energia.
    Cosa significa quindi resistere?
    Ho fatto una piccola ricerca sul termine:
    “L’etimologia della parola resistenza di ricollega alla radice sanscrita stha- o sta- che esprime l’idea di essere o rendere fermo, saldo (identica radice rintracciabile nel verbo stare), preceduta dal prefisso re- = indietro, che rafforza l’idea di fermezza nella propria posizione. Quindi, resistere significa opporsi saldamente nei confronti di qualcuno o di qualcosa, mantenendo saldamente la propria posizione.”
    Credo che in questo senso Daniela Finocchi parli di resistenza come vero e proprio atto di volontà nell’opporsi agli abusi e alle violenze, e sono assolutamente d’accordo.
    Un abbraccio

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