Narcisismo perverso e “femminicidio”: una connessione da non sottovalutare

A volte ci chiediamo perché i figli di genitori violenti, freddi, distruttivi e abusanti diventano a loro volta maltrattanti. Per vendicarsi sugli altri delle sconfitte e traumi subìti nell’infanzia?

La relazione fra trauma, disumanizzazione e distruttività umana non è sempre lineare e immediata come vediamo riprodotta nei fatti di cronaca nera, negli studi televisivi o nelle tesi degli avvocati di difesa: “ha subìto un abuso da bambino, per questo è diventato un pedofilo”, “il padre era un violento, per lui picchiare una donna era naturale. L’ha uccisa in un raptus di follia”.

Lo psicoanalista inglese Hyatt-Williams scrisse che “l’assassinio spesso si realizza quando è già stato commesso in precedenza molte volte nelle fantasie a occhi aperti, negli incubi notturni, e qualche volta nella fantasia inconscia che non è mai divenuta cosciente”[1].

Il narcisista perverso è un essere primitivo che vive per il soddisfacimento dei suoi bisogni primari senza badare ai sentimenti altrui. Sopprimendo l’interesse per il resto dell’umanità, ogni individuo che rappresenti una minaccia al mantenimento del piacere ricavato con le sue azioni, attaccando il suo  “Io primitivo” è destinato a farsi odiare. In questo senso:

L’Io narcisistico non distingue una frustrazione inevitabile e necessaria alla crescita da un attacco intenzionale e malevolo; nella posizione narcisistica è cattivo ogni oggetto che interferisce con il benessere.

Spesso chi agisce la violenza è legato alla sua vittima tramite un circuito sadomasochistico. L’odio, che derivi da una ferita narcisistica o da un’ingiustizia subita, è sempre un sentimento spiacevole difficilmente tollerabile. La recriminazione e il rancore eccitano la violenza fino al punto di renderla incontenibile. Uccidendo, l’assassino scioglie il legame negativo che lo lega al suo oggetto. La violenza si compie per ragioni interne, per espellere uno stato intollerabile della mente; e il sollievo deriva dall’essersi sbarazzato non tanto del nemico quanto dello stato mentale intollerabile.

A volte l’odio è legato all’angoscia di sentirsi umiliato, ignorato, minacciato (non importa se nella realtà oggettiva o solo in quella soggettiva)[2].

 Perché le donne subiscono? È la domanda che ci poniamo quando ci troviamo di fronte a una donna che porta nella psiche e nel corpo i segni di anni e anni di violenza. La risposta più prosaica e superficiale che possiamo darci è quella di attribuire alla vittima stessa la colpa del suo male, etichettandola come “masochista” per essere rimasta a farsi massacrare dal suo aguzzino. La continua deformazione della realtà imposta dal perverso narcisista nella vita quotidiana e l’isolamento al quale sottomette la sua vittima, allontanandola da amici e parenti che potrebbero smascherarlo la porteranno a vedere nel suo aguzzino, fatalmente, l’unica persona che si occupa di lei, nel bene e nel male. Inoltre,

Quando un osservatore analitico definisce masochistico il comportamento di una moglie maltrattata che rimane con un uomo violento, non la sta accusando di provare piacere a essere picchiata. L’implicazione è, piuttosto, che le sue azioni tradiscono la convinzione che la sopportazione della violenza le consentirà di ottenere uno scopo che giustifica la sofferenza (come, ad esempio, tenere unita la famiglia), o le eviterà una situazione ancor più dolorosa (come l’abbandono totale), o entrambe le cose. L’osservazione suggerisce anche che tale calcolo non funziona e che rimanere con il marito violento è oggettivamente più distruttivo e pericoloso di quanto sarebbe lasciarlo, e tuttavia la donna continua a comportarsi come se il proprio benessere dipendesse dalla sopportazione dei maltrattamenti[3].

Chapaux-Morelli e Couderc, ci offrono un’interessante considerazione sul lato visibile e quello nascosto della vita di coppia:

Il lato visibile è quello percepito dal mondo esterno, quello mostrato al mondo, ossia, le conoscenze, amici, parenti. Le persone più vicine, genitori, fratelli, sorelle, rimangono però del tutto esterne alla coppia – per fortuna – e non possono sapere, il più delle volte, ciò che avviene all’interno. È per questo motivo, d’altronde, che la famiglia è in genere molto sorpresa quando uno dei due si lamenta di essere bistrattato o manipolato psicologicamente. Gli “altri” cadono dalle nuvole, non possono crederci. Chi subisce questa forma di violenza, quella psicologica, fa spesso molta fatica a farsi capire, a essere creduto/a dagli altri, anche perché i manipolatori hanno il dono di saper ingannare tutti e di farsi passare per vittime, appunto.

Inoltre, il fenomeno viene rinforzato dal fatto che numerose coppie scelgono più o meno coscientemente di mostrare un’immagine di facciata della loro unione, che serve loro da biglietto da visita in società ma che può non aver nulla a che vedere con la realtà. Alcuni si ostinano a presentarsi come la coppia perfetta, anche e soprattutto quando va tutto male.

Il lato nascosto è invece doppiamente misterioso, occultato. Taciuto al mondo esterno, contiene anche una parte che sfugge ai protagonisti stessi: è quel che alcuni chiamano “l’inconscio della coppia”, un “luogo” di scambio vissuto senza percezione cosciente, in cui si estende l’essenza profonda della relazione. (…) questa parte della relazione, di più difficile accesso, sarà la base sulla quale cresceranno i malintesi o, addirittura, i disaccordi profondi. È qui che si radicherà l’eventuale manipolazione, ed è quel che spiega il fatto che tutte le vittime se ne accorgano dopo anni e anni, per lo più[4].

Nel “lato visibile”, in altre parole, nel regno delle immagini si osserva maggiormente  la tendenza a mentire tipica dei narcisisti:

A un estremo troviamo la personalità psicopatica, che sembra non sentire la differenza tra giusto e sbagliato. Si tratta di una persona senza una coscienza o, in termini psicoanalitici, di un soggetto a cui manca il superio. Non è colpevole. Anche se la maggior parte dei narcisisti sono lontani da questo estremo, sia nella negazione soggettiva dei sentimenti sia nell’uso di un’immagine che contradice la verità del loro essere, hanno in comune certe somiglianze con le personalità psicopatiche. In questo senso hanno perso la capacità di distinguere tra la verità e la menzogna[5].

Capire che il partner narcisista introiettato è un ‘oggetto idealizzato’  colpito da un disturbo che lo rende incapace di amare un altro essere umano è un passaggio importantissimo per il processo di “liberazione” della vittima dal suo aggressore. Non bisogna mai scordarsi che la violenza psicologica può trasformarsi in violenza fisica in qualunque momento.

Che cosa accade quando la vittima del perverso non “impazzisce” e, nonostante la paura della solitudine, l’autostima sotto zero e il fantasma della depressione reagisce abbandonandolo al suo destino? Nella migliore delle ipotesi sarà ricattata subdolamente e denigrata ovunque; nella peggiore accadranno episodi di stalking e di violenza fisica fino al c.d. femminicidio.

Riccardo Iacona, nell’inchiesta “Se questi sono gli uomini” pubblicato da Chiarelettere ci racconta i retroscena di diversi casi di uccisioni di donne. Salta gli occhi in tutti i fatti di cronaca narrati nel libro la componente narcisistica perversa degli assassini che, prima di uccidere e malmenare la propria compagna, moglie o fidanzata, torturavano psicologicamente le loro vittime per mesi oppure anni.

In uno dei casi, a colpire particolarmente la polizia, è stata la descrizione dettagliata della violenza fisica, psicologica e della costante umiliazione subita dalla giovane vittima (15 anni) nei suoi diari[6]:

“So che mi farà ancora soffrire perché è nel suo essere, ma con lui ho scommesso che entro tre mesi devo essere 60 chili, e vincere 50 euro è una scommessa che non posso assolutamente perdere, quindi ce la metterò tutta e infatti mi iscrivo a kickboxing… Sarà dura ma ce la posso fare, voglio fargliela pagare a quello stronzo con la S maiuscola”

“Ma non si rende conto di quanto mi fa star male, di quanto mi fa soffrire? Perché si diverte così tanto? È come se io fosse la sua cavia e lui l’esaminatore. Ogni mio passo sbagliato è un divertimento per lui, mentre la cavia soffre.”

“Spero che non mi accada niente di male perché sento che non sono tranquilla. Perché devo aver paura di Luca? Non ho fatto niente di male, uffa, perché lui mi deve incutere addosso questa paura? Non è normale!!!… Perché ‘sta ansia? No no no!!”    

Il rapporto tra la vittima minorenne e il suo carnefice, di dieci anni più grande di lei, è durato cinque anni. Prosegue Iacona:

Già dall’inizio del rapporto Luca prende e lascia Stefania quando e come vuole, anche per mesi (…) Luca è il “maschio alfa”, il capobranco, ed esercita il controllo su Stefania anche nei periodi che si lasciano, e quando vuole se la riprende. Stefania cede sempre, tenendolo nascosto ai genitori, tutte le volte che lui torna all’assalto lo riprende con sé. Ma ogni volta aumentano le torture che Luca gli infligge, a ogni ripresa della relazione diventano sempre più crudeli, sempre più umilianti, lette con il senno di poi, sempre più pericolose. Luca la riprende solo per il piacere di esercitare ogni volta con più forza il dominio su una ragazzina. Per umiliarla. (…) Ci teneva così tanto alle sue conquiste che sul diario Luca le annotava scrupolosamente, fino a slittare una lista delle “donne del biondo”, così le chiamava, e questa che segue è la trascrizione integrale del testo ritrovato dalla polizia e citato nella sentenza. L’unica variazione, rispetto all’originale, sono i nomi delle ragazze minorenni, che abbiamo scelto di camuffare per tutelarne l’identità[7]

Il carattere narcisista perverso dell’assassino raramente emerge nelle notizie dei giornali o nelle trasmissioni televisive che, a proposito, abbondano sul tema. Nello specifico caso ripreso dal libro di Iacona, accaduto a Cesena nel 2011, le notizie ritrovate sul web sono talmente superficiali e contorte da descrivere un giovane uomo “sofferente” che, innamorato dalla fidanzata con la quale intendeva addirittura contrarre matrimonio e avere dei figli, si è ritrovato improvvisamente abbandonato senza un perché. Onestamente, non si capisce cui prodest  far passare per amore ciò che è unicamente odio narcisistico rivolto a chiunque se ne accorga dei giochi perversi messi in atto da criminali efferati.  

Non esistono manuali, consigli o sistemi comunicativi che insegnino una vittima di manipolazione psicologica a “depotenziare” il carattere di un narcisista perverso per viverci meglio assieme. Chiunque sostenga il contrario induce in errore chi ne dipende affettivamente da questo tipo di relazione, poiché:

Nella mente del narcisista l’altro non esiste, non esiste come interlocutore, non esiste come persona, ma è solo specchio e strumento per convalidare la propria immagine e arricchire una narrazione egocentrica, grandiosa, che necessita di vittime da sacrificare alla propria personalità despota e sovrana.

Il narcisista e la sua partner sono due ciechi incapaci di vedersi l’un l’altro, condannati a presupporre l’esistenza di un “amore” che è soltanto la proiezione terrificante dell’incapacità di amare qualcuno all’interno di una realtà psicologica diversa: congiunta, appagante, condivisa e progettuale[8].    

Negli articoli precedenti[9] ho posto l’accento sull’importanza di non fidarsi mai delle parole dei perversi narcisisti. Per casi così complessi, dove le sfumature sono tante in un unico personaggio, il sostegno psicologico di un bravo professionista aiuterebbe la vittima a prendere coscienza del rischio che corre. Soltanto dopo aver fornito il quadro completo della relazione, senza omettere alcun particolare, si può tracciare un quadro completo di questo tipo di personalità cercando, per quanto possibile, di rendere la vittima più consapevole dell’impossibilità di proseguire in una relazione che la porterà fatalmente in un vicolo cieco:

Il dramma della dipendenza affettiva comincia e si propaga a partire da un enorme equivoco, in fondo. La “vittima” si innamora di un volto dorato e intrigante e considera le incursioni del mostro umano sulla scena della relazione come manifestazioni dovute alla propria indegnità. Si lascia colpevolizzare, soggiace alla menzogna più bieca e al tradimento palese nell’illusione di conquistare il volto buono del partner e di sollevarlo dal male oscuro che lo ammorba. Ma l’intemperanza e l’inquietudine che trapelano dalla maschera meravigliosa dell’amato, il disprezzo ferino, la bieca indolenza e le temperature siberiane del suo agire, non sono la maschera di una persona buona e quindi amabile, sono il volto pieno del mostro umano.

Il mostro vero è duale, abita la contraddizione, la incarna, è il risultato di un’integrazione mancata tra le parti positive e le parti negative di sé, della sua storia emotiva, del suo vissuto rimosso, traumatico e mai elaborato di bambino straziato[10].  

Per concludere: l’arte di salvarsi coincide sempre con la fuga quando è la vita stessa o quantomeno la salute psichica a rischiare di andare perduta.

“In amore vince chi fugge”, così dicono. A mio parere in amore vince chi resta, ma soltanto quando di amor si tratta, da non confondere mai con la sua triste contraffazione.

C.l.d

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[1] In DE MASI, Franco. Lavorare con i pazienti difficili. Bollati Boringhieri, p.189

[2] Idem, ibidem. p.180-181

[3] MC WILLIAMS, Nancy. La diagnosi psicoanalitica – struttura della personalità e processo analitico. Astrolabio-Ubaldini, 1999, p.284

[4] CHAPAUX-MORELLI, Pascale; COUDERC, Pascal. La manipolazione affettiva nella coppia, Edizioni Psiconline, 2014, p. 35-36

[5] LOWEN, Alexander. Il narcisismo, l’identità rinnegata. Feltrinelli, 2014, p. 55.

[6] IACONA, Riccardo. Se questi sono gli uomini. Chiarelettere, 2012, p. 141-143.

[7] Idem. p. 143

[8] SECCI, Enrico Maria. I narcisisti perversi e le unioni impossibili. Youcanprint, 2014, p.34-35

[9] https://artedisalvarsi.wordpress.com/2015/06/21/sabbia-negli-occhi-la-comunicazione-perversa; https://artedisalvarsi.wordpress.com/2015/06/24/il-lato-buono-del-perverso-la-grande-illusione/

[10] SECCI, Enrico Maria. Op. cit., p. 25-26

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